Il pescatore

di Gianluca Garrapa

Nel pomeriggio giunse al piccolo porto e si fermò sulla banchina. Poggiò la piccola valigia e sedette fissando l’orizzonte del mare calmo con le poche imbarcazioni immobili. Tutto era silenzioso.
Aveva occhi nerissimi e fieri, la fronte bassa, il viso rigato di esperienze, di sicuro al limite del soprannaturale, un naso piccolo e gentile.
A un tratto alcune imbarcazioni cominciarono a dondolare. Questo lo incuriosì perché non tirava un filo di vento. Si stupì nel vedere i pescatori ballare sulle loro imbarcazioni aggrappandosi alle sartie per non cadere in acqua.
Uomini e barche erano posseduti da presenze demoniache. Non c’è altra spiegazione, pensò.
Alcuni pescatori caddero in acqua e scomparvero.
In capo a poco tutto ritornò calmo. Afferrò la piccola valigia e fece per Leggi il resto dell’articolo

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Attenti agli umani

di Gianluca Garrapa

Senti, io invece di pazienza non ne ho per niente, quindi se non ti va, puoi chiedere la disdetta del contratto. Dice lei secca e indisponente.
Va bene, dice lui, allora domani parlerò con Nico e cercheremo una soluzione. E ingoia il rospo. Si aspettava che lei lo pregasse di ripensarci. E invece no. A lei non gliene frega nulla. L’affitto al cinque del mese. Il resto non conta. Facciamo finta si chiami Marco, potrebbe anche chiamarsi Sandro o Ettore, non importa. Interessa sapere che non tolleri un paio di cosette del genere umano: la cattiveria, per esempio, e il correlato soggettivo della falsa cortesia. E poi anche la cattiveria come sopruso. Sapessi che malinconia gli viene a Marco, facciamo che si chiami Marco, i pomeriggi d’agosto mentre loro sono al mare. E io resto da solo. Mi ha sentito piangere. Una volta si è arrampicato alla finestra per spiare nel giardino e mi ha visto. Immagino abbia provato un sentimento di rabbia e malinconia insieme. Mi ha sorriso e ha salutato con la mano.
Come un bambino, o come san Francesco.
I suoi occhi, della tizia impaziente e prepotente, sono due macchie nere stupide anche un poco asimmetriche. Suo marito è un tipo alto e pompato, non ha il fisico scolpito dei muratori ma si vede che non ha il sangue al vetriolo di sua moglie. Lei ha trenta anni e i capelli con Leggi il resto dell’articolo

Le porte della dispercezione

-di Gianluca Garrapa

Questa cosa non gliela dirò mai

Non mi scoccia stare da solo, certo che no. Mia moglie è con i bambini e tornerà presto. Intanto occupo il tempo con il mio passatempo preferito. Che poi è anche un lavoro, se vuoi. Pure la fonte di mezza sopravvivenza. Coltivo un orto. Un orto, e allevo animali. Latte, verdura e frutta non mi mancano. Scendo in paese a comprare quello che mi serve e che l’orto non mi può dare. Una volta la settimana. Il lunedì. Ieri ci sono stato, per esempio. Mi ha chiesto come sto e non so mai cosa rispondere. È un amico, oltre che il mio bottegaio. In paese non ce ne sono di supermercati. Nella città vicina ce ne sono, invece. Ci vado con mia moglie, lei è più brava a organizzare la spesa nel supermercato. Quando tornerà, ci andremo. Il bottegaio è un uomo dagli occhi grandi, sempre dietro la cassa, ne fuoriesce solo quando Leggi il resto dell’articolo

Un ronzio devastante

di Gianluca Garrapa

E il ronzio mortale del ciclopico condizionatore del bar dabbasso mi sta facendo impazzire.
Un attacco di panico: è stato qualche domenica fa, mai accaduto prima. Dopo pranzo, sono stravaccato davanti al televisore, inizio a sudare freddo, le dita delle mani formicolano, il cuore inizia a pompare manco stessi alla maratona di New York. Oddio! Sto morendo. Ma non è questo il punto, e nemmeno che al pronto soccorso mi danno da bere delle goccioline che mi fanno levitare e ne vorrei altre, e nemmeno che i giorni successivi tema angosciosamente un altro attacco. Il punto è che oggi hanno suonato alla porta, apro, la faccio accomodare, le faccio visitare la casa, il balcone sulla corte col condizionatore killer, il bagno spazioso da piscina olimpionica, la stanza grande che un aereo ci entra a meraviglia, la cucina che ci può stare una nave, è questo il monolocale, le dico, 400 euro, non è nulla, è ventilato, non è rumoroso.
Anzi!
Pare un ambiente anecoico.
La sto pigliando per i fondelli. Ma non sono un bravo imbonitore, e lei non sembra Leggi il resto dell’articolo

Racconti da #TUS2: collezionali tutti!

torino una segaConcludiamo oggi la pubblicazione dei testi dal reading Torino Una Sega 2. Chi è stato al Caffè Notte quella sera sa che è stato un reading molto partecipato, che ha visto nomi di rilievo del panorama letterario italiano, giovani/quasigiovani promesse e gli imprescindibili “slot superpazzo” (© Vanni Santoni). Nell’impossibilità di pubblicare tutti i testi (sono oltre un centinaio, se la memoria non ci inganna), ringraziamo tutti quelli che ci hanno inviato i propri, chi non ce li ha voluti dare e pure chi non ha risposto alle mail. Ringraziamo infine gli accademici: Raoul Bruni, che ha letto il Discorso di Firenze (1913) di Giovanni Papini, raccolto nel volume L’esperienza futurista; Effe, che ha letto La vita sessuale dei selvaggi di Bronislaw Malinowski; Francesco Ammannati, che ci ha deliziato con la lettera di Belisario Vinta, Primo segretario di Stato del Granducato, al Granduca Francesco de’ Medici.
Quello che segue è l’elenco dei testi da noi pubblicati, in ordine cronologico: Leggi il resto dell’articolo

Pranzo di Natale – #TUS2

dita von teeseIl reading Torino Una sega 2 è stato anche sesso estremo. No, caro visitatore del blog in cerca di emozioni forti, o gabbato dal motore di ricerca: ci riferiamo sempre e comunque ai testi letti, come questo Pranzo di Natale di Gianluca Garrapa, che al Caffè Notte ha letto anche I canti di Maldoror, di Isidore Ducasse Conte di Lautréamont. Noi comunque si è pensato di proporre il primo, e il motivo è presto detto: ci piacciono le feste.

Accadde l’altro anno. 24 dicembre 2012. Pomeriggio denso e caldo di bontà a tanto al kilo.
Mi chiamo Monica. Insegnavo matematica alle superiori.
Siamo a casa di Stefano con Loretta e Davide. Loretta è una dirigente di comunità.
Davide è un assessore.
Stefano è un pilota aereo. Ha organizzato tutto lui.
Come ogni Natale ci intratteniamo con la verità del sesso estremo. Bondage. Sottomissione. Sadomasochismo. Siamo quattro schiavi. Stefano ha pagato due padroni. Due omaccioni in latex nero. SSC. Sicuro. Sano. Consensuale. L’abc del sesso estremo.
I due ci legano polsi e caviglie a delle assi di legno poste in cerchio nel grande salone da pranzo. C’è un tavolo apparecchiato. Le finestre accovacciate sulla neve del giardino. Il tepore sbuffa ovatta gelida da cartone animato.
Prima di iniziare Stefano ci rassicura. Spiega. È una variante del gioco della bottiglia. La penitenza a totale discrezione dei due padroni.
I regali. A mezzanotte. Ai piedi dell’albero pagano illuminato a microepilessie colorate ci sono 4 scatole a decoro.
Musica classica. Rilassante. Ingannevole. Filodifussione quadrifonica.
I due ci imbavagliano con una gag ball. Non stanno rispettando gli accordi.
Stefano borbotta. Protesta. Troppo tardi.
Primo giro di bottiglia.
A fianco Stefano. Loretta. Di fronte Davide.
I padroni ci iniettano non so cosa. Inizio ad agitarmi.
La bottiglia ruota. Leggi il resto dell’articolo

Il nuovo Collettivomensa: CAPEZZONE

Sorry but Juliet is dead di Vanni Santoni

“Sorry but Juliet is dead. Please stop that.”

Lo sapevo che a frequentare i siti di appuntamenti non se ne cavava nulla di buono. Ore a fare test, ore a spulciare profili, finalmente trovo una che mi piace – e anche l’affinità, non vi dico: uno spettacolo, a sentir loro – le mando i messaggi privati e non mi risponde. Ora i miei messaggi privati sono carini, divertenti, insomma, non è che copio-incollo una cazzata e la invio a tutte, scrivo solo a quelle che mi piacciono, faccio dei riferimenti alle cose che hanno scritto nel loro profilo, lancio degli spunti ariosi, evoco, intrattengo, faccio pensare, mi impegno insomma, è normale che una mi risponda. Lei invece niente. Io allora – Internet, si sa, ci ha resi tutti così – ne ricostruisco i dati essenziali, le becco il MySpace – bello trovarlo c’erano tipo quattro foto nuove che non aveva messo sull’OkCupid – insomma lo trovo e subito le scrivo, e lei non risponde, le lascio allora un messaggio pubblico, un commento: niente. Ne lascio un altro, un altro ancora, e poi mi arriva quel commento là, da una sua amica. Una ragazza che mi piaceva, ed era morta.

Mi era capitata una cosa simile a inizio anno, a dire la verità: c’era questa ventenne androgina, che prendeva a volte il treno quando lo prendevo io. Erano ore da gente che si sveglia tardi e alla stazione eravamo spesso soli. La prima volta ci notammo perché avevamo le stesse scarpe, Osiris da skate, nere, a panettone. Di solito quando arrivavo al binario lei c’era già, allora ci guardavamo. A volte anche solo a cinque o sei metri l’uno dall’altra, se avevamo un libro da leggere. Certi giorni sembrava un ragazzo ed era molto bella, gli occhi e le ciglia affilate. Parlammo una volta sola, il tempo di sapere che si chiamava Elena. Poi un giorno, sulla Nazione, proprio al bar della stazione, vidi la sua faccia (sembrava ritagliata da un album scolastico, di certo non l’avevo mai vista coi capelli così lunghi): l’occhiello, sotto al titolo Ketamina: dose mortale per una valdarnese, diceva Aveva vissuto a Bologna, frequentava un giro di “punk-bestia”. Scritto così. A ripensarci oggi, vive nella mia memoria come uno di quei primissimi, timidi amori che si hanno da bambini.   Leggi il resto dell’articolo