Una sera al parco

Le ore di luce si erano sensibilmente ridotte. E d’altronde era settembre inoltrato, seppur le temperature tropicali di quegli ultimi giorni non lo avrebbero fatto minimamente supporre. Tuttavia Andrea non poteva anticipare la sua corsa quotidiana. Gli orari dell’ufficio erano implacabili. Poi bisognava calcolare il tempo per rientrare a casa, sbrigare qualche faccenda, prepararsi – ovvero indossare quei pantaloncini e t-shirt sdruciti che costituivano la sua impresentabile tenuta ginnica. Insomma, prima delle 19 gli era impossibile uscire di nuovo in direzione del parco. Ciò significava che di lì a qualche settimana avrebbe dovuto rinunciare anche a quel piccolo svago tardo pomeridiano. Leggi il resto dell’articolo

L’ultimo testamento della Sacra Bibbia

L’ultimo testamento della Sacra Bibbia (Guanda, 2011)

di James Frey

È tornato James Frey.

Il controverso autore di Un milione di piccoli pezzi – che lasciò scandalizzati gli americani all’ Oprah Show, confermando le voci che volevano la sua biografia sui suoi primi vent’anni di droghe e disintossicazione come un libro molto “rimaneggiato”, diciamo “truccato” da qualche esagerazione qui e là – dopo aver colpito duro con Buongiorno Los Angeles (affresco corale della città degli angeli) torna con un nuovo best seller: L’ultimo testamento della Sacra Bibbia.

Un libro nato nella testa dell’autore nel 1994, che si concretizzò soltanto nel 2009.

Come nel precedente, sono molte le voci che in questo romanzo raccontano il loro punto di vista, la loro storia. Sono voci che ricordano gli evangelisti, ognuna con il proprio tono, la propria esperienza.

Ruth, Jeremiah, Adam, Mariaangeles, Alexis, Charles, di fatto sono la storia di Ben. Scrivono le righe dell’Ultimo Testamento del Messia, del Cristo Ritornato, che hanno incontrato e che ha cambiato loro la vita.

Un nuovo redentore affatto banale nella sua assoluta concretezza umana, nella sua nuova veste terrena, che ricalca l’uomo come è e come sarebbe vissuto da un’entità divina che si ritrovasse sulla nostra palla di fango. Leggi il resto dell’articolo

La gang dei fuori di testa

Più lontani si va e meno si apprende.
Più lontani si va e più ci si avvicina alla verità.
Per questo l’uomo saggio non cammina.
Eppure arriva.

Lao Tze

Per darne ne ho dati tanti, di cazzotti, dati e ricevuti, posso mica ricordarmeli tutti. Sir Alex Ferguson di me ha detto, una volta, quello potrebbe far scoppiare una rissa anche in una casa completamente vuota, figuratevi. Per dire che non mi dispiaceva, scazzottare. Non che mi rendesse un uomo migliore, più saggio, che poi è pure il mio nome, Dennis Il Saggio: lo facevo semplicemente perché ero così, pazzo se volete.

Gioco duro, sporco, rude con gli avversari, e tra di noi: delle gran sberle.

Il cazzotto di quella volta, però, quello di Vinnie, me lo sarei ricordato a lungo. Ròba da appuntarselo sul diario: quattordici maggio millenovecentottantotto, poco prima di scendere in campo, cazzotto di Vinnie: il migliore che mi abbia mai dato.

John lo chiamavamo Johnnie Preoccupazione. C’era cresciuto, in mezzo ai casini, i genitori separati e la meglio gioventù in collegio col fratellino: gl’era venuto un dente avvelenato, a Johnnie, che ti credo io lo chiamassimo Preoccupazione. Brutto, diomìo se era brutto, e sgraziato. Cintura nera di karate, per fare goal li faceva, ma ne sbagliava pure certi, diomìo: imbarazzante.

E poi: menava, in campo. Come tutti noialtri, d’altronde, ci gonfiavamo come zampogne tra di noi, gioco di mano gioco da villano, dice il proverbio, e allora sì: chiamateci villani. Anzi, chiamateci la gang dei fuori di testa: siamo il Wimbledon o no?

Johnnie, le preoccupazioni, a chi ne dava e a chi ne prometteva. Andatelo a chiedere a Gary Mabbutt: gl’ha sfasciato una tempia con una gomitata, per dire. Oppure a Grobbelaar, pure lui peperino mica da poco, quando davanti ai giudici se n’è uscito, era imputato per una brutta storia di concussione e partite vendute e scommesse, oh io c’entro nulla, sentite piuttosto Grobbelaar.

La preoccupazione più grande di Johnnie, però, era il fratellino, Justin.

Continua in libreria

Il calcio è uno sport da froci

Immaginare uno sport più da froci del calcio è difficile. Guardate il campo: uomini maschi contro uomini maschi. In pantaloncini. Corrono, si strattonano, si battono come leoni.

Fin qui dite che somiglia a tanti altri sport.

Certo che sì.

Infatti credo che lo sport sia in generale una roba da froci. Ma così come il gay pride è la massima e pubblica frociata, politicamente e culturalmente rilevante, il calcio è la summa aurea dell’omosessualità sportiva.

Andiamo avanti.

Quegli uomini che sgambano per il campo, quei ventidue coraggiosi, hanno come unico obiettivo quello di calciare la palla dentro la porta avversaria. Una bella metafora del sesso, e visto che quella porta è difesa da un uomo maschio, una bella metafora del sesso gay.

E quando accade… Quando quella palla entra… Quando quella porta è penetrata…

Eccolo il campione, l’uomo del gol, il centravanti, el pibe de oro, strapparsi di dosso la maglietta, correre sotto la curva a torso nudo, a farsi ammirare bello come il sole dai tifosi (maschi) della sua squadra.

E i compagni che lo inseguono, gli saltano addosso, se lo baciano, se lo carezzano, se lo stringono esaltati. Quante ammucchiate simboliche sotto le curve degli stadi, in diretta televisiva!

Queste masse di muscoli virili esaltati che s’ingarellano, questo trionfo del sudore virile scambiato baciato lemmato siroccato. Ditemi voi, fa più frocio Argentina – Brasile o il carro del Muccassassina al gay pride?

Questi peraltro sono i protagonisti, ma andiamo a dare un’occhiata ai comprimari, andiamo a svelare l’arcano pornografico del lavoro del tifoso: assistere a una partita di calcio, molto ma molto meglio di un film gay porno. Quello si consuma nell’intimo privato, il lavoro del tifoso invece è orgiasticamente pubblico!

Il tifoso di calcio ama stare in compagnia di altri uomini maschi come lui. Le tifose di calcio, comunque una misera minoranza, sono emarginate. Il calcio è roba da uomini, si dice.

Dico io: se si è etero e uomini si preferisce frequentare le donne. Se si preferisce frequentare gli uomini, logica vuole che si tratti di un’attività sospetta.

I tifosi maschi del calcio si ritrovano tutti allo stadio, un’arena libidinosa piena zeppa di altri maschi. Tutti assieme tutti maschi si assiste a cosa? A una lotta nel fango tra bionde pettorute? No! Si assiste a una «partita» tra ventidue uomini maschi seminudi e grecamente atletici.

Poi c’è il gol. Il momento topico del gol. Visto dalle tribune, dagli spalti. Lì nel campo verde il cannoniere si strappa via la maglietta. I pettorali sudati risplendono sotto al sole, i suoi compagni lo tramortiscono di lascivia. Tra i tifosi scatta l’urlo collettivo. La grande ola. Le bocche spalancate. Poi è tutto un abbracciarsi tra vicini sconosciuti, tutto un orgiastico collettivizzare la gioia del cannonniere. Lì, nella pellicola porno gay meglio nota come «partita», lui è il grande mandingo. I tifosi spettatori possono solo accontentarsi della gloria riflessa.

Come raccontava un tale, quella sciocchezza che le corna servono agli alci per i riti di accoppiamento è palesemente una stronzata. Mentre gli alci gay si schiantano in combattimenti omo sospetti con altri alci atletici e muscolosi, quelli un po’ anzianotti, un po’ debolucci, o chiaramente intellettuali, si trombano le femmine nel sottobosco.

Cosa pensate che facciano le vostre mogli mentre voialtri vi esaltate gayamente allo stadio o davanti alla tele nelle seratine «solo per uomini»? Dite di no? Dite che non è vero nulla? Che sto tirando l’arbitro per la giacchetta?

Pensate solo a questo – solo a questo e qui la chiudo – dopo tutto questo esaltarsi tra maschi seminudi per un pubblico di maschi ululanti, come finisce il rito della partita? Come si chiudono questi baccanali testosteronici? Lo sapete vero? Si chiudono con «lo spogliatoio», con i suoi annessi e connessi. Ma lì le telecamere non entrano, lì si spengono i riflettori, come una grande, fumosa, sudata dark room…

Mi dispiace, non mi avrete, sono troppo etero, preferisco tifare per il calcio femminile, guardare femmine che si battono con altre femmine, in attesa che gli sport, come il resto della società, diventino misti.

Dario Morgante