Il pentimento

È giusto che Faust vada all’Inferno? Per Goethe no, per Spies sì (di Mann e di tutti gli altri ce ne fottiamo allegramente). Probabilmente, per Goethe, Faust non merita del tutto l’Inferno perché vive nel Romanticismo (se non altro la fine delle opere è di quel periodo) e perché in Faust, essenzialmente, vede se stesso. Ha, dunque, tutto un altro approccio rispetto a Spies nei confronti di Faust. Lo stampatore Johann Spies, invece, quando racconta del pervertimento di Faust, è molto meno clemente.

Ma chi era Faust? Parlare di Faust è come parlare di più uomini insieme. È come parlare di Don Giovanni, immortale, e di Casanova, mortale. È come parlare dei bagordi di Mozart e delle infinite avventure di De Sade. Faust inganna la vita e la morte. Si ciba con avidità della vita pur essendo per “tre quarti” morto.

Faust è un mostro, nel senso etimologico delle parole. È monstrum perché la sua genialità lo mette in mostra coi suoi contemporanei, ma lo è pure perché fra i suoi contemporanei si distingue per i benefici che trae dal patto col diavolo: Faust cerca, nei suoi studi, la verità su ciò che lo circonda ed è proprio per questa passione che vende al diavolo la propria anima. È un interessante incrocio fra l’ateismo intellettuale (ateismo indotto dall’intelletto, ateismo nel senso di “ripudio” delle divinità) dell’Illuminismo e la scientificizzazione della magia, da lui trasformata in metodo di conoscenza, che è tipica del misticismo dello Sturm und Drung ottocentesco. Faust, oltre che per le ragioni già esposte, rappresenta un paradosso anche per le componenti che dimostra di avere. Oltre a essere Illuminista e Romantico, è anche per buona parte epicureo (dimostra di credere alla morte nella sua totalità e al rimedio “ateo” da porre all’infelicità umana); per il suo anelito di unicità, che potrebbe sembrare vero e proprio egoismo, è assimilabile a Stirner, che come Faust pone al primo posto (prima ancora dell’anima) l’uomo; per il suo desiderio di sapienza cade nella iniquità e si lega al demonio, diventa un mostro anche in questa eccezione e preferisce la verità alla giustizia (come Carneade traccia un solco fra verità e giustizia); precorre Frankenstein utilizzando la propria scienza per sottomettere le leggi della natura ai propri progetti; conosce la teologia e, malgrado questo, commette l’eresia (similarmente a Lutero: interessante sapere che Spies era luterano osservante e praticante); Faust è pure foscoliano per la sua incapacità di fermarsi nei propri confini; e, infine, Faust, il monstrum che si mostra, e dunque diviene verità rivelata, rappresenta l’epifania dell’intelletto che comprende la necessità di vivere pienamente l’esistenza in quanto successione di momenti circoscritti nel tempo ed esterni unicamente nello spazio (fenomenici e non noumenici).

E questo dato ci porta a un più profondo grado di comprensione del personaggio di Faust. Egli, astraendosi dalla propria condizione di “creatura letteraria”, fa letture proprie non riportate nelle storie che lo riguardano. Legge Amenemope e interiorizza i suoi “ammaestramenti”, specialmente quello sull’uomo prudente che è come un albero rigoglioso che fruttifica e cresce nel giardino, ma che poi muore nel giardino. Faust preferisce non fruttificare e mettere al bando la prudenza pur di non morire “nel giardino”. Preferisce fare come il sacerdote piromane Erostrato, che per non essere dimenticato appiccò il fuoco al Partenone nel 356. E ancora oggi il suo nome significa piromane e lo ricordiamo, mentre pochissimi sanno che fu Chersifrone a edificarlo quasi del tutto in onore di Artemide su ordine di Alessandro Magno. Faust preferisce essere ricordato nell’infamia che non essere ricordato (Erostrato significa anche infamia).

E alla fine, Faust conosce – come ogni intellettuale – la vanità delle convenzioni. Ha letto Freud e sa che «Il numero degli uomini che accettano la civiltà da ipocriti è infinitamente superiore a quello degli uomini veramente civili», come il viennese scrive nel suo saggio sulla guerra. Ma lui non è uno di questi ipocriti. Solgenitzin, in Arcipelago Gulag, retoricamente si chiedeva: «il nostro mondo non è forse una cella di morituri?». Già lo avevano assodato gli stoici questo. Faust sa che è così. E sa che «L’astronomia è nata dalla superstizione; l’eloquenza dall’ambizione, dall’odio, dalla cortigianeria, dalla menzogna; la geometria dall’avarizia, la fisica da una vana curiosità; tutte e la morale stessa, dall’orgoglio umano» perché conosce i Discorsi di Rousseau.

Per Faust la vita è questo. Solo dolore e possibilità di conoscenza. E, dunque, ritiene sia meglio mitigare il dolore della morte coi libri. Ma, ora ci domandiamo, perché, alla fine, malgrado tutto, Faust (in Goethe) si pente? Perché questo personaggio, che è troppo autonomo e intelligente per essere manovrato da Goethe, decide d’invocare Dio e di pentirsi? Cosa gli fa cambiare idea? Per capirlo ci sarà utile un film: Totò al Giro d’Italia. Il diavolo, che in cambio dell’anima gli promette la vittoria al Giro d’Italia, dopo che Totò firma col sangue il contratto, specifica che gli toglierà l’anima – e quindi lo farà morire – non appena sarà finito il Giro d’Italia, per evitare pentimenti estemporanei alla Faust in punto di morte, dopo aver largamente usufruito del patto durante la vita. Totò, allora, preferisce perdere e non morire. Non gli interessa dell’anima: lui, semplicemente, non vuol morire subito dopo aver vinto il Giro. Magari, se fosse vissuto altri 50 anni, avrebbe accettato, ma l’idea di avere le ore contate gli fa fare subito marcia indietro.

Il punto in comune con Faust è evidente: al sopraggiungere della morte, entrambi preferiscono voltare le spalle al diavolo. Perché?

Perché in vita lo accettano e in morte no?

Paura della dannazione eterna, verrebbe da rispondere d’istinto. Eppure, se ci si pensa meglio, c’è anche un altro motivo che sembra perfettamente plausibile.

E se invece di considerare la faccenda dal punto di vista del tempo, la vedessimo dal punto di vista dello spazio?

Dando retta a Dio non ci si gode la vita, mentre col Diavolo non ci si gode l’Aldilà. Allora è bene fare come ha fatto il Faust di Goethe. Bisogna rassegnarsi all’idea che la vita è del Diavolo e la morte di Dio.

 

Antonio Romano

PARASTINCHI E PARADISI

(Estratto da CRONACHE DAL PARADISO – dal nostro inviato la buonanima di Dirtydancing – cronache di un giornalista free-lance che si ritrova inopinatamente in un altrove del tutto simile al paradiso narrato nei libri che leggeva da bambino con tanto di angeli e anime dei beati)

Faust è sovraeccitato. Come al solito, in fondo. E’ uno che vive tutto con perenne entusiasmo. Ce ne vorrebbero di più come lui. Da prendere a piccole dosi, però.

“E’ fatta, tranquillo!”

Si concede qualche attimo per godersi la mia espressione interrogativa. Deve riuscirmi particolarmente bene perché sembra in estasi.

“Il torneo di calcio a cinque! ”.

La mia espressione non muta e lui se ne “spara” un’altra dose abbondante, forse vuole farsene una scorta per l’inverno.

“Non te ne avevo già parlato? Rimedio subito. Domani comincia il torneo di calcio a cinque con la prima partita a cui partecipa la nostra squadra, la Cornelius F.C.. Senti che formazione: io, chiaramente, in porta, che oltre la mole e il pelame ho anche una certa agilità gorillesca. Davanti formazione a rombo. Vertice basso, difesa, tu. Due sulle fasce, a destra Filippo Tommaso Marinetti, a sinistra il marchese Lafayette. Vertice alto del rombo, attacco, indovina chi? Dai, indovina! No, anzi, lascia perdere che non indovineresti mai. Spartacus, il gladiatore”.

La mia espressione deve essere ancora comicamente indefinibile perché Faust decide di concedersene ancora un po’ beandosi di tanta faccia.

“Ho pensato a tutto, disposizione in campo, tattica, divise sociali. Tranquillo, il perizoma leopardato è opzionale. Seguimi: Spartacus è lo specchietto per le allodole, deve attirare su di se gli avversari, l’arma segreta sarà Marinetti sulla fascia. Corre come una locomotiva, non si ferma mai, anzi mentre corre fa pure i versi come una locomotiva: SPAFF, ZUM, SDENG SDENG. Ma non devi sottovalutare Lafayette, sotto quella parrucca da cicisbeo c’è un mastino che sembra Benetti dei giorni migliori. Capito? E’ un rombo dinamico, il nostro!”

“Faust, ma io che centro? Non gioco a calcio dai tempi dell’oratorio. E, figurati, neanche ci sono mai andato all’oratorio”.

“E allora? Sei un giornalista, no? Oltre a giocare, racconterai le epiche gesta della Cornelius F.C. dall’interno, la cronaca diretta dallo spogliatoio. Altro che interviste precotte. Racconterai l’epica scalata verso la vittoria, la fatica, l’eroismo, il sacrificio, l’agonismo esasperato, il sudore misto a sangue. Tutte quelle stronzate che voi giornalisti vi inventate per non far capire che non avete niente da raccontare. Te lo devo insegnare io il mestiere?”.

“Qui l’unica stronzata che vedo è la mia partecipazione. Scusa, ma io non capisco niente di calcio, non so cosa sia la diagonale, non conosco la differenza tra la ripartenza e il contropiede, mi è ancora misteriosa l’applicazione del fuorigioco. Come posso esserti utile?”.

Qui Faust fa un lungo sospiro e si trattiene a lungo a fissarmi senza rispondere. Ma la sua espressione ora è seria, sembra quasi compatirmi.

“Ascolta. Il Paradiso è grandissimo, tra trapassati e simulacri di vivi c’è tantissima gente. Se vuoi ritrovare qualcuno, l’occasione migliore è proprio questo torneo. E’ organizzato direttamente dall’ufficio del Gran Capo e tutti, ma proprio tutti, vengono a vedere il torneo. Anche Mandolina verrà, ne sono sicuro”.

Lo spogliatoio è interamente rivestito di maioliche bianche, anche sul soffitto, ed illuminato da una luce diffusa che non riesco a capire da dove arrivi. Ognuno sulla propria panca, ci prepariamo. Marinetti in silenzio, dardeggiando occhiate severe e concentrate tutto intorno, indossa calzettoni con la giarrettiera, mentre il marchese Lafayette estrae una testa di legno su cui ripone con cura la parrucca incipriata. In un angolo una montagna di muscoli ripiegata su se stessa cerca la concentrazione mugugnando preghiere. Questa visione di Spartacus dovrebbe suggerirmi un vulcano in eruzione, mi sembra piuttosto una pignatta di fagioli sul fuoco. Inutile negare, sono perplesso.

Faust, mentre indossa il perizoma leopardato, – incredibile, ce l’ha davvero – espone a voce alta le sue elucubrazioni tecnico-tattiche. Per me poche indicazioni, una su tutte: se ho la palla, devo lanciarla a sinistra sulla fascia di Martinetti. Come si sente nominare Filippo Tommaso si gira verso di me lanciando il suo grido di guerra: SDENG ZAFF BANG! Ma contro chi giochiamo?

Faust fa un gesto di sufficienza, l’A.S. Margaritas ante porcos, buone individualità ma scarso gioco di squadra. Sembra davvero fiducioso. Indossiamo le nostre divise bianche con bordi blu oltremare, ma mi colpisce che sono molto larghe, almeno tre taglie in più.

Scendiamo in campo, coperto da un manto erboso perfetto e circondato da tribune che a prima vista mi paiono infinite. Non scherzava Faust, davvero ci vengono tutti a vedere queste partite. L’altra squadra è già in campo, completo verde con scritte e numeri dorati, anche loro almeno tre taglie in più. Il capitano ha sulle spalle la scritta con il nome, Carneade – e chi è costui? – dietro di lui riconosco i fratelli Santonastaso, coppia difensiva, Ugo Foscolo credo sia la punta avanzata e in porta William Shakespeare. Arbitra Pedro Almodovar in giarrettiera e mutande di pizzo.

Comincia la partita e io mi ritrovo con gli occhi sbarrati: i giocatori si muovono lentamente, danzando con leggiadria. Piroettando sulle punte, Carneade, gestisce la palla e la appoggia ad uno dei Santonastaso, Mario credo, che con gesto teatrale la passa delicatamente al portiere. Il pubblico applaude ad ogni coreografia e la partita prosegue con giocatori più intenti alle evoluzioni aggraziate che a finalizzare il gioco cercando il tiro in porta. Ad ogni occasionale contatto è tutto uno “Scusi, non volevo” e ”Prego, è colpa mia”.

Cerco di adattarmi muovendomi a passo di danza, ma quando mi capita la palla tra i piedi al centro del campo e, alla mia banale finta, Carneade trova esteticamente piacevole cascarci in pieno lasciandomi libera la strada verso la porta avversaria, l’istinto prende il sopravvento. Non si giocano centinaia di partite in mezzo alla strada, quasi tutte ad una porta sola e “ogni tre calci d’angolo è rigore” senza che questo ti segni indelebilmente per tutta la vita e pure oltre. I Santonastaso si muovono all’unisono per contrastarmi ma, arrivati contemporaneamente davanti a me, decidono di abbracciarsi per improvvisare due passi di tango. L’applauso è assicurato ma io, che ho continuato la corsa dietro la palla, mi ritrovo da solo davanti la porta e tiro. Il portiere, Shakespeare, è intento a monologare verso il pubblico e il pallone finisce in rete. Goal!

Almodovar fischia indicando il centro del campo. Vado con tutto il repertorio delle esultanze, salto piroettando con il pugno in alto, poi la maglia sulla testa, linguaccia, aeroplanino, cullo il bambino, breakdance, ecc. Sto per cominciare le esultanze collettive ma mi accorgo che compagni e avversari mi guardano stupiti e imbarazzati. Torno nella mia metà campo fissando interrogativo Faust che mi risponde con una serie di gesti indecifrabili. Carneade intanto pone la palla al centro, alza le mani e annuncia solenne:

“No Fair Play Time”.

Una schiera di angeli volanti atterra e, divisi in squadre di tre, ci spogliano, ci dotano di elementi di protezione e caschi e ci rivestono. Quando termina la vestizione sembriamo pronti per una partita di football americano, ora la divisa calza giusta. Più stupito di prima guardo Faust che, ancora gesticolando, mi fa capire che è tutto a posto. Sarà, ma ho i miei dubbi e il ruggito con cui l’intera squadra dell’A.S.Margaritas si scaglia contro di noi me li conferma tutti.

Adesso si muovono con veemenza frenetica. Entrata feroce di Pippo Santonastano su Marinetti scatenato sulla fascia che, cascando, scava un solco. Scambio col fratello per evitare Spartacus che, manca, in effetti, la palla ma centra in pieno l’avversario scaraventandolo in alto. Pippo si alza in volo per quattro, cinque metri agitando freneticamente gambe e braccia dopodiché ricade pesantemente sopra Martinetti che si stava rialzando. Contrasto violento tra Ugo Foscolo e Lafayette, le scintille provocate dallo sfregare delle armature protettive bruciacchiano le loro divise mentre rotolano a terra, io controllo la palla, sono pronto a calciare, ma Carneade mi sbatte spalle a terra finendomi sopra, faccia a faccia. Ne approfitta per ringhiarmi sul viso lasciando colare una bava di saliva che potrebbe annegare un animale di taglia media. Una pallonata tremenda lo prende in piena fronte, salvandomi. Il pubblico in delirio sostiene Martinetti che scatta di nuovo sulla fascia sbuffando davvero come una locomotiva, evita questa volta l’entrata assassina di Pippo e crossa al centro. Groviglio di corpi, risolve Spartacus che trascina tutto il gruppo di peso in fondo alla rete: 2 a 0. Corro ad abbracciare il goleador, faccio appena in tempo a toccarlo che tutto il resto della squadra, compreso Faust, ci piomba addosso. Poi non ricordo nulla.

Mi sveglio negli spogliatoi dopo chissà quanto tempo. Moana Pozzi vestita da infermiera mi sta rimboccando le coperte. La guardo inebetito e lei mi sorride.

“Sono in paradiso?”.

“Sì”.

(fine… per ora)

Pasquale Bruno Di Marco