La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 4

Al Simposio era sempre una gran caciara, un andirivieni di persone convenute al baccanale, anche se in principio era quello un luogo piuttosto conosciuto tra i più predisposti alla riflessione: non vi era insomma rimasto alcunché di filosofico in quelle stanze, ma semmai di boccaccesco, anche perché se non era proprio di peste che si moriva, il rischio era di rimanerci secchi per l’inedia.

Le persone di quell’Italia, disabituata all’ascolto e alla visione, vedevano ormai nell’arte e nella cultura solo una perdita di tempo, peraltro noiosa, quando non addirittura una pericolosa devianza al pari di quelle sessuali, su cui Stato e Chiesa lanciavano continuamente anatemi, neanche gli esseri fossero stati fatti tutti a immagine e somiglianza di uno solo.

Questo per dire che il clima di quel luogo era assolutamente straordinario per quella Roma ciarliera e salottiera, sorniona e avvezza a tempistiche ministeriali, appena stranita dallo strillone di turno che dagli scranni urlava slogan contro i fannulloni, perché la storia insegnava che alle abitudini di Roma ci si piegava sempre e volentieri, e a maggior ragione quando si predicava di andargli contro.

Con quei colori accesi, il Simposio poteva anche dare idea di essere un postribolo di lussuriosi, ma dagli atti del processo non emergono notizie piccanti, nessuna intercettazione che dimostri inclinazioni al vizio dei cinque untori della lingua, ché ad ascoltarli non dimostravano infatti attitudini a governare al modo d’uopo nel nostro stropicciato stivale. A dire il vero di un paio di loro si mormorava che fossero grandi amatori, ma a noi non son giunte testimonianze che convalidino queste dicerie, e resta perciò il dubbio ch’esse non fossero altro che un modo per spostare l’attenzione dal verbo al nerbo.

Insomma, gli è che i damerini di penna puntavano a romper gli argini del libro, questo strano oggetto a cui i nostri connazionali si avvicinavano con sempre maggior sospetto, eccezion fatta per quelli in forma cartonata, da vetrina, che per i più servono ancora l’onorevole compito di riempire gli spazi e di dare un tono al salotto quando vi siano degli invitati a cena.

L’affluenza a quei giovedì letterari, al contrario di ogni previsione, non diminuiva, anzi, anche per via di altri scrittori (questi sì degni di nota) che accettavano di unirsi in connubio con il quintetto e relativi conoscenti al traino. Ce ne fu addirittura uno che tornò più d’una volta da Firenze, perché a suo dire non aveva mai veduto tanto fermento e allegria nel capoluogo toscano, un tempo signoria, se non intorno al banchetto del lampredotto, sulla cui composizione si soffermava paziente e rigoroso.

Altri ne vennero, un po’ da tutto l’italico regno, e fu questa la miccia che dal Simposio si propagò nelle terminazioni nervose dei cinque sfaticati, che per i più intrapresero il lungo viaggio più per assaggiare i vini d’altri filari, che non fossero laziali, che per altre ragioni etiche o estetiche e per non dir civili.

Ma ora che ho adempiuto al compito di ricostruire le coordinate di quest’avventura, o quel che si suol definire il contesto in cui essa ha messo radici, è tempo di raccontarvi per filo e per segno del viaggio e degli accadimenti ivi connessi.

Simone Ghelli

*Continua da qui.

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La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 1

Banda di scrittori fermata al confine, volevano rubare le parole al Presidente!

Così titolarono tutti i quotidiani di quel venerdì 2 ottobre 2009.

La grande manifestazione nazionale per la libertà di stampa era attesa per il giorno seguente. Si sarebbero riuniti a Roma i più importanti giornalisti, opinionisti, scrittori e intellettuali del nostro paese, che sentivano il dovere civico di denunciare una situazione diventata ormai inaccettabile.

La maggioranza degli italiani stava dalla parte del Presidente, anche se alcuni di loro se ne vergognavano un poco. Gli è che nel resto d’Europa non eravamo proprio ben visti. Insomma, a dirla tutta ci consideravano proprio dei pagliacci, sempre lì pronti a fare battutacce e a buttarla in vacca per qualsiasi cosa. La cosa bella è che anche quella che si definiva opposizione aveva finito col tempo con l’accettare lo stesso gioco, e così l’informazione era diventata piuttosto un esercizio alla diffamazione continua. Chi non accettava di stare al gioco veniva ignorato. Era questa una forma di censura assolutamente all’avanguardia, che non sprecava neanche più tempo a sporcarsi le mani con tagli o bip.

Fu per questi e altri motivi che la banda di scrittori di cui sopra decise d’intraprendere un lungo e rischioso viaggio per portare a termine un’ancor più rischiosa missione.

In verità, tutta questa storia era cominciata per un motivo apparentemente stupido.

I cinque individui, poiché tale era il numero di questi condottieri di penna, erano piuttosto squattrinati. Facevano parte di quella generazione di precari di cui tutti parlavano a mo’ di slogan, ma delle cui storie nessuno o quasi s’interessava. La loro visione del mondo era piuttosto stramba, poiché non s’erano adeguati al nuovo digitale terrestre – non si sa se per motivi ideologici o per necessità economiche – e di conseguenza si procacciavano le informazioni soprattutto in rete, quando non addirittura per strada, visto che il dono della favella non doveva certo mancargli. Pare che queste buone abitudini avessero contribuito a salvaguardare in parte le loro facoltà di discernimento, e che, spinti da un’eccessiva fiducia nello spirito di solidarietà dei loro connazionali, si fossero messi in testa di perseguire un obiettivo degno della penna del Bianciardi.

Si erano conosciuti in un quartiere romano molto alla moda tra gli artisti e gli intellettuali, dove si respirava ancora qualche refolo di quell’aria di borgata che tanto aveva ispirato Pier Paolo Pasolini. I detrattori del giorno dopo puntarono subito il dito contro questa sorta d’intossicamento culturale che ancora spingeva una minoranza a protestare, e che aveva conseguito il bel risultato di produrre un non ben noto gruppuscolo di sedicenti scrittori decisi a usare la penna a mo’ di arma. C’era chi propose di chiudere certi ambienti, fossero semplici locali o centri sociali, e chi addirittura avanzò l’ipotesi di militarizzare l’intero quartiere. Questi erano i più ingegnosi, poiché vollero far credere che in quella strada di ritrovo – detta l’isola per via della sua natura pedonale, ma anche perché circondata dalla fiumana d’auto che scorreva tutt’intorno – si fosse verificato un accumulo di cattivi pensieri, una sorta di nuvola pregna che gravava minacciosa sulle teste dei cinque. Respira oggi che respira domani, quel veleno aveva finito con l’intaccare la materia grigia degli scrittori – o scribacchini, come li appellarono alcuni – sommandosi così all’altro veleno rosso che gradivano assai. A ben vedere si trattava di una lettura piuttosto originale della teoria di Epicuro sull’aggregazione degli atomi, che influenzerebbero le nostre azioni in base al loro movimento – di cui noi saremmo dunque effetto – ma anche a vederla così non ci sarebbe stata materia di che condannarli. Insomma, questa banda di letterati aveva fatto né più né meno di quello che dovrebbero fare tutti quelli della loro specie: aveva respirato l’aria di un dissenso mormorato e se n’era fatta portavoce.

Nonostante tutto, quel sabato di ottobre sul palco di Piazza del Popolo non ci fu chi salì a parlare in difesa di questi cinque cavalieri erranti tra le righe della sintassi. Ognuno fu prodigo d’interessi per la propria parrocchia, com’è uso e costume di questo paese che impara a memoria Foscolo e Manzoni, ma che poi si perde nelle dispute sulle ricette regionali.

Le bandiere sventolarono e i microfoni fischiarono, ma non fischiò il vento né urlò la bufera mentre il Presidente reclamava le sue parole con l’uso delle tenaglie.

Simone Ghelli

Precari all’erta! – Per riprendere la parola…

Mentre il paese dibatte sulla libertà di stampa e sui vari lodi, mentre la politica continua a usare lo stesso aggressivo linguaggio per rivendicare le proprie ragioni, mentre i politici di professione mistificano la realtà a proprio uso e consumo, io ho deciso di cambiare strategia, convinto del fatto che per cortocircuitare questo processo sia necessario sabotarne il linguaggio.

Pertanto ho deciso che la rubrica Precari all’erta! andrà, almeno temporaneamente, in vacanza (e comunque, per quanto riguarda le notizie sul mondo del precariato avrete sempre il bel blog di PrecarieMenti) per lasciar posto a una storia a puntate che s’intitolerà La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia. Un feuilleton politico insomma, ma alla maniera irriverente e surreale come piace a me. I protagonisti saranno una banda di scrittori che girano l’Italia a leggere le proprie cose, e che, spinti dall’euforia per l’imprevisto successo di pubblico, decidono di mettere in atto un piano che Luciano Bianciardi avrebbe probabilmente affidato al grande Ugo Tognazzi*: rubare le parole al Presidente. I cinque sconsiderati vengono però fermati proprio sul più bello, esattamente il giorno prima della grande manifestazione per la libertà di stampa. Chissà a quali parole crederà il popolo…

Vi aspetto qui, numerosi, dal prossimo sabato… e naturalmente si accettano suggerimenti, ma tanto poi decido io!

Simone Ghelli

*Mi rifersico qui alla trasposizione cinematografica de La vita agra, che diresse Carlo Lizzani e di cui Tognazzi fu protagonista.