Per oggi non mi tolgo la vita

Per oggi non mi tolgo la vita (Exorma, 2011)

di Alfonso Brentani

 

 

Il narratore protagonista del piccolo romanzo Per oggi non mi tolgo la vita probabilmente non è estraneo all’autore, almeno a giudicare da un’intervista che lo stesso Alfonso Brentani ha rilasciato alla compagine di Fahrenheit (radio 3).

Entrambi pretendono un sacrosanto diritto di vederla in una maniera che non è mai andata per la maggiore e oggi meno che mai: farla finita ben prima del tempo, il che ancora non è reato (in un paese come il nostro ancora sotto l’egida del Vaticano la cosa non è scontata – potrebbero sempre farla pagare alle mogli, ai figli, ai genitori: i vertici della Chiesa Cattolica essendo meno feroci dei talebani solo perché dall’Illuminismo in avanti qualcuno li ha presi a legnate, non certo perché si siano evoluti da soli). Il narratore dice chiaro e forte il suo diritto di obiezione di coscienza alla vita; esprime insomma un’etica e un’estetica del rifiuto, non sai quanto per propria agonia esistenziale, quanto per sovrana, foscoliana ribellione ai codici (molto americani direbbe forse l’autore) del contemporaneo.

Primo romanzo, questo del giovane scrittore sardo, che deve molto al Male Oscuro di Giuseppe Berto. Ma anche al grande Bianciardi; la ricerca dell’autenticità è la chiave d’accesso alla vita, e la letteratura dunque si definisce come il luogo in cui in gioco è la verità stessa delle cose. Direi anche Morselli, non a caso sfigatissimo e solitario. E, sul piano stilistico, certo monologare anni Settanta che parte da Malerba e arriva oggi fino a Paolo Nori (con la differenza che Brentani ha cose più intelligenti da dire).

L’autore dunque cerca il tono comico-ironico per disinnescare il dramma dell’incapacità di vivere. L’ironia è strutturale nonché amarissima, un po’ dilatata e ripetitiva – va detto. Sta nella composizione più che nel dettato della frase. Dapprima c’è il “fatto”, in cui l’io narrante se la deve vedere con il gas della marmitta, fallimentare arma del suicidio. Il protagonista prova a uccidersi più volte ma i suoi tentativi falliscono. Nell’Antefatto che segue (proprio così), attraverso il flashback il racconto ci riporta a precedenti prove suicidali; nel frattempo ci tiene aggiornati sul suo presente tragicomico.

Il flusso di coscienza studiatamente strampalato potrebbe ingannare il lettore, ci avverte Brentani; non v’è bisogno di essere un fuoriuscito per decidere di farla finita. La prospettiva potrebbe blandire anche la mente più lucida della terra. Diritto al crollo, al patetismo, alla sconfitta, alla rinuncia – autore e narratore rifiutano in modo radicale un’idea della vita che oggi segna tutto nei termini antinomici vincente-perdente.

Per oggi non mi tolgo la vita ricorda che la scelta del suicidio può essere più normale di quanto non si ritenga abitualmente, ecco. Non è un clochard, il protagonista; è un editor, e il suo malessere ha tratti forse più esistenziali (già da bambino non gli andava bene niente – parole sue) di quelli del protagonista di un altro libro di questi mesi, Aspetta primavera, Lucky di Flavio Santi, scrittore già consolidato, la cui – del narratore – rabbia sembra più sociale; meno nichilista di questo, e altrettanto delicatamente virulento.

Brentani si dice estimatore di musica “Black metal”: da quelle parti il nichilismo abbonda e alle orecchie di chi scrive in modi niente affatto seducenti. Fortuna che nel libro non si vedono tracce di satanismo e altre forme sottoculturali di quel tipo; né il narratore istiga al suicidio alcuno – fortuna insomma che Brentani come scrittore e prima come lettore sembra meno corrivo e goffo di quanto non sia spesso la sua musica di riferimento – non ce ne voglia. Il ragazzo è simpatico, ha qualcosa da dire e sa scrivere (tre qualità difficili da trovare insieme in un solo giovane scrittore). Perciò, ci piacerebbe che continuasse a farci compagnia.

 

Michele Lupo

 

Aspetta primavera, Lucky

Aspetta primavera, Lucky (Edizioni Socrates, 2011)

di Flavio Santi

 

Arrivo la sera morto, con gli occhi cotti come due uova in padella.

 

 

Ci sono dei libri che non ci lasciano indifferenti per principio, perché appartengono al nostro mondo ancor prima che alla scrittura, alla loro scrittura.

È un fatto strettamente personale, qualcosa che incrocia il nostro percorso fatto di altre letture e altre riflessioni; qualcosa che ci avvicina per principio al libro in questione, che ce lo rende fin troppo prossimo. Insomma, ci sono libri che per mille motivi non sfuggono a una lettura partigiana, viziata da un’invasione di campo che ci spinge a ingaggiare una lotta, più che una lettura: con o contro di loro.

È da queste premesse che nasceva il mio iniziale scetticismo nei confronti del libro di Flavio Santi, che tra tutti andava a toccarmi proprio il mio adorato Bianciardi (e il Bandini di John Fante); motivo per cui ho apprezzato di meno le prime pagine, dove ancora dovevo liberarmi dai miei pregiudizi e da ogni resistenza dettata dalla diffidenza nei confronti di una certa sfrontatezza dimostrata dall’autore – eppure, mi dico oggi che l’ho letto, in quel momento non ero forse la stessa persona convinta del fatto che sia meglio cimentarsi coi grandi e rischiare un grande fallimento, piuttosto che gareggiare col primo babbeo che va di moda?

E infatti dicevo dell’incipit, dove il protagonista sogna Pasolini, mica noccioline: Pasolini che anziché esser fuggito a Roma si è fermato in Friuli, a lavorare come insegnante nelle scuole medie, e che non ha più tempo per scrivere poesie né provare a fare un film. È a partire da questa invenzione dell’inconscio che Santi ci regala un’invettiva sulla condizione dell’intellettuale nel terzo millennio; in particolare quella di un traduttore – ed ecco qua Bianciardi e la sua Vita agra – che deve combattere con un mondo editoriale ridotto a spettacolo grottesco, a fiera delle vanità, dove la sopraffazione è un valore riconosciuto da tutti.

I personaggi che abitano le pagine di questo romanzo restano impressi al pari del protagonista, nel quale può riconoscersi chiunque viva oggi sulla propria pelle la condizione di lavoratore precario: basti pensare al collaboratore editoriale Danilo Casupola – che ripete continuamente: «A quando il botto?» riferendosi al Pirellone o Torracchione bianciardiano –, licenziato per far posto a un raccomandato; o allo scrittore Adamantino Pollastri, uno molto potente e in vista, uno che si lamenta del suo successo che l’ha trasformato in “brand”; senza dimenticarsi di Tano Dere, un conduttore televisivo che fa trasmissioni sui libri senza mai averne letto uno.

Il prodotto di questo mondo, a cui il protagonista rimane attaccato a costo di enormi sacrifici – perché ci starebbe volentieri al posto di Adamantino Pollastri, anziché dover elemosinare traduzioni per pagare le bollette –, è una persona incapace di esplodere, tanto per non discostarci dalle pagine della Vita agra: un uomo che anche volendo non distruggerebbe niente, circondato com’è da sole macerie. Un uomo che a forza di accettare è diventato persino incapace di scegliere, diviso fra due donne così come lo è fra il sogno e la realtà: da una parte la moglie Giulia, che ancora crede all’utopia (al comunismo), e di cui è innamorato di un amore delicato ma evanescente; dall’altra Sveva, che raggiunge a Roma ogni volta che può per sfogare le sue pulsioni sessuali – due parti che non formano comunque un intero: quella Simone Weil che è il sogno erotico segreto del protagonista.

Per quanto odi il potere e l’aura d’arroganza e ipocrisia che lo circonda, Fulvio Sant – alter ego dello scrittore, che suona all’orecchio come una sorta di kamikaze – è un uomo che non riesce neanche più a urlare i suoi vaffa, ma che al massimo se li sogna, e che come lo struzzo (della copertina del libro) mette la testa sotto terra; ma ci sente lo stesso, eccome se ci sente. Infatti non c’è niente di consolatorio in questo libro, a partire dalla scrittura stessa di Santi, che arriva dritta al cuore del problema e delle cose: una scrittura che mette in subbuglio e lascia il segno, e che soprattutto non risparmia nessuno, né vincitori né vinti.

 

Simone Ghelli