Una vita da romanzo

Nel 1889 la letteratura italiana attraversò una piccola crisi perché a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro saranno pubblicati Mastro Don Gesualdo e Il piacere: da un lato si chiudeva il verismo naturalistico neopositivista e dall’altro si apriva il periodo del “poema moderno”, come ebbe a definirlo Angelo Conti.
Queste due scuole di pensiero e di scrittura si scontrarono essenzialmente sull’accidentato terreno della critica letteraria. Infatti, se Conti definì Il piacere un “poema moderno”, Luigi Capuana lo tacciò di scarsezza contenutistica (rileggersi Gli “ismi” contemporanei).
Per il critico siciliano il romanzo di d’Annunzio possedeva solo alcuni sprazzi di sostanza che, però, venivano soffocati da uno stile troppo elaborato e liricheggiante: esercitava la «malìa dell’artifìzio squisito». Per Conti, invece, si trattava dell’emanazione continua e prepotente dell’io dell’autore che permeava tutto il libro: era un genuino prodotto d’autore.
A dar retta a Conti, allora, si potrebbe perfino identificare ne Il piacere l’antesignano del post-modernismo, visto che del post-modernismo ha l’introspezione, le contraddizioni del personaggio e soprattutto l’illusorietà del fine: Il piacere è un libro fondamentalmente senza scopo, non ha – come direbbe Lyotard – una metanarrazione.

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Intervista a Giuseppe Garibaldi

È arrivato in libreria il secondo lavoro di Massimiliano e Pier Paolo Di Mino “Il libretto rosso di Garibaldi” (Purple Press), un vero e proprio compendio che racchiude quanto si volesse sapere sull’eroe italiano attraverso lettere, proclami e scritti di varia natura.

Per parlarne e approfondire abbiamo puntato molto in alto, scomodando lo stesso Giuseppe, che abbiamo scoperto essere il vero artefice della nascita del libro.

Quanto segue è la pura verità.

 

È vero che lei ha imposto ai Di Mino di scrivere un libro che la riguardasse?

La vostra è una generazione delicata, vegetariana: chiamate “imposizione” ciò che è semplicemente un consiglio dato con forza. Nella vita ho imparato a fare le cose alla spicciolata, con veemenza e senza pensare troppo. Mai ritrovarsi a dire che «pensando, consumai la ‘mpresa che fu nel cominciar cotanto tosta». Sono versi di Dante, il secondo italiano più importa della storia dopo di me. L’importante è fare. Per esempio, l’Italia: non è come la sognai, ma la rivoluzione è come l’amore, e in amore è meglio lasciarsi che non essersi mai incontrati.

Perché lo ha fatto?

Perché in fondo la vita di un uomo si riduce al racconto che se ne può fare. E penso che farei peccato più grave fingendo modestia se non reputassi la mia vita un racconto che vale proprio la pena di essere fatto. Io stesso vi provai, cimentandomi con calamo e carta. E molti sono quelli che hanno usato la loro arte per proseguire la mia leggenda. Ma oggi, in questa Italia immiserita, vituperio delle genti (è sempre il secondo italiano più importante che lo dice) vedo riaffacciarsi una nuova pubblicistica che mi dipinge come un ladro (io che non ho mai accettato un soldo da nessuno e ho sempre vissuto poveramente!). Qualcuno mi ha accusato di essere un negriero (io che ho liberato schiavi lungo tutte le coste d’America: Aguyar, fratello mio, mi sei testimone!). Mi si accusa di essere la fonte dei mali del nostro bel meridione, e si dimentica che sono stati i soldati piemontesi, e non le mie giubbe rosse, a fare gli eccidi di contadini calabri e campani; non io ho vuotato le casse del ricco regno delle due Sicilie e ridotto quella terra felice a una colonia interna. Dare la colpa di tanti mali alla mia opera di liberazione è cosa vana e folle quale l’accusare un padre dei mali di un figlio per averlo messo al mondo. Non voglio dimenticarmi di parlare di Bronte, che mi grava sul petto: ma dirò solo che la strage terroristica (perché questo fu praticato da quei contadini) non è la stessa cosa di una rivoluzione. Parlare male di me, significa parlare male di una rivoluzione che cercava di realizzare giustizia e libertà. Con questo libro voglio far smettere questo vaneggiamento, perché si torni a parlare di giustizia e libertà.

È vero che lei è un socialista?

Non vedo come potrei essere definito diversamente. Sono stato il primo internazionalista per aver combattuto per tutte le cause progressiste di tutti i paesi del mondo. E l’ho fatto perché gli uomini potessero vivere in un mondo libero, dove il contadino avesse la sua terra e l’operaio il suo diritto al lavoro e alla vita la più dignitosa possibile: dove non vi fosse posto per il tiranno, l’ingiustizia, la violenza. Il mio è il socialismo delle persone, e non una teoria su un libro di filosofia. Il mio socialismo è vivo non in teoremi astratti, ma nella certezza che la marea socialista finirà per sommergere l’impreparata nave dello Stato.

È vero che lei non aveva rispetto per le donne?

Se amare una donna è non rispettarla, allora mi assumo la colpa.

È vero che lei è stato in Messico?

Mi manca. Un mio nipote, in effetti, ha combattuto lì, ma preferisco non parlare di lui.

Sono vere le cose che si dicono sul suo coraggio?

Vere. E anche se non le fossero, sarebbe dovere e responsabilità ineludibili di un uomo e di un rivoluzionario vantarle. La cosa più brutta che può accadere ad un uomo, e ad una nazione, è di perdere il coraggio; anche solo quello di sperare in una vita migliore.

Come ci si sente ad essere l’Eroe dei Due Mondi? Donne ovunque eh!?

Non è tutto rose e fiori. Per esempio, ricordo in Inghilterra tutta quella gente che mi acclamava, e mi dava segni di affetto, ma poi non volevano farmi fumare il sigaro dentro quelle stanze tutte tappezzate fino a far perdere i sensi a un povero uomo. Per non parlare dell’avermi costretto a coricarmi in orari proibitivi, tipo anche le dieci di sera. E poi le donne, contesse e affini, con quelle astruse complicazioni come l’andare a letto senza stivali. Se vogliamo parlare di vera felicità, parliamo di Caprera e della mia Armosino: una donna vera, con due mani così!

Cosa troveremo in questo libro?

Quei discorsi e quei proclami che rappresentano il mio pensiero vivo: il mio costante invito a tutte le generazioni umane a combattere per il diritto contro l’ingiustizia. Ricordate: lo schiavo solo ha diritto di far la guerra al tiranno!

Cosa non troveremo?

I Di Mino non solo hanno raccolto un ragionato catalogo di miei scritti, hanno anche ridisegnato la mia figura di rivoluzionario e di uomo in una nota introduttiva che è un invito alle generazioni presenti. Io, finita la mia vita mortale, sono ormai un racconto sul quale modellare il proprio impegno umano e, quindi, politico. È un libretto esortativo: quindi non troverete la testimonianza dolente della delusione che nutro nei confronti di questa Italia che pure ho espresso con tanta forza in molti luoghi. È ora di guardare avanti!

Chi le scriveva i discorsi?

Mi pare i Di Mino, no?

È soddisfatto del lavoro svolto dai Di Mino?

Ancora non l’ho letto. Comunque, sì.

Ma lo sa che prima hanno scritto un libro su D’Annunzio? Che ne pensa?

Fiume di tenebra, un romanzo sulla Reggenza del Carnaro, che è l’ultima impresa risorgimentale e, quindi, garibaldina. Ricordo di aver consigliato con forza anche al D’Annunzio di scrivere un libro su di me. Poi, pieno di entusiasmo, il simpatico poeta mi ha addirittura emulato. Nei festeggiamenti di quest’anno, non verrà nemmeno nominato. Tanto gli italiani hanno dimenticato la loro storia, e non sanno più chi sono!

Ci saluti come meglio crede.

Vi saluto, augurando a tutti una nuova Fiume, un nuovo Risorgimento: augurandovi lo splendore di una nuova Repubblica Romana, senza disperare mai, perché ovunque sarete con i vostri ideali di giustizia, libertà e bellezza, là sarà Roma.

 

Intervista a cura di Alex Pietrogiacomi

Aspettando il tenente Keller *

Il capitano Serra, seguendo la luce livida di un corridoio buio e dritto, aveva finito per trovare una stanza, e ci si era rinchiuso dentro.

Un tempo la stanza, ficcata in questo recesso appartato dell’edificio, quando il palazzotto ospitava ancora gli uffici di qualche stabilimento del porto, doveva essere stata il rispettabile pezzo di terra salva, il sacro posto di lavoro di qualche impiegato: certo, a quei tempi non doveva puzzare tanto.

Qualcuno, ora, ci aveva infilato un letto, una sedia con un paio di camicie sudate sopra, e, sotto, stracci.

La stanza aveva anche un tavolo con una candela che doveva servire a illuminare questa miseria dall’odore tanto forte da batterci i pugni sopra: era lo schifoso odore che questi ragazzi portavano addosso, e lasciavano ovunque passassero. Era l’odore di qualcosa che stava morendo senza saperlo.

La porta non aveva chiave. Serra infilò una sedia sotto la maniglia e provò a capire se qualcuno lo avesse seguito.

Sentiva il tossico agire ancora in lui, ma sentiva anche la pressione di un meccanismo autonomo che gli aveva imposto di alzarsi, muovere il corpo e cercare, come un animale ferito, un riparo.

Era ancora stordito e umiliato dal veleno, lo sapeva, e non poteva, non doveva far correre i pensieri troppo velocemente. Non doveva permettere loro di fluire. Doveva sforzarsi di renderli solidi, stabili, immobili.

Nel riparo di quella stanza, doveva fare quello che avrebbe fatto qualsiasi animale: cercare di vincere. Doveva tirare fuori da quella stanza il maleficio di quei ragazzi, il loro odore morboso di ragazzi, di pupazzi stupiti, desiderosi di adorare un idolo, lì distesi a terra come una tribù pronta a qualsiasi sacrificio, con le uniformi lise, sporche. Con i loro costumi da circo. Con le loro facce da circo. Questi uomini erano stati al fronte, avevano combattuto, avevano ucciso, erano sopravvissuti;

e ora non facevano altro che parlare di questo: di questa loro grande guerra, come se fosse la prima ad essere stata combattuta, o l’ultima; e a parlare di quando, presto, prestissimo, sarebbero tornati a combattere, perché per loro la guerra è vita: cuccioli di cane con i loro libri del liceo pieni di stupidaggini sulla vita e la morte.

Si distese sul letto e, qui, all’improvviso, la trafittura di alcune migliaia di morsi: se la stanza fosse stata illuminata avrebbe potuto vedere delle piccole bestie salirgli sul corpo. Oppure avrebbe visto che non c’era nessuna piccola bestia, e che era la pianta che gli prendeva i pensieri e glieli scioglieva in questo liquame. Doveva afferrare questo liquame, e trasformarlo in pietra.

Ma poi bussarono forte alla porta, e i pensieri persero di importanza. E anche l’odore dei soldati. E anche gli animali che lo mordevano.

Bussarono alla porta e il capitano Italo Serra si sentì strappare come da un imbuto, da una vertigine, da una voragine. Cavò una rivoltella dai pantaloni.

«Capitano, capitano», disse una voce da dietro la porta, «mi apra, ci siamo conosciuti poco fa giù al cantiere, ma lei non mi ha voluto ascoltare».

Il capitano Serra ripose l’arma.

«Temo si confonda,soldato, non sono mai stato al cantiere».

«Con rispetto, capitano, ma si confonde lei».

Probabile. Possibile. Tutto era possibile. Serra non poteva fare a meno di prendere in considerazione l’evidenza che tutto era possibile.

«Scusami soldato, ora ricordo, ma stavo riposando. Possiamo riprendere il nostro discorso domani?».

Serra sentì scoppiare una risata e si accorse che il soldato non era solo. Aveva sentito una risata di donna, e anche che il soldato stava tappando la bocca con una mano a questa donna.

«No, capitano, domani non ci sarebbe più niente da dirci. Guardi che non sono venuto da solo», la risata si fece più forte, «sono con un’amica, una bella amica e giù tutti ci dicevamo, il capitano è appena arrivato, e pure lei giù in cantiere…».

«No, soldato. Ora sono stanco, soldato».

«Ma capitano…».

«Ho solo voglia di riposare, ringrazia tutti».

«Ma capitano non vuole neanche aprire la porta per salutare la nostra amica?».

«Vattene!», concluse Serra, e aggiunse, «per favore».

Serra sentì la voce del soldato che faceva una sorta di rantolo in gola, e la donna che lo accompagnava ridere ancora. Li sentì allontanarsi, e scendere in strada calpestando delle scale

di ferro che non gli sembrava di avere mai salito, e allora si alzò dal letto, e si accorse di sentire di nuovo la carne a fargli da spessore tra ossa e pelle.

Andò alla finestra e riconobbe, o gli sembrò di riconoscere, un soldato della Disperata che si allontanava abbracciato a una bionda visibilmente ubriaca o intossicata, che indossava un paio di calzoni da granatiere: difficile dire se era più la donna ed essere sgraziata dalla divisa o la divisa ad essere offesa dalla donna.

I due cantavano, o ridevano, e la donna, gli parve, indicava la luna, come se si accorgesse per la prima volta da che era al mondo della sua presenza; come se non ci fosse stata mai prima al mondo un’altra luna come quella.

Ma doveva essere così, pensò Serra: Fiume aveva una sua propria luna, una luna calata sul fondale di questa inutile tragedia in pochi atti. E lui, Serra, era qui per recitarne l’ultimo.

L’atto finale: avrebbe preso contatto con Guido Keller, e il tenente lo avrebbe portato al suo obiettivo: il Comandante Gabriele D’Annunzio.

E poi lo avrebbe ucciso. Avrebbe ucciso Gabriele D’Annunzio.

Non era la prima volta che uccideva un uomo. Non era la prima volta che gestiva un caso del genere. Ma il fatto dolorosamente strano era, semmai, che gli sembrava che questa dovesse essere l’ultima.

Era a Fiume. Avrebbe preso contatto con Keller. Forse qualcuno, già dentro la città, avrebbe cercato di aiutarlo. Non sapeva niente di preciso. Una missione senza rete: ma andava benissimo così.

La pianta lo stava lasciando andare. Era stanco. Si sentiva infinitamente stanco e vecchio, ma la pianta gli stava scivolando via dal corpo.

Si accorse di avere il cappotto addosso; che non se lo era mai tolto, con dentro cuciti i documenti, e le carte. Se lo sfilò e si diresse, al buio, verso il tavolino. Ci si sedette. Accese la candela, e prese la cartella con i documenti, e li tirò fuori: documenti ufficiali, documenti ufficiosi, documenti che non esistevano e nessuno aveva redatto, lettere private, lettere d’amore, voci di corridoio. Molta carta, anche per questa ultima questione delicata che qualcuno gli aveva chiesto di risolvere con discrezione e senza i freni di alcuna morale inerte. Molta carta, anche per questa ultima missione che, al suo cuore rotto e avvelenato, pareva tanto straniera, come essere morti e, da morti, essere capitati in un altro mondo.

Un mondo a parte.

Prese queste carte, tutti i documenti e, uno a uno, li avvicinò alla candela. I fogli bruciarono, con lentezza, come un incantesimo. Il fumo riempì la stanza, da soffocare, e il capitano Serra si alzò e aprì la finestra, e respirò l’aria fredda del mattino che si avvicinava.

E con il mattino sarebbe sparito, infine, l’incantesimo della pianta, questa tristezza, questo orrore di sentirsi così straniero e ultimo.

Si sporse dal parapetto e lo scavalcò. Si ritrovò su una terrazza. Qui, a lato della scalinata, appollaiata sulla ringhiera, gli sembrò di scorgere un’aquila.

Una grande aquila con il becco adunco che, in quel momento, stava guardando il capitano Serra dritto negli occhi.

Poi l’aquila si stancò di guardarlo e si alzò in cielo. E allora il capitano attraversò il terrazzo, ne scavalcò la balaustra, e scivolò giù per la scalinata, seguendo l’uccello.

Massimiliano e Pier Paolo Di Mino

*Estratto dal romanzo

FIUME

DI TENEBRA

L’ultimo volo di Gabriele D’Annunzio

(Castelvecchi editore)

Da ottobre nelle librerie.

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