Deserto Americano

Deserto Americano (Nutrimenti, 2009)

di Percival Everett

Mettete di essere un professore di inglese antico e affini alla University of Southern California che non ha mai pubblicato nulla, né in ambito accademico e né come scrittore. Mettete di essere quantomeno imbarazzati dalle battutine dei vostri colleghi e comunque frustrati dall’arrivo di belle docenti che prenderanno senza remore il vostro posto.

Aggiungete al vostro status, di cui però non vi lagnate affatto se non qualche volta inter vos ma in maniera molto, molto pacata, una famiglia con due figli e una moglie che sostiene, supporta, (sopporta forse) la vostra vita e il vostro lavoro.

Cercate di immaginare una relazione con una vostra studentessa con una lingua super dotata, giovane e sensuale fino al vostro smarrimento coniugale che all’inizio si fa dare lezioni private nel vostro studio, poi a casa sua e alla fine dice di essere innamorata di voi. Rincarate la dose con lei che si presenta nello stesso luogo in cui avete deciso di passare una giornata con i vostri cari accodandosi alla comitiva e “minacciando” di dire a vostra moglie che è perdutamente afflitta dal più sconcertante sentimento nei vostri confronti.

Non basta. Aggravate la vostra condizione ritrovandovi, per forza di cose e non per coraggio (visto che forse nella vostra meschinità non ne avete mai avuto) nel bagno con la vostra metà ufficiale a dirle della vostra scappatella per poi ricominciare la vostra vita da criceto nella ruota.

Fin qui avete vissuto Theodore Street. Ma ecco un colpo di scena: Ted, capisce la sua condizione di inetto e decide di farla finita affogandosi. Si mette in macchina. Parte. Autostrada. Un furgone Ups che sbanda, lo prende in pieno e lo decapita. Ecco fatto.

Comincia così il nuovo Percival Everett, autore di Glifo, Ferito, La cura dell’acqua (tutte pubblicate in Italia dalla Nutrimenti), un romanzo diverso dai precedenti che si caratterizzavano per i giochi linguistici, i divertissement letterari e i temi gelidi. Deserto Americano è forse più pop, ma di certo non perde la carica stilistica di uno scrittore in grado di stupire ad ogni pagina scoprendo anche un inaspettato umorismo.

Ted Street si trova a fare i conti con sé stesso, dall’inizio alla fine, con le proprie paure e quelle di una società che è ingorda di vigliaccheria, di arrivismo camuffato da ambizione e voyeurismo mimetizzato da informazione. Che c’entra la società con Theodore Strett, illustre professore sconosciuto? Chiedetelo ai partecipanti al suo funerale che lo hanno visto alzarsi dalla bara, prendere la famiglia e dirigersi verso casa.

Alex Pietrogiacomi

Qui e qui le due interviste a Percival Everett pubblicate su SP.

Face to Face! – Percival Everett (2)

Inseguire Everett. Questo ormai faccio da un po’ di tempo, da quando mi sono appassionato a questo straordinario scrittore americano pubblicato in Italia dalla Nutrimenti. Nel 2009 è arrivato negli Stati Uniti al suo venticinquesimo libro. Da noi è al suo quarto romanzo. Musicista, pittore, insegnante, ha tutte le caratteristiche di un uomo difficile da digerire eppure incontrarlo smentisce ogni presentimento negativo. Unico ostacolo, per ora insormontabile, le sue lapidarie risposte. Deserto americano è il nuovo lavoro per l’Italia.

Come nasce Deserto americano?

Non lo so, davvero. Per me è sempre difficile dire cosa ha scatenato un romanzo. I romanzi vengono fuori e basta. Qui per la verità ci sono di mezzo quei continui mal di testa che spesso mi rovinano le giornate. Sono così fastidiosi che ogni volta vorrei tagliarmi la testa. Non è un’idea così peregrina, in fondo.

Da quali stimoli interni o esterni ha preso spunto per il personaggio di Ted Everett?

Ted è di sicuro una miscellanea di persone che ho conosciuto e con cui ho avuto a che fare. Tra queste ci sono di mezzo anch’io. Per quanto ci provi non riesco ad alienarmi dai miei personaggi.

Lei ha un rapporto molto particolare nei suoi romanzi con gli animali, che tornano sempre anche solo come comparse a cosa è dovuto?

Ho imparato moltissimo dagli animali in quattordici anni di addestramento di cavalli, soprattutto che un cavallo non mi ha mai tradito oppure che un cane non mi ha mai mentito, al massimo qualche cornacchia mi ha rubato qualcosa.

Un romanzo diverso questo. Anche nella forma narrativa. Una volta messo il punto cosa ha fatto?

Sono sempre i romanzi a dettare e a imporre la forma. In più, io sono uno che si annoia facilmente. E proprio per questo lavoro molto sulla struttura e la forma in modo che ne venga fuori qualcosa di divertente per me che sto scrivendo. La forma è il modo più profondo per indagare la realtà.

In Glifo c’era il gioco letterario, in Ferito un linguaggio lirico- paesaggistico e ora qualcosa di più “pop” in un certo senso. Cos’è lo stile per lei?

Uno strumento al servizio di ciascun libro, a disposizione di ciascuna storia.

Cos’è la metafora?

Evito di cadere nel giogo della metafora perché so che mi fermerei a rielaborarla all’infinito, mentre invece tutta la mia propensione è verso la storia e la sua vita. Io creo delle storie e non veicolo messaggi personali in queste. La mia attenzione è tutta rivolta sul processo di creazione.

Morire e resuscitare, due verbi che si avvicinano più facilmente a Cristo. Lei è religioso? Crede nella resurrezione?

Non sono religioso. Per niente. Non lo sono mai stato e non lo sarò mai. Però morirei sarei disposto a bruciare sul rogo sapendo che il papa sull’aereo sta leggendo il mio romanzo

Essere morto e comunque vivere, come nel suo romanzo non è simile ad essere un fantasma? L’uomo secondo lei accetterebbe una condizione di questo tipo?

No, Ted non è un fantasma. Ted è vivo e morto. E da morto più vivo di quando era vivo. I lettori poi si faranno un’idea tutta loro sul suo stato. Per qualcuno sarà un morto vivente, per altri un fantasma per altri ancora semplicemente un uomo che non sa più se vuole essere vivo o morto.

Come definisce Ted? E cosa c’è di lei?

Direi che Ted è al 13 % Percival Everett. Il resto della composizione non è facile da analizzare. C’è un po’ di tutto, compresi alcuni scheletri nell’armadio.

Il protagonista nella prime pagine cerca la morte per cancellare le sue debolezze umane. La morte davvero cancella i debiti con la vita?

La morte cancella qualunque cosa ma non conferisce l’assoluzione. Direi che alla fine i conti non tornano.

Perché il cambio del titolo da Making Jesus a Deserto americano? Cosa ha pensato quando le è stato proposto?

Il mio editore americano è stato un codardo. All’inizio ho pensato Fuck You! E ho cercato di averla vinta. La seconda fase invece è stata più riflessiva e ragionandoci bene, ma da solo, ho creduto che il titolo avrebbe posto l’attenzione soltanto su un aspetto del romanzo.

Un aspetto interessante (e oramai anche troppo ovvio visto la nostra società) è l’accanimento mediatico: si può avere l’esclusiva sulla morte, sulla vita e lei pensa anche sulla risurrezione?

Sicuramente. È il loro mestiere. E forse siamo proprio noi a volere che sia così, ad agognare un tale grado di penetrazione nelle nostre vite. Un sistema di informazione di tale natura implica un analogo e compiacente sistema di ricezione.

Farebbero un reality per uno come Ted?

Strano che non ci abbiano già pensato. Che tristezza…

Cos’è per lei la privacy?

A questa domanda preferisco non rispondere.

Cos’è la normalità per lei?

Tutto.

Quanto è importante l’ironia nella sua vita? Che ruolo svolge?

Se c’è ironia in quello che dico o scrivo non me ne accorgo neppure. Senz’altro mi piacciono coloro che non si prendono troppo sul serio quando scrivono.

Se perdesse la testa e se la ritrovasse ricucita al suo funerale, quale sarebbe la prima cosa a cui penserebbe?

Morirei per la paura.

La morte fa ancora paura?

Veramente?!

Chi è il suo personaggio tipo?

Direi grasso, belloccio, sempre indaffarato e attratto dal gentil sesso. Oppure magrolino, ma sempre belloccio. Non so perché, è più forte di me.

Cosa legge?

Storia, filosofia, matematica e tutta la narrativa dei miei studenti, talmente tanta che evito di leggere quella contemporanea.

Come è stato il suo tour in Italia. Che rapporto ha con la nostra gente?

Voi italiani siete così vivi e pieni di energia. Siete animati da una curiosità sorprendente, genuina. Rimango stupefatto dalla vostra voglia di approfondire, sapere sempre di più e di immaginare nuovi sviluppi ed evoluzioni per qualsiasi cosa.

Perché dà risposte così brevi alle interviste?

Perché è così (ride).

Alex Pietrogiacomi

Face to Face! – Percival Everett

Percival Everett non ha mai molta voglia di parlare, e in generale è uno scrittore riservato e amante di una privacy completamente aliena alla sua vocazione o professione. Questo non è un incipit per dirvi che con noi si è lasciato andare ad una logorrea incontrollabile ma è per portarvi nel mondo di un autore capace di segnare il suo passaggio con poche pietre chiamate parole.
Il suo nuovo romanzo Ferito pubblicato in Italia sempre da Nutrimenti è il quarto capitolo di un’avventura nell’uomo e dell’uomo, stavolta alle prese con paesaggi sconfinati, omosessualità e laceranti verità.

Ferito è il suo quarto romanzo come le è venuta l’idea di un romanzo con ambientazione “western”?

In realtà non saprei dire da dove è venuto questo libro o da dove vengono gli altri. Di certo, l’omicidio di Matthew Shepard è un punto di inizio.

Leggendo i suoi libri si ha la sensazione che sia un unico grande libro. Ci sono personaggi e situazioni che tornano, scene e cliché che si ripetono. Tra Ferito e il precedente La Cura dell’acqua c’è un legame insospettabile (qualche nome in comune, stesso sceriffo) ma anche moltissimi opposti (freddo/caldo, amore/tradimento, duro/ferito).

Sì, è vero. Direi che quando ho scritto Ferito (negli Stati Uniti Wounded è uscito prima di The Water Cure anche se quest’ultimo è stato scritto nel 2003) stavo lavorando sullo stesso materiale de La Cura dell’acqua e quindi ci sono stati dei “ritornanti”.

Dove ha scritto Ferito?

Sì, Ferito l’ho scritto in un ranch che avevo fino a qualche tempo fa, dove mi occupavo di persona degli animali: cavalli e un mulo di nome Theolonious Monk.

Qual è la Frontiera oggi?

La vera Frontiera, cioè il posto dove solo i duri possono vivere, è in realtà il mondo dei senza casa. La maggior parte di noi non sarebbe in grado di sopravvivere lì nemmeno un giorno.

Cosa ci vuole per un cavallo a volte troppo irrequieto a volte troppo sordo? Un addestratore nero?

I cavalli non fanno caso alla razza. Ai cavalli interessa solo se hanno di fronte un leone o no. Gli animali, tutti, richiedono pazienza.
(Qui Everett gioca molto con le parole – “A horse doesn’t see race”, “lion or not”. È evidente che ha risposto al riferimento a Obama con un altro gioco capzioso, ndr)

Nei suoi libri la violenza non è mai mitologizzata né romanticizzata. La violenza è un fatto, qualcosa di inalienabile che appartiene al contesto, all’ambiente. Qual è la sua idea di violenza? Chi è il destinatario di Ferito, se ce ne è uno?

La violenza è il triste risultato delle interazioni tra gli uomini. Purtroppo la violenza non ha nemmeno bisogno di essere prodotta, e gli uomini, contrariamente dagli animali, sembrano esserne attratti.

Qual è per lei il senso del titolo che ha dato al romanzo?

Credo che le ferite siano una verità necessaria. Non bisogna considerarle positive o negative, ma prenderle per quello che sono. Ci sono e basta. A volte dalle ferite si può guarire, altre volte rimangono ferite.

Esiste ancora, realmente, il concetto di diversità?

Sì, ma probabilmente solo come concetto.

Qual è il posto migliore dove nascondere i pregiudizi? E quale quello dove mostrarli?

Non c’è un buon posto dove nascondere i pregiudizi. Dovrebbero essere tutti alla luce del sole.

A proposito di nascondere qualcosa. Ferito comincia con una caverna e proprio la caverna sarà il posto in cui John Hunt andrà per capire meglio se stesso e per salvare David da un assideramento. Lei ha paura delle caverne?

No, ne sono affascinato.

Se nessuno ha l’esclusiva dell’odio, chi ce l’ha dell’amore?

Tutti e nessuno.

In una frase, dove si ferma la propria vita: al punto o alla virgola?

Forse al punto e virgola…

Accettare significa?

Essere condannato a fare qualcosa.

L’odio ci ricorda mai chi siamo veramente?

Ogni cosa ci ricorda chi siamo.

Chi riconosce le proprie impronte sul terreno: chi guarda i segni lasciati o chi guarda quelli che deve ancora lasciare?

Le nostre vecchie impronte sono state lasciate da qualcun altro. E lo stesso si può dire per quelle che dobbiamo ancora lasciare.

Ferito sarà l’ultimo dei suoi romanzi Western?

Chi può mai dirlo. In fin dei conti non controlliamo il nostro destino letterario no?

Le hanno mai detto che somiglia a Sidney Poitier?

No, purtroppo.

Alex Pietrogiacomi