Un demiurgo sudato

di Flavio Pintarelli

Di colpo, distolse gli occhi dallo schermo, quando si accorse dell’odore acre emanato dal suo stesso sudore. Con aria colpevole si guardò intorno, nell’ufficio. Nessuno dei suoi colleghi lo stava guardando, ciononostante continuava ad avvertire una spiacevole sensazione di colpevolezza. Sollevò un braccio e si accorse che la camicia azzurra indossata quella mattina era chiazzata da un alone umido e scuro.
Sudava come un maiale.

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La luce del Natale *

Non sono mai stato un fanatico delle pulizie di casa.
Per intenderci, non mi è mai venuto in mente di svegliarmi la domenica mattina alle 7 per ripulire l’appartamento da cima a fondo come faceva mia mamma, ad esempio, che ci buttava giù dal letto, apriva tutte le finestre “che devo cambiare l’aria” e si metteva a ramazzare, mentre noi, infreddoliti e con un principio di broncopolmonite in corpo, ci stipavamo accanto al camino.
Quest’anno al pranzo di Natale ci saranno solo i miei amici. Scelta obbligata, visto che con i miei d’altro canto non parlo da mesi, in seguito a quella faccenda di quest’estate. Mi va bene così: meno ansia, meno stress, meno fisime sul cosa preparare e soprattutto zero sbattimento per quel che riguarda le pulizie. Molto molto meglio. Leggi il resto dell’articolo

Commiato

Ogni commiato è una sottile declinazione della rinascita: nel concretizzare una fine, già profuma di inizio. È solo per questo che non mi rattrista la fine del Manuale che ho intitolato alla perfezione dell’esser gasteropodo. Non infatti un percorso per espertizzare come strisciante, ma un’anatomia che rovisti nelle interiora di un gasteropodo “totale” e completo.
Perché il gasteropodo?

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La società dello spettacaaargh! -18

[La società dello spettacaaargh! 1 – 2 – 3 – 4 – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 10 – 11 – 12 – 13 – 14 – 15 – 16 – 17]

Caro Jacopo,

il tuo discorso sulla vittima mi ha fatto venire in mente una delle prime pagine de La società dello spettacolo, quando Debord dice: «Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra persone, mediato da immagini», spettacolo che, nella rappresentazione, distanzia ciò che una volta era direttamente vissuto, e spettacolo che, nelle emozioni che suscita, ci lega a quelle rappresentazioni, e alla realtà che incarnano, che non è la realtà, ma una realtà. Una realtà però che, pompata emotivamente, ingigantita, dilatata e moltiplicata crea, di emozione in emozione, di relazione sociale in relazione sociale, una realtà che per noi è la realtà, anche perché, per l’appunto, non è nostra esperienza esclusiva, ma è inserita in una rete di rapporti sociali (credo che a Debord Facebook – libro, faccia – non sarebbe piaciuto).1 Ma è l’immagine il problema, o il nostro modo di guardarla? Leggi il resto dell’articolo

Appunti per un futuro letterario all’insegna dell’inconsistenza – parte seconda

[Leggi la prima parte]

1) Sostenere che non esistono i generi letterari: uno scrittore è uno scrittore e basta.

2) Progettare la stesura di un thriller psicologico.

3) Di un romanzo noioso, dire che è un magistrale esempio di sobrietà.

4) Pronunciare in maniera personalizzata i nomi di autori russi e francesi.

5) Spedire a molti editori, insieme al proprio manoscritto, una lettera di presentazione in cui si sottolinei il fatto che la propria opera è stata giudicata con estremo favore da ben quattro persone, tra parenti e amici, tutte laureate (non è necessario specificare in cosa). Leggi il resto dell’articolo

Le parole (rac)contano

Ieri mattina, girovagando su piazza facebook, trovo segnalato da un contatto comune questo post sul blog di Carlotta Borasio, ufficio stampa e curatrice di una collana per giovani adulti presso Las Vegas edizioni. Vado a leggere. Sarà che non era una proprio buona giornata per alcune vicende di cui non mi prendo la briga di parlare qui, ma m’incazzo. Cioè, non esageriamo, non è che m’incazzo, ma piuttosto penso che sia poco etico e poco professionale, per un addetto ai lavori, uscire pubblicamente con riflessioni tanto vaghe. O meglio: dire, ma non dire. Dire senza dire. Ma entriamo nello specifico. In pratica qualcuno ha consigliato un libro di racconti a Carlotta un libro di un autore molto conosciuto pubblicato da una grossa casa editrice. La prima reazione di Carlotta è positiva: vuoi vedere che tornano alla ribalta i racconti? Allora Carlotta, curiosa, ne vuole sapere di più e, nonostante l’autore in questione (che evita di nominare, come vedremo in seguito per non attaccare gente che ha già un nome per guadagnare qualche visita, altrimenti le darebbero della paracula) non le piaccia (perché lo trova prolisso, barboso e poco originale), gli vuole dare fiducia e digita di google (Ah, zio google!). Trova uno dei racconti e comincia a leggere. Dopo le prime quattro righe, ha subito capito tutto: “ma che è sta menata?”.

La curiosa Carlotta, drogata di libri, sa bene che da sole quattro righe dell’incipit di un racconto si capisce subito se l’intero libro sia buono o una cacata, se sia degno di essere letto o pubblicato (anche se specifica che non è compito suo in casa editrice valutare i manoscritti altrimenti ne casserebbe alcuni dopo la quarta riga). Ma questa amara considerazione le fa sorgere una domanda spontanea: possibile che ci sono autori che qualsiasi cagata scrivano va bene per la pubblicazione? Inoltre, a ragione, aggiunge che costa 20 euro (ma questo, ovviamente, è un capitolo a parte, ed è un capitolo dolentissimo). E niente, tutto qui, a parte che ‘sta gente (che poi chi sarà, ‘sta gente?) dovrebbe prendere lezioni.

Da lettore sono indignato, e mi sento pure un tantino preso per il culo. E visto che non era proprio una buona giornata, vado a punzecchiare dicendo in un commento che sarebbe interessante sapere l’autore e la casa editrice in questione. Ma intanto, dicevo, ero sempre su piazza facebook, e chiacchieravo pure con Zabaglio sulla possibilità di portare Trauma cronico a Bologna, quando tornando sul blog di Carlotta mi rendo conto che il commento è in moderazione. Dico ad Angelo: leggi il mio commento? No, risponde, intanto scrive un commento che pure a lui va in moderazione. Ora è chiaro che se scrivo per la prima volta un commento su un blog, quello mi mette il commento in approvazione, pure qui su Scrittori precari è così, e un paio di volte è capitato pure qualche piccolo malinteso. Ma sapete com’è, di questi tempi, ci si allarma subito e si grida presto a censura. E invece, probabilmente, era solo che Carlotta non era a computer. Infatti dopo un po’ i commenti vengono pubblicati. E nei commenti, la curiosa Carlotta, tira fuori il meglio di sé. E un po’ me le fa girare.

Ora, devo essere onesto, mi dispiace pure, Carlotta l’ho conosciuta e la incontro alle fiere del libro quando vado a pascolare, stanno sempre nello stand coi tipi di Intermezzi, e devo dire che lei mi sta pure simpatica, lei e tutti i tipi di Las Vegas (di cui ho avuto il piacere di leggere – e apprezzare – un solo libro, La minima importanza del Piscitelli, che vi consiglio, resterete soddisfatti ma in caso contrario non aspettatevi rimborsi che da queste parti siamo poveri, poveri ma belli, come il film, rubando la battuta a Zabaglio), ma non posso star zitto (se no perché scrivi o vivi?, diceva, anche se a proposito dell’interno delle cosce di Mardou, Leo Percepied).

È il web, bellezza! Non sono io che non perdono, è il web che non perdona. Ma andiamo con ordine. Quello che mi ha infastidito, della replica di Carlotta, è stata la posizione paracula di dire che non è politica del suo blog fare pubblicità a coloro che non ritiene meritevoli di attenzione positiva, chiedendo perdono per la vaghezza (poi aggiunge che la casa editrice è Einaudi, ma prima non l’aveva scritto). Ora, dico io, su Einaudi si può contestare il fatto che i libri costino tantissimo e che alla fine dei conti (e al netto delle intenzioni), chi guadagna di più è sempre un’azienda del monarca, il monarca proprietario del gruppo Mondadori, che ha la storia che ha (in proposito vi segnalo questo post di Morgan Palmas sul blog Sul Romanzo); ma il catalogo, cazzo, no! Il catalogo Einaudi, purtroppo o per fortuna, è un patrimonio dell’umanità. Certo c’è qualche scelta che comincia ad essere poco condivisibile (vedere Mario Balotelli vicino ai mostri sacri della Letteratura mondiale, sinceramente, è un po’ inquietante) ma il catalogo Einaudi, vi voglio bene, non scherziamo. È una questione di qualità, direbbe il fu Giovanni Lindo Mattia Pascal Ferretti.

Certo le aberrazioni del mercato editoriale sono sotto gli occhi di tutti, ma proprio per questo è importante fare nomi e cognomi (e motivare sempre), proprio per districarsi meglio in questo labirinto mortale dell’editoria nostrana. Già la gente in Italia non legge, se poi un non-lettore (o un lettore magari non proprio sgamato) si trova tra le mani spazzatura, abbiamo perso. Tutti.

Per questo credo che sia dovere di (tutti) coloro che amano, lavorano e vivono per i libri, rispettare la responsabilità che il compito che si sono assunti richiede. C’è un popolo intero di lettori da coltivare, se non da far nascere, mentre mi sembra che si resti sempre più imprigionati in una piccola nicchia di eletti. Mentre dimentichiamo enormi fette di maggioranza, sempre più rincitrullite dalla cultura del vuoto e dell’intrattenimento, con le parole svuotate di significato e un analfabetismo dilagante. Non so se anche voi, come me, avete notato la dilagante diffusione del verbo “cosare”. Se non stiamo attenti, tra un po’ finiamo a parlare coi versi, ma non versi poetici, versi bestiali. Ma forse, come insegna il bunga-bunga, lo facciamo già.

Fatta l’Italia, restano da fare gli italiani, dicevano. Curioso no? Oggi cosa sono gli italiani nell’anno di questo pomposo anniversario di una disfatta e fasulla unità? Ovvio che un popolo di lettori è un popolo consapevole. E un popolo consapevole avrebbe saputo meglio difendersi da un monarca squallido, un essere stupido, cattivo e dannoso per gli altri. Non a caso, contro il manganello (e contro il potere), ci si difende con il book block (a riguardo segnalo due articoli su Giap e Carmilla).

Pensiamoci: è già tardi. Non troppo, ma già.

 

Allora il vecchio si appoggiò sulla poltrona. Mi guardò con gli occhiali più lucidi. Cominciò a farmi i complimenti. Disse che gente come noi ce ne voleva.  Che ce n’era ancor poca. Ch’eravamo dei santi. Ma la nostra magagna era stare nascosti. Perché non unire le nostre forze con quelle degli altri italiani? Che cos’è che volevano gli altri italiani? Farla finita coi violenti, coi cafoni, coi ladri, ritornare al rispetto di sé e alla legge, restaurare l’Italia e le sue libertà.

– Rovesciare il fascismo senza far altri danni, interruppe Carletto. [Cesare Pavese, Il compagno]

Gianluca Liguori

 

 

La tessera

Scoreggiai di riflesso sul finire di quella telefonata. L’aria calda sciolse per pochi istanti i muscoli un po’ intirizziti dal primo vero freddo invernale, e distolse i pensieri dalle chiacchere inutili di cui Frasko stava iniziando a indurirmi la testa. Fu solo mentre riagganciavo che intuii di aver potuto suscitare qualcosa di interessante nei sensi primari del tipo che aspettava l’autobus dietro di me; voltatomi mi offrì un’occhiata trasversale.

Lasciai la fermata dove avevamo concordato di incontrarci e decisi che avrei proseguito a piedi. Al passo spedito che quella sera di fine novembre richiedeva, non ci sarebbero voluti più di una decina di minuti. C’eravamo dati nuovo appuntamento direttamente in S. Lorenzo.

Iniziò a piovere, ormai non ci facevo più caso. Fin dall’adolescenza non avevo mai amato molto gli ombrelli. Strumenti con cui la borghesia si era popolarizzata e quindi si era diffusa. Come l’ascensore fino al terzo piano.

Arrivai con una buona mezz’ora di anticipo. Non capitavo a Roma praticamente dagli anni degli studi. Erano gli anni della Pantera, quando per l’ultima volta i giovani si erano ricordati che si può costruire tutto quello che si può immaginare. O almeno ci si poteva andare vicino.

Anche il quartiere di S. Lorenzo lo sentivo diverso, proprio nel suo sembrarmi rimasto uguale per molti aspetti. Stessi riferimenti politici, stesso tipo di scritte sui muri, stesso tipo di locali. Ritrovavo alcuni di quelli che erano stati i luoghi più importanti e significativi dei miei vent’anni. Avrei dovuto esserne entusiasta, e d’entrata lo ero al riaffiorare di ricordi vivi, belli per lo più, che erano rimasti appiccicati agli angoli di quelle strade. Solo che vedere quei luoghi così simili nell’essersi trasformati, a distanza di vent’anni e sapendoli essere stati prima altrettanto simili e diversi per almeno altrettanti anni, defluiva il mio entusiasmo in un senso latente eppure nitido a tratti, di spettacolo, rappresentazione. E mi puzzava.

Almeno i ragazzi, abbivaccati ancora come una volta a quell’ora in p.zza dell’Immacolata, pur nell’eterno ritorno della festa sembravano avere altri segni, altri simboli, altre maschere. Sì, in fondo doveva essere spettacolo anche quello. Fu l’ultimo pensiero che mi passò per la testa prima di infilarmi nel primo locale che mi capitò a tiro.

Mi avvicinai al banco con l’idea di aspettare Frasko là dentro. Non c’era molta gente seduta ai tavoli di quel martedì sera, l’ambiente ideale per rincontrare un vecchio amico senza restare intrappolato nella tela dell’esistenza.

«Vorrei una chiara media, grazie».

La ragazza era piuttosto grassoccia e aveva l’aria di una che era stata messa lì da poco tempo.

«Sì, guardi, noi siamo un club, se è la prima volta che viene da noi le faccio subito la sua tessera personale, non costa niente, è assolutamente gratuitaecco qua guardi, compili nome e cognome, dati personali»

Impossibile trovare il punto in cui spezzare il discorso. Aspettai inchiodato che finisse.

«Guardi, io veramente non sono della zona, passavo soltanto per prendere una birra e aspettare un amico, ma me ne vado domani, non credo convenga né a me né a voi farmi una tessera che poi non riutilizzerei»

La ragazza sembrò per un attimo non sapere bene cosa dire. Poi riattaccò.

«Guardi, noi veramente siamo un club, se vuole consumare devo prima farle la tessera, non costa niente e può riutilizzarla in qualsiasi momento, oppure rinnovarla sempre gratuitamente».

Mi liberai con pochi convenevoli.

Improvvisamente mi accorsi di quanto fuori facesse freddo. Sentivo avvicinarsi la mia stagione preferita, l’inverno. L’unica dove il lento morire nel divenire del tutto rendeva veramente indispensabile far traboccare le energie del corpo e della mente, e quindi l’empatia col Mondo.

Cercai subito un altro posto lì vicino dove andarmi a rintanare.

Stavolta non dovetti fare neanche la fatica di arrivare al banco. Appena varcata la soglia mi incalzò un ragazzo dal volto inutile più dei suoi capelli a spazzola, seduto dietro a un tavolino.

«Buonasera, ha già la nostra tessera oppure»

Non gli detti neanche il tempo di finire il preambolo. Feci finta di guardarmi un attimo intorno, poi girai i tacchi e me ne andai.

S. Lorenzo. Il quartiere storico della Resistenza romana. Il quartiere della contestazione studentesca e della cultura alternativa. La Kreuzberg italiana. La “normalizzazione” aveva funzionato alla grande. Tutto assumeva ora chiaramente i tratti di una grande rappresentazione programmata per andare in scena ogni giorno, magari cambiando ogni tanto un po’ di allestimento e di sceneggiatura, qualcuno dei suoi protagonisti e delle comparse, purché restasse costantemente invariata la trama di fondo. Sì, adesso improvvisamente era tutto molto chiaro.

Ma ci vogliono almeno tre prove per sentenziare un colpevole, pensai. Stavolta però decisi che avrei buttato prima un occhio all’insegna del locale, pensando forse inconsciamente di potervi leggere dietro nascosta una trappola o meno.

“La burrasca”. Avevo preso per una strada secondaria. Se mi vogliono schedare anche qui, mi dissi giuro che ringiovanisco di vent’anni e rispolvero uno dei buon vecchi sit-in di disobbedienza civile.

Non feci in tempo ad arrivare al banco neanche stavolta. Stesso tavolino a ridosso della soglia, stesso garzone inutile appostato di sentinella.

«Salve, ha già la nostra tessera o»

«Senta, non la voglio la vostra tessera del cazzo, sono qui solo per aspettare un amico, non prendo neanche niente da bere se necessario, mi basta potermi mettere a sedere e aspettare dieci minuti. Dieci fottuti minuti che arrivi il mio amico per ripararmi dal freddo assassino che c’è la fuori, capisci? Nient’altro».

Aveva i capelli neri rasi, il capo stondato e gli occhi ignari di un ragazzo di vent’anni.

«Veramente signore la consumazione all’interno del locale sarebbe obbligatoria.. e poi il tesseramento lo dobbiamo fare anche per semplice permanenza in esercizio privato, per la questura insomma»

Avevo voglia di vomitare. Al mio paese in provincia di Treviso c’era molta più libertà di movimento.

«Senti guarda facciamo così: io mi metto a sedere senza ordinare niente e aspetto che arrivi il mio amico. Appena viene facciamo insieme questa benedetta tessera e ci beviamo qualcosa, ok? Oppure ce ne andiamo».

Il garzone alzò le spalle in segno di impotenza. Andai a sedermi a un tavolo per due, ma mi accorsi che mi gettava qualche occhiata ogni tanto. Squillò il telefono. «Frasko!Pronto! Sì, sto qua, sono ad un locale che si chiama “La burrasca”, lo conosci? Ah, okperfetto allora ci vediamo qua fra cinque minuti»

Il garzone continuava a tenermi d’occhio, ed ebbi la sensazione che avesse allungato l’orecchio durante tutta la telefonata. Mi alzai per andare al bagno.

La porta del cesso unisex di quella bettola rivestita di legalità non si chiudeva nemmeno. Mi ricordai non senza una risata cretina, che con Frasko ci eravamo conosciuti proprio dentro un cesso come quello. Io strippavo sconfitto da una serata in cui avevo scommesso col proprietario che mi avrebbe lasciato in gestione il locale se mi fossi scolato un’intera cassa di birre entro chiusura. Lui, Frasko, passava solo per fare quel che stavo facendo io adesso.

Fui interrotto bruscamente nel mio sforzo muscolare al basso ventre che ancora me la ridevo, una ragazza aprì senza guardare pensando di trovare libero. La smorfia che ne uscì fuori l’istante che mi voltai non doveva essere rassicurante, a giudicare dal raptus con cui la biondina richiuse. «La decadenza della civiltà occidentale,» diceva un vecchio filosofo, «si vede anche da come la gente sbatte le porte».

Uscii tirandomi su la zip e lasciando via libera alla bionda. Il gabinetto dava sulla sala principale. In mezzo, un uomo ben piazzato con un lungo cappotto scuro tentennava guardandosi attorno circospetto. Aveva indurito i lineamenti del volto e di tutta quella sua cenestesi che già all’epoca sapeva incalzare le assemblee e i cortei di protesta. I pantaloni di jeans un po’ attillati, il maglioncino in stile casual rigato orizzontale, la barba fatta e i capelli corti tagliati con cura; tutto adesso in lui contribuiva a dare un senso di apollineo a quel ragazzone di borgata che avevo conosciuto come un impareggiabile compagno di sbronze.

«Frasko!»

Aprì a un sorriso contenuto il suo volto laconico senza dire niente. Ero troppo su di giri nel vederlo così, in quello stesso quartiere, dopo tutti quegli anni in cui non ci eravamo più nemmeno sentiti per telefono, prima di beccarci su Facebook qualche mese prima quando per la cooperativa di teatro sociale ero stato praticamente costretto ad aprirlo.

Era proprio lui, Frasko. Sì, doveva essere pur sempre lui dentro quei panni, e sotto il peso di quei due decenni che in un istante sembravano essere durati un’eternità. E sì che a colpo d’occhio non sembrava neanche tanto invecchiato.

Istintivamente inscenai una scazzottata. Sapevo dentro di me che era l’unico modo per potersi salutare autenticamente, e dirsi che tutti quegli anni ce li scrollavamo di dosso in pochi gesti. E lui rispose per le rime, come ai vecchi tempi.

Simulai un paio di dritti al volto che egli schivò con premura, poi un gancio allo stomaco con cui contrasse l’addome senza però scomporsi più di tanto. Capii subito che non era più lo stesso. Spontaneamente mi venne da chiudere quel siparietto ormai ridicolo con un vero colpo, simbolico, alla spalla, accompagnato da un sonoro «come va!»

Partì il rovescio che egli cercò ancora una volta di schivare d’istinto con un braccio, in un movimento però innaturale, quasi fosse abituato a dover proteggere qualcosa a quell’altezza. Il pugno decollò scheggiando l’arto proteso e schizzò via come un’anguilla, andando a fracassare brutalmente proprio in mezzo al faccione ancora stentatamente sorridente di Frasko.

Non ci vedevamo proprio da un bel pezzo, Frasko ed io. L’ultima volta era stato in un posto come quello, e il suo saluto di allora aveva la stessa forma del mio adesso, ma molta più veemenza. Dietro c’era una storia con una certa tipa, che poi col tempo sarebbe diventata quella che era ancora la mia compagna attuale, e il mio brutto vizio di voler liberare la gente dal senso piccolo borghese del privato. Il tutto si intrecciava a quello che all’epoca, non privi di una certa eccitazione da intellettuali radicali, chiamavamo «il nuovo ruolo possibile autodeterminato della donna all’interno della lotta più complessiva per l’emancipazione della classe operaia e lavoratrice in generale»; e ad un vecchio slogan, credo fosse degli anni ’70, che qualcuno dei nostri non aveva trovato niente di meglio da fare che rispolverare per l’occasione; diceva:

Non c’è niente di più tristo del maschio femministo. Vedi Cristo.

Barcollò un paio di passetti all’indietro prima di ritrovare l’equilibrio in fondo all’inerzia su quel destro stregato, ma tutto sommato rimase abbastanza composto anche stavolta.

«Oddio Frasko, bello, scusami, non l’ho fatto apposta; mannaggia che figu»

Rimasi qualche istante piegato in due sullo stomaco a capo chino, poi subito stramazzai a terra senza riuscire in alcun modo a respirare.

Tutto intorno nel locale era calato un silenzio tombale. Solo nel momento in cui ebbi la chiara percezione che sarei morto asfissiato, riuscii ad iniziare a inalare un po’ d’aria.

E mentre rantolavo con i crampi allo stomaco per il colpo da maestro che mi era stato inferto, una sola parola si eresse pesante come un macigno sopra quel silenzio, rivolta con ogni probabilità al garzone appostato all’entrata dietro il tavolino: «DIGOS».

Così mi sistemai anche per la notte, e sì che stavo per chiedere a Frasko qualche dritta a riguardo. Di tutto il resto, di vent’anni volati via in mezzo a due pugni, non volli dirgli o chiedergli niente neanche mentre mi accompagnavano in questura. Là dove erano iniziati, adesso avevano fatto ritorno, e in quegli istanti ci eravamo detti tutto.

Addosso avevo un diecino di ganja e anche un po’ di coca, cui andarono ad aggiungersi le lesioni a pubblico ufficiale e la retinenza alle norme di sicurezza del locale. Mi dettero un blocco di ventiquattro ore ma alla fine me la cavai verso metà giornata, convinto che il mio vecchio amico Frasko avesse voluto chiudere un occhio dopo essersi tenuto perlomeno il fumo.

Appena fuori avevo voglia di farmi una birra e mi andai ad infilare nel primo posto carino che incrociai. Conservo gelosamente la tessera nel portafogli dietro la carta d’identità. Convinto che prima o poi riuscirò ad avere in omaggio almeno la maglia

Don’t drink water, fish fuck in it.


Eduardo Olmi