Lo sport delle parole

di Francesco Quaranta

Parlare con te mi ha ricordato Juventus-Bayern Monaco: io ci ho messo cuore e grinta, ma tu mi hai preso a pallonate e alla fine m’hai pure regalato la maglia.
Che poi, io ero venuto solo per scopare.
Esplicitare questa cruda intenzione, emblema dei modi che non digerisci, mi avrebbe forse garantito di essere vomitato fuori dalla tua vita e dalla tua dieta priva di carne. Perciò ho optato per un approccio più morbido. D’altronde lo sai meglio di me: sono Gemelli; pensiamo una cosa e ne facciamo un’altra, diamo degli appuntamenti a noi stessi e poi non ci presentiamo.
Il mio desiderio (chiamiamola attrazione diversamente platonica, per essere politicamente corretti), l’avrai letto da qualche parte nei movimenti incerti delle mie mani o nei miseri tentativi di articolare verbo finiti alti sopra la traversa. Invece di lanciarmi una scarpa in testa, però, hai scelto di indossarne un paio e cominciare il match con il sottoscritto.
La rosa di buoni argomenti da proporre per mostrarti chi sono, ripassata e allenata più volte nei giorni precedenti e fin sulla porta di casa tua, si è dimostrata vera e accorata. Onesta e genuina nella sua mediocrità.
Sezionando ogni singola frase che riuscissi a pronunciare, ne rompevi l’involucro per tastare e manipolare i pensieri che la animavano. Serena, con il sorriso: l’allegro chirurgo dai begli occhioni svegli. Tant’è che per un attimo ho pensato di poter trovare Leggi il resto dell’articolo

I gatti dello zodiaco

gattini
di Matteo Pascoletti

La faccenda che i gatti, se li ignori, si avvicinano per strusciarsi e far le fusa mica lo so se è vera; non ricordo dove l’ho sentita la prima volta e non ho mai fatto ricerche approfondite. Se anche esistono studi scientifici di un certo spessore, non li ho letti. Dai ricordi non sovvengono particolari gatti che, da me ignorati, si siano avvicinati affettuosi o incuriositi, mostrando di averlo fatto proprio per quel motivo. Però questa cosa ce l’ho dentro e a volte ci penso. Forse perché tendo a evitare lo sguardo delle persone, in particolare se estranee, e la postura del corpo asseconda questo mio desiderio di deviare.
Uno dice “sarai timido”, “sarai asociale”, “hai qualcosa che non va”.
Io penso “sarà che son cazzi miei, anche”.
Comunque, nonostante le traiettorie di fuga, finisce che gli estranei mi danno facilmente confidenza. E allora penso alla faccenda dei gatti, e mi sento uno che i corpi estranei gli vanno addosso per strusciarsi lasciando il proprio odore. No: non quello strusciarsi tra persone, che poi se va bene dopo un certo arco di tempo finisce che scopi; dico quello degli animali che ti imprimono la propria esistenza addosso, e basta. Solo che le persone, invece di strusciarsi, per imprimere la propria esistenza sugli altri parlano.

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«È troppo abituato ai suoi cerottini digitali»

[Estratto dal romanzo inedito Nella vasca dei terribili piranha]

 

Adesso siamo nella semifinale: è il turno dei Gemelli, già abbastanza fasciati, ma vittoriosi senza ombra di dubbio, invocati da un giapponese che ha una serpentesca vena violacea che dal collo giallognolo zampilla quasi sulle labbra. Si alza composto rizzando la carta, aspettando che l’occhio della luce lo inquadri, così come le telecamere, che proiettano velocemente la sua vena sugli schermi laterali, intervallandola con il promo dei Gemelli già mostrato in precedenza.

«Gibbs, guardi che carino. Come annunciato in precedenza. Quel giapponese ha investito metà dei suoi soldi, per tutta la vita, per comprarsi giocatori talentuosi per la sua squadra di calcio. Non ne ha ricavato un solo campione. E ora ci riprova! A questo serve il Telemaco: a mitigare certe delusioni passate, certi gingilli falliti, a correggere certi piaceri. Non si sente veramente potente con le sue carte in mano e i suoi ragazzini qui sotto che si battono per un solo gesto della sua mano?»

«Ancora non mi convince fino in fondo: qui si passa dal segaiolo al sadico.»

«È troppo abituato ai suoi cerottini digitali».

I gemelli, con lo stomaco in gola, si rilassano appressandosi ad un angolo dell’arena, massaggiando coi piedi la palla che solleva zufoli di polvere. Alzano la carta dalla platea, i cui protagonisti si sono fatti sempre più radi, per le sconfitte, per il disgusto e per il rancore, anche se quelli rimasti paiono aver assorbito la speranza di portarsi a casa la vittoria e biascicano come drogati commenti fra di sé.

Il piccolo ragazzo dal taglio barbaro e l’espressione inerte conosciuto come la Luminaria Polacca, con la sua faccia sbiancata e la candela al naso che lambisce di frequente con la lingua, si fa avanti, portando con sé gli sghignazzi del pubblico dimezzato. Da quando l’hanno pescato dai bassifondi, a vendere lucette ai turisti e a difendersi dai ladri, dai violentatori e dai ratti con i suoi prodotti luminosi dementi nascosti per tutto il corpo, è sempre stato sbeffeggiato, ma a tratti anche temuto. Ne ha accecati parecchi, di intrepidi.

«I gemelli lo triturano. I gemelli lo polverizzano. Ma dove l’hanno raccattato?» commenta Gibbs, incalzando d’euforia improvvisa.

E l’handicap invocato è il buio assoluto. Associato al buio, un buio violaceo per l’arena e un buio grigiastro per la platea, handicap non intenzionale è il rovescio della pioggia che è iniziata, prima lentamente, tamburellando sul tendone verso l’inizio dei quarti di finale, poi come lanciata a secchiate da forze innaturali, schiaffeggiando la plastica e scuotendola come il ventre in corsa di un animale selvaggio. In quel grembo, la palla dei gemelli che rotola nel buio a tentoni, che poi si imbizzarrisce in rapide sferzate che fischiano nelle orecchie elefantine del polacco, il quale indossa i suoi occhiali scuri, sommando oscurità a oscurità, e aziona il suo meccanismo di luci a cascata, che si attiva a raggiera dal corpo, come il cuore di un punchingball. Di riflesso, i due gemelli che espandono le loro ombre disseminandole assieme alla lunga ombra della palla, tranquilla nel suo roteare. Il polacco fa uno strano rumore circense, da clown impazzito e scimmiesco che fa piangere i bambini, e lancia la sua prima scarica, che abbaglia la vista del pubblico, rifrangendosi sul ventre del tendone sbattuto dalla tormenta.

Per un attimo, i gemelli, intontiti e accasciati con gli occhi in mano, perdono il controllo della palla, questa si inoltra nel buio come un innocente impaurito e disorientato che si guarda alle spalle, ma è troppo tardi. Poi si hanno altri urletti del polacco e la sua spietata Luminaria che apre il ventaglio bianco sterminante, ancora.

«Seguimi,» fa il grande gemello a quello mingherlino.

«Ti seguo,» risponde con il braccio sugli occhi, ancora accasciato. «Ma dove ti seguo? Non voglio finire perennemente imbambolato come quello dell’infermeria, con le stelline negli occhi».

«Chiudi gli occhi e monta su,» lo sprona il fratello.

Il gemello più agile e leggero, con una capriola, è sulle spalle dell’altro. Avanzano incomprensibilmente pencolanti verso il polacco, che lancia scariche con intensità sempre maggiore.

«Cerca di vederci qualcosa, io agguanto per poco».

Il gemello sulle spalle oscilla sopra il fratello già coinvolto ad occhi chiusi in un flusso intermittente di scariche della Luminaria, impregnato di sudore nei vestiti scuri che indossa, da spazzacamino di una volta, per il calore della sua luce chiara, che è il risultato dell’azione congiunta di lucette rosse, portachiavi laser, cuoricini pullulanti e accendini con immagini di lolite a cosce aperte.

«Riesci a vedere qualcosa?»

«Che cosa dovrei vedere?» fa quello sopra le spalle, dondolando pericolosamente avanti e indietro sopra la Luminaria, che scarica automaticamente tutta la sua energia sul gemello più grande, che si copre la faccia con il gomito. Sulla sua pancia olivastra, tirata su la maglietta blu, si proietta per un attimo un seno di donna gigante proiettato, come una buccia chiara di mela.

«Cerca la palla. Quando lui abbaglia, puoi vedere dove è».

Il gemello ritto per aria scruta sopra i bagliori, riacquistando un po’ di vista e abituandosi al buio di intervallo alle sciabolate di luce.

«L’ho vista,» fa a quello sotto.

«Vai, che io non ce la faccio più,» gli fa il fratello ansimando.

«Eccomi».

Il gemello che regge fa da catapulta allo slancio di quello che adesso, con una capriola in aria, ritrova la palla appena in tempo per non perderla di nuovo. La palla è ferma. Oltre alla palla c’è nell’oblio di quella arena una scarpa tutta fangosa e slabbrata che la trattiene, come ad aspettare di fare il proprio dovere.

«Sbrigati!» gli fa il gemello adesso solo davanti alla luce lancinante.

Il gemello smilzo nel buio ha il tempo di riconoscere quel respiro a tamburo. La pelle olivastra, le occhiaie adesso più profonde del solito, gli stessi denti spezzati che si sono aperti nella carovana di Madrid e il tremolio della sua pancia. Un lampo gli rivela la faccia abbassata e ansimante di Juan, del Mutino, del Verdolino, con quella scarpa zuppa che trattiene la palla a stento. Il gemello pensa in un lampo però al fratello e, aiutato dallo stesso bagliore del piccolo polacco che continua a insidiare al centro dell’arena, può intravedere i contorni del corpo di quello e scaricargli sulla schiena, trovandosi alle sue spalle, un colpo di palla preciso che per un attimo sembra far cortocircuitare tutti i meccanismi luminosi del polacco e scoperchiare qualche filo elettrico.

«Questo te lo dedico, matto di un verdolino,» bisbiglia a Juan fino a che il cuoio non tocca la struttura del polacco in un rumore sordo.

«Che cazzo ci fai qui?» aggiunge.

La Luminaria intanto si apre come un boccio impazzito alla primavera, direzionando verso l’alto la sua potenza per il disequilibrio, e questa è l’occasione non persa dal più grande dei gemelli per restituire il favore al fratello, e puntare dritto al meccanismo di irrigazione in alto, e azionare la pioggia fittizia che si somma al dimenarsi della tempesta là fuori. Il corpo della Luminaria frigge sotto la pioggia fine. Juan indietreggia assieme al gemello a lui vicino. Il pubblico sugli spalti si porta le mani alla bocca.

Alessandro Raveggi

Gemini

DainaMaita

L’ordigno, di sicura provenienza bellica, esplodeva tra le 00,00 e le 00,15 del giorno 21 novembre, lo dimostrano le lancette ferme dell’ultimo orologio analogico nella vecchia torre antistante la centrale. Non ci sono altri elementi per definire mandanti e colpevoli dell’atto criminoso che ha messo in ginocchio l’intera Città. La luce è scomparsa. Tutti i dati sono andati persi in una livella disarmante, sul grande cancello d’entrata gli inquirenti hanno rinvenuto la scritta: «Ut unum sint. Lontano dal sole, vicino alla luce».

Stand by

La Città era piena di luci, milioni di stand by a illuminare la via, un’atmosfera sotto vuoto; condizionatori per respirare, orologi a definire la nostalgia del presente e luci, luci ovunque. La centrale, la nostra vita, entropia. I gemelli avevano uno strano sorriso che li legava, quasi una smorfia d’intelligenza; la luce della centrale a illuminare il loro cammino. Scappò di casa quando era poco più che adolescente, la madre dall’alto del colle teneva il fratello per mano, cercava in quella carezza di rintracciare la metà sana, l’altrove disperso dell’unità. Era fuggito e con sé aveva portato la salute, oltre che il sorriso. La madre passò gli ultimi mesi in ospedale, l’attesa tenue al capezzale di un figlio immobile, lo schianto atroce, la moto schizzata in aria come un gioco pirotecnico, l’ironia bastarda di una macchina pulsante. Erano passati anni, la macchina continuava a pulsare, spingeva sangue in quel corpo malandato, lo sorreggeva come un burattino di fronte alle intemperie degli anni, dell’altra metà non v’era più traccia.

Electrocuore

Il furgone trasportava sei persone, si erano incontrate per caso alcuni anni prima, l’assenza di luce li aveva condotti nel medesimo luogo, erano pronti. Era da poco passata la mezzanotte, il presidente aveva appena pronunciato il discorso commemorativo: la centrale da venticinque anni illuminava le loro anime. Aveva dato un calcio alla bottiglia di birra ancora piena, l’aveva scagliata su quell’immagine così piena di tarli, l’aveva scagliata contro quell’idea di luce perpetua. Si arrestarono nei pressi del colle, una brezza nostalgica colpì allora il volto, quasi fosse già stato in quel luogo, confusa gli apparve l’immagine di una donna, per mano un bimbo. Scacciò ogni pensiero e si concentrò sul suo lavoro: un cancello, le guardie di scorta al rotore e un attimo, solo un attimo per far esplodere i ventricoli fetidi della Città.

Ut unum sint

Il passamontagna calò piano su tutta quella tristezza, in un balzo furono davanti a due guardie grasse e poco preparate, l’idiozia aveva permesso di pensare che nessuno avrebbe mai fatto male al cuore meccanico. Le disarmarono e in pochi istanti furono dentro. L’isocronia maestosa dell’asse sembrò fermare tanta ingordigia, i pensieri per un attimo si offuscarono, ben presto la ragione tornò a illuminare le loro azioni. Con un fischio fermò i compagni, afferrò deciso il connettore primario e lo tirò a sé con tutta la forza. Con un’ascia tranciò quella miriade di cavi colorati e vi pose l’ordigno. L’esplosione fu sensazionale, pulviscolo e nebbia. Buio. Perse i sensi cadde a terra.

Gemini

La centrale cessò il suo moto, le luci si spensero, nell’ospedale un cuore meccanico smise di pulsare e una metà aprì la strada dell’oblio all’altra. Dall’alto della grande torre un gabbiano cominciò a volteggiare.

Tornammo pian piano a veder le stelle.

Luca Moretti

* Racconto pubblicato su Minimal Noir (18:30 edizioni)