Il miracolo della rete

Vàtti a vedere sulla rete dov’è che abitano, in Italia, tutti quelli che di cognome fanno Codispoti: ce ne sono solo seicentosèi, son pochi, dopotutto, in confronto ai Rossi, per dire. O ai Neri. Una manciata sono nell’hinterland milanese; una mezzaluna fertile dalle parti di Roma, verso nord, ad occhio e croce tra Pescia Romana, Genazzano e Gaeta; un ciuffo sulla punta della Calabria.

Maurizio Codispoti da Catanzaro faceva il terzino sinistro per il Foggia, i satanelli rossi e neri, a cavallo tra gli Ottanta ed i Novanta: era uno di quelli che in tasca portavano il passaporto di Zemanlandia.

In quella squadra c’erano Mancini, Grandini e Codispoti; poi Matrecano e Consagra, un riccioluto Igor Shalimov, Barone che di nome faceva Onofrio, Dan Petrescu. E davanti, poi, le tre punte Rambaudi Signori e Baiano. Che poi la prima volta che l’ho sentito dire, Baiano, me l’ero immaginato brasiliano, non so perché, anzi sì: tutto quello che viene da Bahia è Baiano. Invece Ciccio di carioca aveva poco, fisico tarchiato e faccia da guappo, ci son rimasto abbastanza male, m’ero preso molto sul serio. Che se poi stessimo a prenderci sul serio, anche usare carioca come sinonimo di brasiliano sarebbe una mossa cassabile: il carioca è di Rio, ed è tanto brasiliano quanto il Baiano di Bahia. Ci sei rimasto male, tu?

Avessi avuto modo di connettermi alla rete, sarebbero successi mica di questi miracoli di stupefatta incredulità: Francesco Baiano (Napoli, 24 febbraio 1968) è un ex calciatore e allenatore. Ma questa è Wikipedia. Nemmeno c’è, Zemanlandia, su Wikipedia.

E insomma è il 1991. Ogni martedì del 1991 i giocatori del Foggia si arrampicano sui gradoni dello stadio Zaccheria. Poi scendono in campo e saltellano in mezzo ai copertoni. Con dei sacchi di sabbia legati alle caviglie. Sembra un addestramento militare, ed invece al posto del colonnello di ferro c’è un fumigante Sdengo Zeman.

Ve la sto mica a raccontare io, la storia del Foggia dei Miracoli. Tanti di voi c’erano, se la ricordano da sé. La peculiarità di quella squadra era che tutti erano utili, nessuno indispensabile. I grandi campioni: ma anche no. Gl’emeriti sconosciuti, i gregari, i veterani che avevano fatto la scalata dalla C: i benvenuti. Purché facessero rete. Purché facessero le reti.

Nessuno escluso, tantomeno Maurizio Codispoti da Catanzaro.

Firenze, terza giornata di campionato: la faccenda si mette subito male, Codispoti è in tutt’altre faccende affaccendato, attanagliato da Maiellaro, Borgonovo e Batistuta che gli cuciono il timore addosso; poi arriva Faccenda e sbèm, è chiara la faccenda, no? Ma a Zemanlandia c’era un embargo sulla prevedibilità, e nel giro di tre minuti, dal sessantaduesimo al sessantacinquesimo, il risultato si ribalta: Petrescu, e poi lui. Codispoti.

Che poi uno era lecito si chiedesse ma chi caspita sono, questi undici sottospecie di giocatori? Non li conosceva nessuno, nomi mai sentiti, eppure la domenica scendevano in campo e ti stupivano, si stupivano: mai accezione di gioco del calcio era stata più calzante.

Ora ti dico altri nomi che magari non ti pisipigliano niente all’orecchio: eNZO, benty, massi; cyb, il Many, cratete; Ciocci, Sabrina, diegodatorino. In panchina, fumante come una femmina fumante (cit.), simone rossi. Che non ha lo sguardo torvo di Zeman, magari. Che non è il nipote di Vycpalek, magari. Ciononostante: benvenuti a simonerossilandia.

Lo Zaccheria, nel gioco che giochiamo, si chiama FriendFeed; il pressing a zona lo ribattezziamo strascico, che poi è il prossimo miracolo della rete.

Ne esce fuori un racconto scritto con le mani sui fianchi, serissimo e letto da Pucci, un racconto che sta al quattrotretré zemaniano come le mie sforbiciate alla bi-zona di Oronzo Canà.

Ve ne dico un altro, di nome che magari non conoscete: Emanuele Ercolani. Ragassuòlo vulcanico, uno che per dire fa i diggèiset con la maschera da luchador messicano e poi fa dell’arte grafica ed insomma è un gran piacere, frequentarlo, secondo me è più simpatico di Maurizio Codispoti da Catanzaro.

Viene dalle Marche zozze, Emanuele, che un giorno m’ha detto facciamo un libro insieme, facciamo rete, ci siam messi lì ed abbiamo concepito il primo street book al mondo, credo o almeno mi piace pensare, il primo singolo di un libro: tre pezzi e tre strumentali, tre racconti e tre illustrazioni, i racconti ce li ho messi io e parlano di calcio e son mozzichi di sforbiciate: Sfo’!, infatti, si chiama, ed è un aggeggino da collezione, stampato in edizione limitatèrrima che se lo vuoi pure tu basta mi scrivi una mail a gabriellifabrizio chiocciola libero punto it e ti dico come fare per. Non lo trovi in libreria, per dire, se lo vuoi ti tocca andare sulla rete, sia tu di Foggia o di Bolzano o di Catanzaro.

Dov’è il miracolo?

Fatevelo dire da noialtri che si vive a Civitavecchia, con le madonne lacrimanti sotto casa: è là, sulla rete, che succedono i miracoli, mica altrove.

 

Fabrizio Gabrielli

Perfino al bar del Jean Bellino dicevan ch’era un Mago (mica un baccalà: un mago)

Capello Capello Peirò, Capello Capello Peirò.

Guardatelo Gigio, guardatelo com’è contento, ripete ad libitum la sua filastrocca stupida, Capello Capello Peirò, una canzoncina che vien facile perché Peirò è proprio una parola da fine canzoncina, rotonda e giubilante come l’amour fou. È la primavera del millenovecentosessantanove e l’aèsseroma alza al cielo la Coppa Italia, finale contro il Foggia, a segno ci vanno loro, Capello, Capello Peirò, tre a uno ed un po’ di gioia, finalmente, foss’anche per qualche istante, se la concede pure Gigio.

Perché poi Gigio gli frega mica niente, a lui, di cambiare il mondo come i coetanei suoi, quelli di lot-ta, dura, sen-za paura, che per essere incazzati sembrano fin troppo contenti, lui pure è arrabbiato ma mica ride canta e s’abbraccia con gl’altri, anche se l’immaginazione al potere ce la manda tutti i santi giorni, quando pensa a Diana che sta con Furio. E se li vedesse pure Furio, quei sogni ad occhi aperti là, nove su dieci che diventerebbe una furia: senti amico, gli direbbe, era lei che voleva me, io non c’entro nulla, si scuserebbe Gigio, Furio capirebbe, metterebbero daccapo Era lei degl’Equipe 84 e la storia finirebbe lì.

Più che altro, pensa Gigio, più che altro, che tonno sono a credermi ‘ste ròbe qua. Quello m’ammazza.

Ed allora Capello Capello Peirò torna ad apparirgli per quello che è, una canzoncina da pesci rossi, da ragazzini, mica da uomini fatti e formati, ci vuole da esser squali per rubare la donna d’altri. Gigio si siede a tavola e non mangia; mammà gli prepara un po’ di pane con le banane, il parmigiano, lo zafferano, la mozzarella e la cannella, la frutta cotta, la ricotta, pasta al pesto, pollo arrosto, ma lui niente, non mangerà (con grande scuorno di Nino Ferrer, vieppiù).

Che baccalà!, gl’urla dietro lei, tonno che non sei altro, tonno!

 

Non è che ci fossero, nel sessantanove, carpe e polpi che ti suggerivano le mosse giuste da fare: all’occorrenza Gigio avrebbe potuto immergere nella vasca due tagliandini, glielo dico a Diana e non glielo dico a Diana, sollevandosi dalla responsabilità di traghettare il suo destino. E magari gli sarebbe pure venuto il coraggio di esser realista, e chiedere l’impossibile.

Helenio Herrera, il Mago, una volta disse: la differenza tra le cose difficili e le cose impossibili è che per le cose impossibili ci vuole più tempo.

In tema di frasi epiche diceva pure chi dorme non piglia pesci, e lo sapeva pure Gigio, che di provare a confessare la struggente passione sua, a Diana, ci pensava mica poco, con le gambe tremanti.

Chi dorme non piglia pesci.

 

Paradossalmente, chi piglia i pesci, di mestiere voglio dire, neppure quello dorme.

I pescatori di merluzzi del Golfo di Biscaglia indossano grand’incerate arancioni, quando è luna piena son felici perché si vede financo riva, e quando galleggi al largo sei sempre il primo, a sapere le cose: ti aspettano al tuo rientro, la mattina, in porto, e tu racconti quello che hai visto. Spesso son parole che si riflettono sulle squame argentee dei merluzzi.

È il millenovecentoventicinque, due pescatori son lì che ritirano le reti e gl’appare un merluzzone tutt’impigliato nelle maglie che sembra un salame di latta. Madame Cuissard li paga bene, i pesci grossi, dice al facchino di caricarseli e se li porta al suo magazzino, dal quale a loro volta pigliano il largo destinati ai migliori ristoranti di Francia.

A Madame Cuissard, un bel giorno, viene pensato di fondare un’associazione sportiva, la Marée sportive, le piace quel nome, la Marea sportiva, giochiamo un po’ con le parole, dice ai pescatori, non statevene lì come pesci lessi. La squadra di calcio, l’anno dopo avrebbe preso il nome di FC Lorientais, ha le maglie a scacchi, come i salami. Arancione e nera.

 

Lorient è in Bretagna, s’affaccia sul Mar Celtico, e durante gl’anni della Seconda Guerra Mondiale era uno dei più importanti avamposti nazisti, base degli U-Boot.

Una fredda notte di gennaio i pescatori rientrarono in fretta e furia in porto: guardate che si stanno preparando per bombardarci, gridavano, vogliono farli tutti secchi, i crucchi, e noi con loro.

Tutta la città era al corrente dell’epilogo prossimo. Eppure, solo in pochi scapparono.

Tra quelli che rimasero c’era Madame Cuissard. Faceva delle grandi telefonate, in quei giorni, la Cuissard. E certe volte si parlava, lungo il filo, di calcio; cert’altre di pesce.

 

Il Mago – che ancora non era un Mago – uno dei primi giorni del 1943 entrò con Madame Cuissard nel Bar di Jean Bellino: avrebbe potuto fare il calciatore-allenatore, gli aveva proposto lei, uno stipendio discreto, l’aria di mare, che c’entra, siamo una base nazista, ma non si può mica stare a sottolinearlo ogni volta, veda lei.

 

Come si fa a prendere certe decisioni? Ci fossero stati il polpo Paul o la carpa Gina, tutto sarebbe stato molto più semplice.

E i Merluzzi sussurravano: resta con noi.

E i pescatori di merluzzi intimavano: vattene, finché sei in tempo.

Quando il 16 gennaio i bombardieri della RAF rasero al suolo Lorient, il porto illuminato dalla luce della luna piena, le basi missilistiche naziste, nel carnaio finirono pure Madame Cuissard, tutta la rosa della squadra della città, lo stadio. Rien ne va plus.

Ma il Mago era stato così Mago da prendere la decisione giusta: infatti laggiù a Lorient c’era mica, il Mago.

 

Chi dorme non piglia pesci; anche chi piglia pesci non dorme, e chi non dorme ne sa sempre una in più di noi.

Ha una saggezza innata, il pescatore, e allora sai che c’è?, c’è che Gigio dovrebbe farsi una passeggiata giù al porto, attendere l’alba, placcare il primo cianciòlo di ritorno, implorarlo di fargli sapere se è il caso di provarci, con Diana, oppure se non sia meglio lasciar stare, che tanto è impossibile che lei ci caschi.

 

Impossibile, poi: niente è impossibile.

Com’è che diceva, Helenio Herrera, il Mago?

La sola differenza tra le cose difficili e le cose impossibili è che per le cose impossibili ci vuole più tempo.

 

[Il Lorient ha vinto il suo unico trofeo, una Coppa di Francia, nel duemiladue, settantasette anni dopo la sua fondazione, quando tutti credevano impossibile che il Lorient potesse mai alzare al cielo una coppa. Sul palco d’onore, a stringere la mano al presidente Chirac, salì pure Remi Gaillard. Ma questa è un’altra storia]

Fabrizio Gabrielli