Fantasmagoria clinica

g8di Marco Montanaro

Il padre di E restaurava mobili antichi. In un modo o nell’altro aveva provato a instillare nella testa del ragazzo l’idea che bisogna sempre darsi pena, a tutti i costi, pur di non annegare nella sufficienza. Molto sopra o anche molto sotto, ma mai in mezzo, ripeteva il padre di E. Lo faceva con gusto e con calma, da buon amico più che da genitore. Fino a diciott’anni la vita del ragazzo si svolse comunque senza grandi scossoni e soprattutto lenta, molto lenta, come accade per l’infanzia quando la riesumiamo da adulti. Non ci furono ragazze né grandi passioni, nell’adolescenza di E.
Nel luglio del 2001, tuttavia, accaddero due cose che avrebbero avuto un peso molto diverso nel prosieguo della sua vita. C’era una viaggio da fare proprio con suo padre, a Genova, per visitare il grande acquario. Ma questo viaggio fu rinviato, perché a Genova in quei giorni ci sarebbero state delle grandi manifestazioni. Durante quelle manifestazioni accadde in effetti qualcosa di terribile. Un ragazzo si beccò una pallottola in testa da un carabiniere. Subito dopo un blindato dell’Arma calpestò il suo cadavere. E e suo padre guardarono a lungo i filmati della morte del ragazzo in tv. Il padre di E si diceva disgustato. Diceva che il ragazzo morto assomigliava a E, che avevano la stessa età e lo stesso taglio di capelli, diceva che poteva esserci suo figlio al posto del morto (lo diceva rivolto alla tv) e che il mondo andava certamente peggiorando. Dal canto suo E non aveva un’idea ben definita della questione, si percepiva certamente disgustato per quello che vedeva in tv ma doveva esserci come un filtro, nella sua testa o nello schermo, che non gli permetteva di accedere concretamente al dolore racchiuso in quegli avvenimenti. Per la prima volta E giungeva alla conclusione che lui e suo padre erano molto diversi, che quel che gli mancava era la parte storica, così la chiamava, che al contrario portava suo padre a vedere le cose in un certo modo, a tratti politico, a tratti solo eroico o solo tragico. Leggi il resto dell’articolo

Picchia tua moglie. Lei non sa perché, ma tu sì – seconda parte

[Qui la prima parte del racconto]

di Alessandro Busi

IV

Il rumore dello sfondarsi di una porta di legno sembra un suono compatto, ma non lo è. Innanzitutto c’è l’impatto del corpo dello sfondatore contro la porta. Può essere l’incidere acuto di un ariete di metallo, il tonfo sordo della spalla, il colpo vivido e profondo dello scarpone. Poi, se si presta attenzione, si sente lo scricchiolio del legno che si rompe, il cedere di alcune fibre e il soffio della laccatura che si polverizza. Poi c’è il rumore dei cardini, con le viti che si allentano nel muro e stridono quasi silenziose nel metallo del cardine stesso. Poi c’è la serratura che frantuma il telaio ed esplode fuori dai propri spazi. Poi, solo per un orecchio fino, c’è il battito della maniglia che si muove scomposta e tintinna. Poi c’è lo sbattere della porta sfondata a terra o contro un altro muro. E infine c’è il rumore a coppia dell’eccitazione di chi entra e della paura di chi subisce l’irruzione, quello che si materializza nei battiti cardiaci e nel ritmo dei respiri, ma che è anche molto di più e suona nell’aria come l’odore dell’antilope per il leone.
Marina, dal momento in cui la porta cedette, si sentiva come l’antilope. Le tornarono in mente i cani di un esperimento che aveva studiato durante gli anni di psicologia. Leggi il resto dell’articolo

Picchia tua moglie. Lei non sa perché, ma tu sì.

di Alessandro Busi

I

Ci sono dei giorni che mi innamoro. Esco di casa e mi innamoro, come se avessi un interruttore dei sentimenti: in certi periodi va tutto bene, sto tranquillo, in altri, ovunque mi giro, ci ritrovo la donna della mia vita. Anche da ragazzino mi succedeva. Una volta, per esempio, quando ero in terza media, mi innamorai di Sabrina Scalvi. Tutti dicevano che era brutta come il demonio, ma me ne innamorai ugualmente. Che poi anch’io mi ero accorto che era brutta, che assomigliava a un avvoltoio, infatti gli anni prima mi ero già innamorato di tutte le altre mie compagne di classe, a partire da Marta Rivoli. Marta, che era in assoluto la più bella della scuola, quando le passai il bigliettino dove le chiedevo se voleva mettersi con me, se voleva che andavamo assieme a vedere un film che avrebbe potuto scegliere lei e a me sarebbe andato bene, Marta mi ricordo che aveva preso il bigliettino e l’aveva fatto leggere anche alla sua amica Elda Libero – mio primo innamoramento della seconda media – e a Luca Fiorini, ragazzo con cui ebbe sette relazioni durante i tre anni di scuola: due in prima, tre in seconda e di nuovo due in terza. Poi mi ricordo che, guardando con la coda dell’occhio, li vedevo che scrivevano sul mio bigliettino e ridevano e si coprivano la bocca per non farsi vedere dalla professoressa. Dopo qualche minuto il bigliettino mi tornò indietro. Leggi il resto dell’articolo

Confessioni qualunque – 3

#3 – Giancarlo

 di Nicola Feninno

Che resti tra noi.
Sono due anni che lo faccio: vado in garage prima dell’alba, accendo la moto e parto. Tutte le domeniche. C’è silenzio, per i primi tre mesi quelli del primo piano – madre padre e un figlio – si sono lamentati alle riunioni condominiali; in realtà si lamentava solo la madre, poi ha smesso di lamentarsi e di salutarmi.
L’alba in tangenziale sorge come una forma di giustizia oltreumana. Diffonde un velo di bellezza sui casermoni coi davanzali sfioriti, sui pochi panni appesi lì fuori che forse sono solo stracci da cucina, sui capannoni della Star, sull’antenna di Mediaset, sul quadrato giallo-blu dell’Ikea. Diffonde una calma gentile sulla miseria. Una tregua, un miracolo di cui nessuno sembra accorgersi.
Di solito viaggio sulla corsia di destra senza superare i cento chilometri orari; delle volte non faccio altro che percorrere la tangenziale, prendere un’uscita a caso, riprendere la tangenziale nella direzione opposta e tornare a casa per la colazione; altre volte mi spingo fino all’A4, verso Venezia o sulla tangenziale ovest e poi verso Genova, sull’A7. Spesso non mi fermo o faccio solo una breve sosta per benzina, caffè e una sigaretta. Leggi il resto dell’articolo

Navi che attraversano il mare di notte

di Simone Olla

Gerardo apre la porta della cabina 112, sul ponte Aurora. Il pavimento è di velluto blu; i suoi passi – dopo aver acceso la luce – non fanno rumore quando si dirigono verso il letto con la testiera a prua; se dovesse avere freddo – gli hanno detto alla reception – se dovesse avere freddo troverà una coperta nell’armadio. Gerardo, posata la valigia al centro della stanza, è la prima cosa che ha fatto, guardare se dentro l’armadio ci fosse la coperta; rassicurato dalla vista di questa si è disteso sul letto e ha liberato i piedi dalle scarpe bloccando le mani dietro la nuca, ha chiuso gli occhi pensando di rimanere chiuso dentro alle sale d’imbarco per tutta la traversata, i suoi pugni sulle porte sbarrate inascoltati: la puzza di nafta potrebbe stordirmi, respirare per undici ore questi vapori potrebbe uccidermi, pensa Gerardo ancora con gli occhi chiusi, disteso sul letto della cabina numero 112. Leggi il resto dell’articolo

DEL SALONE DI TORINO, DEI CANNOLI DI CATANIA E DI ALTRE CLAMOROSITA’

Quello del duemilaotto è stato il mio primo Salone del Libro, a Torino.

Ero salito per presentare un libro, il mio primo, ho dei ricordi confusi, mi resta in testa solo una gran sete, ed il viaggio di ritorno, con la radio accesa, a gioire per il pareggio di Kharja a San Siro, c’era Inter-Siena, l’aèsseroma era ancora là a giocarsi lo scudetto e con quel pari ancora di più. Poi la settimana successiva niente, chi segue un po’ il pallone se lo ricorda di sicuro, Vucinic porta in vantaggio i giallorossi e l’Inter se ne rimane aggrappata ad uno zero a zero striminzito a Parma, passano i minuti, la Roma è campione d’Italia per un’oretta, ma ti pare che, finché Ibrahimovic decide che no, non può andare così, non mi pare per niente e infatti non si possono avverare certi sogni, quel nun succede ma si succede non ha da succedere e quindi punto e a capo.

  Leggi il resto dell’articolo

SOSTIENE SLOTERDIJK, DICE ROBERTO LUIS

Stappare un Malbec in purezza del duemilauno, Ariel riccioluto come Mafalda ma meno caustico e più recalcitrante, dale Burrito, un bicchiere dannazione, in veranda coi piedi al fresco e la cordigliera più in là degli alluci, l’Aconcagua innevato di mezzetinte grigiastre, devo raccontarti una storia, cuore aperto come la fisarmonica di Anibal Troilo da coscia grassa a coscia grassa, dì un po’: tu non lo conosci Sloterdijk, nevvè?

Roberto Luìs sa: pronunciare con discreta credibilità la frase si presenta di colore rosso rubino, riconoscere l’aroma fruttato, di frutto a bacca rossa, saggiare la morbidezza, la corposità, la persistenza del Malbec.

Ariel sa: bere. Col naso tappato e le mani callose che strangolano lo stelo del calice.


Una regola, una soltanto conta, dice Sloterdijk: esclusivamente il vincitore sarà ricordato. Non il secondo, non il terzo, argento e bronzo sono umanizzazioni riecheggianti cristiana compassione, a Roma e Atene è diverso: è consegnato a imperitura gloria chi prevale. Sugli Dei, in Grecia. Sull’Uomo, a Roma.

Continua in libreria