Grammatica finlandese

[Il racconto di Paolo Zardi che segue è stato scritto raccogliendo la sfida lanciata da Ilaria Vajngerl nel suo blog Il Pesce Volante. Buona lettura]

Da giorni il sospetto aveva iniziato a scavare i suoi lunghi cunicoli nel cuore di lei, il doloroso, insopportabile sospetto che lui non l’amasse più: si nutriva della reticenza della voce, e soprattutto degli abbracci – una pressione meno convinta, la durata impercettibilmente più breve (le unità di misura dell’amore sono il millisecondo, e il microbar; è solo quando le cose vanno per il verso giusto, che si tara sull’ampiezza del secolo, e dei gigapascal). Per questo sospetto, teme che la cenetta al McDrive di un McDonald poco fuori Melzo sia solo il pretesto per mettere la parola fine alla loro relazione; il corpo, invece, lo sa per certo, perché trema per un freddo che solo lui riesce a percepire in questa tardo pomeriggio di giugno. Hanno ordinato due menù Crispy McBacon, e l’abitacolo della Palio di lui – la Palio di suo padre, a dire il vero, quei due metri quadrati che hanno visto nascere il loro amore – è una bolla spazio temporale impregnata dal tanfo animale degli hamburger. Lui guarda avanti, come se stesse guidando, e mastica con una nervosa determinazione; lei smozzica il pane con una bocca che non ne vuole sapere di aprirsi. In due non fanno quarant’anni. Un camionista di passaggio, guardando dentro alla loro macchina, li ha scambiati per fratelli.
Tra un boccone e l’altro, lui cerca le parole giuste per spiegarle quello che lei ha già intuito; ma per quanto si sforzi, non le trova. L’amore è poesia, è profusione di metafore, è altezze vertiginose; l’abbandono, invece, striscia noioso come un atto notarile che certifica la cessione di un ramo d’azienda, o la messa in liquidazione di una società che non fa più utili da tempo. Lui parte da molto lontano: l’infanzia, l’inevitabile presenza di una madre apprensiva, e la severità del padre, e i fratelli rivali nel gioco. Letteratura dei primi del novecento, insomma. Lei, estrapolando, calcola che serviranno come minimo altri due BigMac per Leggi il resto dell’articolo

I capolavori ritrovati della poesia – Seppo Pullulaa

Un’operazione di salvataggio a cura di Ennio Canallegri e William Kessel Pacinotti

I DENTINI di Seppo Pullulaa (1957)

Rodono l’essere, la carne
fino al bianco dell’osso
senza fermarsi eppure immobili
Mi inseguono su un’altalena
che naviga
vuota di vago e d’implicito
E cercano incessanti l’erba
che mi cresce sul petto
e sotto la pelle che si sfalda
i conigli d’alabastro.

SEPPO PULLULAA (Merimasku 1927- Suomussalmi 1973)

La prima (e ultima) edizione del “Concorso per pupazzi di neve poeti”, organizzato nel ’73 dalla Fondazione reduci di Suomussalmi sul luogo della battaglia combattuta trentatré anni prima contro i russi, lo ha tolto alla patria, che ancora ignara di aver perso Leggi il resto dell’articolo

Carta taglia forbici – 3

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Una piccola città lontana dall’Europa occidentale

Sua madre aveva vissuto per molti anni con suo padre, prima di lasciarlo per un altro uomo. Lui soffrì molto, e non dimenticherà mai il giorno in cui suo padre gli disse di non fare mai figli. Era il giorno in cui lui e la madre traslocarono in casa di un attore, un tizio che indossava sempre lo stesso jeans.
Il terzo marito di sua madre era gentile con lui e non condivideva l’opinione di sua madre sul fatto che fosse meglio per lui odiare il padre piuttosto che amarlo.
Una volta, un giorno che la madre era andata a trovare le sorelle in una città vicina, il terzo marito lo portò a casa di suo padre. Sua madre non seppe mai nulla e lui apprezzò molto il gesto. Quando la madre lasciò quell’uomo lui pianse, perché capì molte cose, e la prima tra tutte era che non si sarebbe mai fidato di una donna.
A scuola non riuscì a entrare in nessuna squadra, anche se aveva provato con tutte le sue forze. Pare che fosse negato per il basket, il baseball, il tennis, la pallavolo, il softball, la ginnastica artistica, il football, il calcio, e ovviamente anche la scherma. Leggi il resto dell’articolo