Monsieur Guillotin, je t’aime… moi non plus – #SurrealityShow

[Questa settima anticipiamo al martedì, per ovvie ragioni che capirete leggendo, il Surreality Show di Andrea Frau. Pertanto, l’appuntamento con i racconti di Torinounasega2 riprenderà, con un racconto di Elisa Ravasi e Alessandro Gori, tra due settimane, martedì 7 maggio. Domani infatti cominciamo i festeggiamenti per il 25 aprile con un racconto di Luca Rinarelli, mentre giovedì 25 vi offriremo un estratto da In territorio nemico, romanzo, pubblicato dai tipi di minimumfax, scritto da oltre cento autori col metodo SIC (Scrittura industriale collettiva), e il 30 aprile concludiamo (almeno per quest’anno) il ciclo sulla Resistenza con un racconto, Maggio 45, di Domenico Caringella. Insomma, avete come sempre numerose ragioni per seguire Scrittori precari. E diffonderne il verbo. Buone letture]

di Andrea Frau

In un convento di una località segreta si decide il prossimo Presidente.
Nell’edificio c’è ancora la polverosa scenografia di Todo Modo. Qui si sono ritirati i cittadini eletti del M5S, un’accurata selezione di politici caduti in disgrazia a causa della coca, dei trans e della lotta tra correnti e galantuomini in rehab che espiano il loro reato-peccato.

In un angolo Romano Prodi invoca il pimpante fantasma di Napolitano durante una seduta spiritica. “Rispondi Giorgio, sono Erre Prodi”. “Erre Prodi o Erre puntata Prodi?” domanda a trabocchetto lo spirito. “Erre Prodi!” assicura il Professore. “Bene, scusa, ma dovevo accertarmi che Leggi il resto dell’articolo

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Cristo si è fermato agli addominali

palestradi Andrea Frau

Lo spread tra religione e realtà è ai massimi storici.
Dopo attente ricerche di marketing la direzione del Vaticano ha deciso di fondare delle palestre cattoliche.

La prima palestra cattolica è subito strapiena.
Preti pregano di fronte a bilanceri:
“Con il tuo aiuto, o Signore, posso sollevare il mondo!”
Ogni lunedì gli iscritti alla palestra confessano i loro peccati di gola del fine settimana.
Quattro serie di Ave Maria, tre di Padre Nostro, trenta addominali e la coscienza è a posto.
Preti in sauna, nudi, con solo un colletto bianco, sfogliano riviste con foto osè di embrioni.
Il demonio sta in un angolo, ha un banchetto in cui vende steroidi Leggi il resto dell’articolo

Picchia tua moglie. Lei non sa perché, ma tu sì.

di Alessandro Busi

I

Ci sono dei giorni che mi innamoro. Esco di casa e mi innamoro, come se avessi un interruttore dei sentimenti: in certi periodi va tutto bene, sto tranquillo, in altri, ovunque mi giro, ci ritrovo la donna della mia vita. Anche da ragazzino mi succedeva. Una volta, per esempio, quando ero in terza media, mi innamorai di Sabrina Scalvi. Tutti dicevano che era brutta come il demonio, ma me ne innamorai ugualmente. Che poi anch’io mi ero accorto che era brutta, che assomigliava a un avvoltoio, infatti gli anni prima mi ero già innamorato di tutte le altre mie compagne di classe, a partire da Marta Rivoli. Marta, che era in assoluto la più bella della scuola, quando le passai il bigliettino dove le chiedevo se voleva mettersi con me, se voleva che andavamo assieme a vedere un film che avrebbe potuto scegliere lei e a me sarebbe andato bene, Marta mi ricordo che aveva preso il bigliettino e l’aveva fatto leggere anche alla sua amica Elda Libero – mio primo innamoramento della seconda media – e a Luca Fiorini, ragazzo con cui ebbe sette relazioni durante i tre anni di scuola: due in prima, tre in seconda e di nuovo due in terza. Poi mi ricordo che, guardando con la coda dell’occhio, li vedevo che scrivevano sul mio bigliettino e ridevano e si coprivano la bocca per non farsi vedere dalla professoressa. Dopo qualche minuto il bigliettino mi tornò indietro. Leggi il resto dell’articolo

La legalità? Attenti a quando scade! /4

La regola che Giustiniano desunse dal diritto romano e schematizzò nel Corpus luris Civilis è solo un’altra interpretazione che l’uomo ha voluto dare indirettamente alla legalità agendo sul significato di giustizia. Non c’è da chiedersi se oggi la formula «Honestae vivere, alterum non ledere, suum cuique tribuere» abbia ancora valore (visto che è diventata una regola di costume), ma se ne abbia mai avuto (teoricamente) e quale sia stato il suo reale significato (praticamente).

In tal senso, la situazione italiana a oggi è eccitante da un punto di vista speculativo.

Le vicende giudiziarie di Berlusconi sono in realtà le variazioni di un tema maggiore: che armi si possono adottare per proteggersi dalla legge? “Perché dovrei tutelarmi dalla legge?” ci si potrebbe chiedere a questo punto. Il motivo è presto detto: se la domanda delle domande è chi sorveglia i sorveglianti, e quindi chi deve controllare la magistratura, significa che in pratica è il sorvegliante stesso il vulnus del sistema giuridico. Leggi il resto dell’articolo

La legalità? Attenti a quando scade! /2

Dopo aver specificato che la legalità è un valore relativo ed esterno perché cambia a seconda delle leggi e non pretende una spinta interiore, dovremo porci una domanda: cosa spinge gli uomini a produrre delle regole? Cosa vogliono raggiungere con l’edificazione d’un palazzo di leggi e norme? D’istinto si risponderebbe che vogliono la giustizia, confondendola erroneamente con la legalità (che dovrebbe invece essere un modello di saggezza). Ma è non è del tutto ridondante specificare che esse sono due cose radicalmente differenti: la legalità è la “giustizia” degli uomini, la Giustizia vera e propria è un concetto che solo Dio (se esiste) conosce. Leggi il resto dell’articolo

Storia del giudizio universale così come l’ho visto io

Non abbiamo nessun tipo di certezza su ciò che riguarda i processi mnemonici che seguono gli eventi collettivi, i fatti che una porzione di popolazione mondiale ricorda per anni, per decenni, per millenni, o in qualche caso solo per ore. Non sappiamo molto su questo argomento, ma conosciamo la prassi che segue e consolida i ricordi collettivi. La prassi consiste più o meno in tre domande.

Tu dov’eri quando è successo?

Tu che facevi quando è successo?

Tu con chi eri quando è successo?

 

Quando è successo il giudizio universale io ero nel bagno di casa mia.

Quando è successo il giudizio universale io piangevo davanti allo specchio del bagno di casa mia, e pensavo che dovevo smetterla di piangere e di guardare lo specchio mentre piangevo, pensavo, sì, me lo ricordo, pensavo che dovevo uscire immediatamente dal bagno, infilarmi le scarpe e poi tornare indietro, nel bagno, e piangere ancora un po’ davanti allo specchio, e poi prendere il bagno schiuma che avevamo comprato insieme nel negozio dei cinesi che vendono tutto a 1 euro, e correre verso i bidoni dell’immondizia, e scaraventare l’oscena confezione plasticosa con sopra disegnate le mandorle e i fichi, e poi tornare a casa, e piangere ancora un po’.

Quando è successo il giudizio universale io ero solo, piuttosto solo.

 

Prima di tutto, questo non è un racconto fantascientifico, e secondo di tutto, il giorno del giudizio universale non è come tutti si aspettavano che fosse.

Ora, con il senno di poi, è facile dire che Michelangelo si sbagliava, e molti, prima del giudizio universale, avrebbero detto che non era possibile che Michelangelo potesse sbagliarsi su una cosa del genere, ma è così e basta.

Per correttezza vorrei citare anche i nomi di altri pittori che si sono sbagliati:

– Giotto, affresco nella Cappella degli Scrovegni a Padova;

– Buffalmacco a Pisa;

– Franco e Filippolo de Veris a Campione d’Italia;

– Luca Signorelli a Orvieto

– (gli altri non sono elencati perché non mi piacciono).

 

Ero nel bagno di casa mia a piangere, dicevo, cercando di evitare il viso nello specchio, quel viso che macinava carta igienica al ritmo di un cingolato, spremendo il naso quasi perfetto che mi ritrovo sulla carta assorbente da 1.20 euro comprata dai cinesi sotto casa.

In effetti il problema del giudizio universale è universale perché tocca tutti, e perché tutti noi viviamo nel culto della personalità, e perciò il giudizio universale non può non essere definita una carognata, dal punto di vista sia particolare che universale.

Il mio particolare punto di vista, se il lettore facesse uno sforzo di immaginazione, era deludente, per uno che si appresta ad accettare passivamente il giudizio.

Le gambe piegate mimavano una posizione kundalini per niente geometrica, con un ginocchio, il sinistro, piegato sotto il destro, e con un piede, quello destro, piegato sotto il peso delle natiche sofferenti, e con il corpo, tutto quanto, in definitiva, prostrato come quegli uomini che si piegano sui tappeti, e con questa posizione per niente kundalini me ne andavo per la via che il giudizio stava per imprimere sulle umane galere.

Le mie ultime esperienza in fatto di carognate erano molto salaci, a volerle vedere con occhio esperto, con l’occhio di chi sa che la vita offre certi spunti, e che se hai abbastanza ossigeno da respirare quando la vita decide di offrirti questi spunti, allora forse tutto passerà, e poi anche la vita, dicono. Ed è questo che ti fa incarognire, quando ti capita una carognata, perché escludi le carognate, quando vivi, e perché escludi che ti ricapitino, quando ti sono appena accadute. Ma la vita è così, non c’entra niente con gli oblò e non è nostra per niente, nonostante qualcuno dica che invece no, è nostra.

No, è mia.

 

Prima che accadesse quello che poi sarebbe accaduto, avevo letto due libri di due scrittori che mi piacevano, due libri lontani nel tempo, ma belli. Il titolo di entrambi riportava la parola “vita” come soggetto. Uno era La vita agra, l’altro La vita oscena. Ora, purtroppo, non ricordo chi fossero questi due scrittori, e non ricordo neanche tanto bene la trama dei due libri, però so che li ho amati, a modo mio.

Ecco, il fatto che la vita sia agra e oscena lo trovo purtroppo verosimile, se prendo un bel respiro e cerco di rivedere quel ragazzo magro, con i capelli arruffati, crespi, maleodoranti, piegato come un contorsionista mentre cerca di recuperare peli pubici dallo scarico del bidè.

Il lettore con buona memoria si sarà ricordato di aver letto poco sopra che ero solo, quando è accaduto il giudizio universale, e forse si sarà incuriosito a leggere di me che cerco matasse di pelo intrecciato nello scarico del bidè.

 

TEMA: Perché ero solo quando è successo il giudizio universale?

SVOLGIMENTO: Ero solo perché una carogna aveva alitato sulla mia vita instabile, più che agra, precaria, più che agra, più che oscena, lubrica.

PRIMO INDIZIO SBAGLIATO:

Per quanto riguarda l’escatologia cristiana, il Giudizio universale (o Giudizio finale) avverrà alla fine dei tempi (questo è chiaro, perché se arriva il giudizio i tempi finiscono, altrimenti che giudizio sarebbe?).

Questa escatologia cristiana dice che Dio giudicherà tutti gli uomini in base alle azioni da loro compiute durante la vita, e destinerà ciascuno al Paradiso oppure all’Inferno. Il problema di questa dottrina è che fa riferimento ad una celebre parabola di Gesù (Matteo 25,31-46), e tutti noi sappiamo che le parole sono importanti, ma ancora di più chi le trascrive.

SECONDO INDIZIO SBAGLIATO:

Quindi secondo l’escatologia cristiana c’è prima un giudizio particolare, quando la gente muore, e poi un giudizio universale, con la fine dei tempi, a cui segue la resurrezione della carne, e cose così. Poi va detto che altre confessioni cristiane, ad esempio i Testimoni di Geova, ritengono invece che anche le persone non possano accedere al Paradiso terrestre o alla distruzione eterna fino al Giudizio universale.

Quindi ci sarebbe una specie di muro, un’architettura che siamo molto bravi a costruire, che impedirebbe alle anime di accedere al Paradiso o all’Inferno fino al Giudizio Universale. La cosa mi delude.

TERZO INDIZIO SBAGLIATO (SINTESI DELLE altre ESCATOLOGIE):

Poi ovviamente arrivano i protestanti, con una loro tradizione, ispirata da alcuni passi biblici che sostengono che immediatamente prima del Giudizio universale ci sarà una bella battaglia finale tra le forze del bene e quelle del male nel luogo, letterale o simbolico, del monte di Megiddo o Armageddon, presso Gerusalemme. Questi hanno veramente esagerato, e tra l’altro la loro idea di battaglia, io lo posso dire, è stata usata come calco da tutti i governi del mondo negli ultimi cinquecento anni, almeno credo.

L’equivalente nell’escatologia islamica è la qiyama (però non ci dilunghiamo su questa perché siamo occidentali ed eurocentrici, e non ci interessano queste cose esotiche).

L’escatologia ebraica prevede il Messia (ed è quella che mi sta più simpatica, perché non prevede grandi battaglie e neanche molti morti, credo).

Nell’Induismo Garuda Purana tratta diffusamente dei giudizi e delle punizioni dopo la morte (ma non sono mai riuscito a leggerle tutte, perciò basti il pensiero).

 

Ero solo perché un tizio biondo mi aveva rubato prima la mia ragazza e poi la mia amante. Ero solo perché la mia ragazza era andata a vivere con questo tizio, un tizio con la voce ridicola, grossa come le voci dei vecchi tromboni che calcano le scene imitando il vecchio Lear, un tizio che non potevo sopportare quando la mia ragazza andò a vivere con lui, questo fu difficile da sopportare, e un tizio che immaginai più tardi, quando anche la mia amante aveva scelto lui, e lo immaginavo in varie posizioni, in diversi momenti della giornata, scuoiato e flagellato (a colazione) secondo i precetti di Garuda Purana, oppure strigliato e schiaffeggiato per bene (a pranzo) dalla barba del signore con la barba mentre chiede pietà (emettendo grida e urletti acutissimi) sul monte di Megiddo, oppure infilzato dallo zoccolo di un cavallo (a cena) nella grande battaglia finale. Il fatto è che quando sono triste e solo non mi va di cucinare, perciò mangio quello che trovo, quello che si trova nelle confezioni di plastica che qualcuno, con una certa lungimiranza, ha deciso di lasciare in frigorifero o nell’armadietto delle sorprese. L’armadietto delle sorprese è una specie di Babele in cui tutte le spezie conosciute nel mondo in cui vivo io si incontrano. Lì dentro puoi trovare cose preziose.

 

Come quasi tutti i romantici sono un feticista. Mi piace l’associazione della parola bacio al colore della carta che si usa per incartare le uova di Pasqua, per esempio, e sono un sostenitore dell’attività del sistema limbico del mio cervello.

Da bravo feticista adoro la mia amigdala. E adoravo la sua. La loro.

Ma sono anche un tipo impulsivo, dal punto di vista emozionale, e devo dire che il mio ippocampo è un bastardo stakanovista, perché ricorda i fatti nudi e crudi, continuamente, mentre la mia amigdala ne trattiene, come quelle spugnette a forma di papera che i miei lasciavano galleggiare nella vasca da bagno, il sapore emozionale.

Quindi il fatto che il giudizio universale sia accaduto mentre piangevo cercando peli pubici nello scarico del bidè è strettamente connesso al concetto che mi sono fatto della parola “fallimento”. Io credo che a un fallimento si debba reagire, e che la reazione al fallimento abbia bisogno di una carica emozionale piuttosto concentrata, e che se questa concentrazione non dovesse bastare, perché al fallimento N°1 è subito seguito il fallimento N°2, allora non si può fare nulla, e quindi la parola “fallimento” non può far altro che accompagnarsi alla parola “umiliazione”. Ma l’umiliazione deve essere forte, fortissima. Perciò raccoglievo pezzi di pelo pubico dal bidè (o bidet, se preferite).

L’argomento era il giudizio universale, o sbaglio?

 

Il giorno del giudizio universale, in tutto il mondo, a seconda dei fusi orari
vigenti, (nel mio caso erano le 04:25 del mattino) le persone dimenticarono una parola, il suo significato e tutte le connessioni che quella parola aveva con la loro “vita”;
ognuno dimenticò una parola diversa, e nonostante vani tentativi, nessuno riuscì mai a ricordare cosa significasse quella parola, né a cosa fosse legata;
dimenticammo anche i sinonimi, perché il giudizio agì così;
le persone, in quel primo giorno di giudizio universale, impazzirono un po’;
devo dire che ci furono miliardi di equivoci.

Il giudizio, secondo gli studi fatti ad oggi, agisce in questo modo:

le parole dimenticate non potranno più essere imparate nella lingua in cui sono state dimenticate. Perciò gli esseri umani dovranno ricostruire i loro ricordi, dovranno sforzarsi di parlare lingue a loro sconosciute, come succedeva migliaia di anni fa tra i pescatori, che parlavano una dozzina di lingue a testa (ma tutte male). Ma nessuno potrà scegliere la lingua della parola dimenticata.
Così, ci si potrà spiegare solo conoscendo molte lingue. Tutti studieranno
molto. Il tempo cambierà spessore. Le priorità saranno altre.
Il giudizio universale sarà una grande manna. Perché i dialoghi saranno molto
molto divertenti. E tutti sapranno qualcosa di tutti.

Ma non ne sono tanto sicuro.

Marco Lupo

Piano B: indipendenti come i gatti randagi

Quando si parla di editoria di progetto, con carica nuova e un bel catalogo, si fa sempre una grande fatica a inquadrare un nome. Sembra però che ci siano piccole oasi capaci di grandi sorprese: tra queste la casa editrice Piano B, che si è rivelata capace di una grande maturità mista a entusiasmo adolescenziale per i libri ben fatti.

 

Piano B, una casa editrice giovane ma non giovanilista. Come nascete?

Nel 2008, dopo varie esperienze all’interno di altre case editrici, decidemmo di provare a fare qualcosa di nostro. Ci spingeva la passione, la voglia di indipendenza e l’incoscienza, soprattutto.

Così a ventisette anni, senza investimenti e senza una sede, abbiamo iniziato questa meravigliosa avventura. Adesso intanto abbiamo una sede…

 

Parlateci delle vostre collane e delle vostre scelte editoriali.

Fin da subito ci fu chiaro il nostro primo progetto editoriale, e il filo rosso che avrebbe dovuto unire tutte le nostre pubblicazioni: la volontà di pubblicare opere e autori dimenticati o volutamente emarginati dalla grande editoria, cercando di dare spazio a quelle idee che fanno scorgere interpretazioni alternative e non conformi della realtà.

La mala parte, la nostra prima collana – chiamata così in onore di Curzio Malaparte, il nostro concittadino più celebre dopo Paolo Rossi – nasce proprio così. I primi titoli sono stati il Trattato dei tre impostori: Mosè, Gesù, Maometto, di un anonimo spinoziano; Disobbedienza civile, del sempiterno H.D. Thoreau e L’uomo e la tecnica, di Oswald Spengler. Tutti e tre i titoli hanno già avuto più di una ristampa, e questo ci ha dato la spinta e la fiducia per continuare.

Elementi è un’altra collana di saggistica, dove ad ogni autore associamo un elemento della tavola periodica, per caratteristiche o analogie comuni: il nichel, ad esempio, veniva usato nel conio della moneta americana (il nichelino); da qui l’associazione con Emerson, uno dei padri e fondatori della cultura statunitense. Nietzsche è associato al kripton come allusione al superuomo; Twain all’elio per la sua leggerezza e perché viene ritenuto un gas esilarante; Schopenhauer al fosforo per la sua capacità d’illuminare e perché il fosforo si associa naturalmente alla profondità dell’intelligenza, e via dicendo… i nostri “elementi” diventano così dei tasselli culturali “fondamentali” che contribuiscono a creare ipotetici mondi.

Le altre collane sono Controtempo, dedicata alla narrativa, con un occhio sempre attento alle riscoperte ma anche a nuovi autori e storie non ordinarie e Disport, una collana trasversale che si vuole occupare di tutto ciò che parla di sport, dalla narrativa alla saggistica alla fotografia. Jack London ne fa parte con Storie di pugni, così come Calciobidoni, le storie dei più grandi fallimenti calcistici.

C’è inoltre Avatara. Gli avatàra, nella religione Indù, sono le reincarnazioni del dio Visnù che ciclicamente appaiono sulla terra per aiutare l’umanità. Il vecchio che si reincarna nel nuovo assumendo nuove forme. Così i libri di questa collana si propongono di reinventare il classico, dando un nuovo corpo al passato. I grandi classici vengono illustrati da giovani artisti e illustratori emergenti.

L’ultima collana in ordine di tempo è Zeitgeist, saggi dedicati ai temi dell’attualità (nuove tecnologie, correnti di pensiero, ambiente).

 

Cosa si nasconde nel nome della vostra casa editrice?

È universalmente noto che il Piano A non funziona mai. Ci concentrammo subito sul Piano B.

Il nostro Piano B è la capacità di reazione, l’alternativa efficace, la soluzione inaspettata che può far cambiare soltanto un punto di vista, oppure risolvere un’esistenza. Le nostre scelte editoriali vorrebbero assecondare questo spirito. Tutti dovrebbero avere il proprio piano B.

Cosa manca a Piano B e di cosa vi fate forti?

A Piano B per adesso manca un corposo catalogo di qualità, ma ci stiamo lavorando. Mentre ci facciamo forti di avere un piccolo catalogo di qualità, sul quale abbiamo lavorato!

 

Credete nella realizzazione di eventi legati ai vostri titoli?

Certo, stiamo proprio adesso progettando una serie di eventi che accompagneranno l’uscita di tre nuovi titoli nella collana Zeitgeist. Ma per scaramanzia non ne parliamo.

 

Quanto è importante la cura dell’oggetto libro al di là del valore commerciale?

Per una piccola casa editrice è fondamentale. Vogliamo e dobbiamo offrire libri belli da vedere e da leggere, quindi curiamo molto l’aspetto grafico e la qualità della carta, che scegliamo ecologica e rispettosa dell’ambiente.

 

Quali sono le spinte in Italia che alimentano l’editoria? Ce ne sono ancora?

Le spinte provengono da un pubblico di lettori sempre più esigente e interessato: l’Italia è tristemente famosa per essere uno dei paesi europei dove si legge di meno, ma con il passare del tempo le nuove generazioni più abituate alla lettura e più attente al mondo che le circonda stanno inevitabilmente innalzando questa soglia. La maggiore attenzione di questo pubblico più maturo ed esigente rappresenta una possibilità e una sfida. Questo è lo scenario per una editoria di qualità.

 

Vi ritenete una realtà indipendente?

Certo, siamo indipendenti come i gatti randagi. La nostra linea editoriale è libera da ogni vincolo, siamo noi a decidere in completa autonomia come, quando e perché pubblicare i nostri libri.

 

L’Italia ha: troppi scrittori o troppi intellettuali?

Sicuramente l’Italia è un paese di grafomani: tutti hanno un romanzo nel cassetto e tutti aspirano alla pubblicazione. Da qui il fiorire della cosiddetta “vanity press”, a cui noi abbiamo felicemente rinunziato. Al di là di questa, crediamo però che gli autentici scrittori e gli autentici intellettuali non siano mai troppi.

 

Intervista a cura di Alex Pietrogiacomi