Face to Face! – Massimiliano Governi

Massimiliano Governi è nato e vive a Roma. Ha pubblicato per Baldini&Castoldi Il calciatore (1995). Per Einaudi Stile libero L’uomo che brucia (2000) e Parassiti (2005). Un suo racconto è stato pubblicato nell’antologia Gioventù cannibale (1996). Come editor della narrativa italiana ha lavorato alla Fazi editore dal 2004 alla fine del 2007. Da maggio del 2008 è alla Elliot edizioni.

Andiamo a fare quattro chiacchiere con l’editor delle collana Heroes di scrittori italiani della Elliot.

Perchè hai scelto di fare l’editor?

In realtà non l’ho scelto io, ma Sandro Veronesi. Gli ho sempre dato delle gran dritte per i suoi romanzi, che lui mi faceva leggere in anteprima. Finché un giorno mi ha detto: ma perché non fai l’editor? Io ci ho pensato un attimo e poi ho detto: Uhm.

Quali sono state le difficoltà iniziali e quali i punti forti che ti portavi dietro?

La vera difficoltà all’inizio è stata l’esposizione. Dover parlare, incontrare gente. Le riunioni. Ma poi si trattava per lo più di calarsi nei libri. E quello lo sapevo fare bene, meglio degli altri.

Cosa hai pensato quando hai visto il tuo primo libro (scelto) pubblicato?

Ho pensato che c’era la mia firma su quel libro. Avevo fatto un editing d’autore, ricordo.

Cosa dovrebbe non avere un editor?

Se è anche uno scrittore, non dovrebbe avere paura di svuotarsi. Non dovrebbe risparmiarsi e dare idee, anche geniali, senza sentirsi frustrato.

Riprendendo la recente questio tra Lish e Carver: quanto un editor fa lo scrittore? E tu intervieni molto sui tuoi autori?

A volte intervengo molto. Alcuni testi, forse preso da un delirio di onnipotenza, li ho riscritti. Altre volte ho avuto un rispetto e uno strano timore dell’opera, e per paura di rovinarla mi sono limitato a segnalare piccole cose. Un editor non fa uno scrittore. Uno scrittore fa un editor, però. Parleremmo ora di Gordon Lish se non avesse lavorato con Carver e Richard Ford?

Il libro su cui vorresti mettere le mani per provarti?

Uno del passato. Forse Menzogna e sortilegio di Elsa Morante. Pieno di cliché e ripetizioni e storie intrecciate che però non vanno da nessuna parte.

Tu sei anche uno scrittore. Quando sono gli altri a fare l’editing sul tuo lavoro come ti comporti?

Devo dire che sono così severo con me stesso che quando consegno un testo c’è molto poco da fare. Le mie parole sono pietre che ho impiegato anni per poggiare sulla pagina. Credo sia difficile toglierle, o anche solo spostarle.

Consigli a chi vuol farsi pubblicare. Cosa fare e cosa non fare.

Non mandate il libro via email, pieno di indirizzi e numeri di telefono. Lasciate piuttosto il malloppo sulla scrivania dell’editor, senza firma e senza recapiti. Come ha fatto mi pare Celine. Farete impazzire l’editor, che verrà preso dall’ansia di rintracciarvi ancora prima di iniziare a leggerlo.

L’incipit più bello che hai letto?

Dei classici, quello de Lo Straniero di Camus. “Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so”.

Dei libri che ho pubblicato io “Se non mangio tutto poi arrivano i Cariolanti”. Di Sacha Naspini.

Il finale ideale di questa intervista?

La cosa che ho detto sulle parole dei miei libri che sono come pietre è davvero pretenziosa. Sembravo Alessandro Baricco.

Alex Pietrogiacomi

Face to Face! – Alberto Ibba

VerdeNero è la collana di Edizioni Ambiente che tratta temi di ecomafia in forma letteraria, utilizzando la chiave del Noir.

Un progetto innovativo, audace, che sta vincendo la scommessa fatta quando ha iniziato a muovere i primi passi e che riunisce scrittori come Carlo Lucarelli, Wu-Ming, Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo, Sandrone Dazieri e molti altri sotto l’impegno sociale.

Abbiamo fatto due chiacchiere con Alberto Ibba direttore del marketing di Edizioni Ambiente per saperne di più.

Da dove nasce nasce la collana VerdeNero e quando?

Nasce da Edizioni Ambiente.

Nell’aprile del 2006 riceviamo l’annuario di Legambiente sul tema dell’ecomafia. L’avevamo già pubblicato molti anni prima con scarsi risultati di vendita. Ben fatto ma molto rivolto agli operatori. Di scarsissimo appeal e dell’ecomafia si sapeva poco o nulla. Sempre nel 2006 però i tempi cambiano e l’ambiente è un tema sempre più attuale. Se ne accorgono i cittadini ancora prima dei politici. L’era della globalizzazione ha costretto tutti ad occuparsi del proprio territorio e l’ambiente è l’ultimo patrimonio collettivo rimasto.

Decidiamo quindi di non archiviare la proposta e di ragionarci. Come far arrivare ad un pubblico più vasto qualcosa che apparentemente è ancora rivolto a tecnici e operatori? Come accade in queste situazioni si accende d’improvviso una spia. Proviamo a coinvolgere scrittori di narrativa (ancor meglio se noir) e gli proponiamo di reinterpretare fatti realmente accaduti e denunciati nel Rapporto Ecomafia in chiave letteraria.

La scrittura al servizio della denuncia e del sociale è una esperienza che, in ordine sparso, molti scrittori stanno già vivendo. Noi, totalmente vergini (la casa editrice era consolidata sulla saggistica e sulla manualistica) e un po’ intimiditi individuiamo in Carlotto il primo autore a cui rivolgerci. Risponde con grande entusiasmo. E’ una collana necessaria. Se non avessimo respirato il suo entusiasmo forse non saremmo mai partiti. E a un anno esatto di distanza abbiamo pubblicato il primo libro di Sandrone Dazieri Bestie.

Come lavorate in casa editrice e da chi è composta la squadra?

In casa editrice tra interni e collaboratori siamo circa in trenta. Ad oggi su VerdeNero (che è una delle nostre cinque collane) abbiamo lavorato complessivamente in 5 o 6. Esiste un lavoro preliminare di scelta dei temi e dei possibili autori (anche se ultimamente accade sempre più spesso che si propongano), che in questi anni abbiamo eseguito io e Michele Vaccari.

Concordati i vari appuntamenti per il riscontro di una sintonia che è premessa necessaria perchè il lavoro parta, il resto segue la filiera consueta. Unico altro elemento che caratterizza i nostri titoli è la presenza alla fine di ogni romanzo di una scheda tecnica che riconduce il lettore sul terreno dei fatti reali. Questa è affidata a Legambiente (Antonio Pergolizzi) che spesso viene scritta a romanzo ultimato, poco prima di essere dato alle stampe.

Cosa vuol dire entrare nel mondo editoriale italiano e con che tipo di esperienza vi siete buttati in questa avventura?

Edizioni Ambiente è nata nel 1993 quando il massimo dell’impegno ambientale consisteva nel salvataggio della foca monaca. Sin da subito la casa editrice ha sviluppato una pubblicistica legata ai temi della sostenibilità contemplando così una visione sistemica del problema: politica, economia, produzione, senso civile etc.

Un editore di nicchia, certamente, ma radicato e con una grande capacità di sguardo sul mondo, con autori del calibro di Lester Brown, Amorin Lovins o un annuario tradotto in trenta paesi come lo State of the world. La narrativa ci ha proiettato in effetti in una porzione del mercato a noi del tutto sconosciuta e che ha regole tutte sue. Averlo fatto poi con autori del calibro di De Cataldo, Wu Ming, Licia Troisi e Carlo Lucarelli (solo per citarne alcuni) ha reso la nostra esperienza sui generis. Da un lato, all’inizio siamo stati guardati con sospetto, come possono piccoli editori permettersi così tanto? Certamente c’è stato chi ci contava i giorni. Dall’altro grande ammirazione. Ad oggi, ad esempio siamo stati invitati ad oltre cento eventi. In pratica il mercato non ti agevola, ma come succede nel rapporto tra cittadini e politici, anche i lettori sono più avanti del mercato.

La scelta degli autori, dei libri come si è evoluta?

Dopo l’incontro già menzionato con Carlotto, che subito ci disse che avrebbe consegnato il suo libro dopo due anni (con mio momentaneo sgomento) mi rivolsi a Sandrone Dazieri, amico e autore che ho sempre stimato. Sapevo del suo essere vegetariano e della sua straordinaria sensibilità alle tematiche legate all’ambiente e gli proponevo un argomento adatto: il mercato clandestino degli organi di animali esotici o protetti. Con questa metodologia abbiamo proseguito. Lo scenario apocalittico di Porto Marghera ci ha condotto a Eraldo Baldini, e via dicendo sino all’inchiesta in perfetto stile Blu Notte sulla Jolly Rossi che abbiamo affidato a Carlo Lucarelli. Oggi che siamo a tredici titoli iniziamo ad essere conosciuti e come dicevo prima alcuni autori iniziano a proporsi.

Quali sono le collane di Edizione Ambiente?

Sono la saggistica italiana e straniera. La normativa che si è occupata prevalentemente di rifiuti (il nostro portale ha circa sessantamila utenti al mese) e che da quest’anno ha iniziato ad occuparsi anche di energia. Gli annuari che prevedono oltre allo “State of the World”, il Rapporto Ecomafia e Ambiente Italia. E da quest’anno altre due nuove collane: I Tascabili che saranno veri e propri compendi di alfabetizzazione sui più svariati temi e una nuova versione di VerdeNero, questa volta però scritta dai giornalisti. Una collana di inchiesta per intenderci.

Milano e Roma: due città vive e con fermento editoriale. Quali sono le vostre impressioni su questi due mondi?

Sul piano editoriale certamente la tradizione milanese, consolidata nel tempo, ha vissuto il contraccolpo di una editoria “romana” cresciuta tanto e in poco tempo. Personalmente guardo sempre con attenzione Roma, vuoi perché le dimensioni editoriali sono più ridotte e quindi equiparabili alla nostra, vuoi perché ho la sensazione che le novità abbiano preso la direttrice che dalla capitale porta al nord. Non è un caso che la fiera “Più Libri più liberi” continui ad andare sempre meglio nel corso degli anni. Li dove la finanza non condiziona troppo le scelte editoriali esiste ancora lo spazio della ricerca che, a volte e non sempre, equivale a qualità.

Chi è il lettore di VerdeNero e cosa cerca?

Il lettore di VerdeNero si sta formando ed essendo in formazione, direi che la sua maggiore caratteristica sia oggi il bisogno di informazione. Il target è sfumato proprio perché questo bisogno sta attraversando l’opinione pubblica in diagonale. Per questo abbiamo voluto in catalogo Licia Troisi, tipica autrice fantasy beniamina di un pubblico molto giovane che ha venduto oltre diecimila copie, accanto a Tullio Avoledo che per l’eleganza della scrittura si rivolge a tutt’altro lettore. Per essere eterogenei, trasversali.

Quando ci capita di entrare in contatto diretto con il nostro pubblico, molto spesso vanno via con almeno tre titoli, indicando così non solo un gusto verso l’autore ma una vera e propria fidelizzazione alla collana.

Se fossi costretto a delinearlo direi comunque che è certamente curioso, attento alla realtà che lo circonda, capace di andare oltre la superficie. In ultimo, i risultati di vendita on line ci dicono che ha superato l’imbarazzo dell’utilizzo della carta di credito e questa è una buona notizia.

Se doveste fare un piccolo bilancio, ad oggi come vi vedete? E come vi vedrete tra tre anni?

Il bilancio non può essere che positivo. Fuor di retorica è stata davvero una scommessa che poteva velocemente condurre al fallimento. E invece stiamo procedendo lesti verso la chiusura del 2010 e pronti a sdoppiare VerdeNero in una seconda collana di inchiesta. Le sfere di cristallo portano con se sempre il rischio dell’allucinazione, diciamo che tra tre anni sarei davvero felice se a VN si associasse automaticamente il concetto di Romanzo Sociale. Sì, questo potrebbe essere un bell’obiettivo.

Impegno o cultura dell’impegno?

Entrambe le cose che forse non son neanche scindibili. Io biograficamente son partito dalla prima per approdare alla seconda, giusto all’”impegno” professionale. Come vedi il termine ricorre. La stessa collana VN prevede una parte dei ricavati devoluti al progetto ‘SalvaItalia’ di Legambiente. Un altro modo per far capire che anche dal lavoro immateriale si possono ricavare risultati tangibili.

Abbiamo accennato alle fiere del libro. Quali sono le vostre impressioni su questi appuntamenti?

Necessarie. Almeno quelle di Torino e Roma. Un modo per incontrare il pubblico, gli operatori, gli autori. E poi diciamolo, ci si stanca ma è anche divertente. Il nostro happy hour allo stand di anno in anno si anticipa e tra vino, salatini e libri le ore passano piacevolmente.

Se dovessi descrivere la casa editrice e i vostri autori in tre aggettivi?

Per la casa editrice direi: coraggiosa, entusiasta e solida.

Per gli autori: curiosi, disponibili e professionali.

Retoricamente: il libro è vivo?

E lotta insieme a noi, ne sono sicuro. Con questo non salvo tutti i libri, anzi, ma continua ad essere l’unico strumento discretamente libero attraverso il quale sviluppare una coscienza.

Dovendo scegliere di aprire una redazione all’estero, quale paese scegliereste e perché?

Occupandoci di ambiente a me sembra che la Spagna possa essere un punto di riferimento. Per altro ci aprirebbe, per via della lingua, ad un mercato evidentemente molto vasto.

Internet ed editoria: nuove strategie, nuove piattaforme per rendersi più forti? O è meglio il vecchio olio di gomito?

Internet e la multimedialità tutta la vita. VN attualmente è presente con un suo sito ricco di interviste e filmati,  un suo blog dove commentare e approfondire, su Myspace dove comunicare, su Facebook dove il contatto è immediato. Senza i diecimila utenti che girano sulle nostre piattaforme non mi sentirei mai di dire che intorno a VN si sta creando una comunità. E poi c’è il sito di Edizioni Ambiente.

Perché si dovrebbe aprire un libro della VerdeNero?

Perché leggi un bel romanzo, ti informi su un tema che ti riguarda anche se nessuno te l’ha ancora detto, perché costa poco e lo puoi leggere anche sul tram e stai contribuendo col tuo acquisto a recuperare pezzi di patrimonio pubblico sottratti alla mafia.

Tu e VerdeNero: una parola per un matrimonio.

Fin che morte non ci separi… purché si tratti di una convivenza!

Alex Pietrogiacomi

Face to face! – Paolo Baron

Toilet è una realtà letteraria giovanissima, tenace, incredibilmente in mutazione e soprattutto capace di tirare fuori veri e propri conigli dal cilindro.

La testa (rasata) dietro questa energia editoriale è Paolo Baron e mi sono fatto due chiacchiere veloci con lui…

Toilet. Detersivo, detergente, profumo o che?

Scelgo il detergente, un detergente profumato per le ansie del quotidiano, direi. Toilet, la nostra raccolta di racconti da leggere in bagno è un momento di distacco da tutto quello che è fuori dalla porta (del bagno appunto) che è poi il luogo dove “consigliamo” di leggerlo, almeno ci piacerebbe che fosse così, anche se in metro, tram, aereo va bene lo stesso…

Quando avete messo la prima maiolica e perché?

Alla fine del 2005, volevamo mettere su carta quello che già pubblicavamo su web (www.toilet.it) per il puro piacere di raccontare storie. Ci piaceva l’idea di farci leggere anche lontano da un pc, partendo appunto dal bagno. Il numero 0 rimase in giro per 6 mesi prima di accorgerci che la gente lo aveva richiesto ancora e ancora presso le librerie amiche dove lo avevamo “poggiato” per vedere cosa succedeva.

Chi legge e chi scrive Toilet ma soprattutto cosa rende un racconto “da Toilet”?

A leggere e scegliere siamo in dieci, editor di professione, scrittori e non. Tutti sfrenati lettori di libri.
Lo scrivono tutti coloro che hanno la voglia e le qualità per mettere su carta un’emozione o una storia ben raccontata, con una bella prosa senza lungaggini.

Ma si può fare sesso in un bagno?

Non esiste un posto dove non si possa fare sesso, non credi? Il bagno offre una serie di spunti, la vasca, la cabina doccia, non esiste un limite alla fantasia. Quando la natura si scatena non guardi dove sei.

La domanda voleva portarti alla vostra ultima fatica “I love porn”. Ce ne parli e ci dici come avete scelto i porno scrittori che hanno macchiato la carta?

Anche se è un progetto ben distinto, abbiamo voluto utilizzare lo stesso sistema di raccolta di toilet, il nostro sito internet, abbiamo inserito il link a www.iloveporn.it e poi un bando che diceva: pornografia: s. f. trattazione o rappresentazione, in scritti, disegni, fotografie, spettacoli, di temi o soggetti osceni, fatta senza altro intento che quello di stimolare eroticamente i fruitori.

Ci è arrivato di tutto, e credimi, ci sono i termini per un’indagine sociologica su: “l’interpretazione della pornografia del nostro tempo”. Abbiamo letto tutti i racconti pervenuti ed abbiamo capito che esiste una confusione tra porno, sesso e descrizioni schifose degli atti più strambi e spesso disgustosi che puoi immaginare, ma questa è un’altra storia. Così, scelto il meglio dal materiale ricevuto, abbiamo reclutato direttamente un piccolo gruppo di autori ed autrici a cui abbiamo chiesto di trasmettere un’esperienza, un’idea, un sogno.

Il risultato è un volume pieno di racconti a base di sesso intenso, chiaro, vibrante, a volte estremo, a volte dolce. A sfondo ironico, misterioso o politico. Sesso nella sua magia e nelle sue aberrazioni, l’ho scritto anche nell’introduzione.

Tu sei anche un musicista e te la servo lì: la colonna sonora ideale per stare sotto le coperte?

Questa tua domanda è troppo bella per essere vera, era preparata, lo diciamo? Infatti mi permette di annunciare l’uscita di PLAY TO LOVE.

Volevamo diversificare l’offerta, insomma: “non solo libri”.

PLAY TO LOVE è un cd espressamente scritto e registrato per fare sesso. Niente compilation e robe tipo love songs. Abbiamo inciso una lunga serie di brani cercando di trasmettere una sensazione di pace e relax. Siamo stati attentissimi a non infastidire con suoni distorti o batterie assordanti, abbiamo lavorato nota per nota, rullanti e casse, per regalare un’atmosfera diversa agli spazi dedicati all’intimità. Le ritmiche di PLAY TO LOVE ti “cullano” senza mai eccedere in velocità, oscillando, tra i 60 e i 90 bpm, una velocità volutamente vicina alla frequenza cardiaca (70-75 bpm in un essere umano adulto a riposo), così da trasmettere, in maniera subliminale, un’ulteriore sensazione naturale di piacere e rilassatezza, quella dell’utero materno per dirla tutta.
Otto mesi di produzione, un mixaggio in uno studio tra i migliori della capitale e il mastering affidato a Greg Calbi che ha lavorato con così tanti artisti che non avrei spazio per elencarli: David Byrne, Brian Eno; ha masterizzato
The unforgettable fire degli U2, mi vengono i brividi solo a pensarci. Ha lavorato anche con John Lennon, un’esperienza unica.

Toilet: stimolante e…

Divertente, a volte amaro, crudele e altre vivo, pungente, polemico, critico, insomma qualcosa di estremamente eterogeneo. Così come eterogenee saranno le proposte della nostra casa editrice, la 80144edizioni, lungo tutto quest’anno e sicuramente lungo i prossimi.

Stiamo cercando infatti di evidenziare la netta distinzione tra Toilet e gli altri progetti (come appunto I love porn e PLAY TO LOVE) per evitare di fossilizzarci su quello che è il nostro cavallo di Troia, ma che adesso si sta aprendo e, uno ad uno, sta facendo uscire Ulisse e i suoi guerrieri. Ma non intendiamo bruciare niente, state tranquilli…

Alex Pietrogiacomi

Face to Face! – Flavio Caprera

Flavio Caprera è tornato con un nuovo libro sul jazz, sempre per Mondadori e dopo il suo Jazz Music ci regala Jazz 101 con cui cominciare, continuare, approfondire la musica di Dio.

Quattro chiacchiere veloci e sincopate.

101 dischi jazz. E come hai fatto a raccogliere questa carica dei 101?

Ho fatto un’analisi musicale, storica e sociale che mi ha portato alle origini del jazz, alle composizioni di Scott Joplin, a Freddie Keppard, a King Oliver, a Louis Armstrong, ecc. Era fondamentale partire dai capisaldi, dai costruttori di un genere musicale meraviglioso. Sono loro le basi e bisognava non sbagliare avendo a disposizione solo 101 dischi. Poi il resto è venuto da solo, direi fino agli anni sessanta. A quel punto è stata dura fare una sintesi tra i generi di jazz e i gusti personali. Ho cercato di mantenere un atteggiamento obiettivo e avere come riferimento i giudizi dei critici più importanti. Questo mi ha permesso d’arrivare con serenità ai giorni nostri. Chiaramente qualche musicista è rimasto fuori ma questo fa parte del gioco dei 101.

Pensi di aver davvero preso il meglio?

Credo di aver preso i fondamentali, gli indiscutibili anche se ognuno poi ha le sue preferenze. Ma essendo un libro dal taglio divulgativo, che avvia alla conoscenza del jazz, penso che vadano bene così.

È il tuo secondo libro. Come è stato mettersi di nuovo alla prova con la tua grande passione? Hai scoperto qualcosa di nuovo di te e del jazz?

E’ stato molto stimolante scrivere un altro libro di jazz. Ho rinnovato la mia passione. Chiaramente ho scoperto nuovi musicisti, suoni su cui non mi ero soffermato, imparato ad amare dischi che prima snobbavo.

C’è stata un’evoluzione nel pubblico del jazz in questi anni? E pensi che raccolte e inserti in grandi settimanali possa davvero aiutare?

In Italia sono cresciuti gli appassionati di jazz. C’è una fascia di pubblico molto più ampia che ha fame di sapere, di conoscere in maniera più profonda questo genere. Soprattutto che frequenta i festival. Credo che gli inserti servano nella loro facilità comunicativa, ad avvicinare quanta più gente possibile al jazz.

Il jazz deve essere sdoganato?

Come tante altre cose in Italia, il jazz ha bisogno di un “linguaggio popolare”, fuori dai paroloni, dai tecnicismi e dalle “tribù” che si contendono il sapere per pochi. Dopo tutto la natura del jazz è popolare e lì deve tornare o perlomeno tenerci i piedi ben saldi.

Qual è il tuo groove preferito?

Sopra tutti Lover Man suonato da Charlie Parker.

Se dovessi iniziare qualcuno al jazz con chi partiresti?

Forse partirei con il primo Louis Armstrong e dopo con i lavori iniziali di Duke Ellington. Lì c’è il passato, il presente e il futuro del jazz.

Il jazz è criptico emozionale o chiaro concettuale?

A seconda dei generi all’interno del jazz è uno e l’altro.

Sei dell’opinione del tuo collega Marsalis, che il jazz può cambiarci la vita? Se sì come?

Credo di si, soprattutto a livello emotivo e psicofisico. Ti aiuta a vedere la vita in un altro modo.

Senti questa musica come un’esplosione o un’implosione?

E’ un esplosione che ti colpisce allo stomaco e poi ti arriva alla mente.

Non trovi che alcuni jazzisti si facciano un po’ troppe “pippe” mentali?

Mmm, si, ma questo è connaturato in una certa concezione che si ha dell’arte nella cultura occidentale, soprattutto tra noi latini.

Il jazz per te in una frase.

E’ un mondo che non si finisce mai di esplorare.

101 Jazz

Autore: Flavio Caprera

Mondadori- pp.gg. 304- euro 10.00- 2009

Alex Pietrogiacomi

Face to Face! – Don Winslow

Dopo lo splendido L’inverno di Frankie Machine torna Don Winslow con “il più grande romanzo sulla droga che sia mai stato scritto” come lo ha definito James Ellroy, Il potere del cane (Einaudi).

Un viaggio senza freno nell’incapacità di potersi salvare, la storia di una guerra dove non esistono innocenti e il male regna assoluto.

Un’intervista per vivere in prima persona il morso del cane.

Come e perché nasce questo libro?

Io vivo a San Diego, in California, vicino al confine messicano. Ecco, tutto è nato una mattina: mi sono svegliato e ho letto il giornale che parlava del massacro di 19 innocenti, tra uomini, donne e bambini in Messico. Un posto dove con mia moglie e gli amici andavamo per passare dei week end a basso costo, così per divertirci. Non volevo davvero scrivere questo libro ma da questa notizia mi sono chiesto come poteva succedere, come poteva accadere un fatto simile, e per capire mi sono reso conto che dovevo spiegarmi quello che era accaduto nel 2001, ma per farlo dovevo indagare su ciò che era accaduto nel 1997, nel 1993 e così via, a ritroso. E anche grazie a questo scavare è uscito fuori un libro molto “alto”.

Realtà e fiction come possono convivere nel tema della droga?

Con difficoltà, con tristezza e più del 90% di quello che viene raccontato nel romanzo corrisponde tragicamente alla realtà. Il vero problema dello scrivere questo libro è che la maggior parte degli eventi reali sono di gran lunga peggiori, di gran lunga più bizzarri, per così dire, di quello che potevo inventare. A volte qualcuno potrebbe pensare o esclamare “Ma questo è incredibile!”, potrebbe, tranne il fatto che in realtà tutto questo è accaduto e accade.

Molti hanno definito questo romanzo il nostro “cuore di tenebra”. Ma esiste davvero questo cuore di tenebra e, se sì, qual è?

Probabilmente questa è proprio la domanda che ha fatto nascere questo libro, che mi ha spinto a scrivere. È stata la ricerca di una risposta a questa domanda. Naturalmente non penso di essere un saggio, infatti ho impiegato cinque anni per scrivere Il potere del cane, cinque anni in cui ho studiato, mi sono documentato, ho fatto ricerca. È stato come una sorta di quotidiano viaggio virtuale nell’Inferno e io credo veramente che il “cuore di tenebra” sia in ogni persona e temo di dirlo, sia raffigurabile con la capacità di essere crudeli con gli altri. È un processo che ci indurisce, ci rende più impenetrabili e che raramente avviene per grandi passi. È qualcosa che parte dal piccolo, dal minimo, quindi un piccolo atto di crudeltà apre le porte per un passo più grande verso questa, verso un’efferatezza maggiore.

Quindi un’evoluzione verso un cuore di pietra più che di tenebra.

Oh sì! Avrei voluto dare io questa definizione, mi sarebbe piaciuto scriverla. Ottima definizione ridatemi il romanzo che lo scrivo. Sì un cuore che non ha nulla di pulsante.

I protagonisti dei suoi romanzi sono quasi sempre dei mezzo sangue: irlandesi, messicani, italiani. Cosa vuol dire essere uomini a metà in America?

Il libro fondamentalmente parla di confini, e il confine è qualcosa che separa ma al tempo stesso unisce e ci sono molti confini nel romanzo: abbiamo quello fisico, Keller (uno dei protagonisti) è metà americano e metà messicano, lacerato dalle due culture. Un’intera vita che trascorre in questa lotta. Per quanto riguarda essere metà irlandesi e americani può anche essere un lavoro a tempo pieno, perché noi irlandesi ci portiamo il passato dietro come una palla al piede, perché siamo innamorati del dolore del nostro passato in realtà, e quindi il personaggio irish di Callan è sempre in lotta con il suo passato, che sia personale o generale, deve esserlo per poter soffrire.

Cosa nasconde per lei e per i suoi personaggi il passato? (Fischia, ride e saluta facendo finta di andar via)

Per quello che mi riguarda come irlandese mezzo sangue, porto il mio fardello da irlandese ma soprattutto da cattolico irlandese, il passato per me è anche quello, è anche il tipo di istruzione religiosa ricevuta. Per i miei personaggi non nascondo ad esempio che l’alcolismo di Cullen è una cosa che conosco bene, come la violenza dei quartieri da cui viene. Il passato in una certa misura è un fantasma che ci segue non che deve inseguirci. Credo che per uno scrittore i ricordi siano al tempo stesso una benedizione e una maledizione.

I suoi eroi o antieroi, vivono o sono vissuti dalle loro storie? (ride)

C’e una differenza!?

La consapevolezza è la differenza.

Sono di certo consapevole che sono dei protagonisti di un romanzo eppure per questo tipo di libri, sono convinto che il carattere, il personaggio è tutto, quindi trascorro mesi e mesi a pensare ai protagonisti prima di scrivere. È questo che gli permette di muoversi nella loro storia. Entro molto in profondità con loro e a questo punto ci si sente molto vicini a queste entità, si vedono come reali e al tempo stesso sono conscio del fatto che non esistono. Il dramma sarà quando penserò il contrario … allora dovrete venirmi a prendere! Invece sembra che i fan, i lettori non si rendano conto di questo e arrivano delle mail arrabbiate “Perché hai fatto questo?!” e io mi sento di rispondere “Easy…”

C’è sempre un’operazione nei suoi romanzi (l’operazione perizoma in Frankie Machine, la Fenice in questo): quanto serve avere un buon piano, una buona operazione nella vita?

Non è molto importante, credo che possa essere qualcosa di negativo, un impedimento. “L’uomo fa i piani e Dio ride” hanno detto persone più importanti di me. Bisogna avventurarsi, vivere un’avventura. Ogni libro che scrivo parte con un piano, una visione in cui dopo circa 70 pagine i personaggi dicono e fanno cose non preventivate e il piano è rovinato. Quindi perché impegnarsi in una cosa così? Ma soprattutto perché togliersi il gusto dell’imprevisto, dell’ignoto?

Grazie al suo stile le città prendono vita e parlano, denunciano, mostrano: quanto però non si sa delle strade che si percorrono ogni giorno?

Credo che i luoghi siano dei personaggi e non penso che si possano disgiungere i personaggi dai luoghi perché in realtà i luoghi sono troppo importanti per le persone e poi c’è una magia in questi luoghi. Amo scrivere di questa magia e di questi posti. Ci sono dei panorami, delle viste di San Diego di cui non mi stanco mai e sento sempre la stessa emozione ogni volta che ci torno, la stessa emozione della prima volta. Quando vengono degli amici a trovarmi lì porto in quei posti a determinate ore e spesso penso ai miei lettori come se fossero miei ospiti e voglio mostrargli i miei posti. Perché sarebbe così se venissero a farmi visita.

Le sue città sono mamme borghesi o prostitute ammiccanti?

Senza dubbio delle prostitute ammiccanti.

C’è una caratteristica o più caratteristiche dei suoi personaggi, in cui si rispecchia?

Sì e questo mi disturba un po’. I miei personaggi sono dei solitari e vedo un po’ questa cosa anche in me, forse in maniera eccessiva. La maggior parte delle volte cerco di stare da solo e quando mi capita a lungo, non cerco di incontrare persone ed è un peccato perché mi piace la gente che conosco, che scopro. Poi c’è una certa tristezza che sinceramente vorrei anche eliminare.

I nuovi Stati Uniti, con il nuovo governo saranno più carichi di storie noir o di saggi che spiegheranno?

Entrambe, però ci saranno più spiegazioni del passato. Queste elezioni sono state un punto di svolta fondamentale per gli Stati Uniti, per delle ragioni ovvie ma anche per alcune che non sono così evidenti: ovviamente Obama è nero, ovviamente è giovane però ritengo che questa amministrazione consideri l’informazione non come una minaccia ma come qualcosa che da potere, che davvero occorre e quindi può avere conseguenze per tutti e soprattutto per gli scrittori.

Qual è il potere del Cane?

Innanzitutto si tratta di una frase della Bibbia e questo ha sorpreso tutti quelli che mi conoscono, pensa che un amico mi ha detto “Ehi cosa ti è successo!? Una notte sei inciampato e ti si è aperta la Bibbia?”. È un salmo che recita “Salva l’anima dalla spada, salva il cuore dal potere del cane”. Una frase che continuavo a ripetermi e a ripetere a tutti per capire da dove provenisse, a cosa appartenesse e continuavo a ripeterla anche perché aveva una sua poesia che si rispecchiava con quello che stavo scrivendo. Poi ho incontrato una donna, un ministro del culto che ha sposato me e mia moglie, che mi ha spiegato che era nel vecchio testamento e che il potere del cane è la capacità e la consapevolezza dei ricchi e dei potenti di poter opprimere i poveri e coloro che non hanno nessun tipo di potere ed io dopo 500 pagine di libro mi sono reso conto che stavo parlando di questo. Inoltre nello slang americano il cane, soprattutto il cane nero è un sinonimo di dipendenza, si dice “Questo cane mi ha azzannato”, per parlare della dipendenza da una droga e quindi era perfetto per un romanzo che parlava di droga.

Alex Pietrogiacomi

*Intervista pubblicata sul numero 662 de Il Mucchio Selvaggio