Lo Spreca? Meglio l’Amaro del Mago

Questo articolo è apparso precedentemente sul «Gazzettino dello Scrittore Novello» (perdonerete, quindi, se a distanza di tempo possa presentarsi un poco sfiatato).

Parola dello scrittore di culto Andrea Coffami, che, interpellato sulla possibilità di trovare due lettori che lo presentino al Premio Spreca, ha risposto laconico: «Io mi presento da solo, e bevo soltanto Amaro del Mago».

Stando alle parole del diretto interessato, la storia della candidatura del maestro dell’irriverenza sembrerebbe insomma la solita bufala montata ad arte per far salire l’audience. L’ambiente delle lettere, già surriscaldato dal timore per la sua partecipazione, si è improvvisamente ritrovato disorientato, incapace di spiegarsi una scelta talmente suicida: «Avrei capito il Peroncello,» ci spiega un attonito addetto ai lavori (volutamente anonimo, per non alimentare ulteriori polemiche), «ma scegliere l’Amaro del Mago è un chiaro sintomo di perversione».

A distanza di poche ore, lo stesso Coffami si è dimostrato perplesso sulla sua decisione: «Ho saputo solo in seguito che è previsto anche il buffet,» ha ammesso, «ma ormai hanno chiuso le prenotazioni».

Tra i suo fan, c’è chi già si dispera e chi invece interpreta la scelta del suo beniamino come l’ennesimo gesto anticonformista nei confronti del sistema: «Che altro poteva fare?» si chiede Luca (uno che ha persino i primi cd autoprodotti con la voce dello scrittore incisa su basi neomelodiche), «Lo hanno ignorato per anni, e ora che il suo stile dà scandalo, tentano di addestrarlo per far divertire i benpensanti».

Non è dello stesso avviso Gianluca, che invece di Coffami conosce soprattutto il lato poetico: «Un po’ di non sense avrebbe fatto senz’altro bene a un premio in cui gli scrittori si prendono un po’ troppo sul serio».

Comunque vada, questa nuova edizione del Premio Spreca sembra aver riaperto una vecchia questione nel mondo dell’arte tutta e non solo della letteratura: ovvero se sia possibile rimanere puristi fino in fondo; oppure, visto che le mani bisogna proprio sporcarsele, se non sia allora meglio approfittarne e lanciarsi nella vasta gamma dei compromessi accettabili.

Che i più si proclamino puristi per poi accapigliarsi al momento dello scrutinio, non è d’altronde una novità, ma anche questo aspetto fa in fondo parte dello spettacolo: ecco dunque spiegato il motivo di tanta attenzione nei confronti delle capriole linguistiche di Andrea Coffami, che (c’è da starne certi) avrebbe fatto saltare i nervi a più d’un concorrente.

Lo stesso scrittore, nel corso dell’intervista che riporteremo integralmente soltanto dopo la proclamazione del vincitore 2011, si è poi dichiarato dispiaciuto di perdersi l’evento: «E io che me l’immaginavo una serata noiosa,» si è sfogato, «con i giornalisti che si contano i peli del naso mentre gli scrittori ricordano al pubblico tutti i patimenti passati e i sacrifici che hanno dovuto affrontare per arrivare fin là…»

Insomma, nonostante le accuse di usare un linguaggio volgare e provocatorio al fine di mascherare i propri difetti stilistici, Andrea Coffami dà invece dimostrazione di un’ingenuità che farà sorridere (se non proprio ridere) i più scafati scrittori dell’entourage letterario, che a forza di spingere e lamentarsi un posto a tavola lo trovano sempre.

Infine, una nota di colore. Lo scrittore dalle origini indefinite (alcuni dicono la Ciociaria, altri i Monti Ausoni, altri ancora persino la Costiera Amalfitana) s’interroga candidamente sul nome dell’ambito premio letterario: «Non ho ancora capito se si chiama Spreca perché ci vanno tutti gli avanzi, o perché durante la serata si butta via un sacco di roba».

Davvero un peccato che al suo posto si siano ormai prenotati i denti di qualcun altro…

 

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 23

[Segue da qui]

Per quanto gli animali si dannassero nel rifornire con celerità i loro compagni, fu chiaro fin dall’inizio che quel diversivo avrebbe avuto vita breve. Le forze dell’ordine esibirono in fatti il loro corredo di scudi in plexiglas, col quale ripararono anche i politici e i giornalisti, che da dietro quel bel paravento tuonarono altre minacce condite con frasi di convenienza.

In un momento di pausa – ché d’altronde gli artisti, tra alcool e fumo, di fiato ne tenevano ben poco – dallo schieramento uscirono un paio di ardimentosi volontari, imbottiti di tutto punto e muniti di tenaglie, con le quali si apprestarono a rompere i catenacci che tenevano chiuso il colorato cancello della Repubblica indipendente.

Il nemico avanzava, spronato anche dalle parole del Presidente, che dal megafono lanciava la promessa di detassare gli straordinari per incentivare l’iniziativa dei suoi soldati. Più l’azione si faceva serrata e più le sparate aumentavano di calibro: si parlò di abbattere l’ici sulle seconde case di tutti i familiari di primo e secondo grado appartenenti all’arma, mentre ai giornalisti, per tenerseli buoni, venne fatta solenne promessa di ristabilire la libertà d’informazione. Addirittura, pare venne persino ventilata l’ipotesi di sconfiggere alcune tra le più gravi malattie che da decenni flagellano il corpo umano.

Insomma, tutti, dagli operai agl’imprenditori, si strinsero intorno al proprio governo nella caccia agli spietati parolieri, che non possedevano la necessaria e cieca fede per risollevare le sorti del mondo. Grazie alla magia del montaggio e all’arte dell’inquadratura, le televisioni seppero poi fare il resto: quella trasmessa in diretta sembrò ai più una vera e propria azione di guerra, necessaria per sventare la minaccia di una nuova terribile banda di terroristi.

Messi alle strette, con tutto il popolo contro, gli scrittori si decisero a usare quella che da sempre è la loro arma migliore, l’unica che avrebbe potuto ancora salvarli: la parola.

A tal proposito, il vegliardo intellettuale teneva in serbo un’arma segreta, di cui nessuno, neanche la fidata compagna, era a conoscenza. Egli raccontò ai suoi compagni che nascondeva in una stanza un grosso baule, dove erano stipate centinaia di copie di libri insulsi, ch’egli andava sequestrando in giro. In pratica, l’uomo aveva passato diversi anni a convincere le persone che uscivano dalle librerie con in mano un’opera, a suo dire indegna, ad accettare il cambio che proponeva loro: un altro libro, la cui lettura avrebbe cambiato per sempre la loro vita, purché avessero acconsentito a consegnargli la porcheria che avevano appena acquistato, attratti più dalla pubblicità che dal vero contenuto dell’opera.

“Finalmente”, esordì l’artefice della Repubblica indipendente, “è giunta l’ora di dare un senso a tutta questa robaccia!”.

Insomma, il piccolo battaglione si sbizzarrì non poco nel rendere utili quei libri. Di alcuni strapparono le pagine, intrise di pessimo romanticismo e retorica da quattro soldi, per farne delle grosse palle di carta a cui dar fuoco. Di altri usarono invece i dorsi, che con i loro spigoli erano armi contundenti alquanto dolorose.

Mentre si provvedeva al lancio di palle infuocate e di copertine rigide, il canuto autore di satira si lasciò andare a teneri ricordi: “Non avete idea, voi altri, di quanti Bianciardi, Gadda e Landolfi sia riuscito a far leggere con questa semplice tecnica pedagogica…”.

Simone Ghelli

Come avrete intuito, questa storia non finisce qua, ma l’autore si riserva d’infliggervi quella giusta punizione chiamata attesa, che renderà ancora più gradita la lettura quando i pezzi della vicenda saranno stati rimontati a dovere, come si conviene a ogni finzione che si rispetti. Nel frattempo, tutto questo potrebbe essere accaduto davvero…

Face to Face! – Alberto Ibba

VerdeNero è la collana di Edizioni Ambiente che tratta temi di ecomafia in forma letteraria, utilizzando la chiave del Noir.

Un progetto innovativo, audace, che sta vincendo la scommessa fatta quando ha iniziato a muovere i primi passi e che riunisce scrittori come Carlo Lucarelli, Wu-Ming, Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo, Sandrone Dazieri e molti altri sotto l’impegno sociale.

Abbiamo fatto due chiacchiere con Alberto Ibba direttore del marketing di Edizioni Ambiente per saperne di più.

Da dove nasce nasce la collana VerdeNero e quando?

Nasce da Edizioni Ambiente.

Nell’aprile del 2006 riceviamo l’annuario di Legambiente sul tema dell’ecomafia. L’avevamo già pubblicato molti anni prima con scarsi risultati di vendita. Ben fatto ma molto rivolto agli operatori. Di scarsissimo appeal e dell’ecomafia si sapeva poco o nulla. Sempre nel 2006 però i tempi cambiano e l’ambiente è un tema sempre più attuale. Se ne accorgono i cittadini ancora prima dei politici. L’era della globalizzazione ha costretto tutti ad occuparsi del proprio territorio e l’ambiente è l’ultimo patrimonio collettivo rimasto.

Decidiamo quindi di non archiviare la proposta e di ragionarci. Come far arrivare ad un pubblico più vasto qualcosa che apparentemente è ancora rivolto a tecnici e operatori? Come accade in queste situazioni si accende d’improvviso una spia. Proviamo a coinvolgere scrittori di narrativa (ancor meglio se noir) e gli proponiamo di reinterpretare fatti realmente accaduti e denunciati nel Rapporto Ecomafia in chiave letteraria.

La scrittura al servizio della denuncia e del sociale è una esperienza che, in ordine sparso, molti scrittori stanno già vivendo. Noi, totalmente vergini (la casa editrice era consolidata sulla saggistica e sulla manualistica) e un po’ intimiditi individuiamo in Carlotto il primo autore a cui rivolgerci. Risponde con grande entusiasmo. E’ una collana necessaria. Se non avessimo respirato il suo entusiasmo forse non saremmo mai partiti. E a un anno esatto di distanza abbiamo pubblicato il primo libro di Sandrone Dazieri Bestie.

Come lavorate in casa editrice e da chi è composta la squadra?

In casa editrice tra interni e collaboratori siamo circa in trenta. Ad oggi su VerdeNero (che è una delle nostre cinque collane) abbiamo lavorato complessivamente in 5 o 6. Esiste un lavoro preliminare di scelta dei temi e dei possibili autori (anche se ultimamente accade sempre più spesso che si propongano), che in questi anni abbiamo eseguito io e Michele Vaccari.

Concordati i vari appuntamenti per il riscontro di una sintonia che è premessa necessaria perchè il lavoro parta, il resto segue la filiera consueta. Unico altro elemento che caratterizza i nostri titoli è la presenza alla fine di ogni romanzo di una scheda tecnica che riconduce il lettore sul terreno dei fatti reali. Questa è affidata a Legambiente (Antonio Pergolizzi) che spesso viene scritta a romanzo ultimato, poco prima di essere dato alle stampe.

Cosa vuol dire entrare nel mondo editoriale italiano e con che tipo di esperienza vi siete buttati in questa avventura?

Edizioni Ambiente è nata nel 1993 quando il massimo dell’impegno ambientale consisteva nel salvataggio della foca monaca. Sin da subito la casa editrice ha sviluppato una pubblicistica legata ai temi della sostenibilità contemplando così una visione sistemica del problema: politica, economia, produzione, senso civile etc.

Un editore di nicchia, certamente, ma radicato e con una grande capacità di sguardo sul mondo, con autori del calibro di Lester Brown, Amorin Lovins o un annuario tradotto in trenta paesi come lo State of the world. La narrativa ci ha proiettato in effetti in una porzione del mercato a noi del tutto sconosciuta e che ha regole tutte sue. Averlo fatto poi con autori del calibro di De Cataldo, Wu Ming, Licia Troisi e Carlo Lucarelli (solo per citarne alcuni) ha reso la nostra esperienza sui generis. Da un lato, all’inizio siamo stati guardati con sospetto, come possono piccoli editori permettersi così tanto? Certamente c’è stato chi ci contava i giorni. Dall’altro grande ammirazione. Ad oggi, ad esempio siamo stati invitati ad oltre cento eventi. In pratica il mercato non ti agevola, ma come succede nel rapporto tra cittadini e politici, anche i lettori sono più avanti del mercato.

La scelta degli autori, dei libri come si è evoluta?

Dopo l’incontro già menzionato con Carlotto, che subito ci disse che avrebbe consegnato il suo libro dopo due anni (con mio momentaneo sgomento) mi rivolsi a Sandrone Dazieri, amico e autore che ho sempre stimato. Sapevo del suo essere vegetariano e della sua straordinaria sensibilità alle tematiche legate all’ambiente e gli proponevo un argomento adatto: il mercato clandestino degli organi di animali esotici o protetti. Con questa metodologia abbiamo proseguito. Lo scenario apocalittico di Porto Marghera ci ha condotto a Eraldo Baldini, e via dicendo sino all’inchiesta in perfetto stile Blu Notte sulla Jolly Rossi che abbiamo affidato a Carlo Lucarelli. Oggi che siamo a tredici titoli iniziamo ad essere conosciuti e come dicevo prima alcuni autori iniziano a proporsi.

Quali sono le collane di Edizione Ambiente?

Sono la saggistica italiana e straniera. La normativa che si è occupata prevalentemente di rifiuti (il nostro portale ha circa sessantamila utenti al mese) e che da quest’anno ha iniziato ad occuparsi anche di energia. Gli annuari che prevedono oltre allo “State of the World”, il Rapporto Ecomafia e Ambiente Italia. E da quest’anno altre due nuove collane: I Tascabili che saranno veri e propri compendi di alfabetizzazione sui più svariati temi e una nuova versione di VerdeNero, questa volta però scritta dai giornalisti. Una collana di inchiesta per intenderci.

Milano e Roma: due città vive e con fermento editoriale. Quali sono le vostre impressioni su questi due mondi?

Sul piano editoriale certamente la tradizione milanese, consolidata nel tempo, ha vissuto il contraccolpo di una editoria “romana” cresciuta tanto e in poco tempo. Personalmente guardo sempre con attenzione Roma, vuoi perché le dimensioni editoriali sono più ridotte e quindi equiparabili alla nostra, vuoi perché ho la sensazione che le novità abbiano preso la direttrice che dalla capitale porta al nord. Non è un caso che la fiera “Più Libri più liberi” continui ad andare sempre meglio nel corso degli anni. Li dove la finanza non condiziona troppo le scelte editoriali esiste ancora lo spazio della ricerca che, a volte e non sempre, equivale a qualità.

Chi è il lettore di VerdeNero e cosa cerca?

Il lettore di VerdeNero si sta formando ed essendo in formazione, direi che la sua maggiore caratteristica sia oggi il bisogno di informazione. Il target è sfumato proprio perché questo bisogno sta attraversando l’opinione pubblica in diagonale. Per questo abbiamo voluto in catalogo Licia Troisi, tipica autrice fantasy beniamina di un pubblico molto giovane che ha venduto oltre diecimila copie, accanto a Tullio Avoledo che per l’eleganza della scrittura si rivolge a tutt’altro lettore. Per essere eterogenei, trasversali.

Quando ci capita di entrare in contatto diretto con il nostro pubblico, molto spesso vanno via con almeno tre titoli, indicando così non solo un gusto verso l’autore ma una vera e propria fidelizzazione alla collana.

Se fossi costretto a delinearlo direi comunque che è certamente curioso, attento alla realtà che lo circonda, capace di andare oltre la superficie. In ultimo, i risultati di vendita on line ci dicono che ha superato l’imbarazzo dell’utilizzo della carta di credito e questa è una buona notizia.

Se doveste fare un piccolo bilancio, ad oggi come vi vedete? E come vi vedrete tra tre anni?

Il bilancio non può essere che positivo. Fuor di retorica è stata davvero una scommessa che poteva velocemente condurre al fallimento. E invece stiamo procedendo lesti verso la chiusura del 2010 e pronti a sdoppiare VerdeNero in una seconda collana di inchiesta. Le sfere di cristallo portano con se sempre il rischio dell’allucinazione, diciamo che tra tre anni sarei davvero felice se a VN si associasse automaticamente il concetto di Romanzo Sociale. Sì, questo potrebbe essere un bell’obiettivo.

Impegno o cultura dell’impegno?

Entrambe le cose che forse non son neanche scindibili. Io biograficamente son partito dalla prima per approdare alla seconda, giusto all’”impegno” professionale. Come vedi il termine ricorre. La stessa collana VN prevede una parte dei ricavati devoluti al progetto ‘SalvaItalia’ di Legambiente. Un altro modo per far capire che anche dal lavoro immateriale si possono ricavare risultati tangibili.

Abbiamo accennato alle fiere del libro. Quali sono le vostre impressioni su questi appuntamenti?

Necessarie. Almeno quelle di Torino e Roma. Un modo per incontrare il pubblico, gli operatori, gli autori. E poi diciamolo, ci si stanca ma è anche divertente. Il nostro happy hour allo stand di anno in anno si anticipa e tra vino, salatini e libri le ore passano piacevolmente.

Se dovessi descrivere la casa editrice e i vostri autori in tre aggettivi?

Per la casa editrice direi: coraggiosa, entusiasta e solida.

Per gli autori: curiosi, disponibili e professionali.

Retoricamente: il libro è vivo?

E lotta insieme a noi, ne sono sicuro. Con questo non salvo tutti i libri, anzi, ma continua ad essere l’unico strumento discretamente libero attraverso il quale sviluppare una coscienza.

Dovendo scegliere di aprire una redazione all’estero, quale paese scegliereste e perché?

Occupandoci di ambiente a me sembra che la Spagna possa essere un punto di riferimento. Per altro ci aprirebbe, per via della lingua, ad un mercato evidentemente molto vasto.

Internet ed editoria: nuove strategie, nuove piattaforme per rendersi più forti? O è meglio il vecchio olio di gomito?

Internet e la multimedialità tutta la vita. VN attualmente è presente con un suo sito ricco di interviste e filmati,  un suo blog dove commentare e approfondire, su Myspace dove comunicare, su Facebook dove il contatto è immediato. Senza i diecimila utenti che girano sulle nostre piattaforme non mi sentirei mai di dire che intorno a VN si sta creando una comunità. E poi c’è il sito di Edizioni Ambiente.

Perché si dovrebbe aprire un libro della VerdeNero?

Perché leggi un bel romanzo, ti informi su un tema che ti riguarda anche se nessuno te l’ha ancora detto, perché costa poco e lo puoi leggere anche sul tram e stai contribuendo col tuo acquisto a recuperare pezzi di patrimonio pubblico sottratti alla mafia.

Tu e VerdeNero: una parola per un matrimonio.

Fin che morte non ci separi… purché si tratti di una convivenza!

Alex Pietrogiacomi

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 7

[Leggi qui le puntate precedenti]

Ora, stando agli atti del processo gli è che il bubbone metifico – quello che lor poeti definirebbero invece sacro fuoco, o volontà di potenza, perché troppo si vergognano a chiamarlo col suo termine più proprio: ovvero un ego smisurato – insomma, quella cosa lì, crebbe a dismisura dopo una prima tappa sperimentale nella città partenopea, dove gli entusiasmi ribollirono a tal punto da convincere una signorina lì di passaggio a indirizzarli verso un luogo il cui nome ben si adattava alla veritiera natura dei cinque declamatori. Questo luogo si chiamava – e presuppongo si chiami tutt’oggi, poiché non compare nel registro degl’indagati – il Perditempo: un posto dove vennero accolti come cantori di un nuovo mondo, in modo così inaspettato che rimasero basiti davanti a chi porgeva loro in dono calici traboccanti di bevande senza che neanche vi fosse stata esplicita richiesta (quando invece, solitamente, erano costretti a far la questua per ottenere almeno un cicchetto omaggiato per sciaquare l’ugola dopo tanto profluvio di parole). Uno di loro poi, quello che si vantava dei suoi natali etruschi – che però era finito guardacaso a Roma per fornicar con le parole – finì talmente ciucco da concludere la serata con una barzelletta toscana; ché ci vorrebbero delle foto solo per vedere le facce tutte da ridere dei discendenti di Pulcinella, da immaginarsi con le orecchie protese e le mascelle spalancate nel tentativo di carpire qualche ci aspirata e inghiottita insieme ai sorsi di limoncello di Sorrento che il sommo vate trincava tra una frase e l’altra.

È di quei giorni lì la prima voce di una possibile alleanza extracapitolina, in cui sembrò confluire una misteriosa brigata partenopea, composta di scrittori dialettali e non, che spingevano per goder dei fasti di un nuovo 7 settembre*, per poi ritirarsi anch’essi, da veri intellettuali, senza ricompense e in qualche sperduto loco**.

Ad onor del vero quest’unione non s’ebbe poi a fare, e rimane una delle zone oscure di tutta questa stramba processione che vide le parole uscir dai loro ranghi come insubordinati non ligi agli ordini. Il dilemma non è affatto di poco conto, ché la risposta potrebbe confermare i legittimi dubbi sulla reale unità d’intenti tra i nostrani spadaccini di penna, soprattutto alla luce dei documenti recentemente resi noti dalla commissione di vigilanza web, dai quali emergono polemiche e risse verbali all’ordine del giorno tra questi tutori della cultura, che in quanto a ferir di lingua non sembravano da meno dei tanto vituperati giornalisti.

Insomma, stando ai prodromi si potrebbe oggi asserire che il piano partì già bello che zoppo, nonostante i facili entusiasmi che accompagnarono i cinque briganti durante il viaggio di ritorno in seconda classe, soprattutto quelli del poeta imbrattatore di mura, che fantasticava il buon ritiro in quel di Ausonia, ma solo dopo aver compiuto il suo dovere civico verso l’irriconoscente patria, che si burlava ancora una volta del coraggio dei proprio figli.

Il dado era tratto e i cinque si apprestavano a render giustizia non soltanto a coloro che già si organizzavano per l’espatrio, ma anche a chi, accerchiato dalla cultura dell’aggressione verbale, si accingeva mestamente ad alzar bandiera bianca: essi vollero dare esempio di strenua resistenza dinanzi a chi voleva accorciare la lingua italiana ai suoi minimi termini, per riportarla invece ai fasti, alla ricchezza e alla musicalità a lei più congeniali, proprio come ai tempi del Gadda e del Landolfi.

Simone Ghelli

* Il riferimento è alla conquista della capitale del Regno delle due Sicilie, dove Garibaldi fece il suo ingresso il 7 settembre del 1860, per poi sconfiggere le truppe del re Francesco II che si erano ritirate a nord del Volturno.

** Dopo aver accompagnato il re Vittorio Emanuele II a Napoli, l’8 novembre del 1860 Garibaldi si ritirò sull’isola di Caprera, rifiutandosi di accettare qualsivoglia ricompensa per i suoi servigi.

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 1

Banda di scrittori fermata al confine, volevano rubare le parole al Presidente!

Così titolarono tutti i quotidiani di quel venerdì 2 ottobre 2009.

La grande manifestazione nazionale per la libertà di stampa era attesa per il giorno seguente. Si sarebbero riuniti a Roma i più importanti giornalisti, opinionisti, scrittori e intellettuali del nostro paese, che sentivano il dovere civico di denunciare una situazione diventata ormai inaccettabile.

La maggioranza degli italiani stava dalla parte del Presidente, anche se alcuni di loro se ne vergognavano un poco. Gli è che nel resto d’Europa non eravamo proprio ben visti. Insomma, a dirla tutta ci consideravano proprio dei pagliacci, sempre lì pronti a fare battutacce e a buttarla in vacca per qualsiasi cosa. La cosa bella è che anche quella che si definiva opposizione aveva finito col tempo con l’accettare lo stesso gioco, e così l’informazione era diventata piuttosto un esercizio alla diffamazione continua. Chi non accettava di stare al gioco veniva ignorato. Era questa una forma di censura assolutamente all’avanguardia, che non sprecava neanche più tempo a sporcarsi le mani con tagli o bip.

Fu per questi e altri motivi che la banda di scrittori di cui sopra decise d’intraprendere un lungo e rischioso viaggio per portare a termine un’ancor più rischiosa missione.

In verità, tutta questa storia era cominciata per un motivo apparentemente stupido.

I cinque individui, poiché tale era il numero di questi condottieri di penna, erano piuttosto squattrinati. Facevano parte di quella generazione di precari di cui tutti parlavano a mo’ di slogan, ma delle cui storie nessuno o quasi s’interessava. La loro visione del mondo era piuttosto stramba, poiché non s’erano adeguati al nuovo digitale terrestre – non si sa se per motivi ideologici o per necessità economiche – e di conseguenza si procacciavano le informazioni soprattutto in rete, quando non addirittura per strada, visto che il dono della favella non doveva certo mancargli. Pare che queste buone abitudini avessero contribuito a salvaguardare in parte le loro facoltà di discernimento, e che, spinti da un’eccessiva fiducia nello spirito di solidarietà dei loro connazionali, si fossero messi in testa di perseguire un obiettivo degno della penna del Bianciardi.

Si erano conosciuti in un quartiere romano molto alla moda tra gli artisti e gli intellettuali, dove si respirava ancora qualche refolo di quell’aria di borgata che tanto aveva ispirato Pier Paolo Pasolini. I detrattori del giorno dopo puntarono subito il dito contro questa sorta d’intossicamento culturale che ancora spingeva una minoranza a protestare, e che aveva conseguito il bel risultato di produrre un non ben noto gruppuscolo di sedicenti scrittori decisi a usare la penna a mo’ di arma. C’era chi propose di chiudere certi ambienti, fossero semplici locali o centri sociali, e chi addirittura avanzò l’ipotesi di militarizzare l’intero quartiere. Questi erano i più ingegnosi, poiché vollero far credere che in quella strada di ritrovo – detta l’isola per via della sua natura pedonale, ma anche perché circondata dalla fiumana d’auto che scorreva tutt’intorno – si fosse verificato un accumulo di cattivi pensieri, una sorta di nuvola pregna che gravava minacciosa sulle teste dei cinque. Respira oggi che respira domani, quel veleno aveva finito con l’intaccare la materia grigia degli scrittori – o scribacchini, come li appellarono alcuni – sommandosi così all’altro veleno rosso che gradivano assai. A ben vedere si trattava di una lettura piuttosto originale della teoria di Epicuro sull’aggregazione degli atomi, che influenzerebbero le nostre azioni in base al loro movimento – di cui noi saremmo dunque effetto – ma anche a vederla così non ci sarebbe stata materia di che condannarli. Insomma, questa banda di letterati aveva fatto né più né meno di quello che dovrebbero fare tutti quelli della loro specie: aveva respirato l’aria di un dissenso mormorato e se n’era fatta portavoce.

Nonostante tutto, quel sabato di ottobre sul palco di Piazza del Popolo non ci fu chi salì a parlare in difesa di questi cinque cavalieri erranti tra le righe della sintassi. Ognuno fu prodigo d’interessi per la propria parrocchia, com’è uso e costume di questo paese che impara a memoria Foscolo e Manzoni, ma che poi si perde nelle dispute sulle ricette regionali.

Le bandiere sventolarono e i microfoni fischiarono, ma non fischiò il vento né urlò la bufera mentre il Presidente reclamava le sue parole con l’uso delle tenaglie.

Simone Ghelli

Trauma cronico – Presentazione

Scrittori precari non si ferma e vi propone una nuova rubrica, Trauma cronico, che vi terrà compagnia ogni domenica. Non potevo esimermi dal compito, mancava un appuntamento col subcomandante Liguori e quindi eccomi rispondere presente all’appello, alla chiamata alle armi. Le nostre armi sono le parole, questo antico vizio di tanto inascoltato, oppresso, ma perennemente pronto a risorgere. Il nostro programma di rivoluzione culturale ha radici lontane, siamo rivoluzionari reazionari: la comunicazione primordiale, la parola, il racconto orale, e la comunicazione universale della rete, internet. ricomincia dal basso, dalla strada e dalla rete, dalle nostre letture. La parola è caduta. Il linguaggio è stuprato e la verità è finzione.

Cosa succede nel mondo? Ancora nefandezze. Siamo al ritorno di un’inclinazione al male che non lascia scampo. Il nostro dovere di scrittori contemporanei è ristabilire il nostro ruolo sociale, resuscitare le nostre opinioni, arrivare a tutti, ovunque, siamo stufi di questo andazzo immorale e bovino, questo indegno, indecoroso spettacolino, questa sciatta attenzione che la società di oggi ha nei confronti dei libri e della letteratura. Un popolo senza cultura è un popolo abbrutito, proprio come temo siamo diventati noi. E pensare che cambiare prospettiva è semplice. Noi abbiamo cominciato per gioco, ma poi abbiamo iniziato a crederci sul serio e siamo arrivati a fare un tour in giro per la penisola addormentata, incontrando vecchi e nuovi amici coraggiosi, gente che come noi si batte, sbattendosi, per la letteratura. Abbiamo incontrato scrittori, poeti, giornalisti, editori, attori, musicisti, anziani intellettuali e giovanissimi decisi e determinati, e soprattutto abbiamo incontrato tantissimi lettori. Abbiamo parlato con loro, ci siamo confrontati. Abbiamo preso tanti contatti in giro per portare Scrittori precari su e giù per la penisola, per raccontare le nostre storie, per ritrovare un lettore sempre più abbandonato, oggi che le piccole librerie chiudono e nei grossi megastore dei libri i titoli che vanno promossi non sono scelti certamente in base alla qualità. Sono brutti tempi, tempi precari, belli miei, ma noi siam qui che vogliamo fare la nostra parte, vogliamo giocare le nostre carte.

In questo spazio scriverò di quello che accade intorno a me, settimana per settimana segnalerò e commenterò un evento, un fatto, un qualsiasi elemento che abbia in qualche modo solleticato la mia coscienza in disuso. Abbiamo disimparato a cercare. Dobbiamo cercare quello che vogliamo cercare.

Gianluca Liguori

Caro Simone, hai ragione però…

Caro Simone,

hai immensa ragione quando inviti al senso civile e ad un minimo di attaccamento per il proprio Paese, e hai immensa ragione quando sostieni che se se ne vanno tutti qua non rimarrà più nessuno a presidiare il territorio, ad ascoltare il pensiero di chi è rimasto. Rimarrà una terra desolata in mano a chi questo Paese lo voleva esattamente così, un deserto culturale senza opposizione.

Tuttavia, considera questo. L’Italia è un angolo di mondo la cui popolazione soffre di disturbo da stress post-traumatico a livello nazionale. Non ne è escluso nessuno. Lo dimostra il fatto che la memoria è labilissima, non si ricordano eventi tragici, ma allo stesso tempo nessun Paese in Europa celebra come eroi nazionali scrittori di noir storici o giornalisti che hanno l’unico merito di chiamare le cose con il loro nome – reati –, e di menzionare le leggi che in linea teorica li punirebbero.
Gli italiani sono il popolo più ansioso del continente europeo. L’ansia è ovunque: dalle madri isteriche che sulla spiaggia urlano ai bambini di non sporcarsi, all’ultra-trentenne in scadenza di contratto che non godrà di ammortizzatori sociali fino all’inizio dell’impiego successivo, ma dovrà accontentarsi di un assegno di disoccupazione ridotta calcolato sui CUD dell’anno fiscale precedente, che in totale non arriverà a coprire le spese vive di un mese. Il consumo di benzodiazepine e altri psicofarmaci è il più alto d’Europa.

C’è nel popolo italiano un’abitudine generalizzata al non detto, tale che non sembra più strano che non si siano mai fatti i nomi dei responsabili di eventi che hanno segnato intere generazioni e le cui conseguenze paghiamo fino ad oggi, oggi non in senso figurato, ma proprio ora, adesso. Non sembra più strano che si passino leggi contro l’interesse del popolo il giorno di Ferragosto, non fa alcun effetto che i sindacati non abbiano lottato perché l’introduzione della flessibilità nel mercato del lavoro implicasse che il soggetto tutelato fosse il lavoratore e non le aziende, le quali sulla base di quella flessibilità realizzano ora un risparmio sul personale che incide in maniera sensibile sul bilancio annuo.
Non sembra più strano nulla, neppure il fatto che oramai chiunque assuma dosi poderose di ansiolitici, che l’insonnia sia per gli italiani il fattore numero uno di destabilizzazione nervosa, che le coppie non durino abbastanza da diventare famiglie – tanto che ormai nelle scuole italiane ci sono più alunni di origine straniera (e vivaiddio che ci sono almeno loro, sennò gli insegnanti se ne starebbero a casa) che di italiani – che in genere si registri un aumento esponenziale di reattività emotiva nella sfera affettiva, mentre la resilienza nella sfera lavorativa è oramai da considerarsi patologica.

Bianconi dei Baustelle (gruppo che – detto per inciso – non ascolto, tanto da avere scoperto solo oggi che il cantante, oltre ad avere un look molto cool – cosa che mi ha sempre tenuta alla larga insieme al genere che non amo – è dotato effettivamente di un cervello sopraffino) avanza una proposta molto interessante. Dice: gli intellettuali che per raggiunto benessere possono permetterselo, perché non si trasferiscono all’estero e motivano il gesto con una lettera collettiva di indignazione indirizzata al Capo dello Stato? Non ha torto: sottrarre a questo paese che muore la linfa intellettuale significa infliggergli un colpo al cuore, un’umiliazione pesante davanti al mondo che ci guarda.

Il padre fondatore della lingua italiana fu esiliato da Firenze in contumacia, come si studiava a memoria al liceo, senza capire cosa ciò avesse significato per il poeta sul piano umano, intellettuale e professionale: un disastro. Le radici della cultura italiana affondano nell’esclusione, nella pratica di consorteria, nell’infamia. La situazione attuale non si può considerare una cacciata implicita? Noi si resta qui, ma qualcuno ce l’ha chiesto forse? Arrivano segni tangibili per cui la nostra presenza di intellettuali che potrebbero contribuire in maniera efficace a svecchiare e migliorare questo Paese è effettivamente voluta da chi questo Paese lo governa? Per quanto mi riguarda il fatto che la presenza di molte menti eccellenti non venga, non dico notata, ma neppure a volte remunerata, e che si dia per scontato che un’intera generazione accetti di rimanere appesa al cappio di contratti capestro annichilendo il suo potenziale intellettuale, equivale ad una condanna in contumacia. Perché abbracciare con uno sguardo amoroso un organismo anaffettivo come quello che è diventato questo Paese? Quale investimento emotivo è quello che si chiede a chi può decidere di andarsene: rimanere in cambio di che? Un’indifferenza assoluta.
E d’altronde questi intellettuali che grazie a raggiunto benessere, coronati dall’alloro di prestigiosi premi letterari, invece di abbracciare con uno sguardo amoroso il proprio paese da cui non solo non se ne vanno indignati, ma anzi si godono tutte le glorie transitorie di qualche successino editoriale in un carnevale egoico che fa pietà, invece di fare fronte comune e insistere perché qualcosa cambi, si impegnano unicamente in miserande scaramucce sui quotidiani nazionali, che chi è in scadenza di contratto non ha nessuna voglia di leggere, e se le legge per curiosità ne rimane disgustato e allibito.

Dunque Simone, concordo con ogni virgola della tua proposta, ma concordo per un’unica ragione: me lo posso permettere, perché in realtà niente e nessuno mi trattiene qui. Per me essere tornata in Italia per un periodo è un’esperienza come un’altra, come se fossi andata a vivere un anno alle Galapagos. Ma chi invece non ha né i mezzi e neppure il curriculum per potersi spostare all’estero credo che guardi con impotenza questo spettacolo, e che coltivi il desiderio feroce di allontanarsene, perché la verità è che provoca dolore.
Questo è un dolore che oramai non si sente più, è entrato a fare parte dell’organismo, si è trasformato in qualcos’altro, ansia, anaffettività, carenza endemica di autostima, carenza di desiderio, un dolore convertito in qualcosa di più accettabile, che permetta per lo meno di affrontare la giornata.

Io l’Italia la vedo così: un paese malato che non sa quanto soffre davvero, perché a volerlo veramente valutare si aprirebbe un abisso che è meglio per tutti che rimanga chiuso. Per questo nessuno muove un dito perché al lavoro intellettuale venga riconosciuto un ruolo nell’uscita dall’impasse politica, sociale ed economica. Aprire quel pozzo e sprigionare forze che da almeno un ventennio premono per uscire allo scoperto è qualcosa che chi questo paese lo tiene sotto giogo non può assolutamente permettersi. Il vero corpo di Eluana è l’Italia. A questo punto resta solo, veramente, da staccare il tubo.

Claudia Boscolo