La scena è viva, viva la scena

Alcune considerazioni su L’O di Roma, Il nome giusto, Palacinche, Gatto Mondadory e il telefonino fatato.

di Vanni Santoni

Tommaso Giartosio ha avuto per me la funzione di un Caronte della letteratura: ricordo bene, quando in un 2008 che appare già lontanissimo, mi intervistava per Fahrenheit di Radio 3. Parlavo del mio Gli interessi in comune con questo tipo dai capelli bianchi, gentilissimo, competentissimo, e avevo la sensazione che finalmente si iniziasse a fare sul serio: di avere, insomma, un piede nel mondo dei libri. Mi ha fatto quindi sommamente piacere ritrovarmelo vicino di casa presso Contromano di Laterza: il suo L’O di Roma – in tondo e senza fermarsi mai è uscito subito dopo il mio libro nella medesima collana e vi ho ritrovato anche una certa, sia pur involontaria, continuità formale: il mio itinerario attraverso Firenze è narrativamente circolare così come quello di Giartosio attraverso Roma è fattualmente circolare. Il libro segue infatti l’autore mentre, fissato un centro in piazza Venezia e un raggio di quasi due chilometri, traccia una circonferenza attraverso Roma e poi la attraversa con rigore a tratti folle, cercando di superare qualunque ostacolo, abitazioni private incluse, pur di non lasciare la linea immaginaria che ha stabilito. Leggi il resto dell’articolo

SP intervista TQ – parte seconda

Ecco la seconda cinquina di domande a Sara Ventroni (SV) e Alessandro Raveggi (AR), tra i firmatari dei manifesti TQ. Coloro che avessero perso la prima parte dell’intervista possono leggerla qui.

SP: I partecipanti alla prima riunione nella sede della casa editrice Laterza (di cui peraltro non è mai uscita la lista) sono stati reclutati attraverso gli inviti, autonomi e spontanei, da parte dei cinque firmatari dell’articolo. Sempre i più maliziosi, però, hanno notato che si trattava perlopiù di autori che hanno pubblicato (o che stanno per pubblicare) con Minimum Fax, Fandango, Contromano Laterza, Einaudi (e qualche Mondadori) e di addetti ai lavori che ruotano attorno a queste case editrici. In un post pubblicato qui su Scrittori precari Enrico Piscitelli faceva notare che il 46% dei 54 fondatori di TQ ruota attorno all’orbita Minimum Fax e sospettava che, dietro “tutto questo parlare”, ci sia l’interesse di rafforzare un “gruppo” già esistente. Che ne pensate? Leggi il resto dell’articolo

EL MÁGICO, CHE SKIPPAVA THE LIGHT FANDANGO

E quindi niente: tiravano le corde delle chitarre, annodavano le nacchere al dito, schiarivano la voce, e poi skippavano the light fandango.

Io chiedo solo, a Di-i-i-i-i-i-i-ooooooooo
la salute, prima che il denaro
anche se potrò sembra-a-a-a-a-a-rgli-i-i-i-i
una specie di mendica-a-a-a-a-a-nte-e-e-e-e-e-e-e
che elemo-o-ò-o-si-i-i-na-a-a-a
un tozzo di pà-a-a-a-a-an-e-e-e-e.

Sai quand’è che smetti di skippare the light fandango? Non quando diventi vecchio, ma cosa c’entra!, skippi the light fandango anche se c’hai ottant’anni: smetti di skippare the light fandango quando dimentichi come si fa.

Jorge Alberto González Barillas era una mezza sorta di skippatore di light fandango patentato, uno che ce lo aveva nei cromosomi e se l’è sempre ricordato bene, come fare a non dimenticare: chiudeva gl’occhi e si godeva l’estasi del momento. Perché poi è questo che significa, skippare the light fandango.

Allo stesso modo José Monge Cruz, ogni riccio un capriccio ed ogni capriccio uno spruzzo di porpora, cespuglio rubescente su pellame opalescente, ricurvo, coi baffi biforcuti che sembrava un gamberone oceanico, uno di quelli che li peschi a largo dell’isola e gli strappi la testa a morsi.

José Monge, che solo pronunciarne il nome è tutt’un fiorire di ricordi di Paco de Lucia, Tomatine, Yo soy gitano, era il nome di battesimo di Camarón de la Isla, il più grande cantante di flamenco che la storia ispanica ricordi. Il gorgoglìo di prima è suo, per dire.

Quando Camarón e Jorge Alberto González Barillas s’aggiravano per le viuzze gaditane spazzate dallo scirocco che se non era scirocco era libeccio e se non era libeccio era mezzogiorno, ecco, ti veniva facile credere che Dio fosse riccioluto, profumoso di piriñaca ed avesse un gemello.

Dio, uno e bino, abitava a Cadice, verso la fine degli anni Ottanta, gorgheggiava nelle taverne con la voce di uno e trotterellava pei campi di calcio indossando le scarpette dell’altro.

Jorge Alberto González Barillas, per tutti, è sempre stato El Mágico, e lo chiameremo così anche noi, d’ora in poi. Sai cosa?: vàttene a El Salvador e chiedi alla gente per strada che ne pensa, del Mágico. Ti diranno che è uno dei valori culturali di base d’ogni buon salvadoregno, insieme alle pupusas, alle gemme di loroco, ai ‘fanculo gridati forte contro gl’honduregni.

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Come ho perso la guerra

Come ho perso la guerra (Fandango, 2009)

di Filippo Bologna

 

La famiglia Cremona è da generazioni una delle più ricche del paese – un piccolo paesino toscano molto vicino a Siena. Il bisnonno aveva l’abitudine di frustare i contadini e si era fatto costruire un vero e proprio maniero, con tanto di passaggi segreti, come simbolo della sua potenza. La famiglia, nel corso delle generazioni, ha mantenuto parte della sua ricchezza ed ha un nome altisonante, da difendere ad ogni costo. La pace è bruscamente interrotta dall’arrivo di Ottone Gattai, un imprenditore spietato e senza scrupoli, cinico ed arrivista, arrogante e amico di «tutti quelli che contano». Scopo dell’imprenditore è di risollevare le sorti economiche del paese, costruendo – grazie alla sua società, la Acquatrade srl – un vero e proprio centro termale, modernissimo e dotato di piscine, un albergo extralusso e tutti i comfort che gli ospiti possano desiderare. Deturpare il paesaggio con questo enorme complesso, modificare il modo di vivere di un paese, non importa minimamente al Gattai: è il fatturato quello che conta. Per cui… che si sradichino alberi, che si scavi… che il progresso giunga finalmente trionfante anche nel cuore rurale della Toscana.

Come si finisce in una vera e propria guerriglia? Federico Cremona – protagonista del romanzo e ultimo erede della famiglia più in vista del paese – non saprebbe neppure spiegarlo. Trova insostenibile che tutto possa avere un prezzo, che tutto sia in vendita: anche l’acqua, anche le idee che per generazioni si sono tramandate nella sua famiglia. La famiglia Cremona è espropriata di parte della terra che appartiene loro. Eppure nessuno batte ciglio. Anzi. Pare che tutti, eccetto Federico, siano fiduciosi, pronti ad arricchirsi. Che resta da fare? Combattere. Resistere. Sabotare l’Acquatrade srl, sabotare Ottone Gattai. Al suo fianco ci sono i suoi amici e Lea, l’amore della sua vita.

Filippo Bologna esordisce con un romanzo dalla struttura complessa: passato e presente si intrecciano a creare un’opera difficile da catalogare. È una saga familiare, è una satira sul presente sempre più grottesco, è una critica alla commercializzazione di uno dei beni che mai dovrebbero essere messi in vendita: l’acqua. È un affresco a tutto tondo della Toscana di oggi. Un’intera generazione ha perso la guerra, ha smarrito i propri sogni, ha imparato a navigare a vista, ma ha mantenuto intatto il proprio sarcasmo, forse condito con il disincanto di chi è reduce da troppe sconfitte e si ferma a rifiatare. Solo un attimo. Solo per poi ricominciare una nuova battaglia. Solo per fallire di nuovo. Per fallire meglio. Tanto tutto ciò che è già accaduto scorre. È semplicemente acqua passata.

 

«Chissà dove, e quando, si formano i ricordi, chissà qual è il momento in cui il flusso della realtà si cristallizza, prende forma e vita, e diventa ricordo. In genere nevica tra -2 e +2 gradi centigradi, non dev’essere né troppo freddo né troppo caldo. È solo in quella precisa forbice che le molecole in sospensione nelle nuvole diventano cristalli di ghiaccio e si dispongono secondo misteriose geometrie che i matematici chiamano frattali. La stessa cosa secondo me avviene per i ricordi, dovrà pur esistere una forbice entro cui la realtà si cristallizza in ricordo. Non saprei dire quanto lunghe o affilate siano le lame di questa forbice, né quali mani la guidino. So solo che nel tessuto delle nostre vite viene ritagliato il banale, a volte il cruciale, a volte il doloroso, a volte il felice. Senza logica, per farne un assurdo abito da indossare tutta la vita».

Serena Adesso

Vicolo dell’acciaio

Vicolo dell’acciaio (Fandango, 2010)

di Cosimo Argentina

 

Via Calabria 75, un condominio dove il novanta per cento delle famiglie ha il capo che se la spassa nel siderurgico. Dal primo al settimo piano siamo tutti incrostazioni del grande tubo madre e la nostra pelle profuma del ferro zecchino delle acciaierie. Via Calabria 75 dunque, un pezzo di cemento con il tetto incatramato ficcato tra un parcheggio asfaltato e un incrocio dove le ambulanze vanno e vengono a tutte le ore del giorno e della notte”.

 

Quando si giunge a Taranto quello che ci colpisce – esattamente come uno schiaffo in pieno viso – è il paesaggio. Già dall’autostrada, per chi ci giunge da Bari, l’Ilva è chiaramente visibile: l’impianto siderurgico più grande d’Europa, quello che avrebbe dovuto portare il Meridione verso il progresso industriale, verso le magnifiche sorti e progressive. Che ci ha regalato l’Ilva? Qual è il prezzo che i tarantini, i pugliesi tutti, hanno dovuto pagare? Basterebbe leggere uno dei mille rapporti sul tasso di mortalità per causa di tumori in quella parte di territorio per capire esattamente quanto, in termini di sofferenze, abbiamo dovuto pagare come dazio perché lo sviluppo tanto desiderato (e chissà se poi realmente raggiunto) abbia avuto atto. Eppure ancora oggi la maggior parte dei tarantini ha un parente che lavora nell’impianto. E non solo i tarantini. Partono bus da tutta la Puglia perché giungano gli operai al lavoro.

 

Cosimo Argentina, tarantino trasferito in Brianza, ambienta nella sua città natale questo romanzo doloroso, lacerante. Ma sempre più necessario. Protagonista è un diciannovenne che cresce in uno dei quartieri che fornisce maggior manovalanza all’Ilva. Ci abitano quelli della “prima linea”, che trascorrono la loro vita tra l’Ilva e una birra Raffo – un must per i tarantini – bevuta in compagnia nel bar sotto casa. Sono loro i duri, quelli orgogliosi di lavorare per mantenere la famiglia. Quelli che – ad uno ad uno – dall’Ilva verranno progressivamente uccisi. Mino, il protagonista, cerca di liberarsi da un destino già scritto per lui. Si iscrive all’Università, frequenta Giurisprudenza…eppure…sembra quasi che sia quasi impossibile rompere con le proprie radici, crearsi un futuro diverso. Allo stabilimento dell’Ilva si deve ancora una volta l’ennesimo tributo di sangue, come lo si deve ad una divinità maligna e misteriosa. Non c’è nessuna redenzione possibile. Non qui ed ora. Non per i “fottuti”, per gli abitanti del “Vicolo dell’acciaio” – gente umile, con gli occhi rossi e le mani callose, lontani anni luce dallo stereotipo dell’operaio “fighetto”, tutto coca e festini.

 

Niente lacrime per favore. Non si deve sprecare così la sofferenza. (Hellraiser)

 

Serena Adesso

Intervista a Mishna Wolff

Con “Credetemi, c’ho provato” (Fandango, 2010) Mishna Wolff si mette a nudo e racconta la sua incredibile vita da bianca cresciuta come una nera, le tragicomiche peripezie di un’adolescente in bilico tra due culture.

Un romanzo incantevole e una vita decisamente non convenzionale di cui abbiamo parlato con l’autrice in Italia per la promozione del libro.

 

Alex Pietrogiacomi: Il tuo sguardo sul mondo. Bianco, nero o… ?

Mishna Wolff: Qualsiasi storia che parla di una maturazione e di una crescita come la mia storia, parla in realtà di un cambiamento che ti porta a spostare la prospettiva, il tuo sguardo sul mondo diventa diverso e non vedi più questo come bianco e nero, ma come quello che è: grigio, complicato, pluridimensionale. E quando ero una bambina piccola guardavo il mondo dall’esterno e volevo crescere per entrarne a far parte, ma crescere significava anche vedere le crepe di questa facciata e capire che tutto non è come pensavi da sempre che fosse.

 

A.P.: Qual è la cosa più difficile dell’integrazione per un bianco? E in generale?

M.W.: Non credo che ci sia una differenza, quello che è difficile è restare autentici, quando tutti quelli che ti circondano sono molto differenti da te. Crescendo nel mio quartiere ho capito che la gente non mi avrebbe rispettato o sarebbe stata diffidente se avessi tentato di imitarli in qualche modo, se avessi cercato di essere a tutti i costi come loro, se mi fossi sforzata di piacere. La difficoltà è questa, in situazioni del genere: l’autenticità, il saperla mantenere. Continuando a rispettare le differenze di chi ti sta attorno. Nel libro si legge che ero un’outsider e che ho cercato di imitare gli altri per piacere. A volte funzionava altre no, ma comunque alla fine ero io a non piacermi. Ero spaventata, insicura, ma indossavo una maschera che non mi apparteneva…

 

A.P.: Scrivi che al tempo del trasferimento nel ghetto, si poteva essere talmente poveri da non potersi permettere di essere razzisti, credi che sia ancora valido questo discorso?

M.W.: Era un tempo di controcultura dove c’erano gli hippy bianchi che si trasferivano nel ghetto per far crescere i loro figli, succedeva in parte per motivi economici e in parte per motivi politici. Nel nostro caso non era così però, perché i miei nonni abitavano lì, poi si sono trasferiti in un quartiere migliore lasciandoci casa. Noi siamo sempre stati poverissimi perché mio padre combatteva sempre per riuscire a tenersi un lavoro, ma i nostri vicini pensavano che fossimo poveri apposta, visto che essendo bianchi non potevamo esserlo.

 

A.P.: C’è una grande quantità di nomi neri nel tuo libro, lanciati qua e là, presi dalla musica, dalla storia e dalla letteratura, come ad esempio Iceberg Slim. Come hai vissuto questo tipo di contraltare alla cultura bianca?

M.W.: Io rimanevo assolutamente stupefatta di come nella scuola dei bianchi i miei compagni non conoscessero nomi che per me erano assolutamente imprescindibili come Huey P. Newton, co-fondatore dei Black Panthers che aveva coniato lo slogan Fight the power,del fatto che non avevano mai sentito parlare di George Benson, Run DMC, mentre invece erano ferratissimi su The Smiths o Beastie Boys. Ecco non capivo proprio come si potessero ascoltare i Beastie Boys mentre nel mio quartiere si ascoltava il vero Rap, quello appunto dei neri.

 

A.P.: Prendere la propria vita e raccontarla al mondo. Voglia di sfogarsi? Un atto di ribellione verso il padre o un’assoluzione?

M.W.: Io diciamo che ne ho sempre parlato della mia vita, ma dopo 6 anni da modella mi sono resa conto che dovevo parlare, che avevo qualcosa da raccontare e quando cominci a parlare ti rendi conto che non sei più “cibo” e che hai qualcosa da dire, quindi la prima ribellione è stata proprio questa, il cominciare a parlare, quando non volevo essere più un oggetto. Il primo saggio che ho scritto sulla moda ha offeso molte persone, ma questa storia, che ho impiegato dieci anni a metabolizzare prima di scrivere, mi ha stupito perché non pensavo che la mia vita potesse essere letta come “così speciale”, così diversa, e questo l’ho capito raccontandola. Ho avuto però bisogno di molto incoraggiamento dall’esterno prima di poterlo fare.

 

A.P.: Dopo aver scritto il tuo romanzo cosa hai scoperto in più su tuo padre e su di te?

M.W.: Credo di aver scoperto qualcosa di più sulla narrazione in realtà e cioè che la perfetta commedia e la perfetta tragedia si ottengono quando hai due persone con punti di vista totalmente conflittuali e che hanno entrambe ragione.

 

A.P.: Dove finisce la vecchia Mishna e dove comincia la nuova?

M.W.: Non credo che la vecchia Mishna sia mai finita, spero di essere in continua mutazione.

 

A.P.: Cosa butti della tua vita nel quartiere e cosa tieni assolutamente?

M.W.: È una domanda molto difficile. Io avevo molti giudizi su persone che ritenevo più privilegiate, più “bianche”, sono venuta al mondo con molti pregiudizi su parecchie cose che ritenevo borghesi e alcuni di questi erano profondamente sbagliati. So che non suona molto ribelle, però ci sono altre prospettive, altri punti di vista che non sono sbagliati. Certo non potrei mai essere testimonial del manifesto del capitalismo, per me tutti quelli di Wall Street dovrebbero essere ammanettati, però avevo molto bagaglio superfluo su alcuni concetti come il successo, il denaro: guardavo chi aveva i soldi e davo per scontato che fossero dei deficienti, ma non sapevo cosa succedeva veramente nella vita, nelle case delle persone. Butto via questo. I giudizi. Tengo assolutamente il divertimento! Perché crescere così è stato folle ma divertente, i ragazzini erano spontanei in un modo che non ho più avuto modo di vivere, sapevano raccontare storie e lì ho imparato perché se non sapevi farlo non avevi il diritto di parlare. E le donne nere che ho incontrato portavano avanti famiglie, avevano un senso di responsabilità, di comunità meravigliose. Donne incredibili.

 

A.P.: Ti sei avvicinata alla musica, sei una scrittrice, una bianca e una nera, modella… in queste tue “anime” qual è il comune denominatore?

M.W.: La curiosità.

 

A.P.: Cosa hai trovato in Italia?

M.W.: Ho viaggiato molto in Italia e la cosa che mi piace di più sono gli italiani perché sono molto acculturati ma anche capaci di stare insieme, di divertirsi. E queste due cose non sempre vanno di pari passo.

 

A.P.: Cos’è l’ironia per te?

M.W.: Tutto. È vedere la scena che si scrive da sola, tu che osservi lui e lei e ti rendi conto che tutto è perfetto e non vedi l’ora di scriverlo.

 

A.P.: Come andava con i tuoi ragazzi quando gli raccontavi la storia della tua vita? Hanno mai pensato di trovarsi davanti una svitata?

M.W.: Li preparavo, gli spiegavo la situazione dicendo che mio padre era veramente grosso. Cercavo di fargli accettare la situazione e loro pensavano che esagerassi, ma poi capivano e ci credevano davvero, altro che svitata!

 

Alex Pietrogiacomi

BI

Erano gli ultimi giorni prima del trasferimento. Me ne sarei andato da lì a poco dalla città eterna.

Eterna negli spostamenti, nelle attese, nelle disattese disattenzioni di chi la vive. Eternamente sofferta e sofferente.

Quattro anni voltati indietro a prima ancora, quando decisi di fermarmi qui e poi incontrare e lavorare nella redazione. Nella redazione avevo prima una mia scrivania, poi un collega, poi ancora una stanza con altri due e alla fine eravamo una specie di farm.

La redazione è stata in pratica la scoperta dei miei giorni da scrittore-attore-precario-svogliato, l’illuminazione professionale, la redazione è stata un marchio che si è impresso nelle mani, a volte scolorendo e a volte brillando.

Adesso me ne andavo. Via dalle strade che fanno male alla schiena e alla lombalgia, via dagli strilli il sabato mattina nell’atrio sotto casa. Via. Semplicemente via.

Nella redazione poi mi sono capitati tutti, ho parlato con tutti. Andavano e venivano e altre volte andavano soltanto.

Sabina divideva la stanza con me. Quando la vidi la prima volta se ne stava con il sorriso imbronciato che è sempre stato la sua firma sul mondo. Aspettava di essere presentata, di familiarizzare.

Piercing sul labbro, occhi bistrati di nero. Arrivò che ero in altra stanza e in un altro appartamento. Poi ci ritrovammo nella stessa stanza seguendo il corsoscrivaniasingolocollegastanzaaltricolleghiunicastanzatanticolleghi.

Le chiacchiere poi fanno da mensa: ti avvicinano, ti saziano, ti aprono lo stomaco. Con Sabina, poche chiacchiere, qualche sguardo complice (senza sapere perché poi) e la condivisione del lavoro e dell’ufficio.

Una ragazza con un naso che se avesse preso vita sarebbe andato a fare la star in un circo vista la sua mobilità e gommosità innaturale, un’altra firma sul mondo che la circondava, sulle persone che pendevano da quelle labbra decise e pensierose.

Erano gli ultimi giorni prima del trasferimento. Quando camminavo pensavo a moltissime persone, facce, locali, parcheggi introvabili che avevo cercato. Invano. Sabina mi salutava e io ricambiavo ogni giorno.

Strano come ci si affezioni a qualcuno di cui si sa così poco, qualcuno che avresti voluto invitare per una birra o una cena o un film e che invece non ha mai ricevuto quell’invito. Strano davvero. Eppure è così, eppure è così.

Tornavo verso Termini per prendere il tram, il 5 o il 14, per tornare a casa ed essere raggiunto.

Camminavo con l’i-pod e i Subsonica che cantavano il Veleno, camminavo veloce, soddisfatto del cambiamento che stava arrivando ma anche tanto pensieroso per i problemi di salute che avevo, per il viaggio verso Milano, per la nuova casa, la nuova vita.

Arrivato alla banchina mi fermo tra una piccolissima sudamericana e un indiano, guardo a sinistra verso l’arrivo del tram. Niente. A destra gente che corre per attraversare le strisce con il rosso e davanti a me. Sabina. Con un libro in mano, appoggiata all’entrata della metro davanti alla farmacia.

La osservo per un attimo. Un altro. La osservo e sorrido. Prendo il cellulare.

«Pronto?!»

«Cosa leggi?»

La vedo ridere divertita mentre mi dice «Che!? Dove se…eccoti».

Ci veniamo incontro e mi porge il libro a rispondere subito alla domanda.

«Mi hai fatto prendere un colpo, pensavo fosse successo qualcosa nella redazione».

«Ma no, mi era sembrato di vederti». Mento. «Per accertarmi ho fatto uno squillo».

«Come non mi riconosci?!» fa divertita.

«Ehmm, no. Sono solo rincoglionito». Mento ancora.

«Lo conosci? È un libro Fandango».

«No».

«Leggilo se ti capita».

Sorride. È un sorriso ancora divertito e un po’ spavaldo stavolta. Chissà che le passa in mente…

«Aspetto un’amica. Tu vai a casa?»

«Sì,» le rispondo «prendo il tram e vado a casa, mi devono raggiungere»

Ci salutiamo con un bacio. Lei torna ad appoggiarsi, io sulla banchina, mi trattengo dal guardarla di nuovo e per fortuna arriva il tram.

Salgo. Sms. Scendo. Mi siedo nell’ombra della fermata. Il tram parte.

Sabina è lì che legge. Arriva la sua amica e io mi sento battere sulla spalla.

È Marco. La sua amica la guarda e la bacia sulle labbra. Chiudono gli occhi. Marco mi guarda e mi bacia mentre mi accarezza la guancia.

In quel momento mi giro e vedo Sabina girare gli occhi verso di me.

Abbiamo un sorriso fatto di due mezzi.

Il giorno dopo raccolgo le ultime cose, saluto tutti. Anche quelli che ancora non sapevano. Lo faccio nella pausa pranzo. Un momento buono, calmo. Per evitare tante cose.

Esco dalla stanza salutando i libri, quelli da tradurre, quelli tradotti. Nel corridoio vicino la macchina del caffè c’è Sabina, appoggiata al muro con le braccia incrociate.

Ci ritroviamo di fronte.

Si sposta lentamente dal muro, con la testa bassa. Ho gli occhi bassi anche io. Si avvicina.

«Io…»

«Shhh. Lo so. Tu vai via».

È così vicina.

Alza gli occhi. Ci baciamo in un attimo che odora di carta stampata di fresco e lungo il tempo di una tiratura.

Con l’indice spingo il suo naso dopo aver tenuto le labbra tra le mie fino alla fine. Le sorrido ed entro nell’ascensore.

Vado via. Vado via da Roma. Lontano dalla redazione. Vado via da me.

E mentre lo faccio invento la realtà.

 

Alex Pietrogiacomi