La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 8

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Da qui in avanti le notizie si fanno più precise, per via di annotazioni prese dagli stessi protagonisti – anche se questi non hanno poi riconosciuto la paternità della totalità degli appunti – nonché grazie ad accurate testimonianze, che si fanno particolarmente interessanti considerando il fatto che il Presidente si sia salvato proprio grazie all’arte di qualche crumiro, alle cui attenzioni avranno senz’altro ceduto gli egotici scrittori, che in quanto a penne pare non avessero niente da invidiare a quelle colorate con cui i pavoni amano farcire la ruota.

Del viaggio nella città di Dante – che fu anche di molti altri, come appresero i nostri passeggiando trionfalmente davanti agli Uffizi – se ne parla soprattutto in termini podistici, tanto che le scritture convergono sul tema comune del mal di gambe, che prese un po’ tutti durante il quarto e ultimo viaggio, nonché umido e notturno, da La Cité all’auto e ritorno. I cinque erano stremati, ma felici di aver fatto convergere tante persone in Borgo San Frediano, nonostante il concertone in piazza della Signoria, che quando lo seppero, lì davanti alla libreria, prese a tutti un bel colpo! Per lo spavento, a quello di loro che aveva origini etrusche e toscane, tornò su pel gargarozzo l’intera fettina panata che s’era mangiato in ricordo di quand’era piccolo. Di lì a poco avrebbe infatti letto il racconto sul suo nonno, che dopo i mercati lo portava in trattoria, mentre il freddo imperversava in Val di Cecina, e gli era sembrato un bel modo di rendere omaggio alla sua infanzia il concedersi una fetta di quegli antichi sapori, che aveva accompagnato con una porzione di patatine fritte e innaffiato di vino rosso della casa – identificandosi subito come scrittore piuttosto prevedibile, aggiungo io.

Insomma, nonostante la concorrenza, gli è che il luogo si riempì all’inverosimile, tanto che ai fiorentini gli luccicaron gli occhi per l’orgoglio. La città toscana rispose alla grande alla chiamata alle armi dell’esercito dei letterati dell’ultim’ora, che incuriosivano più per la follia della loro impresa che per la verità delle loro parole – su cui si sospendeva volentieri il giudizio per colpa dell’ammirazione delle gesta. Inutile quindi aggiungere che di libri i nostri cinque non ne vendettero manco uno, a esclusione di quelli stampati in ciclostile, del costo di un euro, che andavano via più per lo sfizio d’averci questo cimelio in mano che non per la qualità dei contenuti, che però contribuirono all’abbeveraggio necessario all’utilitaria.

Alla fine della baraonda, che vide impegnati nel tour de force verbale anche tre noti scrittori del Valdarno, il gruppone si sminuzzò in una sparuta compagine che finì col consumare un ultimo bicchierino in una piazzetta là dietro, dove saliva tutta l’umidità del fiume, che per fortuna non portò seco le tanto vituperate zanzare, che pare amino moltiplicarsi soprattutto tra i vicoli pisani.

Giunte che furon le due di notte, i cinque scalatori della metrica si concessero un’ultima scarpinata per posare le scatole ancor ricolme di carta e poggiare i loro corpi in un giaciglio amico; ché fu in un loft del più famoso tra gli ospiti della serata letteraria, che dovette anche sorbirsi puzze e fetenze varie di lorsignori, come prodotto di un’intera giornata passata in balia delle intemperie. Costui dimostrò prova d’inenarrabile coraggio nell’affrontar la marmaglia, anche se si levò alto il grido nella notte, per interrompere il sinfonico russare di almeno tre delle cinque vie respiratorie.

Insomma, se la rivoluzione non aveva a russare, qua c’era di che lavorarci parecchio…

Simone Ghelli