La camera oscura

Mi sto svegliando.

Le palpebre ancora incollate e tra i miei occhi e il buio, galleggianti chiazze color muco.

Chiazze informi, che nell’aprirsi lento degli occhi si dissolvono sulla parete a cui mi ritrovo appiccicato.

Sento bagnaticcio tra le gambe, la mamma me l’aveva detto di starci attento ai sogni sporchi.

Mi devo alzare. Il letto è incastrato in un angolo della stanza e adesso pure io con lui.

Mi alzo e osservo l’impronta del corpo impressa calda sul materasso.

All’altro lato della stanza c’è una scrivania.

Appese al muro, penzolano storte alcune fotografie.

In quella più a destra ci sei Tu. Sei in sella ad un cavallo al pascolo, probabilmente nel giardino della villa.

La osservo. Il tuo sguardo non è sereno; eppure sono sicuro che in quella foto, qualche giorno fa, Tu sorridessi e sono altrettanto convinto che il cavallo fosse leggermente più sulla destra, circa all’altezza della quercia e il suo muso fosse puntato in mia direzione.

Un caffè già zuccherato aspetta caldo nella tazza color crema sul comodino, due brioches, appoggiate su un piatto in tinta con la tazzina, una è già smangiucchiata; un’altra tazza è sulla scrivania, già svuotata, già fredda.

Non filtra luce dalle imposte, filtrano solo i suoni e gli odori dal giardino.

Sulla scrivania è appoggiata la lettera che sto tentando di scriverti; anche durante questa notte è avanzata di qualche altra riga, brevi tracce dei sogni di stanotte, che però adesso non ricordo.

E’ la lettera che se li ricorda per me.

E quando al tuo ritorno la troverai, ne sarai felice.

Io lo so bene quanto ti piaccia trovare le mie lettere.

Una volta presa dalla cassetta, già ti vedo correre sul letto e poi a gambe incrociate con la schiena appoggiata alle parete le apri e ti immergi nelle mie tante tante righe, come se il mondo al di fuori di questa camera non esistesse.

Ti ho sempre immaginato tanto felice e talmente impressionata dalla bellezza delle mie lettere. Talmente emozionata al punto di non trovare mai le parole giuste per rispondermi.

Una mappa geografica dell’Europa è appesa vicino la finestra, mi ricorda quella che c’era nella nostra classe, quando eravamo vicini di banco.

Questa ha tante puntine che segnano altrettante località,

Puntine dello stesso color giallo, ma c’è ne è una nuova, color malva.

Devo essermi distratto, ma non ricordo quando tu sia andata a Malta.

Ricordo ogni tua partenza e ogni tuo ritorno almeno fino al viaggio di nozze.

Circa ogni ora bussano alla porta, io non rispondo mai; in fondo non è camera mia e non è educato, poi da sotto l’uscio sfilano foglietti tutti uguali; 10 x 15 circa, scritti a penna o matita o pennarello. Li raccolgo, neanche li leggo: non sono per me, saranno di qualcuno che è venuto a disturbarti. Allora li accartoccio e li butto nel cestino: stasera sarà poi colmo raso.

Così era pieno ieri sera. Eccolo li nell’angolo; stamattina è lì vuoto e sotto l’uscio compare il primo messaggio.

Non filtra alcun raggio di sole dalle persiane, ma fuori sento vociare di gente; i tuoi fratelli che giocano nella piscina.

Chissà se nel prato del giardino passeggia il cavallo della foto; deve esserci da qualche parte, di sicuro non nella posizione della foto, ma per forza deve esserci; tu dove potresti essere altrimenti?

Sicuramente non li

Quella quercia non ti era mai piaciuta poi. Ricordo il giorno che sono venuto per la prima volta a trovarti: stavamo giocando proprio attorno a quel bellissimo albero si è messo improvvisamente a piovere e io mi sono avvicinato a te.

Mi hai detto che sarebbe stato meglio tornare verso la casa, perchè ti faceva paura, la quercia.

Accendo la radio, c’è la nostra canzone, quella bella, canzone melodiosa che ti dedicavo tuti i pomeriggi alla radio.

Te la ricordi bene quella bella, dolce canzone?

Io ricordo bene di averti visto ballarla la sera del matrimonio.

La nostra canzone.

Da quel giorno l’ascolto ininterrottamente, forse è colpa sua se poi faccio quelle cose brutte con le mani.

Non deve essere passato tanto tempo da quel giorno a giudicare dalla rosa con il bigliettino che è ancora nel vaso sul davanzale.

Non è una di quelle che ti ho regalato io, ma mi fa piacere immaginarlo; quelle saranno già morte e pure questa,oramai sta per fare la stessa fine.

Ma è dietro la finestra, che è chiusa e non riesco ad aprire per poterla innaffiare quella povera rosa.

Sopra la finestra l’orologio segna sempre la stessa ora: le undici.

Ma non è fermo, lo so.

Ti spiego: il ticchettìo lo sento chiaro, anche troppo e lo so bene che le lancette si muovono, ma quando lo osservo segna sempre la stessa ora. Forse nella lettera te l’ho anche raccontato; resta fermo, ma secondo me lo fa più per l’impossibilità di tornare indietro che per quella di andare avanti.

Non riesco a spiegartelo.

Lo so, non sono mai stato bravo a farmi capire; soprattutto da te.

Ma le ore passano, lo vedo benissimo: non mi può fregare così e io ti aspetto; mi piace aspettarti, seduto qui sul bordo del letto.

So che tra poco squillerà quel telefono, facendo cadere i fogli che ci sono sopra e che si spargeranno per la stanza.

Ecco è adesso che le pareti cominciano a cambiare colore.

No, te l’assicuro: non è che cambia la luce perché apro le persiane, quelle restano sempre chiuse.

E’ come se dai bordi del soffitto calasse un altro colore a coprire il giallo per poi virarle al rosso,

Il giallo che a te non piaceva,

E quando hanno cambiato del tutto colore è proprio in quel momento che suona il telefono e se chiudo gli occhi e li riapro il pavimento è pieno di foto, foglietti appunti, biancheria sparsa.

Devo mettere in ordine prima che tu torni, mi spiacerebbe che mi trovassi qui con la camera in questo stato.

Anche la mamma me lo dice sempre: non fare cose brutte e tieni tutte le cose a posto. Io, lo sai, ubbidisco sempre alla mia mamma.

Sul comodino ho appoggiato il martello, ci ho provato a mettere meglio il chiodo per raddrizzare la cornice, per fartela trovare più bella quando sarai tornata.

Ma poi suona il telefono e io mi distraggo, sbaglio e lo sai: io ci sto male quando sbaglio e allora comincio a colpire il materasso ed ecco le lenzuola prendere il colore del sangue, quel colore che immagino ogni tanto lasciassi come traccia; come nelle tue mutandine che ancora conservo.

E quel colore si sparge, è una macchia che avanza veloce dal cuscino fino ai piedi del letto, ma meno male non cade per terra, non saprei proprio come pulire.

Poi a poco a poco il sangue si raccoglie nell’incavo dell’impronta fino a sparire.

E la foto è sempre li, un po’ storta, e forse è questo che fa cambiare il tuo sguardo.

La raddrizzo.

Tu però continui a non sorridere; forse è per colpa di tutto questo sangue?

Ora ricordo: il sangue ti infastidiva, ti rendeva nervosa. Anche quella volta che sono venuto a trovarti e mi ero appena fatto di corsa la barba ed ero pieno di taglietti; tu non volevi baciarmi o come quando entrai quel pomeriggio che eri malata nella tua stanza. Era bella la tua stanza, tutta rossa e la tua camicia da notte color crema era bellissima, tranne quella macchia li in mezzo.

Neanche il colore della stanza ti piaceva.

Mi dicesti che quando ti saresti sposata l’avresti tinta tutta di bianco, quel rosso ti imprigionava, ti sentivi come impressionata su una fotografia

Dicesti esattamente quella parola, “IM PRES SIO NA TA” calcando le sillabe.

E mentre guardavi fuori dalla finestra, ti immaginavo seduta e triste con la tua bella camicia da notte, rinchiusa in una gabbia tutta rossa mentre arrivavo su quel bel cavallo a salvarti.

Te l’ho scritto in una lettera, quella che ho ritrovato in giardino e che probabilmente qualcuno aveva voluto accartocciare e buttare via: mi piaceva la tua camicia da notte.

Dopo il matrimonio sei andata via; quando sei tornata ti sono venuto a trovare.

Volevo fare l’amore con te quel giorno, mentre i tuoi fratellini facevano il bagno nella piscina e potevamo approfittare di quel momento, ma tu corresti via dicendo che ti era parso che uno di loro si fosse spaventato.

O forse è perchè con le mani stavo facendo quelle cose brutte?

La mamma mi aveva avvisato di starci attento.

E allora decisi di scriverti.

Giurai di non smettere mai, perchè così avrei usato le mani per fare delle cose intelligenti e non avrei fatto le cose brutte.

Il sangue si è oramai ritirato, sul materasso resta sempre quell’impronta.

Guardo la foto davanti a me. Non sorridi proprio per nulla ma il cavallo sembra essersi mosso di nuovo, sono sicuro che stesse guardando verso di me.

E’ tardi e tu ancora non sei arrivata.

Bussano ancora , raccolgo il messaggio: è l’ultimo: lo so perché è scritto con un pennarello, di quelli grossi, indelebili di un fastidioso e tanto doloroso inchiostro color verde.

E’ successo qualcosa? Perchè non rispondi al telefono?”

lo butto nel cestino, adesso è colmo.

Fuori è diventato sicuramente buio, nessuna voce dal giardino e il cavallo sarà tornato nella sua stalla.

Sono tanto stanco, torno a dormire.

Mi rimetto a letto, e mi incastro comodo nell’impronta.

Spengo la luce e tutto ritorna nero.

Sento freddo, mi copro con queste coperte di un rassicurante avvolgente color giallo muco.

Quando mi sveglierò, la lettera sarà finita, tu sarai tornata e tutto tornerà come prima.

Prometto che stanotte le cose brutte non le farò, anche se mi piace tanto la tua camicia da notte macchiata; la mamma sarà contenta, anche tu e allora mi sorriderai.

La mamma però non conosce il nostro segreto; lei non lo saprà mai che ho conservato i tuoi denti e mentre ti abbraccio, li stringo in mano sotto il cuscino.

Jacopo Ninni

Marzo

La mattina mi alzo che è ancora notte, ho messo la sveglia sul cellulare, una musica che ho registrato al mio paese quando sono tornato l’anno scorso. E’ una musica molto bella e veloce che mi fa svegliare pensando che sto duemila chilometri più ad est e poi subito sopra, come se tra me e casa mia ci fosse solo un lunghissimo corridoio.

Dove abito adesso non ho il corridoio: per entrare in una stanza devi passare per un’altra stanza e così via. Anche per andare nella cucina devi passare prima per il cesso e per andare al cesso devi passare per la stanza di Tonja.

Tonja esce anche lei presto di mattina, Tonja è arrivata da due mesi e i primi tempi non aveva capito dell’organizzazione di casa nostra, era uscita e aveva chiuso la stanza a chiave e io e Vladi siamo rimasti nella stanza di fondo e non potevamo uscire, né mangiare, né bere e manco andare al cesso. Vladi doveva far pipì, allora si è affacciato al balcone e ha controllato che non ci fosse nessuno nel vicolo dove stanno le altalene e ha pisciato attaccato alla pianta di bamboo. L’ha fatto con una certa naturalezza, pareva stesse  valutando le possibilità di ripresa della pianta, che la stesse innaffiando che sicuramente ne aveva bisogno, era tutta gialla e raggrinzita nello stelo come il collo di una vecchia, e poi comunque ero contento che pisciasse sopra le altalene, speravo anche che qualche goccia della sua urina finisse in capa ai bambini che giocano a pallone e non ci fanno dormire quando rientriamo il pomeriggio.

Quando Tonja è tornata le abbiamo spiegato a voce forte che non doveva più permettersi e ci aspettavamo che lei piangesse, ci aspettavamo che lei si chiudesse in camera, ci aspettavamo che lei ci mandasse a fanculo ma lei ci ha risposto aprendo le mani e mostrando la chiave come fosse una caramella o un gioco di quelli che fai da bambino. Ci ha detto che a questo punto ce la restituiva, che tanto non sentiva nemmeno di poterla chiamare con l’aggettivo possessivo la stanza dove dormiva, che si vedeva che era una sala da pranzo, ci stavano i piatti appesi vicino alle mura.

Sui piatti appesi vicino alle mura ci sono disegnati pezzi del paese in cui siamo adesso, tutti scheggiati dalle lame dei coltelli, e mi sembra una cosa molto significativa: noi davvero di questo posto ci mangiamo, nelle campagne che ci stanno dipinte noi raccogliamo i broccoli e la rucola sotto a certi capannoni. Il lavoro che faccio io si chiama lavorare dentro ai frigoriferi. L’ho tradotto nella mia lingua per spiegarlo a mia madre quando ho chiamato la settimana scorsa, l’ho tradotto parola per parola e mia madre deve avermi immaginato con un camice bianco tipo ingegnere, deve aver pensato che adesso possiedo i segreti della refrigerazione, che ho gli occhialini leggeri o qualche mascherina, che ho i capelli tagliati a spazzola e io gliel’ho lasciato pensare, non c’era alcun bisogno di dirle che di chimico là dove sto io sono solo pesticidi e freddo.

Mi ha detto il padrone che ad aprile faremo le fragole, forse anche prima di aprile se il tempo si mantiene buono. La gente è solo pigra, ma mica è scema, crede alle fragole solo quando il sole dà conferma, dice. Io non ci crederei comunque ma al padrone non l’ho detto, lui mi guardava e ripeteva fragole come se fosse qualcosa che io non avevo mai sentito o mai visto o mai mangiato.

Tonja fa un altro lavoro che non ho capito bene. Certe volte deve solo attraversare il vico e salire due piani. Quando torno da lavoro riesco anche a vederla, se mi alzo sulle punte arrivato all’ultimo scalino delle scale. Vedo sempre che non fa niente, sta seduta vicino al tavolo e davanti a lei sta un vecchio. Il vecchio ha tutti i capelli bianchi, lunghi dietro le orecchie, e non dice niente. Sentono insieme una radio in cui si parla solo e non ci sono mai canzoni; a parlare è una donna, lo fa con un tono monocorde che a me farebbe dormire. Anche Tonja e il vecchio sembrano dormire. Per questo motivo non farei mai il suo lavoro, perchè quando lei torna a casa sembra sempre più stanca di me anche se io ho alzato venti chili di frutta e verdura e c’ho le mani rosse dal gelo e lei è stata seduta davanti ad una tavola. Poi mi metto sul letto, sento la schiena che mi fa male troppo che non riesco manco a girarmi e allora vorrei andare nella stanza di Tonja e chiederle di fare cambio.

Anche a lavoro da me si sente la radio e molta musica, ma è una lingua che non conosco, non ha niente a che fare con l’italiano che so io, non somiglia alle canzoni che sentivo da bambino. E’ una conversazione veloce, che mi esclude, che mi fa il vuoto intorno, le parole sono come olio nell’acqua della mia grammatica base. Pagherei per sentire una voce che conosco, a lavoro. L’ho detto a Vladi e Vladi mi ha detto che è un grosso sbaglio e che è questa la cosa a cui bisogna fare più attenzione: quando sei tanto lontano da casa e senti parlare la tua lingua gioisci, senza chiederti se chi ha parlato è un amico o un nemico. Io faccio sì con la testa, ma penso che Vladi sia un po’ stronzo, o anche scemo. O solo infelice. Io, se dovessi sentir parlare il dialetto di me bambino, non potrei fare a meno di voltarmi e sorridere.

Vladi ha questo modo di fare simmetrico puntuale razionale che si estende alle pieghe dei suoi pantaloni, alte un paio di centimetri sulle caviglie. Appena arrivati qui ci hanno messi insieme e allora venne vicino a parlarmi, mi disse che adesso dovevamo fare un patto. Voleva sapere di potersi fidare di me e me lo chiese proprio, con parole semplici e finite. Era un discorso preparato ma sentito, un discorso che uno può sentir poche volte nella vita, se è fortunato. Perchè non accade spesso che le persone vengano a chiederti se sei d’accordo e cosa ne pensi di una situazione che non si è ancora verificata. Vladi invece venne a parteciparmi delle sue impressioni su di me e delle sue intenzioni circa il rapporto che avremmo dovuto avere. La cosa mi lasciò piuttosto stranito ma apprezzai che non avesse giocato d’astuzia come fanno tutti, che ti girano intorno e lasciano che il tempo faccia il resto che, come dice il padrone, la gente è solo pigra, ma mica è scema. Non si trattava di bisogno di sicurezza, come avevo pensato all’inizio, o meglio, non solo. Vladi mi spiegò tutto la notte appresso. Mi spiegò che la sua era anche una dichiarazione. Che aveva bisogno di tener fede ad un impegno, di non lasciarsi andare adesso che stava lontano da casa, anche di ricordarsi i verbi base della sua lingua che è anche la mia tranne che per certe inflessioni date dai molti chilometri di distanza tra le località dove siamo nati, dove siamo cresciuti, correndo dietro alle galline nel cortile.

L’impegno non era assai, si trattava di parlare e basta. Anche di abbracciarlo, ma poche volte, siamo due ragazzi sì, ma siamo pur sempre uomini. Tonja non ha messo in discussione il nostro rapporto: Vladi continua a parlarmi anche dopo esser passato dalla sua camera. Io un poco ci soffro, sento che ci sono parti del suo affetto che non posso conoscere; a me non è dato capire le sue mani se non nelle strette energiche che fa certe mattine che sono bloccato con la schiena. A me non è dato sapere se è dolce con le donne o se non lo è. A me non è dato quasi nulla, penso mentre lavoro e lavo i broccoli. Poi la sera lui si siede ai piedi del mio letto e mi parla di tutta una serie di cose a cui devo stare attento, mi dice quello che ha visto la mattina, quello che ha sognato il pomeriggio, ed io credo mi basti, come se non ci fosse alcuna altra possibilità a parte quella di starlo a sentire nel buio. Di questa possibilità non avverto le limitazioni, è una costante onnicomprensiva: la lingua sua è tutt’uno con il nero e con il resto dei colori che quando spengo la luce non si vedono più.

La mattina mi alzo che è ancora notte. Il cellulare mio suona forte e la signora che abita affianco a noi bussa contro il muro, insieme a me si sveglia anche lei e un po’ mi dispiace, ci penso per le due ore che vengono appresso, penso a lei come fosse mia madre, stanca e con le gambe pesanti e io che l’ho svegliata alle quattro come se sapere di farla saltare nel letto mi levasse qualche parte di fatica. Mi propongo sempre di abbassare la suoneria della sveglia o anche di cambiarla, oppure di concentrarmi forte in modo da potermi svegliare da solo senza il bisogno di un allarme, ma la sera sono troppo stanco per ricordarmelo.

Dal balcone il pomeriggio vedo una ragazza: sta seduta al computer o vicino ai libri e penso che deve averci una vita molto semplice che vorrei fare cambio. Quando i bambini giocano a pallone lei si alza e grida forte in italiano che le loro madri sono delle cesse. La prima volta che l’ho sentita io volevo sorridere e dire che ero d’accordo, allora ho alzato la persiana ma lei se ne è accorta ed ha chiuso le tende; io l’ho capito e non alzo più la persiana, la spio dai buchetti pieni di polvere, ci ho passato un fazzoletto scottex per vederla meglio. La ragazza ogni tanto piange. Sta là, ferma, con la testa su certi libri alti,  pare andare tutto bene, parla pure al telefono, e poi piange. Allora io non la invidio più e vorrei fare qualche cosa, darle pure una carezza in testa come quelle che Vladi fa a Tonja, fatta senza capire il perchè in lingua parlata, con un significato che sta tutto sotto le unghie. I miei polpastrelli sono ruvidi, tagliati nel mezzo come se avessi suonato la chitarra e invece io ho colto i broccoli. I broccoli quando escono a marzo hanno steli affilati che bucano la terra fredda come fossero coltelli.  Allora vorrei poterle dire qualche cosa, magari le dico le cose che Vladi dice a me la sera, gli sbagli e le cose a cui bisogna fare attenzione, ma non sono sicuro nemmeno della traduzione in italiano.

Magari le porto le fragole, però quando escono quelle buone, magari anche lei è come il resto della gente, pigra sì, ma mica scema.

Raffaella R. Ferré

Primo embargo dall’illusione (parte 2)

PRIMO EMBARGO DALL’ILLUSIONE (parte 2)

[Continua da qui]

Luigi, da quando sono salito in macchina, non ha detto una parola. Mi è passato a prendere, con puntualità meneghina, di prima mattina. Ha il volto teso, gli occhiali nascondono malamente la sua fronte arricciata e sotto gli occhi lucidi tradiscono la sua emozione. Quando ho trovato il coraggio per dirglielo, un paio di giorni fa, Luigi non ha fatto commenti di sorta, ha mugugnato in dialetto un proverbio di buon auspicio e sen’è andato senza salutarmi. Poi, senza farsi ne sentire che vedere per due giorni, si è presentato stamattina per accompagnarmi all’aeroporto. Sulla strada che porta a Fiumicino vorrei parlargli, dirgli che non sto scappando e che un’occasione così è troppo ghiotta per rinunciarvi, di ‘sti tempi. Ma le parole mi rimbalzano sui denti e tornano giù, dandomi la sensazione di soffocare. Mi sento come un giovane in partenza per il servizio militare, obbligato. Il senso di colpa sfida a duello il senso di responsabilità, di dovere. Il combattimento è cruento e il mio cuore, luogo prescelto per lo scontro, è trafitto da più parti e sgorga sangue, copiosamente. Obliata dal conflitto la coerenza tenta la sua ultima arringa, prima di abbandonarmi al fluttuare convulso della mente. A poche centinaia di metri dall’aeroporto, la rassegnazione a un destino inevitabile mi rilassa i muscoli. Sconfitto mi affido alla successione degli eventi, mentre apatico osservo gli aeroplani apparire e scomparire da sopra il tetto del terminal. Luigi frena bruscamente davanti all’ingresso, tira il freno a mano e resta fermo. «Mi accompagni?», gli chiedo con un filo di voce. Lui, senza rispondermi, mi guarda e scende. Ci incamminiamo in silenzio, lasciando la macchina in mezzo alla strada. Arrivati al gate d’imbarco dei voli intercontinentali, ci fissiamo negli occhi in silenzio, per lunghi istanti, poi istintivamente ci abbracciamo forte con le guance solcate dal pianto. «Vorrei dirti tante cose Lui’, ma non ci riesco. Scusa». Luigi non fiata nemmeno, si divincola dalle mie braccia che lo stringono ancora e si volta, andandosene. Lo guardo andar via, immobile e aspetto una sua parola, e lui dopo pochi passi si volta leggermente e mi dice: «Hasta la victoria compañero», continuando a camminare.

Sono proprio fuori allenamento penso correndo a tutta velocità, con lo zaino sulle spalle che ha triplicato di peso dall’inizio dello sprint. Esco fuori che l’iperventilazione mi offusca la vista, mentre mi sbraccio sgraziato per farmi vedere. Vorrei gridare per attirare la sua attenzione, ma non ci riesco dominato dall’affanno. Quando sto per fermarmi, che le gambe non mi reggono più, le luci di stop che si accendono mi danno un po’ di forza per arrivare fino a lì. Mi ha visto. Senza fiato apro la portiera e mi siedo sconvolto. «Senti Lui’, andiamo a farci una birra… ti ricordi quell’idea della rivista?… beh, la dobbiamo fare, mi sembra una buona idea… se riusciamo a coinvolgere un po’ di gente, penso che può venir fuori un buon lavoro…». Parlo senza pause, alternando le parole a sospiri affannosi. «Perché se riusciamo dobbiamo puntare sui contenuti, che ne abbiamo e che ormai sento maturi… io tirerei in mezzo Luca, che ci sa fare… e per le collaborazioni, certo non ci mancano i contatti buoni… secondo me funziona, come la vedi?… Dobbiamo coinvolgere un sacco di gente, così da creare un punto di riferimento e d’incontro, ma anche la visibilità è importante…». Luigi mi guarda con gli occhi sgranati, come se avesse visto un fantasma, io mi zittisco stremato dalla corsa e reggo il suo sguardo. Sembra attonito e mentre il sorriso gli raggiunge dimensioni da guinness, scuote la testa, ingrana la prima e mi dice: «Chi t’ha murt!».

Cristian Giodice

Face to face! – Sacha Naspini

Con I Cariolanti (Elliot Edizioni), Sacha Naspini prende il lettore e lo trascina nel famelico mondo di Bastiano. Un gorgo emozionale che prende alla gola e trascina giù, fino all’ultima pagina.

Cos’è per te la fame?

Ci sono persone che vivono tutta la vita con un languorino appeso alla gola, altre che se ne vanno in giro abbastanza satolle di tutto e gli va bene così. Poi c’è quella gente che non gli basta mai, e io penso di far parte di questa categoria. Sono schifosamente curioso, mi piace mettere bocca, naso e mani in qualsiasi pertugio che mi capita a tiro. La fame è quella cosa che fa rompere i giocattoli ai bambini, per vedere come sono fatti dentro. È quando ti metti in bocca una cosa per capire che sapore ha, senza pensare al fatto che potrebbe farti male. È quella cosa che non mi fa stare tranquillo mai, e la reputo una grandissima fortuna. Certo, a volte ti porta davanti a degli strapiombi ripidissimi, perché la fame di cose ti può schiaffare in prima fila sull’osso di una questione dal niente. Può distruggere rapporti, anche, e magari a un certo punto schizzi via con la coda tra le gambe. Ma sempre per tornarci dentro un po’ più corazzato. Sempre. Insomma, per me la fame è quella roba che ho piantata in mezzo alle costole e non so come farla stare zitta un minuto. Proprio senza requie, sempre lì a cercare di darle almeno un nome. Fico, no?

Bastiano è nato in quale antro della tua mente? E perché?

Bastiano è nato da lì, da quel coltellino che scava, e scava… Come del resto ogni singola parola che butto sulla carta, credo. I Cariolanti l’ho scritto con la pancia, la mente guidava quelle due scorie di “mestiere” che ho imparato in questi anni. Me ne sono stato a vena aperta per tutto il tempo, a lasciarmi dissanguare felice e contento. La voce che ne è venuta fuori è una cosa davvero poco pensata, che ho scoperchiato in maniera abbastanza brutale. Il perché è semplice: non potevo fare altrimenti.

Ti sei confrontato con un periodo storico molto distante dal nostro e dal tuo, quali sono stati gli ostacoli e le difficoltà?

Se devo essere sincero, non ho avuto nessuna difficoltà. Il periodo storico in cui si svolge la storia compie un arco che va dalla Prima Guerra alla fine degli anni sessanta, decenni che ho incamerato largamente stando ad ascoltare le storie di mia nonna. Mia nonna è una grandissima raccontatrice di storie. Te le fa vedere. Sin da ragazzino ho avuto cucchiaiate e cucchiaiate di quella roba lì, la sera mi ci addormentavo, tanto che in qualche modo adesso lo sento un periodo mio. La grazia con cui mia nonna tutt’oggi mette un piatto di pasta e fagioli in tavola, mi lascia ancora senza fiato. Parte dalle cose “piccole”, e questo approccio, negli anni, un po’ si è sicuramente radicato anche in me. È difficile che mi disperi per qualcosa di inutile, come per esempio una multa; tendo sempre a ridimensionare l’importanza delle cose secondo un metro che oggi è certamente antiquato, ma a me va bene così. Gli anni delle due guerre, della ricostruzione d’Italia, è un periodo storico che mi ha sempre affascinato moltissimo, soprattutto per gli obblighi – catastrofici – che hanno dovuto affrontare i nostri nonni e bisnonni, che all’epoca avevano molto meno dei miei trentatre anni. La loro vita è capitata al centro di un turbine di eventi pazzeschi, e la loro identità si è costruita lì. Guardata da dei noiosissimi anni ’80, da ragazzino mi faceva quasi rabbia, questa cosa. Quando avevo vent’anni non andava meglio, mi chiedevo: e io che faccio? Certo, non è che avrei preferito imbarcarmi per la campagna di Grecia, ma anche tutto quel vuoto… Tornando alla domanda, gli anni in cui si sviluppa la storia sono anni che ho – non mi vergogno a dirlo – anche un po’ rimpianto. Ho letto moltissimo, visto un casino di film, documentari. Al momento della stesura del libro mi sono semplicemente già trovato in mano le cornici che mi servivano; io le ho prese e ci ho disegnato dentro una cosa.

Il tuo è un romanzo dicotomico che gioca tra un lessico quasi infantile e collodiano e una violenza vitale incontrastata. Come hai coniugato questi due lati?

Lo dicevo sopra: alla fine è una voce spontanea, pensata neanche da lontano. Per me il registro narrativo, l’intonazione con cui si affronta una storia, ha un’importanza enorme. Per certi versi anche più della trama. La voce. Quella di Bastiano è uscita da sé.

Chi sono il padre e la madre per te?

Questa è una domanda tremenda. Il padre e la madre sono due figure orribilmente importanti, che ti possono in parte mangiare la vita, nel bene e nel male, dipende da quale stella vieni giù. I genitori ti possono dare tanto, ma anche togliere tanto. Conosco persone letteralmente schiacciate da padri e madri semplicemente impreparati. Impreparati alla vita in generale, soprattutto, e che rovesciano tutta la loro incapacità sui figli, annientandoli. Il gioco a stabilire le colpe non porta mai a niente. Ma i cicli di rancore che possono scatenarsi sono terrificanti, e originano mostri di grandezza inaudita. Per me, un genitore, dovrebbe essere qualcuno di vagamente risolto, o che nella vita si è posto seriamente delle domande importanti. Perché poi sono le domande a stabilire il calibro di una persona, non tanto le risposte. Le domande che ti poni sono un indizio di quel che potresti riuscire a dare in termini umani, soprattutto a un figlio.

Credi che l’istinto primordiale sia ereditario?

Ho sempre pensato che tutte le persone hanno una loro base ancestrale pura, che poi è quella da cui si dovrebbe sviluppare un’esistenza almeno un pochino in sintonia con le proprie qualità. Il problema è che appena ti becchi quel paio di scapaccioni e ti metti a frignare, cominciano a depositarti roba sulla testa. Un dio, un’educazione sociale, la differenza dei sessi eccetera. È paradossale, ma forse l’urgenza silenziosa di ogni uomo è come quell’uggetta di cui si parlava prima, che ti rosicchia dal fondo, e che magari punta dritta allo smantellare tutto il sudiciume che ti ammucchiano sul cranio dopo il tuo primo strillo. Forse proseguire con gli anni non è costruire, ma scavare. Forse non è andare avanti, ma tornare indietro, alla ricerca di quella specie di strada di casa che avevi quando eri a zero. Ecco, probabilmente a zero c’è l’istinto primordiale. Peccato che debba subito andare perso nel fondo del fondo del fondo della tua botola segreta al primo gne. Allora ci si deve accontentare di sognarlo, ogni tanto.

Ci sono inconsapevoli sensi di colpa che animano Bastiano. Ma la colpa gli appartiene?

Ha la colpa di essere quello che è, un po’ come tutti. Ma il suo imprinting è qualcosa di veramente trasversale, lo spara in mezzo alla gente come una pallottola impazzita, schizzata via da una canna tutta storta, senza una traiettoria definita e prevedibile.

Un uomo dei boschi. Qual è il tuo rapporto con la natura?

Bellissimo, ovviamente. Sono uno che si sporca con la terra, che pesta le pozze. Al mare non porto asciugamani, mi rotolo nella sabbia. Ho un rapporto carnale con tutto, anche con gli animali, fino a quelli più piccoli e schifosi che nessuno vuole toccare, compresi gli uomini. Sono uno che ti abbraccia e ti bacia, che ti parla a un centimetro dal naso. È una cosa che non tutti amano, ma a me piace stuzzicare questi scudi scemi che ha la gente. Perché per me sono scudi scemi. Sulle spiagge ci sono persone che vanno in crisi di panico se due granelli di sabbia invadono il loro stoino. Di solito sono tipi che parlano di Sharm e se li sposti un secondino dal cemento e dalla televisione, chiamano mamma.

A chi hai regalato di più di te nel romanzo?

Certamente a Bastiano, per tutto. Diciamo che ho portato all’ennesima potenza tutte le mie confusioni private, le mie smanie e il senso di rivalsa che provo e con il quale convivo, sopportandolo. Ho preso quel motore lì, l’ho truccato e poi l’ho sparato a tremila. Dopo mi sono sentito mooolto meglio.

Hai lavorato con Massimiliano Governi (l’editor per la narrativa italiana di Elliot e curatore della collana Heroes), che tipo di confronto c’è stato? E come ne sei uscito?

Ne sono uscito con un bel bottino che mi sono portato a casa e che mi rigiro tra le mani tutti giorni. Sul testo – a parte un capitolo che ho inserito successivamente alla presentazione del libro – non ci sono stati molti interventi. Massimiliano Governi ha individuato con minuzia e grande rispetto tutte le rugosità del testo fresco di prima stesura. Per me è stato stupefacente vedere che proprio lui – un anno fa neanche immaginavo lontanamente che un giorno ci avrei lavorato insieme – si entusiasmava e aveva a cuore la perfetta riuscita del libro, in tutto il suo potenziale. Un’esperienza clamorosa, che conto di ripetere al più presto.

Cosa ne sarà ora di Bastiano? Dove si accamperà?

Con un po’ di fortuna è ancora lì che aspetta ciccia per l’inverno, o una bimba bella da tenere là sotto per un po’ come sposa. Attenzione, in questi giorni, mentre andate a funghi.

Alex Pietrogiacomi