L’amore nei giorni feriali

di Francesco Quaranta

Il nostro amore non esiste davvero se non nelle domeniche mattina.

Quelle tarde mattinate di domenica in cui la finestra aperta riversa oro tiepido su noi due assonnati e sciolti sul materasso, intenti ad indagarci, le lenzuola che dal letto sono state declassate a tappeti, i rumori del mondo esterno che non possono, non riescono a distogliere la nostra attenzione dal pigro tepore. Oppure quelle domeniche mattina in cui siamo animali abbracciati in un disperato letargo, nel nostro bozzolo di pile e piumini, così stretti da fondere i pensieri, non c’è bisogno di sapere se fuori piova, nevichi, tiri vento o ci sia l’apocalisse perché i vetri sbarrati sono una porta su altri mondi a noi estranei.

Il nostro amore non esiste davvero se non nelle domeniche mattina.

Gli orologi sono fermi, nessuno bada a noi e nessuno pretende il controllo su questo tempo. Possiamo far durare uno sguardo Leggi il resto dell’articolo

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Let. In. 12

[Diventa anche tu uno scrittore inesistente su Scrittori precari: invia i tuoi Let. In., seguendo queste istruzioni, a carlo.sperduti84@gmail.com. I migliori saranno inseriti nelle prossime puntate della rubrica]

Let. In.
Antologia di Letteratura Inesistente a cura di Carlo Sperduti
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BESTIARIO

Il gattolardo
di Tommaso di Palmarola

Questa è la storia di un grosso gatto grasso, detto gattolardo.
Nonostante la madre per la fretta lo fece cieco, il gatto amava andare al lardo e lasciarci lo zampino, questo fino a che qualcuno non disse “Gatto!” per metterlo nel sacco, ma questo a sentir “Gatto!” scappò via levato, sicuro che can che abbaia non morde. Si appoggiò al muro basso in attesa della notte che porta consiglio, e scoprì che nella notte tutti i gatti sono neri.
Quando il gatto non c’è i topi ballano, ma nel pollaio la gallina canta perché ha fatto l’uovo, e chi serba, serba al gatto e l’uovo è suo, a confermar la regola che il mattino ha l’oro in bocca. Leggi il resto dell’articolo

Carta taglia forbice – 9

[Continua da qui]

Una piccola città dell’Europa occidentale

Lei

Il Tempio è una cosa importantissima nella vita delle persone e anche nella mia. Io posso essere me stessa, nel Tempio, posso infilare il filo nella cruna e sentire l’odore della fede. Da quando sono piccola i miei genitori mi portano tutte le domeniche al Tempio, che è la chiesa dei Santi degli ultimi giorni. Noi siamo mormoni. Così ci chiama la gente. Ci chiamano mormoni perché Leggi il resto dell’articolo

Il migliore dei mondi possibili?!

Il 3 febbraio del 1848 lo studioso Willmore Vly tenne presso la Society Library di New York una conferenza sui temi della cosmogonia, del tempo e della teleologia.

Dagli appunti di quella conferenza nacque un libro che Vly intitolò Esperienze sperimentate. In questo volume, il nostro autore espose un’affascinante teoria riguardo la sua personale concezione della vita, della sua nascita e della sua “necessità”.

Si può dire, banalizzando, che la sua teoria verteva un po’ sulla teoria dell’infinità dei mondi di Giordano Bruno, della relatività einsteiniana e della missione predestinata del calvinismo. Cosa ci dice Vly nell’unica opera che diede alle stampe (fatta eccezione per una orribile poesia in distici pubblicata su una rivista letteraria di terz’ordine a Baltimora)? Ci dice che il nostro mondo, quello che viviamo ogni istante, ogni singola azione, viene ripetuta all’infinito in una precisa zona spazio-temporale esterna alla nostra coscienza e allo spazio-tempo di cui abbiamo percezione.

Egli sostiene che ogni volta che «solleviamo un bicchiere colmo d’acqua, da qualche parte una nostra copia ripete quel gesto in tutti i suoi dettagli, consentendo al corpo di cui abbiamo percezione di poter portare quel bicchiere alle labbra».

Volendo accostare questa immagine, volutamente complessa, di Vly, possiamo dire che secondo lui ognuno di noi è come l’immagine in movimento di un film, dietro cui vi sono gli infiniti fotogrammi che permettono la figurazione di quel movimento.

Da qualche parte nel tessuto spazio-temporale dell’universo Carlo Magno viene continuamente incoronato nella notte di Natale del ‘400, i coniugi Curie muoiono per le radiazioni dell’uranio, Hitler saluta la folla inneggiante all’alba della sua nomina a Cancelliere. Queste azioni, però, non si svolgono per intero, ma infinitamente frazionate, colte in ogni movimento delle cellule dei protagonisti. Per ogni globulo rosso che si muove, per ogni mitosi, per ogni osmosi, per ogni respiro esiste la copia di ogni singolo essere o elemento o oggetto: un gioco di specchi che si ripete infinitamente.

Quindi, per Vly, da qualche parte c’è il sopracciglio di Leonardo da Vinci che perde una ciglia, ci sono tutti i “fotogrammi” di questa ciglia che cade fino a raggiungere il pastrano del genio de Le Vergini delle rocce; da qualche altra parte c’è Simemon che batte sui tasti della macchina da scrivere e tutti gli scricchiolii delle sue articolazioni si conservano immutate nella loro cella spazio-temporale; e, da qualche altra parte ancora, Mata Hari si trucca per andare in scena, ripetendo in eterno una precisa occhiata alle sue calze di seta.

Willmore Vly non prevedeva le teorie che, a distanza di più di due secoli, avrebbero ipotizzato la deformazione dello spazio-tempo come se si trattasse d’una sciarpa lisa, eppure le precorse. Forse aveva cognizione di Bruno e dei suoi infiniti mondi e li ha reinterpretati in maniera abbastanza originale, ma sicuramente conosceva l’opera di Calvino. Difatti, com’è noto, Edgar Allan Poe ritrovò nella stanza ammobiliata in cui Vly viveva (e in cui si suicidò ingoiando la lama del proprio rasoio) l’opera omnia del filosofo svizzero nella pregiata edizione delle Pleìade. Con Calvino aveva in comune la concezione del futuro in quanto predestinazione. Infatti, anche Vly viveva nella convinzione di essere immortale o, almeno, di non poter morire prima di aver concluso la sua missione.

Tuttavia, la sua ipotesi sulla cosmogonia non è completa. Se fosse vero quello che asserisce, bisognerebbe ipotizzare che tutti i “fotogrammi” che consento alle azioni presenti di verificarsi sono strettamente concatenati come veri e propri film. E allora, anziché un film, sarebbe più esatto parlare di veri e propri microcosmi simili a sassi che creano increspature sulla superficie d’una pozzanghera: una fa scaturire la seguente e così via a effetto domino.

È inquietante pensare di vivere in un universo dove i bambini della Shoa vengono infornati continuamente, dove all’infinito Hiroshima viene devastata, dove la sofferenza e la distruzione sono elevate alla n. Per consolarsi bisognerebbe pensare che è lo stesso universo in cui, all’infinito, si ripetono le singole gioie, i fiori, le primavere, le nascite, i sorrisi.

Forse Vly, teorizzando questa infinita reiterazione, ha voluto creare un calcolo infinito alla fine del quale un contabile superiore, quantificando la dose di male e di bene che l’umanità ha ricevuto e prodotto, fosse costretto ad ammettere che bene e male si equivalgono per qualità e quantità. E che, in ultima analisi, per tutti c’è la speranza d’essere felici in maniera proporzionata all’eventualità d’essere infelici.

Questo basta a fare di Vly un ottimista? Per alcuni basterebbe. Sicuramente non era un sostenitore del libero arbitrio, né poteva essere un meiorista convinto. Eppure doveva trattarsi d’un essere intimamente fiducioso. E ingenuo.

Deve essere stato un duro colpo, per lui, ingoiare quel rasoio e rimanerci secco, constatando di non avere nessun altra missione che giustificasse la sua esistenza.

E deve essere stato anche peggio immaginare quel momento che si sarebbe ripetuto all’infinito nella sua atrocità.

 

Antonio Romano

Anno del signore 1997

È chiamata interlinea la distanza verticale che intercorre tra la linea di base di una riga e quella della riga successiva.

È chiamata focale 64 (ƒ64) la minima apertura di diaframma nello scatto di una fotografia ed il conseguente valore massimo di profondità di campo.

La rubrica Interlinea ƒ64 nasce dalla collaborazione tra La Rotta per Itaca e Scrittori precari: una volta al mese, uno scrittore, leggendo tra le righe di una fotografia, ci racconterà una storia in profondità di campo.


di Andrea Coffami e Angelo Zabaglio da una foto di Andrea Pozzato

Era l’ora tarda dei televisori accesi sulle emittenti locali che passavano cosce allargate, coperte leggermente da numeri telefonici da 2000 lire a scatto, bocche bagnate da lingue che inumidivano labbra e capezzoli esposti per nulla utilizzati ad allattare neonati.

L’uomo sonnolento sulla sua poltrona marroncina aveva solo la forza di usare i muscoli della mano, anzi delle dita, per pigiare i pulsanti del telecomando del suo televisore abbastanza anziano. Sarà stata la televisione. Sarà stato il ricordo. L’uomo si spogliò. Stese sulla sua poltrona marroncina le vesti che portava e indossò un abito ben più pesante. Chiudendo la porta principale del suo abitacolo, cominciò a passeggiare per il viale notturno, illuminato dai lampioni alti e accesi, dai lampioni spenti e dai lampioni rotti. Era piovuto poche ore prima ed una leggera pioggia riprese a scendere dal cielo, ma questo non importava alle numerose donne di colore scuro e colore chiaro che come tutte le notti attendevano corpi paganti, alti, bassi, bianchi, neri, larghi, corti, lunghi, corpulenti, mingherlini, esili, gracili, massicci, forti, robusti, repellenti, vigorosi, muscolosi, flaccidi, goffi, vivaci, tristi, sciocchi, soli, cortesi, incivili, pelosi, malinconici, ricurvi, belli, attraenti, sconosciuti, apatici, maturi, eccitati, dolci, affettuosi, rozzi, sgradevoli, puzzolenti, sudati, riservati, simpatici, unti, timidi, taciturni, comuni, lavati, spavaldi, anziani, sciupati, saggi, giovani, rauchi, disoccupati, nervosi, commossi, impauriti, confusi, delusi, infedeli, depressi, tutti rigorosamente paganti.

Era piovuto e la pioggia abbondante ritornava nuovamente a bagnare le auto parcheggiate ma leggermente ondulanti di ammortizzatori pressati dai corpi che si pressano. Il nostro signore sonnolento non aveva intenzione di pagare, preferiva riscuotere.

La notte terminò abbastanza priva di forze. Al mattino seguente, la solitudine della stanza venne riempita dal dolce venticello, che partendo direttamente dalle poche nuvole in cielo, come un ciclista in volata giunse direttamente all’interno della camera dove il vecchio signore era intento ad aprire la finestra con ante in legno caldo, come nel retro di una piccola chiesa. La zuppa di latte terminò di vivere entro dieci minuti. La tazza che il signore portava alla bocca era color ceramica sporcata di rosso al bordo… come di rossetto per labbra. La televisione trasmetteva un film in bianco e nero. La televisione non era a colori. Il film era un vecchio classico degli anni novanta.

Erano le ore 9:30 e alle 10:00 si sarebbe svolta la santa messa. In meno di dodici minuti il vecchio signore si tolse il trucco dal viso e dagli occhi, non avendo avuto il tempo, la voglia e la forza di farlo la notte precedente (9 ore prima). Con cotone imbevuto di creme, fece risplendere la sua pelle raggrinzita, eliminando il nero stropicciato di trucco che contornava disordinatamente gli occhi. Il forte rosso acceso sulle labbra scomparve e, indossando la cotta, si preparò ad accogliere i fedeli arrivati in chiesa per ascoltare la messa che il vecchio signore celebrava tutte le mattine alle 10:00.

La barba bianca

Io lo sono stato Babbo Natale, moltissime volte. Quasi tutte.

Ma non per questioni economiche, macché: per passione. Pura passione. Non credo che tutti conoscano il vero significato della parola “passione”, ma la passione (scusate se mi ripeto, ma spesso è importante ripetere parole-chiave) è quell’elemento, forse l’unico, che può rendere qualsiasi esistenza significativa e degna di esser vissuta, fino in fondo, dall’inizio alla fine, se mai ci sarà.

Io mi sono sempre accontentato di poche cose, una tra queste è l’interpretare Babbo Natale. Quando divenni più grandicello rimasi colpito nel vedere gli spot della Coca-Cola in televisione. In casa avevo un piccolo televisore dallo scheletro arancione, che in compenso trasmetteva in bianco e nero. Per fortuna i cartelloni pubblicitari in città erano colorati. Il rosso del costume, il bianco della barba, colori che si abbinavano perfettamente anche al mio stile di vita. Rosso come la passione, bianco come il candore. Sfruttai quindi l’ingegno creativo dei talentuosi pubblicitari alle prime armi che inventarono quell’abbinamento, quel costume ormai divenuto un logo da generazioni, come il crocifisso, il presepe, la svirgola della Nike, il coccodrillo della Benetton. Lungi da me far polemica su queste questioni, sia chiaro. Io amo tutto ciò che deforma il pensiero delle masse, quindi è ben inteso che scrivo queste cose con il tono di chi si rallegra di tanta abbondanza di virus necessari.

Ultimamente però le cose sono cambiate parecchio: il ricordo ancora è nitido come fosse stato ieri. Quel bambino che salì sulle mie ginocchia era un occhialuto cicciottello che non avrebbe sfigurato in un film di Fellini. Maglietta aderente a strisce orizzontali chiare e scure, occhiali che affondavano nel viso paffutello, capelli cortissimi, sudore sulla fronte (sebbene sia stato dicembre) e un alito di scarafaggio morto, misto yogurt alla pesca. Secondo me fece pure una puzza per l’emozione, di quelle silenziose e pestilenziali, che ti viene il dubbio che non sia qualcosa di peggio.

Io avrò avuto ventidue anni, lui cinque, ma una volta sulle mie ginocchia capii che pesava molto più di me. Ma non era fastidioso, la sua ciccia era quasi rilassante.

«Ma tu sei un ragazzo, tu non sei Babbo Natale, tu sei il figlio di Babbo Natale,» mi fece lui con aria da saputello.

«Sono il sostituto, cosa credi, che siano veri i babbi Natale che stanno nei supermarket?»

«Lo sapevo,» disse il bambino con aria saccente.

«Cosa vuoi per regalo?»

«La macchina telecomandata senza fili».

«Vedrò cosa posso fare,» e detto ciò gli diedi un colpetto sulle cosce, invitandolo ad andar via.

Ci volle un piccolo sforzo da parte sua per ricadere a terra. Mi salutò dandomi un bacio sulla guancia. Un bacio paffutello come lui, come a scusarsi del tono che aveva avuto. Ci voleva ben altro: rimaneva uno stronzetto cicciottello viziato.

Ai tempi indossavo una barba finta, di quelle spudoratamente false e grottesche, altrimenti non avrebbero riconosciuto le sembianze di Babbo Natale. Ma ora la barba bianca è vera, la lascio crescere da maggio/giugno debitamente per l’occasione, poi, una volta arrivato gennaio, mi rado e mi trasformo in Alfredo, commesso in un discount con contratto che si rinnova ogni sei mesi.

La mia passione con gli anni non si è affatto affievolita, al contrario, è aumentata in maniera esponenziale. Saranno quanti anni da allora? Ho perso il conto.

Questo dicembre ho sei centri commerciali dove potrò esibirmi: vado forte, una vera pacchia. Fino all’anno scorso al massimo ero in due supermercati, anche se sono sempre stato il migliore, è inutile fare i modesti, sono il miglior Babbo Natale che esiste sulla piazza, tutti gli altri sono solo imitazioni riuscite male. Ci sono voluti Dio solo sa quanti stracazzo di anni perché la gente se ne accorgesse.

I miei spettacoli sono veri, non c’è niente da fare: si vede quando uno dentro ha la passione. La maggior parte degli altri babbi Natale fa trasparire la voglia di denaro, la disperazione economica che hanno in corpo e nelle vene, il fattore economico che li spinge a mascherarsi, e tutto questo il bambino lo avverte. Come quando una madre incinta è nervosa ed ansiosa, ricade tutto nel pupetto in grembo. Idem il finto babbo Natale che tenta di fare lo spensierato. Il ragazzino è come un cane, sente cose che noi umani non possiamo sentire. Alcuni pisciano pure sui tronchi degli alberi. Mica sono scemi i ragazzini.

Questo tredici dicembre l’iper Coop è ricolmo di famiglie in preda allo shopping, non vedevo questo fermento da decenni. Il primo bimbo di oggi è un nerd che quasi si vergogna di venire sulle mie ginocchia a chiedermi il dono. Mi osserva in silenzio, avvicina un po’ la testa alla mia, mi scruta, guardo il suo braccio, ha un livido sul pollice, forse vuole tirarmi la barba, ma non lo fa. Probabilmente per via del livido dolorante, penso.

«Ciao piccoletto, guarda che la barba è vera».

Lo ammutolisco con quella frase, ma il suo silenzio dura poco.

«Te la sei fatta crescere apposta per venire a lavorare qui, di’ la verità»

Il nerd mi aveva scoperto, cosa sono diventato? Uno dei tanti babbi Natale vogliosi di denaro che non riesce più a far sognare un bambino nerd moccioso? Cosa sono diventato? Il ragazzino mi ha preso alla sprovvista, ero nell’angolo con un solo montante ad inizio round.

«Ma Babbo Natale non ha sempre la barba, quando fa caldo si rade, mica è scemo».

«Cazzate! Tu sei falso come una copia pirata di Windows Seven».

Ma come parlano i mocciosi di oggi? Ho solo voglia di levarmi dalle palle quello schifosetto occhialuto. Che cosa stracazzo stava dicendo quel rospo con la faccia da rana? Meglio troncare con questo rompipalle: «Allora, come ti chiami?»

«Luca, e tu?»

«Io sono Babbo Natale, cosa vuoi che ti porti?»

Il volto di Luca è di sfida, temo la sua risposta. Cosa mi sta succedendo? Perché questo nerd non mi crede? Sto diventando la copia di me stesso? La copia sbiadita? Probabilmente mi dovrei solo aggiornare sulle nuove tecnologie, tutto qui. La mia credibilità ne risente. Lo sento, lo avverto. Mi chiede in regalo un qualcosa inerente al mondo dei computer, un processore o una cosa del genere, nemmeno ricordo bene. Gli dico che lo avrà, pur di levarmelo dalle scatole.

«Non esiste quello che ti ho chiesto, sei un buffone».

«Levati dalle palle e fatti una partita a calcetto, nerdaccio rompipalle!»

Gli altri bambini della giornata sono stati più clementi e meno pretenziosi di lui, per fortuna.

La sera, terminato il lavoro, mi dirigo al cinema: ho voglia di film. Proiettano un horror coreano, me lo gusto con piacere. Adoro la Corea, dovrei ritornarci prima o poi, forse lì starei meglio. E magari rivedrei pure Uhl aveva i capelli a caschetto neri. Ho paura che siano trascorsi troppi anni da allora. Troppi.

Fatto è che non posso non pensare alle parole di sfida di quel ragazzino. Stavo perdendo credibilità. Ho capito cosa devo fare. E attuerò il piano domani. Andrà meglio, me lo sento.

Al mattino m’incammino alla postazione all’interno del centro commerciale. Già s’intravede la fila di bimbi accompagnati dai genitori, sorrido loro ed invito il primo bambino ad avvicinarsi.

«Ciao Babbo Natale, io mi chiamo Alfredo, vorrei un i-pod per Natale, grazie,» e se ne va via. Brutto stronzetto che non mi fa nemmeno attuare il piano. Meglio. Vada per il secondo. Ecco che si avvicina: bambinetta con le treccine che sembra uscita da un telefilm per ragazzi.

Mi saluta ed abbassa gli occhi imbarazzata, stropiccia gli occhioni chiari e diventa tutta rossa in volto.

«Ostroghi diche a babbinatali regoli?»

La bimba non capisce. Provo a ripetere la frase, tentando di aiutarla con la mimica facciale e dei gesti: «Ornochi dai a babbonatali i regalo vuoi?»

La bimba scoppia in lacrime, terrorizzata, mi bagna la barba con le lacrime ed il moccolo del naso. Provo ad accarezzarla ma il padre se la porta via con tono schifato.

«Che cosa le ha fatto?» mi chiede infuriato.

«Ma che cosa devo averle fatto? Si è emozionata e basta! Cosa si aspettava? Uno dei tanti babbi Natale che parlano la lingua nostra? Ma a quelli non crede più nessuno, cazzo!»

«Ma è solo una bambina,» intona il signore mentre la figlia continua a piangere e abbracciare le gambe del padre.

«La faccia crescere la sua bambina, Cristo santo!» e con la mano faccio un segno come a dire: allontanatevi, fatemi continuare.

Le famigliole che avevano assistito alla scena erano pietrificate, ci volle un po’ prima che si formasse una nuova fila. In fondo ero contento, mi avevano creduto. Almeno quella bambina lo aveva fatto.

Continuai a parlare ai bimbi nella mia lingua incomprensibile, e man mano i bimbi apprezzarono il gesto: forse ero stato troppo burbero con quella piccoletta, ma terminate le festività i ragazzini ridevano di gusto quando gli parlavo in babbonatalese.

Finite le festività natalizie ritornai al mio lavoro al discount, sarebbe stato l’ultimo anno da loro, poi avrei provato con un altro supermarket. Mi ero rotto le scatole di fare il magazziniere, erano già oltre dodici anni che sgobbavo lì dentro, ci vuole un cambiamento ogni tanto. Prima di fare il magazziniere ho lavorato per sei anni come addetto specializzato per una ditta di pulizie in un aeroporto, altri cinque anni li ho trascorsi come pilota di aerei per una compagnia privata: facevo volare industriali, uomini d’affari o semplici benestanti che volevano farsi un giretto in aria per divertimento (solitamente con le loro amanti). Prima ancora sono stato cameriere in alcuni bar, ne avrò fatti circa una dozzina tra Roma, Berlino, Parigi ed un piccolo paesino sperduto in Corea del sud, dove conobbi Uhl. Da giovane ero molto più affascinate di ora, anche se la barba lunga e bianca mi dona parecchio, ma ai tempi di Uhl ero bello davvero, e lei s’innamorò di me, come io di lei del resto.

Lei aveva circa trent’anni, era riuscita a fuggire dalla Corea del nord, passando per la Cina. Aveva la pelle liscia e fresca come quella di una ventenne. Quando la conobbi avevo qualche anno in più di lei, non tantissimi, ma lei badava molto a questo aspetto; nonostante ciò non le ho mai rivelato la mia vera età, non mi avrebbe creduto. Mi sussurrava sempre: «Ti voglio bene, vecchio uomo». Era come una bambina. I primi tempi capivo poco la sua lingua, ma già dopo qualche mese imparai molto da lei. Alle volte ci penso ancora a quegli anni, ma temo che se mi vedesse ora avrebbe un sussulto, vecchio e barbuto come sono, con la pelle secca come una mela secca. Per fortuna non può farlo. Meglio non pensarci adesso, è una vecchia storia, sapevo già come sarebbe andata a finire.

La notte è insonne questa notte. Il febbraio più freddo che io ricordi.

Al mattino qui albeggia alle cinque, il lago fuori la baita è ancora ghiacciato, avrei potuto pattinarci con Uhl, o almeno vederla pattinare. Anche le renne sono stanche, molto più di me, riposano nel loro spazio di natura bianca, la neve ricopre tutto l’esterno. Dalla finestra della stanza posso vedere le montagne dalle cime innevate, sembra veramente di stare in uno dei vecchi spot della Coca-Cola.

Credo proprio che Terry abbia bisogno di un veterinario, si regge a stento, troppa fatica per la sua età. Mi dirigo nel recinto e la sento soffrire, latra come a chiedere pietà. Non posso ucciderla, sarebbe la prima, non ne avrei il coraggio ora. Me ne rimangono sempre altre cinque, questo è vero, ma qualcosa sta cambiando: Terry smette di respirare. Mi siedo affianco a lei e non l’accarezzo, mi limito a sorriderle, steso sulla neve bianca, penso che forse allora un giorno verrà anche il mio turno. Quanto cazzo campa un Babbo Natale?

E dopo essermi domandato questo, decisi che il giorno successivo sarei partito con le altre cinque renne verso la tomba di Uhl, in Corea del sud. Forse lì avrei avuto il coraggio di incontrare la figlia di nostra nipote, non l’ho ancora mai vista, non so nemmeno com’è fatta, ma forse un giorno somiglierà a Uhl.

Chissà magari mi prenderanno come magazziniere in qualche supermercato. Uno ci prova.

Angelo Zabaglio e Andrea Coffami

Cinema e Buchi

È cominciato tutto da Fino all’ultimo respiro.

Io mi ero appena trasferita a Roma, in un quartiere brulicante di fermenti giovanili, sconquassato da notti alcoliche e albe rissose, inconsapevole raccoglitore di cocci di vetro e vomito notturno. Non conoscevo nessuno e mi sentivo come una maschera al Carnevale di Venezia: vedi attorno a te migliaia di persone ebbre, ipnotizzate da febbrili danze convulse, le puoi osservare attraverso le fessure del tuo travestimento, ma rimani sempre una cornice della città. Ti potresti mettere di fronte ad un negozio di artigianato locale, immobile, a farti immortalare dagli scatti dei turisti.

La soluzione alla malinconia di quelle serate solitarie mi era sembrata uno sparuto videonoleggio, proprio di fronte al mio palazzo, che cercava di farsi largo tra un salone di bellezza e un’officina; ero stata sedotta dal viso di Robert Redford de La stangata, dalle fattezze stilizzate, inedito Diabolik del cinema, stampato sulla vetrina del negozio.

Appena entrata, mi ritrovai in una magico Eden cinematografico: tutti, ma proprio tutti i film, anche quelli più inimmaginabili, quelli cercati inutilmente nelle videoteche di tutta Italia, quelli provati a scaricare da internet con tutti i tipi di mezzi, leciti ed illeciti e “che cazzo, il download si interrompe sempre al 78%!”… beh, insomma, TUTTI, stavano in quel buco di negozio, ordinati per categoria, bramosi di essere guardati.

Io, come una drogata in crisi d’astinenza, mi ero precitata nella sezione cinema francese, leggendo con cupidigia il retro di A bout de souffle, quando, dietro alla schiena, sentii una strana presenza. Eri tu, sbucato silenziosamente alle mie spalle, mi stavi dicendo che quello era il tuo film preferito. Forse perché ti sentivi come Michel, anarchico personaggio, mito di se stesso, a caccia di un’ingenua Patricia da abbindolare. Mentre parlavi mi accarezzavi con l’indice la cintura dei pantaloni, infastidendomi. Scappai velocemente, mi sembravi un personaggio dei fumetti in cerca di rapide avventure sessuali.

Purtroppo l’amore per il cinema, qualche giorno più tardi, mi spinse di nuovo verso quel buco, e verso te, incastonato tra i dvd, vicino alla cassa. Con L’erba di Grace abbiamo sorriso ripensando ai nostri viaggi ad Amsterdam, tra biciclette, funghi allucinogeni e le pazzie di Van Gogh; Control mi ha svelato che sei anche un musicista, convinto detrattore di tutta la New Wave… Sì, perché tu oscilli tra lo psichedelico e il glam, come David Bowie degli anni Settanta tante volte aleggiante nel negozio, e potresti benissimo far parte delle guerre tra spacciatori di City of Joy, in giubbino di pelle, camicia con il bavero a punta e jeans a zampa di elefante. L’insaziabile appetito che ci aveva provocato Primo amore era dettato dall’ansia dell’annientamento per l’altro, talmente potente da non farti nemmeno finire di leggere Il cacciatore di anoressiche.

Così, grazie all’amore selvaggio e distruttivo de La sposa turca, quella sera, dopo la chiusura del negozio, mi ritrovai scaraventata contro uno dei muri di dvd. Mentre la tua lingua procedeva lenta ma inesorabile dall’attaccatura della mia spalla fin dietro il mio orecchio, io vedevo precipitare vertiginosamente da sopra la testa e dai lati del mio corpo, uno ad uno, I quattrocento colpi, Il cielo sopra Berlino, Roma città aperta, Donne sull’orlo di una crisi di nervi….

Ad un certo punto chiusi gli occhi; non capivo più in quale film eravamo finiti, sentivo solo la tua voce che mi sussurrava qualcosa, e i nostri corpi attanagliati in un insieme di sussulti meccanici, la mia schiena premuta sui dvd che, cadendo, emettevano un ticchettio metallico.

“Ora toccami.. Così…sì…Tira fuori la lingua.. Brava…Tira fuori la lingua ho detto!”.

Sempre più furioso, sempre più ansimante… Ormai seminuda, immaginavo la penetrazione del cinema dentro di me, l’orgasmo che mi avrebbe provocato la mia più grande passione facendosi strada fra le mie gambe, rabbiosa, divoratrice. La mia vagina molle era come un bocciolo al mattino, in attesa famelica di nutrimento, linfa, sole, calore…

“Oh cazzo!”.

Silenzio.

Più nessun fremito, nessuno spasimo. I dvd immobili ai loro posti. Dopo qualche secondo riaprii gli occhi.

“Scusa!”.

Come scusa?????!! Non ci potevo credere, il film non era stato interrotto, non era nemmeno iniziato…

Tu tenevi gli occhi bassi, mortificato, tirandoti su i pantaloni.

“Non so che mi è preso… un quindicenne!”.

Io non sapevo che dire, non avevo nemmeno visto il trailer del film per poter dare un giudizio…

“Sono cose che succedono a tutti, magari la prossima volta…”.

Sul pavimento spiccava fra tutti i dvd un doloroso Requiem for a dream

Non c’è più stata una prossima volta.

Probabilmente la cinepresa aveva subito un danno irreparabile, o forse nessuno dei due ha più cercato di farla sistemare… Di tanto in tanto torno a noleggiare dvd, tu sei sempre lì, ma non sei più una sceneggiatura da scrivere, sei unicamente un imbarazzante flop.

È come quando passo davanti al negozio… Non è più il Paradiso dei cinefili, ma semplicemente una triste eiaculazione precoce.

Nadia Turrin