Diario di bordo – Bolzano

Da Roma a Bolzano è come cambiare mondo: c’è un varco preciso, tra Modena e Carpi, dove il sole scompare nella nebbia, e la temperatura si abbassa d’improvviso. Esci dall’auto e senti che qualcosa è cambiato – forse è lo spazio che procede per accumulo, e si manifesta tutto insieme: dalla sveglia delle 6 alla Stazione Tiburtina, che è diventata tutto vetro e acciaio nell’alba, al treno semivuoto che mi porta a Spoleto, attraverso i campi ricoperti di brina dell’alto Lazio e dell’Umbria. Scendo e sento d’aver cambiato tempo, lontano dalla nevrosi cittadina: i quaranta minuti di attesa a cui mi costringe il Liguori non mi pesano, perché ogni cosa appare più lenta. A Foligno persino ci perdiamo, finché non troviamo la strada che buca l’Appennino toscoemiliano (un paesaggio in cui mi perderò al ritorno, senza la mannaia del tempo) e avanziamo tra le parole nostre (sempre la solita letteratura, questo mondo contro cui ci ostiniamo a rimbalzare) e quelle della radio (è l’ora dei discorsi al Senato, e il giorno dopo saranno alla Camera: l’ora in cui capire se c’è qualcosa di nuovo dopo lo spettacolo che ci ha fagocitati per anni). Leggi il resto dell’articolo

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