Fiori e pallottole – #gunstreet

di Domenico Caringella

Bella. Più che nelle fotografie. Più oggi – vedova, affranta, assediata dalle lacrime, scura, l’autunno alle porte – che in quel pomeriggio di sole alla stazione, estranei in attesa sulla banchina, con me che la spiavo.
Le parole del reverendo mi arrivano smorzate, monche; inutili. Scivolano nella fossa insieme alla terra, la potenza e la misericordia di Dio e del Cielo attraversano il legno della bara, ma sullo zinco rimbalzano.
Gli mancherà. A lei, all’altra lei che oggi non c’è, o se c’è non si vede. Agli amici. Mancherà un padre ai suoi figli. E dire che così poco sapete di lui. Perché voi dovevate solo viverci.
Io invece che dovevo ammazzarlo e che l’ho fatto, a sangue freddo, a distanza, alle spalle, per denaro, tutto di quell’uomo ho Leggi il resto dell’articolo

Buffalo – #gunstreet

di Domenico Caringella

Visto da qui l’Erie è solo una macchia scura, informe e dalla consistenza vaga; le luci dei traghetti i suoi occhi, le sirene dei rimorchiatori la sua voce. Alle mie spalle, il trench fradicio e sgocciolante di pioggia che se ne sta appeso accanto alla porta d’ingresso ora non è altro che la strana sorgente della versione in miniatura del lago che si sta allargando sul pavimento dell’ufficio.
I bagliori disordinati che riescono a forzare la finestra si spengono nella pozzanghera ai piedi dell’appendiabiti e il riverbero mi rimanda per un attimo l’immagine della stanza e della vita che ho passato qui dentro. A completare l’effetto ci pensano la notte che si avvicina e le nuvole del colore del piombo che si stanno mangiando il cielo.
L’indagine a cui ho messo la parola fine con tanto di Leggi il resto dell’articolo

Picchia tua moglie. Lei non sa perché, ma tu sì – seconda parte

[Qui la prima parte del racconto]

di Alessandro Busi

IV

Il rumore dello sfondarsi di una porta di legno sembra un suono compatto, ma non lo è. Innanzitutto c’è l’impatto del corpo dello sfondatore contro la porta. Può essere l’incidere acuto di un ariete di metallo, il tonfo sordo della spalla, il colpo vivido e profondo dello scarpone. Poi, se si presta attenzione, si sente lo scricchiolio del legno che si rompe, il cedere di alcune fibre e il soffio della laccatura che si polverizza. Poi c’è il rumore dei cardini, con le viti che si allentano nel muro e stridono quasi silenziose nel metallo del cardine stesso. Poi c’è la serratura che frantuma il telaio ed esplode fuori dai propri spazi. Poi, solo per un orecchio fino, c’è il battito della maniglia che si muove scomposta e tintinna. Poi c’è lo sbattere della porta sfondata a terra o contro un altro muro. E infine c’è il rumore a coppia dell’eccitazione di chi entra e della paura di chi subisce l’irruzione, quello che si materializza nei battiti cardiaci e nel ritmo dei respiri, ma che è anche molto di più e suona nell’aria come l’odore dell’antilope per il leone.
Marina, dal momento in cui la porta cedette, si sentiva come l’antilope. Le tornarono in mente i cani di un esperimento che aveva studiato durante gli anni di psicologia. Leggi il resto dell’articolo

La camera oscura

Mi sto svegliando.

Le palpebre ancora incollate e tra i miei occhi e il buio, galleggianti chiazze color muco.

Chiazze informi, che nell’aprirsi lento degli occhi si dissolvono sulla parete a cui mi ritrovo appiccicato.

Sento bagnaticcio tra le gambe, la mamma me l’aveva detto di starci attento ai sogni sporchi.

Mi devo alzare. Il letto è incastrato in un angolo della stanza e adesso pure io con lui.

Mi alzo e osservo l’impronta del corpo impressa calda sul materasso.

All’altro lato della stanza c’è una scrivania.

Appese al muro, penzolano storte alcune fotografie.

In quella più a destra ci sei Tu. Sei in sella ad un cavallo al pascolo, probabilmente nel giardino della villa.

La osservo. Il tuo sguardo non è sereno; eppure sono sicuro che in quella foto, qualche giorno fa, Tu sorridessi e sono altrettanto convinto che il cavallo fosse leggermente più sulla destra, circa all’altezza della quercia e il suo muso fosse puntato in mia direzione.

Un caffè già zuccherato aspetta caldo nella tazza color crema sul comodino, due brioches, appoggiate su un piatto in tinta con la tazzina, una è già smangiucchiata; un’altra tazza è sulla scrivania, già svuotata, già fredda.

Non filtra luce dalle imposte, filtrano solo i suoni e gli odori dal giardino.

Sulla scrivania è appoggiata la lettera che sto tentando di scriverti; anche durante questa notte è avanzata di qualche altra riga, brevi tracce dei sogni di stanotte, che però adesso non ricordo.

E’ la lettera che se li ricorda per me.

E quando al tuo ritorno la troverai, ne sarai felice.

Io lo so bene quanto ti piaccia trovare le mie lettere.

Una volta presa dalla cassetta, già ti vedo correre sul letto e poi a gambe incrociate con la schiena appoggiata alle parete le apri e ti immergi nelle mie tante tante righe, come se il mondo al di fuori di questa camera non esistesse.

Ti ho sempre immaginato tanto felice e talmente impressionata dalla bellezza delle mie lettere. Talmente emozionata al punto di non trovare mai le parole giuste per rispondermi.

Una mappa geografica dell’Europa è appesa vicino la finestra, mi ricorda quella che c’era nella nostra classe, quando eravamo vicini di banco.

Questa ha tante puntine che segnano altrettante località,

Puntine dello stesso color giallo, ma c’è ne è una nuova, color malva.

Devo essermi distratto, ma non ricordo quando tu sia andata a Malta.

Ricordo ogni tua partenza e ogni tuo ritorno almeno fino al viaggio di nozze.

Circa ogni ora bussano alla porta, io non rispondo mai; in fondo non è camera mia e non è educato, poi da sotto l’uscio sfilano foglietti tutti uguali; 10 x 15 circa, scritti a penna o matita o pennarello. Li raccolgo, neanche li leggo: non sono per me, saranno di qualcuno che è venuto a disturbarti. Allora li accartoccio e li butto nel cestino: stasera sarà poi colmo raso.

Così era pieno ieri sera. Eccolo li nell’angolo; stamattina è lì vuoto e sotto l’uscio compare il primo messaggio.

Non filtra alcun raggio di sole dalle persiane, ma fuori sento vociare di gente; i tuoi fratelli che giocano nella piscina.

Chissà se nel prato del giardino passeggia il cavallo della foto; deve esserci da qualche parte, di sicuro non nella posizione della foto, ma per forza deve esserci; tu dove potresti essere altrimenti?

Sicuramente non li

Quella quercia non ti era mai piaciuta poi. Ricordo il giorno che sono venuto per la prima volta a trovarti: stavamo giocando proprio attorno a quel bellissimo albero si è messo improvvisamente a piovere e io mi sono avvicinato a te.

Mi hai detto che sarebbe stato meglio tornare verso la casa, perchè ti faceva paura, la quercia.

Accendo la radio, c’è la nostra canzone, quella bella, canzone melodiosa che ti dedicavo tuti i pomeriggi alla radio.

Te la ricordi bene quella bella, dolce canzone?

Io ricordo bene di averti visto ballarla la sera del matrimonio.

La nostra canzone.

Da quel giorno l’ascolto ininterrottamente, forse è colpa sua se poi faccio quelle cose brutte con le mani.

Non deve essere passato tanto tempo da quel giorno a giudicare dalla rosa con il bigliettino che è ancora nel vaso sul davanzale.

Non è una di quelle che ti ho regalato io, ma mi fa piacere immaginarlo; quelle saranno già morte e pure questa,oramai sta per fare la stessa fine.

Ma è dietro la finestra, che è chiusa e non riesco ad aprire per poterla innaffiare quella povera rosa.

Sopra la finestra l’orologio segna sempre la stessa ora: le undici.

Ma non è fermo, lo so.

Ti spiego: il ticchettìo lo sento chiaro, anche troppo e lo so bene che le lancette si muovono, ma quando lo osservo segna sempre la stessa ora. Forse nella lettera te l’ho anche raccontato; resta fermo, ma secondo me lo fa più per l’impossibilità di tornare indietro che per quella di andare avanti.

Non riesco a spiegartelo.

Lo so, non sono mai stato bravo a farmi capire; soprattutto da te.

Ma le ore passano, lo vedo benissimo: non mi può fregare così e io ti aspetto; mi piace aspettarti, seduto qui sul bordo del letto.

So che tra poco squillerà quel telefono, facendo cadere i fogli che ci sono sopra e che si spargeranno per la stanza.

Ecco è adesso che le pareti cominciano a cambiare colore.

No, te l’assicuro: non è che cambia la luce perché apro le persiane, quelle restano sempre chiuse.

E’ come se dai bordi del soffitto calasse un altro colore a coprire il giallo per poi virarle al rosso,

Il giallo che a te non piaceva,

E quando hanno cambiato del tutto colore è proprio in quel momento che suona il telefono e se chiudo gli occhi e li riapro il pavimento è pieno di foto, foglietti appunti, biancheria sparsa.

Devo mettere in ordine prima che tu torni, mi spiacerebbe che mi trovassi qui con la camera in questo stato.

Anche la mamma me lo dice sempre: non fare cose brutte e tieni tutte le cose a posto. Io, lo sai, ubbidisco sempre alla mia mamma.

Sul comodino ho appoggiato il martello, ci ho provato a mettere meglio il chiodo per raddrizzare la cornice, per fartela trovare più bella quando sarai tornata.

Ma poi suona il telefono e io mi distraggo, sbaglio e lo sai: io ci sto male quando sbaglio e allora comincio a colpire il materasso ed ecco le lenzuola prendere il colore del sangue, quel colore che immagino ogni tanto lasciassi come traccia; come nelle tue mutandine che ancora conservo.

E quel colore si sparge, è una macchia che avanza veloce dal cuscino fino ai piedi del letto, ma meno male non cade per terra, non saprei proprio come pulire.

Poi a poco a poco il sangue si raccoglie nell’incavo dell’impronta fino a sparire.

E la foto è sempre li, un po’ storta, e forse è questo che fa cambiare il tuo sguardo.

La raddrizzo.

Tu però continui a non sorridere; forse è per colpa di tutto questo sangue?

Ora ricordo: il sangue ti infastidiva, ti rendeva nervosa. Anche quella volta che sono venuto a trovarti e mi ero appena fatto di corsa la barba ed ero pieno di taglietti; tu non volevi baciarmi o come quando entrai quel pomeriggio che eri malata nella tua stanza. Era bella la tua stanza, tutta rossa e la tua camicia da notte color crema era bellissima, tranne quella macchia li in mezzo.

Neanche il colore della stanza ti piaceva.

Mi dicesti che quando ti saresti sposata l’avresti tinta tutta di bianco, quel rosso ti imprigionava, ti sentivi come impressionata su una fotografia

Dicesti esattamente quella parola, “IM PRES SIO NA TA” calcando le sillabe.

E mentre guardavi fuori dalla finestra, ti immaginavo seduta e triste con la tua bella camicia da notte, rinchiusa in una gabbia tutta rossa mentre arrivavo su quel bel cavallo a salvarti.

Te l’ho scritto in una lettera, quella che ho ritrovato in giardino e che probabilmente qualcuno aveva voluto accartocciare e buttare via: mi piaceva la tua camicia da notte.

Dopo il matrimonio sei andata via; quando sei tornata ti sono venuto a trovare.

Volevo fare l’amore con te quel giorno, mentre i tuoi fratellini facevano il bagno nella piscina e potevamo approfittare di quel momento, ma tu corresti via dicendo che ti era parso che uno di loro si fosse spaventato.

O forse è perchè con le mani stavo facendo quelle cose brutte?

La mamma mi aveva avvisato di starci attento.

E allora decisi di scriverti.

Giurai di non smettere mai, perchè così avrei usato le mani per fare delle cose intelligenti e non avrei fatto le cose brutte.

Il sangue si è oramai ritirato, sul materasso resta sempre quell’impronta.

Guardo la foto davanti a me. Non sorridi proprio per nulla ma il cavallo sembra essersi mosso di nuovo, sono sicuro che stesse guardando verso di me.

E’ tardi e tu ancora non sei arrivata.

Bussano ancora , raccolgo il messaggio: è l’ultimo: lo so perché è scritto con un pennarello, di quelli grossi, indelebili di un fastidioso e tanto doloroso inchiostro color verde.

E’ successo qualcosa? Perchè non rispondi al telefono?”

lo butto nel cestino, adesso è colmo.

Fuori è diventato sicuramente buio, nessuna voce dal giardino e il cavallo sarà tornato nella sua stalla.

Sono tanto stanco, torno a dormire.

Mi rimetto a letto, e mi incastro comodo nell’impronta.

Spengo la luce e tutto ritorna nero.

Sento freddo, mi copro con queste coperte di un rassicurante avvolgente color giallo muco.

Quando mi sveglierò, la lettera sarà finita, tu sarai tornata e tutto tornerà come prima.

Prometto che stanotte le cose brutte non le farò, anche se mi piace tanto la tua camicia da notte macchiata; la mamma sarà contenta, anche tu e allora mi sorriderai.

La mamma però non conosce il nostro segreto; lei non lo saprà mai che ho conservato i tuoi denti e mentre ti abbraccio, li stringo in mano sotto il cuscino.

Jacopo Ninni

Poesia precaria (selezionata da A. Coffami) – 15

Fotografie. Fotografie in bianco e nero antico. Ecco cosa sono le poesie di Roberto Ceccarini.

La raccolta “Giorni manomessi” (L’arcolaio – 2008) racchiude istantanee, emozioni raggelate in cubi di ghiaccio che emanano calore. Quando lessi il libro ebbi l’impressione – e mi ripeterò – di vedere numerose fotografie antiche, in cornici d’argento e di legno chiaro. Si respira tabacco di uomo anziano, si respirano ricordi enunciati e condivisi. Nostalgie che si rinchuidono in sorrisi e lacrime non disperate, ma serene.

Roberto Ceccarini è curatore del blog rossodisera = oboe sommerso

Le poesie che vi propongo sono estratte dal suo libro “Giorni manomessi” (L’arcolaio – 2008)

Andrea Coffami

non sentivamo più i passi

(il freddo faceva battere i denti)

intorno al fuoco, la sera

tenevano banco le parole,

quasi volessero confortarci.

Roberto Ceccarini

mi resta un freddo intramontabile

un freddo non commestibile

la somma di bocche spalancate

nella piazza finestre stavano

ad osservare tutti i morti impiccati

– tutta la loro sorda distanza –

Roberto Ceccarini