Smetto quando voglio

di Francesca Fiorletta

Ognuno di noi ha certamente detto questa frase, almeno una volta nella vita: “Smetto quando voglio”.
L’illusione poco matura di avere pienamente in mano il proprio destino, di riuscire a controllarsi sempre nelle pulsioni meno raziocinanti, di saper gestire le conseguenze, più o meno positive, che derivano dalle singole e talora avventate scelte quotidiane.
“Smetto quando voglio”, dunque, di vivacchiare alla giornata, nell’attesa di un assegno di ricerca universitaria fatiscente, “Smetto quando voglio” di mentire alla mia compagna e ai miei amici, di millantare una carriera brillante, o addirittura un trascorso giudiziario losco, pur di acquisire una stolida e insensata credibilità pubblica. O meglio, pur di racimolare qualche spiccio.
Perché è quello economico, più di tutto, il cruccio che attanaglia i protagonisti di questa commedia arguta e brillante, per la regia di un giovanissimo esordiente salernitano, Sydney Sibilia, che ha diretto con molto garbo un cast vivace e mai sopra le righe.
Edoardo Leo, il protagonista, è un chimico geniale che ha appena scoperto il modo di sintetizzare una nuova molecola, epperò non gli viene rinnovato l’agognato assegno di ricerca all’Università. Impegnato in una relazione particolarmente stressante con una glaciale Valeria Solarino, la quale, beffa delle beffe, lavora in un centro di recupero per tossicodipendenti, il nostro chimico iper precario decide di farsi spacciatore, o meglio, come lui stesso tende più volte a precisare, “agente di commercio”. Mette quindi sul mercato una nuova droga, perfettamente legale, e si fa aiutare, in questo disperato progetto di sopravvivenza, da un gruppo di scapestrati studiosi suoi pari. Leggi il resto dell’articolo

Senti che idea

di Francesca Fiorletta

“Scrivi dello specchio”, mi dice lui, siamo in macchina, le scarpe bagnate, uscire di corsa da casa col magone nauseante nella gola, il bruciore vivo dello sterno dopo un ultimo saluto, l’ennesimo abbraccio che si allenta tra i morsi, “io però sono già in pigiama”, magari serve a dimenticare, questa sera non si può stare da soli, “dai che mi accompagni”, mi dice lui, una gomma da masticare per scrivere un racconto su commissione, salgo sul sedile passeggeri, apro lo sportello posteriore, scatta l’allarme, non pensavo facesse tanto caldo qua fuori, sono digiuna, partono le prime inutili comunicazioni di servizio, il finestrino a manovella non lo vedevo da un po’, “prendi un pasticcino”, la musica dance viene direttamente dall’altra corsia, dentro gira un lento, lei ha i capelli biondi, lisci, tanti chioschi spalancati all’alba sulla sabbia umida dopo un temporale, ho bevuto giusto un bicchiere di vino rosso e già grondo di sudore, “scrivi dello specchio”, mi dice lui, non pensavo si potessero indossare calze così spesse in questa stagione, è appena finito ottobre e piove a soffi, “grazie”, non mi piacciono i pasticcini, “ma dove abiti”, precisamente? Sono sempre in pigiama, era iniziato tutto con un bacio a schiocco, i passi forti in corridoio, senza bussare, le cose che ritornano a galla sono quelle essenziali, leggo su una rivista di genere, in altri contesti, dio, come odio le banalità, mi perdo spesso, anche sulla Cristoforo Colombo, ripenso a un concerto, allora, le Direzioni Diverse, a com’è facile scambiare il senso di marcia, sento un prurito diffuso nel cervello, e se ci fanno la multa, davanti all’ospedale, c’è la corsia preferenziale e questo non è un taxi, ridatemi il libero accesso, ma che succede? “Senti che idea”, tanti racconti di sole donne, mi dice lui, lo specchio come tema, c’è anche lei, seduta, capelli biondi, calze di lana, dice per me va bene, ma adesso “ciao, domani ho un esame”, fatemi l’in bocca al lupo, e intanto ripenso a Leggi il resto dell’articolo

Il capitale umano

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In termini economici si definisce “capitale umano” l’insieme delle relazioni familiari, sociali e lavorative che regolano l’aspettativa di vita di un individuo.
L’ultimo film di Paolo Virzì, da poco uscito nelle sale e già quasi record di incassi, è un esempio lucido e folgorante dell’incolmabile dicotomia che c’è oggi in Italia fra i ricchi (che scopriamo essere veramente ricchi, ricchissimi) e le classi borghesi medio-basse.
La vicenda, liberamente tratta dall’omonimo thriller di Stephen Amidon (Mondadori, Oscar Contemporanea 2008), è presto raccontata: un cameriere, quasi sicuramente assunto a cottimo, viene investito da un SUV mentre torna a casa in bicicletta dopo una serata di lavoro. Chi ha compiuto l’atroce gesto? Leggi il resto dell’articolo

La domenica ecologica

di Francesca Fiorletta

“Sono una madre povera, mio bambino non ha latte per mangiare”
La nenia disperata parte dal fondo della carrozza, metro B, direzione Laurentina, fermata Cavour.
Due sedicenni romane ridacchiano tra loro, “anvedi questa”, lo smalto laccato dai colori pastello, le frangette nero corvino, la gomma da masticare che odora di cedro e frutti esotici.
Un compagno più maturo, non ancora maggiorenne, sembra redarguirle con lo sguardo. Sta dritto in piedi davanti a loro, ha i capelli lunghi, castani, ondulati sulle punte, un anello di metallo all’indice, uno al medio, un divaricatore al lobo. Annuisce in silenzio mentre s’avvicina alla porta, dice svelto “alla prossima”, poi si volta di sguincio verso la voce che miagola:
“Solo pochi soldi, io porto con me fotografia dei miei figli”
Una signora in abito marrone tira su col naso. È grassoccia e attempata, gli occhiali da vista con la catenella legata al collo, un filo senza tempo di rugosi rombi traslucidi, verde bottiglia, le mani piccole e tozze, un bracciale di evidente caratura da bigiotteria.
L’espressione si fa sempre più cupa, accigliata. È triste, di un languore che sembra ormai incurabile, guarda fisso in Leggi il resto dell’articolo

#Farmacia

di Francesca Fiorletta

#farmacia1

– Buongiorno, un Buscofen
Traccheggia dietro al bancone, mi offre sicura una confezione oblunga di Moment Rosa in bustine
– No, guardi, il Buscofen, è una medicina per i dolori mestruali
– Eh
Silenzio imbarazzato.
– Sì, dunque mi servivano le compresse, mi scusi sa, ho difficoltà con le bustine, quel saporaccio, e poi è scomodo, devo stare in giro, insomma, volevo le compresse, ha capito quali? Quelle per i dolori mestruali
Traccheggia dietro al bancone, mi lancia occhiate di fuoco, inorridisce della mia ostinazione.
– Scusi, eh
Sparisce dietro una tenda bianca, poi riappare con una confezione pocket di Moment Blu
La guardo in cagnesco, poi soffoco il riso, mi do un contegno anche per lei.
– No, io volevo proprio il Buscofen, sa, è una medicina per i dolori mestruali, con le compresse marroni, morbide
– Non esiste Leggi il resto dell’articolo

L’asino che vola

di Francesca Fiorletta

La sopravvalutazione del lavoro culturale è, nei nostri anni, la mistificazione di un’idea della cultura, la cultura che il potere e i suoi amministratori considerano uno sfogo assai utile alla perpetuazione del dominio, al governo senza rischio delle persone e delle cose perché essa produce la supinità (e stupidità) dei sudditi.
Le “tribù” di chi pretende “creare” arte o cultura o di chi è sollecitato a fruirne – per esempio “la tribù dei lettori” – sono un aspetto essenziale del conformismo di questi anni, opportunamente manipolato. Non si tratta dunque, per noi, oggi, di ri-valutare il lavoro non intellettuale (ammesso che ne esista uno!) quanto di ri-valutare l’intelligenza degli individui e dei gruppi, chiamandoli a pensare e ad agire, nei fatti, per la liberazione propria e di tutti.

Così Goffredo Fofi conclude l’intervento introduttivo al breve saggio critico di August Strindberg “Sopravvalutazione del lavoro culturale”, edito l’anno scorso dalle Edizioni dell’asino.
Perché torna costantemente in auge il tema dell’intellettualità?
Già solo in queste poche righe emergono alcuni punti nodali:

1) cultura e potere.
Sarebbe bello trasformare la congiunzione in voce del verbo, ma sembra che ancora, nonostante le beneamate lotte – con o senza “quartierini” di sorta – il processo di nientificazione dell’elemento ontologico culturale sia ben lungi dall’estinguersi.
Non si finisce più di riempirsi l’ugola con l’appiattimento del gusto dominante, senza porre alcun discrimine però nel sostenere tanto le preziose biblioteche storiche quanto i caffè letterari modaioli, tanto le minuscole case editrici improvvisate quanto le realtà autoprodotte che agiscono sulla base di un rigoroso progetto.
Il risultato è che si continua tutti a viaggiare sull’orlo del baratro, faticando mortalmente per arrivare non più a fine mese ma proprio a fine giornata. L’organizzazione, pure in nuce meritevole, di reading e campagne di Leggi il resto dell’articolo