Piovono patate

patatedi Fatjona Lamçe

Magrolino, alto poco, con un periodo piuttosto lungo di tisi alle spalle, ben dipinta in volto, Ismail viaggia in bicicletta verso la sua dimora. Sono due stanze in un’abitazione che ormai non c’è più, in una città che c’è ancora ma che, se vedesse ora, non riconoscerebbe. Dentro ci sono già una donna e tre bambini, due maschi e una femmina e poi Abdul, anche lui un bambino, nonostante il nome da trentenne spacciatore. Sono sua moglie e quattro dei suoi figli. Diventeranno sei, con il tempo.
Siamo in un posto remoto, di quelli che pochi conoscono, in una città dove sono stata più volte e che so essere piena di colori.

Ismail, col suo naso aquilino e molto pronunciato dentro il volto così scarno, con i suoi occhi blu come il mare e il cielo, tanto da fare paura, sta tornando a casa dal lavoro. C’è già un’enorme strada, quella principale, quella che c’è ancora, ma non ci sono macchine, se non quelle dell’esercito o della polizia e qualche camion che trasporta chissà cosa. Le macchine sono così rumorose e la città così silenziosa che del loro arrivo ci si accorge almeno un chilometro prima. Leggi il resto dell’articolo