Harley Davidson

ROMA 1997

Armando parcheggiò il motorino nel cortiletto che dava sul lotto nove. Suonato il citofono, salì al quarto piano del palazzo, nel complesso delle case popolari. Il Befera lo accolse in tuta, abbracciandolo e baciandolo sulle guance. Erano le dieci e mezza di un martedì mattina. La città, intorno, lavorava frenetica. Quei due invece se ne stavano dentro un bolla. Sveglia alle nove, telefonatina, caffè e un paio di cannoni d’erba. Quando a quasi trent’anni non lavori, devi stare a sentire le pippe di tutti quelli che ti esortano a cambiar registro. Gli amici e, soprattutto, i parenti. Ma i loro parenti certi discorsi non li facevano. Erano entrati e usciti di galera per una vita. Non potevano permettersi troppe ramanzine. La prole, d’altro canto, non si era mai allontanata dalle tradizioni di famiglia. Leggi il resto dell’articolo

Nel bicchiere di cartone

A Berlino se ti siedi per terra nella piazza di Berlino con addosso una chitarra e davanti un bicchiere di cartone a fine giornata nel bicchiere di cartone c’è qualcosa come cinquanta euro di spiccioli, dicono: si tratta solo di imparare a suonare la chitarra con i guanti tagliati in cima alle dita, fare venire fuori la voce attraverso la lana della sciarpa e sapere quel minimo di inglese per cantare in maniera plausibile. Tutto qua. Cinquanta euro al giorno. Con un giorno di pausa alla settimana, tutte le settimane, fanno milleduecento euro al mese. Facciamo mille. È uno stipendio.

A Berlino se porti le bottiglie di plastica usate nei supermercati di Berlino ci sono queste macchine smaltisci-rifiuti che per ogni bottiglia di plastica vuota ti danno venticinque centesimi, cioè con quattro bottiglie prese dall’immondizia ci compri un pacco di pasta da mezzo chilo e ci mangiamo due volte. A Berlino, nei cestini dell’immondizia delle strade di Berlino, non c’è una bottiglia di plastica che sia una: in ossequio a un patto silenzioso nessun berlinese porta le bottiglie di plastica nelle macchine smaltisci-rifiuti dei supermercati, tutti le buttano nei bidoni normali in giro per strada e poi di notte (ma anche di giorno) i barboni (ma anche gli universitari fuori sede) si litigano le bottiglie vuote e con quattro bottiglie di plastica prese dall’immondizia ci compri un cartone di Tavernello da un litro e ci bevi un pomeriggio. Cioè, non so se vendano il Tavernello a Berlino, ma insomma.

A Ferrara qualche settimana fa abbiamo suonato per strada un’ora e abbiamo fatto cinquanta euro, che diviso tre non è divisibile, ma più o meno. A un certo punto si è avvicinato un ragazzo con i capelli ricci e ci ha detto Avete mai pensato di abbinare la giocoleria alla musica? Io stavo per dirgli Come no, poi ci portiamo pure la scimmietta che suona i piatti e i cuccioli che bevono il latte dalla ciotola e i santini di padrepìo, e invece gli ho detto Boh, ogni tanto lo facciamo, cioè, la violinista sa suonare sui trampoli, è una cosa che fa sempre un certo effetto, ma è un po’ scomodo portarseli in giro, abbiamo anche un contrabbasso, vedi, è un po’ scomodo portarsi in giro il contrabbasso e i trampoli e stare in tre in una macchina con il contrabbasso e i trampoli. Allora il ragazzo riccio ha detto Io vivo a Berlino e faccio il giocoliere ai semafori. Niente di troppo complicato: tre palline, il naso rosso, un po’ di trucco, un bicchiere di cartone e a fine giornata nel bicchiere di cartone c’è qualcosa come cinquanta euro di spiccioli. È uno stipendio. Ci pago l’affitto, ha detto il ragazzo riccio, vivo a Berlino da un anno e mi mantengo facendo il giocoliere per strada, ciao ciao, buona suonata, poi è andato via.

A Berlino come a Ferrara come ovunque un musicista di strada può averci tranquillamente un repertorio piuttosto ristretto: bastano dieci canzoni di cui non stufarsi, casomai si stuferanno gli inquilini o gli impiegati del palazzo di fronte, ma sono poi problemi loro, la gente gira, il pubblico è sempre nuovo, dopo la prima secchiata d’acqua dagli impiegati del palazzo di fronte si tratta solo di asciugarsi con la sciarpa di lana e cambiare posto e nel tragitto vedere se ci sono delle bottiglie di plastica nei bidoni per metterne insieme quattro e comprarsi un pacco di maccheroni o un cartone di Tavernello.

Ora, io non è che mi fidi di ogni ragazzo riccio che incontro. Non sono nemmeno sicuro che un chitarrista di strada a Berlino faccia mille euro al mese (e poi il giocoliere al semaforo, maddai, i cuccioli che bevono il latte dalla ciotola e i santini di padrepìo, maddai). Però domenica scorsa eravamo in dieci a suonare nella piazza del mercato di Cesena e non vi dico quanti soldi abbiamo fatto, non è importante, non farò nemmeno l’elenco delle Dieci Regole Del Musicista Di Strada, non racconterò nemmeno le facce della gente che non ci poteva credere, una banda, dieci musicisti senza uno straccio di amplificatore che battono i piedi per scaldarseli, non dirò nemmeno che la stagione delle sagre autunnali e poi dei mercatini natalizi mi fa venire voglia di mettermi un paio di guanti tagliati alle dita e di vedere se Bertinoro è come Berlino, non lo dirò, ma mi sa che lo faccio.

Simone Rossi

Ero ina, iccina icciò

Poi potremmo pure giustificarla col fatto che ero ina ina iccina icciò: i sassi non si tirano a nessuno che Gesù piange, e questo lo sapevo bene, ma non ho resistito, su quella faccia là mica potevo fissarmici troppo, antipatica com’era. Tutti tiravano uova e, davvero, mi sembrava fosse un uovo. Invece era un sasso.

L’ho colpito sul ginocchio. L’unica. Gli altri dàgli con le uova, e fierosguardo le schivava tutte. Il sasso, che sembrava un uovo ma era un sasso: quello no.

Sono stata, per una striscetta di pomeriggio, l’eroina di Scortichino di Bondeno tutta, capite?, l’eroina, io che ero ina ina iccina icciò.

Sugli spalti cantavano Schiatta, schiatta Moreno sull’aria di Baila, quella canzone di Zucchero che però, a cambiargli le parole, tutto è tranne che dolce.

Poi m’hanno raccontato che l’avevano inventata i Gem Boy, quella strofa, i Gem Boy sono di Bologna e son pure molto simpatici. Succede quasi a tutti, in Emilia Romagna. D’esser supersimpa, intendo.

Da uno a cento? Cento.

Volendo funziona così: ti chiami Ivano Manservizi e sei un gran burlone. Organizzi il Carnevale di Cento, in provincia di Ferrara, ch’è un Carnevale storico e va che è una bellezza fin dal milleseicento, lo racconti ogni anno, c’è pure un quadro d’un pittore centese che ne raffigura certe scene, quel pittore là lo chiamavano Guercino, fa ridere, no, un pittore guercino.

E’ il duemilatre, io ho solo undici anni e niente: invitano questo ad arbitrare una finale di calcio a sette a Scortichino di Bondeno. L’effetto comico è assicurato, dice il Manservizi, che pure conosce come le sue tasche (capienti) cosa significhi portare questo in Italia. La volta prima gl’hanno tirato le monetine, come a Craxi: stavolta può starci che lo scòrtichino, scorticato a Scortichino, tutto sommato un buon epilogo, poetico quanto basta.

Questo è Byron Moreno, è sulla bocca di tutti e lambisce pure le orecchie mie, anche se a undici anni non si capisce molto, del mondo, specie se il mondo è quello fatto di cuoio bianco e nero, specie se hai undici anni di femminitudine alle spalle.

Byron Moreno, che nonostante il nome è tutt’altro che un lord, lo chiamano pure fierosguardo. Se nel duemiladue eri tra quelli che alle due del pomeriggio si mettevano a guardare le partite, probabile che te lo ricordi: c’era l’Italia contro la Corea del Sud, un’altra Corea, si diceva, cancelliamo i concerti di Chick Corea, proponevano alcunaltri, era tutto un dirsi Pak Doo Ik e compagnia bella.

Italia-Corea l’ha vinta la Corea, e fin qua nulla di opinabile, dopotutto il pallone è rotondo, l’imprevedibilità del giuoco del calcio, Davide che sconfigge Golia, ci sono otto chilogrammi di impianti metaforici bell’e pronti, al reparto latticini.

Però Italia-Corea l’ha vinta la Corea perché Byron Moreno ha arbitrato maluccio, occhei, decisamente male, occhei, proprio col culo: ha annullato un goal a Damiano Tommasi ch’era regolare, ha espulso Totti, a Roma Moreno potrebbe mica tornarci uscendone vivo.

Infatti in Italia poi ci viene pure, ma a Milano, ospite di Stupido Hotel, un programma che a scorgerne gli interpreti, da Sergio Vastano a Massimo Boldi a Fanny Cadeo passando per Carmen Russo ti vien da chiederti chi fosse la governante, chi il maitre e chi il portiere. L’arbitro, di sicuro, era Byron Moreno.

Fare l’arbitro è una ròba complicata, mica dico di no. Ci vuole estremo equilibrio, correttezza, obiettività. Quantomeno bisogna aver chiaro il concetto di libero arbitraggio, e di arbitraggio libero. Da pressioni, s’intende.

Il miglior arbitro ch’abbiamo avuto mai, in Italia, ci si chiamava pure di nome, Concetto.

Concetto Lo Bello era così salomonico, così al centro che pure quando si buttò in politica scelse la Democrazia Cristiana, per dire.

Byron Moreno ha provato a candidarsi pure lui. A Quito. Voleva fare il sindaco.

Una volta c’era Barcelona (quello di Guayaquil, badate bene) contro l’LDU Quito. L’LDU, che è la squadra universitaria dell’ateneo di Quito, al novantesimo è sotto di tre reti a due. Byron decide di applicare con una buona dose di libero arbitrio la regola del recupero. Concede sei minuti. Si gioca poi per tredici lunghi giri di lancetta, ed il recupero, ovvia misinterpretazione, avviene sul serio. Dal tre a due si passa ad un tre a quattro. Vince Quito, vincerò a Quito, pensa Moreno.

Gl’elettori mica son cretini, nelle altre parti del mondo. In Italia ognuno tiri le proprie conclusioni, ma in Ecuador, se sei un pagliaccio, pensaté, in Ecuador, se ne accorgono.

Moreno non diventa sindaco di una cippa e la federazione lo radia dall’ordine degli arbitri. Anzi, no. Decide prima lui di ritirarsi.

Lo sapete come si dice, in ispagnuolo, abbandonare, ritirarsi, smettere?

Quitar.

Sembra uno scherzo, uno di Carnevale, non è vero?

Fa meno ridere l’ultima, di notizia su Byron Moreno.

Dopo aver rischiato l’arresto per abuso di minori, sfracellato la testa della madre con una bottigliata ed aver gonfiato la nipotina di anni otto, fierosguardo sembra essersela rovinata benbene, la vita, stavolta.

Sembra che se ne stesse all’aeroporto di Nuova York, al JFK, con quattro chili e mezzo di eroina indosso.

Penserete voi, che siete svezzati abbastanza, vabbè, gl’ovuli, la pancia, il rischio, l’overdose.

Macché.

Byron Moreno i quattro chili e mezzo d’eroina ce li aveva appiccicati tutt’intorno alle mutande. Col nastro adesivo.

Mostrava segni di evidente nervosismo, c’è scritto sul rapporto ufficiale, l’agente in servizio alla dogana lo controlla e tac, riscontra la presenza di oggetti solidi sullo stomaco del fermato, sulla schiena e su entrambe le gambe del soggetto.

E che soggetto.

Che se invece di colpirlo sul ginocchio l’avessi preso in testa, Byron, forse gl’avrei salvato la vita, anzichenò.

E sarei stata io, l’unica sua eroina.

Anche se ero ina ina, iccina icciò.

[l’azione è andata così: Liguori si smarca sulla fascia destra e scodella al centro un assist col contagiri che Gabrielli, in sforbiciata, trasforma magistralmente in marcatura. Se non fosse che l’arbitro fischia un inesistente fuorigioco, ammonendo per ben due volte, la prima per simulazione, la seconda per proteste, il baldo Gabrielli. Ah. L’arbitro, ça va sans dire, è Byron Moreno].

Fabrizio Gabrielli