Siamo gente ricercata

Allora, qui c’è da fare un discorso serio: il blog è andato in vacanza, pure io mi sono pigliato una settimana di ferie, che non sono vacanze, in pratica non lavoro e quando non vado a lavorare non vengo pagato, quindi non erano proprio vacanze ma una sorta di non-guadagno: mi sono comprato la mia vacanza, ma è il bello del mio lavoro, mi dà tante altre soddisfazioni tipo quella di vedere dal vivo una tipa che si infila due bottiglie di vetro di vodka Artic, ma chiudo il discorso che altrimenti divago troppo.
Dicevo, qui c’è da fare un discorso serio: eravamo a cena con Ghelli e Liguori, che il Ghelli aveva portato la mozzarella di bufala e mentre ne ingurgitava tre insieme disse: “Mi garba vedere come arrivano nel blogghe nostro”, mastica e deglutisce un boccone facendo colare latte dalla bocca, “Ci sono certe frasi che ci si schianta dal ridere”. E per sfizio mi sono andato a vedere i famosi “termini di ricerca” che avete utilizzato per arrivare al nostro blog precario.
Per carità: post del genere ne scrivono a milioni, ma cazzo questo è un sito per intellettuali! Qui ci scrive gente coi coglioni grossi come angurie! Sapere che siete approdati qui digitando su google madre spompina cognato, beh… mi rattrista il cuore, l’anima, lo spirito e anche un po’ il corpo. Ma andiamo con ordine.
Inizio a sfogliare la lista di termini di ricerca che avete utilizzato mentre il blog era in vacanza e, per fortuna, al primo posto c’è scrittori precari, poi c’è paolo sizzi, soreni, generazione tq e blablabla, poi vedo che nove persone hanno cercato l’ultimo testamento della sacra bibbia e la mia anima si solleva allo spirito santo.
Poi di nuovo tq, qt, tq, sempre ‘sto cazzo di tq. Ma che è poi ‘sto cazzo di tq? Leggi il resto dell’articolo

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Atti impuri: da solo o in compagnia

Non so voi, ma io adoro guardare le persone che leggono libri mentre camminano. Questi lettori deambulanti, ogni volta che li incontro, resto a fissarli, spesso con l’intento di scoprire il titolo del libro che li ha rapiti a tal punto da non fargli badare al rischio di sbattere addosso a qualcuno o di pestare una merda. Una volta ne ho conosciuto uno, si chiamava Biagio e faceva la spesa al discount dove lavoravo. Comprava sempre l’aranciata economica e le scatolette di cibo per gatti, di rado altro. Ogni volta che veniva a fare la spesa, Biagio aveva tra le mani un libro diverso; gli ho visto leggere Bradbury, Burroughs, Ballard, oppure Miller, Dick, Orwell, e ancora Saramago, Nietzsche, Joyce, e tanti altri romanzi, di quelli che, quando li leggi, pensi: “Ecco a cosa serve, vivere!”. Leggi il resto dell’articolo

Il tempo materiale

Il tempo materiale (Minimum Fax, 2008)

di Giorgio Vasta

Perché il linguaggio, quello di prima, quello in cui c’era tutto, era troppo. (p.193)

 

Non è per niente un libro facile, quello di Giorgio Vasta. È ostico e spinoso, proprio come quel pezzo arrugginito di filo spinato che il protagonista si porta continuamente appresso. E dà pure fastidio questo “tempo materiale”.

Ci ho pensato molto, soprattutto all’inizio, quando non riuscivo a digerirlo. Cos’è che m’infastidisce tanto?, mi chiedevo. Senz’altro l’insistenza sul contagio, sull’infezione, sull’abbandono: lo sguardo insistito sulle piaghe del dolore, la volontà inossidabile dei protagonisti di piegare il corpo alle posture del linguaggio; una volontà che con il passare delle pagine corrode la materia stessa dell’universo, che riconduce il tutto alla “materia stellare frantumata” – una volontà che è resa chiara sin dall’inizio dall’ossessione della scrittura di penetrare le pieghe del mondo, d’infiltrarsi nei più piccoli pertugi e interstizi.

Ma il merito della scrittura di Vasta, la sua grandezza, sta proprio in questo: nella sua capacità di disfare e rifare continuamente la struttura del linguaggio, nel forzarlo e piegarlo incessantemente, nel metterne a dura prova le capacità di tenuta – come se il linguaggio fosse un metallo, e più precisamente il ferro, di cui rimane in bocca il sapore per tutto il tempo della lettura.

Prendiamo gli animali, ad esempio, che sbucano ovunque nel libro: animali (cani, gatti, piccioni) che sono perlopiù randagi, e che della loro condizione portano impressi i segni sul corpo. Attraverso la scrittura l’autore diviene-animale (sono proprio gli animali gli unici veri interlocutori del protagonista), e noi con lui. Non a caso Deleuze e Guattari parlavano del divenire-animale per uno scrittore come Kafka; e difatti c’è qualcosa di kafkiano in questo libro, in questa macchina linguistica che apre buchi un po’ da tutte le parti – sono soprattutto i buchi del linguaggio, le afasie su cui fondare quello che i tre protagonisti definiscono l’alfamuto: come l’incedere barcollante del gatto storpio e del piccione preistorico; o il mutismo stupito della bambina creola; e il dondolio del capo del piccolo Morana, che con la sua sporcizia e il suo rifiuto del linguaggio è al tempo stesso l’infezione e la promessa di una nuova purezza. Poi ci sono i buchi veri e propri, cavità nelle quali vita e morte si mescolano continuamente e dalle quali si estrae sempre qualcosa per azzardo: il ventre dello Spago, che produce un aborto spontaneo; la “radura del porno”, che custodisce il desiderio di sesso, ma anche il suo dissipamento, lo spargersi improduttivo del seme; le crepe delle strade e dei marciapiedi di Palermo; e ancora: le bocche dei palermitani, che masticano i suoni incomprensibili del loro dialetto; infine (ma ce ne sarebbero altri), le cavità in cui si trovano gli alveari, lo sciame delle api che muoiono iniettando il proprio veleno, ma che con le loro evoluzioni rifondano incessantemente la vita, il suo linguaggio.

Deleuze e Guattari definiscono una letteratura minore o rivoluzionaria quella che “comincia coll’enunciare, e vede e concepisce solo dopo”*: come non vedere nell’atteggiamento del protagonista, nel suo immergersi nel nimbo del linguaggio, qualcosa di simile? “Il divenire-animale”, continuano Deleuze e Guattari, “è un viaggio immobile e statico, che può essere vissuto o compreso solo in intensità”**, ed è proprio l’intensità della scrittura di Vasta a costringerci alla lettura, nonostante essa forzi il nostro grado di sopportazione, la nostra resistenza nei confronti di un linguaggio che richiede una rigida disciplina, una forma di militanza che sembra voler escludere qualsiasi forma di compassione o di identificazione.

Simone Ghelli

*Gilles Deleuze e Felix Guattari, Kafka. Per una letteratura minore, Feltrinelli, Milano, 1975, p. 45.

**Ibidem, p. 57.

Trauma cronico – Saluti e baci

Eccoci giunti all’ultimo appuntamento dell’anno con Trauma cronico, la rubrica va in vacanza per tornare domenica 3 gennaio 2010; segnatelo sul calendario nuovo di zecca, programmate la sveglia del cellulare, scrivetelo sui muri.

Sono un po’ stanco, la rete sfianca, devo disintossicarmi per qualche giorno del web. Negli ultimi mesi ho lavorato tanto per questo blog, appuntamento quotidiano per un numero sempre maggiore di lettori, voi, che ci date la forza di continuare a ricercare contenuti sempre nuovi. Colgo l’occasione anche per ringraziare a nome mio e di tutto il collettivo i tanti amici, scrittori ma non solo, a cui chiediamo di contribuire alla causa.

Per il nuovo anno speriamo di portarvi nuovi autori, giovani promettenti e firme già riconosciute nel panorama letterario nazionale. C’è qualcuno che sta già lavorando per noi, e per voi.

Il blog continuerà ad essere aggiornato ancora per qualche giorno, poi si prendrà un po’ di vacanza. Mertitata? Ditelo voi…

Domani c’è il consueto appuntamento del lunedì con la “Poesia precaria”, la rubrica di Andrea Coffami e Luca Piccolino. Vi anticipo solamente che ospiteremo una poetessa bravissima che ha letto ad un paio di reading insieme a noi. Avete capito? Scopritelo domani.

Martedì pubblichiamo la seconda parte del racconto diviso in tre di Daniele Vergni, L’inferno (il terzo sarà online il 5 gennaio).

Mercoledì infine chiudiamo i battenti rinnovando l’appuntamento per sabato 2 gennaio 2010 con l’undicesimo episodio del feuilleton politico surreale e grottesco di Simone Ghelli, La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia.

Per concludere ho piacere di segnalarvi qualche titolo di autori italiani usciti nell’ultimo biennio che ho letto quest’anno e che vi consiglio assolutamente. Purtroppo ne dimenticherò qualcuno, di quelli letti, e tanti, di quelli che ancora non sono riuscito a leggere. Ma credo di potervi dare ottimi suggerimenti. Leggete, e fatemi sapere.

Ecco a voi la mia piccola lista in ordine sparso:

Giorgio Vasta, Il tempo materiale

Giuseppe Genna, Italia de profundis

Vanni Santoni, Gli interessi in comune

Claudio Morici, La terra vista dalla luna

Peppe Fiore, La futura classe dirigente

Cristiano Cavina, I frutti dimenticati

Luca Moretti, Cani da rapina

Ed infine, perché no, Il cagnolino rise, l’omaggio a John Fante di vari autori, tra cui i precari Ghelli, Zabaglio e il sottoscritto.

Buone letture e fate i bravi.

Gianluca Liguori

Trauma cronico – Sfratto esecutivo

Liberté, Égalité, Fraternité”

Motto della Rivoluzione Francese

La scorsa settimana vi ho detto che il comune di Giano dell’Umbria ha intimato lo sfratto alla Repubblica di Frigolandia (letteralmente la “terra della rivista Frigidaire”) mettendo di fatto a repentaglio un archivio storico di inestimabile valore che fa parte del patrimonio culturale di tutti noi.

Se vivessimo in un paese veramente democratico, un paese civile, umano, che avesse davvero a cuore la storia, l’arte e la cultura, oggi avrei potuto scrivervi, ad esempio, dell’ultimo, bellissimo libro che ho letto, ovvero Il tempo materiale di Giorgio Vasta, ed invece, figlio di quest’Italia dove non funziona quasi niente, dove ogni giorno viviamo una serie di traumi, violenze, soprusi, scempi, non posso esimermi dal denunciare (mio dovere in quanto scriba) l’ingrata sorte che mette a rischio il lavoro culturale di un uomo di 63 anni, il buon vecchio Vincenzo Sparagna, e dei suoi prestigiosissimi collaboratori di una vita straordinaria.

Il comune di Giano ha fissato per il 26 novembre il giorno ultimo per abbandonare i locali di Frigolandia.

Italia già così è un posto abbastanza becero e deplorevole, senza Frigolandia lo sarebbe senz’altro un pizzico di più. Prego vivamente gli avventori di questo blog di diffondere e divulgare la notizia come e quanto possono (e chi può il 26 vada a Giano dell’Umbria!). Frigolandia è un luogo di fantasia in un paese che la fantasia pare averla smarrita. Non si può permettere che un patrimonio artistico e culturale di inestimabile valore venga trattato in questo modo. Non è umanamente concepibile.

Vi saluto invitandovi a leggere l’ultimo editoriale di Vincenzo Sparagna sul sito di Frigolandia dove potrete aggiornarvi sugli sviluppi dell’incresciosa vicenda.

E speriamo bene.

Gianluca Liguori