Siamo gente ricercata

Allora, qui c’è da fare un discorso serio: il blog è andato in vacanza, pure io mi sono pigliato una settimana di ferie, che non sono vacanze, in pratica non lavoro e quando non vado a lavorare non vengo pagato, quindi non erano proprio vacanze ma una sorta di non-guadagno: mi sono comprato la mia vacanza, ma è il bello del mio lavoro, mi dà tante altre soddisfazioni tipo quella di vedere dal vivo una tipa che si infila due bottiglie di vetro di vodka Artic, ma chiudo il discorso che altrimenti divago troppo.
Dicevo, qui c’è da fare un discorso serio: eravamo a cena con Ghelli e Liguori, che il Ghelli aveva portato la mozzarella di bufala e mentre ne ingurgitava tre insieme disse: “Mi garba vedere come arrivano nel blogghe nostro”, mastica e deglutisce un boccone facendo colare latte dalla bocca, “Ci sono certe frasi che ci si schianta dal ridere”. E per sfizio mi sono andato a vedere i famosi “termini di ricerca” che avete utilizzato per arrivare al nostro blog precario.
Per carità: post del genere ne scrivono a milioni, ma cazzo questo è un sito per intellettuali! Qui ci scrive gente coi coglioni grossi come angurie! Sapere che siete approdati qui digitando su google madre spompina cognato, beh… mi rattrista il cuore, l’anima, lo spirito e anche un po’ il corpo. Ma andiamo con ordine.
Inizio a sfogliare la lista di termini di ricerca che avete utilizzato mentre il blog era in vacanza e, per fortuna, al primo posto c’è scrittori precari, poi c’è paolo sizzi, soreni, generazione tq e blablabla, poi vedo che nove persone hanno cercato l’ultimo testamento della sacra bibbia e la mia anima si solleva allo spirito santo.
Poi di nuovo tq, qt, tq, sempre ‘sto cazzo di tq. Ma che è poi ‘sto cazzo di tq? Leggi il resto dell’articolo

COMPRATECI. NON CI VENDEREMO MAI!

E’ in edicola il n.236 di FRIGIDAIRE, un numero speciale (ma che costa sempre solo 3 euro) con 24 pagine invece di 20, che resterà in edicola fino alla seconda metà di settembre. Questo numero segna il passaggio a una nuova fase. Da allegato, sia pure del tutto indipendente del quotidiano Liberazione, Frigidaire torna ad essere la rivista autonoma che è sempre stata anche sul piano diffusionale e operativo. Come annunciato sulla copertina, contiene all’interno (tra le tante cose) un importante inserto dossier: la traduzione integrale del recentissimo documento della Global Commission on Drugs dell’ONU, che chiede la legalizzazione di tutte le sostanze considerate droghe nei trattati internazionali; la storia fallimentare di 50 anni di proibizionismo, sostiene l’ONU, impone di rivedere completamente la legislazione in maniera dei diversi Stati.
Inoltre, su Frigidaire 236 ci sono i fumetti di Squaz, Massimo Giacòn, Maurizio Ercole, Lenny Lucchese, Marc Caro, le vignette di Ugo Delucchi, Giorgio Franzaroli, Fabrizio Fabbri, Giuliano, Frago, Laurenzi, Cecigian, i disegni di Andrej Lavrinovics, Gianni Cossu, Vincenzo Sparagna, Maila Navarra, Pablo Echaurren, Federico Della Putta, Davide Toffolo intervistato da Franzaroli, gli articoli su No Tav e Black Bloc, Internet e rivoluzione, gli Orti sinergici, l’esplorazione delle supergrotte, il Sud Africa, la testimonianza di Jacopo Giombolini che nella sempre sorprendente rubrica “Schiuma” ci fa incontrare un ex professore andato a lezione dagli umili, i racconti di Sacha Biazzo e Davide Fragiacomo, servizi sull’occupazione del Teatro Valle e su logge e loggioni italiani dalla P2 alla P4, la rubrica di musica con le recensioni di Diego l’Alligatore, Frigolibri, ecc.. Insomma, nel numero 236 c’è un bel po’ di roba da leggere e da gustare. Non perdetelo!

E, in caso di eventuale assenza dall’edicola, si prega di segnalare, comunicando città e indirizzo, a frigilandia@gmail.com

Infine, ricordiamo che da questo mese Frigidaire è distribuito in tutta Italia (anche in Calabria, Sicilia e Sardegna). Per riceverlo direttamente a casa o all’indirizzo che preferite, l’abbonamento costa solo 30 euro. Maggiori info su frigolandia.eu

“Non è che l’inizio, il mensile più rivoluzionario e originale del mondo continua”… alla faccia di tutti i giullari e i camerieri mediatici di questo inquietante paese.

Tornando verso casa *

“Sti figli di puttana…” dice tra sé Piervi mentre dall’autostrada vede sfilare una costruzione gialla avvolta da impalcature verdi e rosse, cemento su cemento di un nuovo eco-mostro che sfregia le verdi colline, i larghi campi, alberi e alberi e fiori e valli, un paradiso stuprato dalle speculazioni edilizie che arricchisce le tasche di molti e impoverisce la bellezza di tutti. Piervi prende il giubetto catarifrangente nel vano interno allo sportello alla sua sinistra, apre la cerniera laterale e tira fuori l’ultimo cannino che s’era preparato prima di partire, lo accende e comincia a fischiettare. S’imbatte nell’ennesima deviazione e si immette nell’altra carreggiata (sceglie sempre quella perché lì non ci vanno i camion, anche se tutte le volte, puntualmente, pensa che se dovesse forare lì sarebbe una tragedia).

Rientra in corsia. Non manca molto alla città. Spenta la cicca nel posacenere, getta dal finestrino il filtro accartocciato che viene spinto lontano nel vento. Controlla nel retrovisore e vede questo minuscolo pezzetto di carta bianca rimbalzare due volte sull’asfalto per finire sotto le ruote di un tir e sparire dietro la curva. La radio dice che ci sono tre chilometri di coda all’uscita di Roma su. Piervi sbuffa, apre il cruscotto e fruga tra varie musicassette ammucchiate alla rinfusa. Le prende e legge i titoli sulle etichette adesive: Pink Floyd, Bob Dylan, Miles Davis, Nirvana, Syd Barrett.

In lontananza vede la coda in avvicinamento, guarda nello specchietto retrovisore, accende le quattro frecce e prende a frenare dolcemente. “Ma vedi sto coglione” dice a voce alta indicando l’Audi nera che gli passa da dietro e lo sorpassa sfrecciando a velocità criminale alla sua destra, tra una panda blu e un mezzo pesante e proseguendo poi sulla corsia d’emergenza. Mette in bocca una sigaretta dal pacchetto nel portaoggetti e pigia l’accendisigari. Poi spegne le quattro frecce e ritorna a cercare la musica. “Ecco quello che ci vuole” e inserisce una cassetta: qualche nota, un lamento: Jeff Buckley canta con un’intensità incredibile. Sono quasi dieci anni che ascolta quel disco ed è bellissimo tutte le volte. L’accendisigari scatta, l’estrae e se l’avvicina per dar fuoco alla sigaretta; lo scuote nel portacenere fino a che il rosso sbiadisce e scompare, poi prende il telefono, sblocca la tastiera e guarda la rubrica. Preme tre volte il tasto sei e poi la cornetta verde. Avvicina l’apparecchio al lobo dell’orecchio destro, attende pochi secondi, riaggancia. Squilla il telefono, sul display la scritta Mamma.

“Uè… Sono appena arrivato al casello, sono praticamente bloccato in coda. Alla radio hanno detto che è chilometrica. Ci metterò due ore… No… Chiama tu i nonni, digli che sono arrivato, tutto bene… sì, ok, ti faccio lo squillo… No, non si scongelano… Certo, morire di fame non muoio… la parmigiana, sì… i sacchetti trasparenti sono da congelare e quelli blu da mangiare… Come? Ok, ok… i blu congelo… sì, come no… tanto hai scritto tutto, no?… Aspé, devo staccare… la polizia… sì, sì, okay… ti faccio uno squillo quando arrivo a casa. Ciao”

Non v’è alcuna vettura della polizia. Sono anni che Piervi è costretto ad inventarsi sempre una scusa per riagganciare. Sua madre potrebbe parlare per ore ed egli non ama il telefono. Spegne la sigaretta, guarda fuori. È praticamente fermo.

Nell’auto in fila alla sua sinistra, una Opel station wagon verde metallizzato, una coppia sui trentacinque anni litiga: lui sembra subire tutto in silenzio, annuisce mesto con lo sguardo fisso in avanti; lei sbraita, si agita, gesticola. Seduta dietro, una bambina sui dieci anni, lunghi boccoli biondi, occhi tristi e le spalle strette, assiste muta alla scena, spaventata: accarezza un orsetto consunto di peluche con un berretto rosso. Piervi pensa sia strano un orso col cappello. Ne ha visti alcuni coi maglioni cuciti addosso dei maglioni. Sorride: si chiede come mai non producano orsetti e orsette ma solo esemplari asessuati. Distoglie lo sguardo. Dietro di lui, nello specchietto, vede un uomo grasso, alla guida di una vecchia e scalcagnata Renault color paglierino. Deve avere sui cinquanta anni, capelli rossi, indossa una maglietta verde con una vistosa macchia, probabilmente di cioccolato. Pievi lo osserva, lo immagina mangiare un grosso gelato che gli cola addosso, prova quasi ribrezzo. Poi il tipo comincia a scaccolarsi in maniera approfondita. Tira fuori dal naso il dito e sulla punta v’è un pezzo di muco verde giallognolo marrone grande come un moscone, molliccio ma denso: lo fissa, sembra esaminarlo ben bene, con la falange tesa e lo sguardo curioso; dopo qualche secondo abbassa il braccio e lo struscia lento sul sedile. Piervi, disgustato, gira la faccia dall’altro lato: c’è una donna riccia, scura, con gli occhiali tigrati, priva di fede all’anulare, porta due bianchi bracciali molto sottili, fuma nervosissima, appare preoccupata. Le macchine avanzano di qualche metro, poi nuovamente si bloccano.

Grace continua a suonare nello stereo, Piervi beve una lunga sorsata d’acqua da una bottiglia poggiata sul sedile posteriore, la richiude e la ripone sul pavimento. Si accende ancora una sigaretta; il cielo imbrunisce leggermente, una luna spunta di colpo dietro una montagna grigia all’orizzonte.

Dopo aver ascoltato tutti e due i lati della cassetta, mette su un vecchio album di Nick Cave registratogli da suo zio Roberto che riproduce perfettamente il fruscio della testina. Trascorrono due ore: nei polmoni di Piervi si addensa il fumo di cinque sigarette. Al casello, rispetto all’ultima volta, la tariffa è aumentata di un euro e cinquanta.

Al di là della barriera il traffico si fa leggermente più scorrevole. Davanti alla sua auto c’è un pullman, dal finestrino alcuni bambini seduti in fondo gli fanno il gesto delle corna, altri gli mostrano il dito medio. Piervi risponde nella medesima maniera e sorpassa.

Gianluca Liguori

* Estratto dal romanzo inedito “La percezione della storia”, pubblicato su Frigidaire n. 226

Buone nuove dalla terra della fantasia

Al principio di giugno del 2010, Frigidaire tornerà (finalmente) in edicola non più nella veste di un inserto di un solo giorno dentro il quotidiano Liberazione, ma come un giornale intero, distribuito in parallelo con il quotidiano comunista, ma in vendita separata al prezzo di 3 euro e in edicola per tutto il mese. Partiremo con 16 pagine tabloid a colori su una carta di circa 60 grammi, poi vedremo se e come allargare gli spazi e aumentare eventualmente il numero delle pagine.

E’ un ritorno atteso da tempo, ma è soprattutto un nuovo inizio, poiché la storia non si ripete e il contesto sociale, politico, culturale e comunicativo in cui nasce il nuovo Frigidaire è assai diverso da quello del primo Frigidaire (ben 30 anni fa).

I cambiamenti più importanti sono soprattutto due. Il primo è l’aumento vertiginoso della comunicazione orizzontale attraverso la rete. Oggi, a differenza di 30 anni fa, ma anche di dieci anni fa, le notizie, le foto, i video viaggiano alla velocità della luce da un capo all’altro del pianeta e questo modifica profondamente anche la funzione dei giornali. Il secondo è l’aumento altrettanto vertiginoso e inquietante della comunicazione verticale. Sia nel senso del dominio della televisione su ogni altro mezzo di comunicazione, sia per il controllo quasi completo della stampa da parte di gruppi monopolistici che usano l’editoria solo per controllare le coscienze e vendere le loro merci.

A questi due processi fa da contraltare l’estendersi di piccole pubblicazioni a circolazione limitata, che conservano la loro autonomia, ma in spazi sempre più ridotti, spesso simili a ghetti di settore.

Un fenomeno che nel campo dei fumetti, della grafica, dell’immagine ha finito per separare nettamente (sia sul web che nella carta stampata) i prodotti “popolari” dai prodotti “d’élite”.

Ora proprio su questo punto il nuovo Frigidaire è una sfida controcorrente. Noi vogliamo infatti uscire dal ghetto del nuovo underground imposto dal sistema e inventare una rivista che sia contemporaneamente “popolare” e “d’élite”. Si tratta di creare un mensile divertente, “facile” e di massa, ma senza rinunciare al gusto intransigente e allo stile rigoroso che ci ha sempre caratterizzato. Per farlo abbiamo bisogno della partecipazione attiva di tutti quei soggetti che oggi vivono ai margini della “grande comunicazione”, ovvero dobbiamo sfidare i padroni della parola sul loro terreno, senza che nessuno debba per questo rinunciare alla propria radicale autonomia.

Sarà dunque un Frigidaire capovolto rispetto al passato. Non il prodotto di un gruppo redazionale relativamente chiuso che parla agli altri, ma uno strumento aperto alla partecipazione di soggetti, movimenti, immagini, idee che vengono da ovunque. Pensiamo a una redazione fatta di mille occhi, animata da quelli che vivono nelle periferie dell’impero così come dai giovani che si organizzano in circoli, piccole riviste, blog e siti web nelle metropoli europee, americane, africane o cinesi.

Per questo chiediamo a tutti coloro che vogliono partecipare alla nostra avventura di inviarci testi, fumetti, foto, racconti, testimonianze. Così come chiediamo a tutti di abbonarsi subito (l’abbonamento costa 30 euro) per creare quella rete essenziale di riferimenti territoriali che servirà a far fluire meglio anche la circolazione in edicola, che a sua volta sarà solo un momento della crescita di una comunicazione multipla sulla carta, sul web e nella coscienza di ciascuno.

Non abbiamo da perdere che i nostri limiti. Abbiamo un mondo da raccontare (e da cambiare) prima che l’onda nera del neofascismo, del neorazzismo, del cattivo gusto e del petrolio atlantico ci sommerga!

Vincenzo Sparagna

Frigidaire!

Scrittori precari segnala l’uscita del n. 223 di Frigolandia inedizione popolare d’élite. Il giornale uscirà, inserito nelle pagine centrali del quotidiano Liberazione, come i precedenti, sabato 27 marzo.

Maggiori info qui.

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 22


[continua da qui]

E loro correvano, eccome se correvano i nostri disperati scrittorucoli, che da baldanzosi che erano dovettero farsi piccoli piccoli per passare indenni attraverso le strette maglie della legge. Ché poi si fa presto a dire correre, ché la guida del loro timoniere non era propriamente sportiva, ma lo stesso essi riuscirono a superare l’appennino tosco-emiliano e a sbucare nella verde Umbria, dove li attendeva un altro rifugio degno di nota.

Il luogo in questione, un’ex casa colonica contesa dalla giunta comunale – che dopo averla data in gestione a un noto scrittore, autore di una famosa rivista satirica1 che scandalizza ancor oggi certuni per i suoi contenuti, stava cercando un modo per riprendersela – apparve ai loro occhi come un paese dei balocchi, abitato da cani e gatti che sbucavano da casupole di legno dalle strane forme e disseminate tra i bassi arbusti di un boschetto. Si trattava di una vera e propria repubblica indipendente, con tanto di passaporto onorario, che accoglieva i rifugiati di ogni tipo; un minuscolo stato difeso soltanto dalla forza delle idee che non sono costrette a ricorrere alle armi.

Sarà stato per via della stanchezza o per l’altitudine o perché ormai si apprestava la fine di settembre, ma per la prima volta i cinque attentatori alla libertà di parola sentirono anche i brividi del freddo, come un oscuro presagio che inquinava il loro prossimo futuro.

Insieme al capelluto e canuto intellettuale, che li accolse avvolto dal calore di una zuppa di legumi che già bolliva sul fuoco, essi discussero sui risvolti della loro rivoluzione impossibile, che si era dipanata, secondo percorsi piuttosto accidentati, dalla fine degli anni sessanta fino ai loro giorni. Il rischio, come sempre in questi casi, fu quello di gettare tante belle parole al vento, per quanto i nostri fossero circondati dalle prove inequivocabili dei tanti tentativi fatti negli anni precedenti al loro apprendistato, quando si chiedeva a gran voce la fantasia al potere.

Si narra che essi improvvisarono un ristretto simposio, che niente ebbe a che vedere con il luogo romano in cui usavano recitar tra i peggiori baccanali: un concilio in cui esposero le loro idee al rispettato intellettuale, che come un padre comprensivo li ascoltò per tutta la serata, ma a niente valse tutto quel loro filosofare, poiché sul più bello si udirono nuovamente le tanto odiate sirene, che squarciarono il silenzio governato dai gufi e dai lupi.

Il gruppo, ingrossato da qualche giovane adepto, decise di rispondere alla forza con la forza, anche perché l’unica via di fuga sarebbe stata quella verso la capitale, dove sarebbero senz’altro finiti dritto in bocca al nemico.

Il piccolo esercito, munito di pigne e cerbottane, si appostò dietro gli arbusti, e mandò in avanscoperta la ciurma dei cani e dei gatti, che con il loro abbaiare e miagolare avrebbero cercato di tenere a distanza gli sgraditi invasori. Essi non avevano però previsto che insieme alle forze dell’ordine sarebbero arrivati in pompa magna anche politici e giornalisti, in numero così elevato da rischiare seriamente un sovraffollamento del minuscolo staterello libero delle arti.

Gli assediati furono costretti a sorbirsi diversi minuti di retorica statalista pronunciata col megafono, ma per quanto quella di Frigolandia fosse una repubblica informale, il clima era lo stesso molto teso, come se davvero si trattasse di un’invasione territoriale da parte di uno stato belligerante. Inizialmente venne sparato qualche colpo a salve, seguito da una raffica di minacce, quindi, visto il fallimento di questa strategia all’acqua di rose, gli uomini in divisa optarono per il lancio di lacrimogeni.

Nonostante le tante operazioni antisommossa, essi non avevano però mai assistito a quanto accadde in quel momento davanti ai loro occhi: i cani e i gatti repubblichini si misero a correre come ossessi per il boschetto, dove raccoglievano velocemente da terra quelle armi chimiche per interrarle con le loro zampette. La scena aveva del surreale, e difatti prese alla sprovvista l’armata del Presidente, che si fece sorprendere dal contrattacco: una gragnola di pigne cadde sui loro caschi da combattimento, componendo una sinfonia di rintocchi che si levò per tutti i colli circostanti.

La battaglia finale era cominciata.

Simone Ghelli

1 Essa si chiama Frigidaire, e da circa trent’anni si distingue per la sua irriverenza nei confronti della politica del nostro beneamato paese.

Trauma cronico – Sfratto esecutivo

Liberté, Égalité, Fraternité”

Motto della Rivoluzione Francese

La scorsa settimana vi ho detto che il comune di Giano dell’Umbria ha intimato lo sfratto alla Repubblica di Frigolandia (letteralmente la “terra della rivista Frigidaire”) mettendo di fatto a repentaglio un archivio storico di inestimabile valore che fa parte del patrimonio culturale di tutti noi.

Se vivessimo in un paese veramente democratico, un paese civile, umano, che avesse davvero a cuore la storia, l’arte e la cultura, oggi avrei potuto scrivervi, ad esempio, dell’ultimo, bellissimo libro che ho letto, ovvero Il tempo materiale di Giorgio Vasta, ed invece, figlio di quest’Italia dove non funziona quasi niente, dove ogni giorno viviamo una serie di traumi, violenze, soprusi, scempi, non posso esimermi dal denunciare (mio dovere in quanto scriba) l’ingrata sorte che mette a rischio il lavoro culturale di un uomo di 63 anni, il buon vecchio Vincenzo Sparagna, e dei suoi prestigiosissimi collaboratori di una vita straordinaria.

Il comune di Giano ha fissato per il 26 novembre il giorno ultimo per abbandonare i locali di Frigolandia.

Italia già così è un posto abbastanza becero e deplorevole, senza Frigolandia lo sarebbe senz’altro un pizzico di più. Prego vivamente gli avventori di questo blog di diffondere e divulgare la notizia come e quanto possono (e chi può il 26 vada a Giano dell’Umbria!). Frigolandia è un luogo di fantasia in un paese che la fantasia pare averla smarrita. Non si può permettere che un patrimonio artistico e culturale di inestimabile valore venga trattato in questo modo. Non è umanamente concepibile.

Vi saluto invitandovi a leggere l’ultimo editoriale di Vincenzo Sparagna sul sito di Frigolandia dove potrete aggiornarvi sugli sviluppi dell’incresciosa vicenda.

E speriamo bene.

Gianluca Liguori

Trauma cronico – Frigidaire ti voglio bene

Questa domenica vorrei porre alla vostra attenzione una vicenda che mi rattrista molto, emblematica dello stato che vive la cultura oggi nel nostro paese: il comune di Giano dell’Umbria vuole sfrattare Frigolandia.

Frigolandia è la prima Repubblica Marinara di Montagna, Territorio Autonomo della Fantasia, Città immaginaria dell’Arte Maivista, Ashram socratico, Monastero eurotibetano, Accademia delle invenzioni e della musica.

Frigolandia è la patria di Frigidaire, storica voce della controcultura italiana diretta da Vincenzo Sparagna. Come spesso ho detto, ritengo Sparagna un intellettuale di quelli rari. Ascoltarlo parlare è sempre un’esperienza unica, si impara ogni volta un sacco di cose, è magnetico il suo parlare, la sua figura, le sue parole sono pesanti come macigni. Ma l’Italia è sorda, non ha orecchie per ascoltare, sente, non ha occhi per guardare, vede, non ha parole, muta, non ha forze per reagire, subisce.

Un paese martoriato che non riesce a risorgere senza perire. Siamo al trionfo dell’osceno, dell’assurdo, dell’impensabile. La totale assenza del senso del decoro, l’inimmaginabile farsa. Anzi no, la caricatura di una farsa.

L’Italia di oggi è la stessa che ieri ha ammazzato Pasolini all’idroscalo di Ostia quella maledetta notte del 2 novembre 1975. Il cadavere martoriato del poeta che non ha avuto giustizia è l’Italia in marcescenza che egli aveva profetizzato. Oggi i nostri intellettuali non scrivono editoriali sui giornali né vanno in televisione. E su quelli che ci vanno, stendiamo un velo pietoso.

Cos’era Frigidaire lo sapranno probabilmente soltanto i lettori che hanno qualche anno in più. Ai giovani dico solo che in redazione c’era un tal Andrea Pazienza, che tutti voi son certo conosciate. E poi, come più volte mi ha ribadito mio zio, a Frigidaire va il grande merito storico di essere stati i primi in Italia a parlare di aids.

Il mio appello è rivolto soprattutto a quelli più grandi di me, che sappiano spiegare ai più giovani, che debbono ancora imparare, imparare a non dimenticare. Vi invito a leggere la storia negli ultimi editoriali di Vincenzo Sparagna sul sito di Frigolandia e, naturalmente, sostenere e diffondere la causa.

Sono in gioco opere di Andrea Pazienza, Stefano Tamburini, Tanino Liberatore, Filippo Scozzari e tanti altri grandi artisti, oltre allo storico archivio della rivista Frigidaire, un patrimonio incredibile.

È assurdo di come in Italia la cultura sia sempre più bistrattata ed ostacolata. Diventiamo sempre più bestiali.

La cultura è abolita. Il pensiero è stato condannato all’ergastolo. La fantasia è stata proibita.

Gianluca Liguori