Appunti biodegradabili dalla terra della fantasia – 9

A Roma ho recuperato una mia vecchia tastiera da collegare al portatile, ma dopo una settimana non sono ancora riuscito ad abituarmi, sono lento, le dita si muovono con fatica e incontrano una durezza che ricorda i tempi – sarà stato dieci anni fa – in cui adoperavo la macchina da scrivere di mio nonno. Mi ci vorrà un po’ per abituarmi, inoltre nella settimana messa alle spalle ho scritto poco, quasi mai al computer e di rado su internet. Ho usato per parecchi mesi, prima di comprare il portatile nuovo, due anni e mezzo fa, questa tastiera con cui devo entrare in confidenza. È il secondo pc a cui faccio saltare i tasti, al vecchio saltarono prima la L e poi la A. La tastiera che ha perso la O era la migliore che avevo trovato, dovrei trovare qualcuno che riesca a ripararla.
Come vi dicevo la scorsa settimana, sabato sono stato a Lucca Comics Leggi il resto dell’articolo

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Appunti biodegradabili dalla terra della fantasia – 6

Scrivendo 6 sul titolo mi sono reso conto che è già un mese e mezzo che vivo qui. Sono meno stressato e vado meno di corsa di quando vivevo in città. Anzi no, non vado meno di corsa, le cose da fare non mancano mai, sono solo meno stressato, ma quanto a correre si corre lo stesso, sono cambiati i modi della corsa, i momenti, i motivi. Ma combatto le stesse battaglie di una volta. Ogni tanto vado a Roma, poi ritorno. L’ultima volta che ci sono stato, la scorsa settimana, è stato terribile. Il traffico: come sempre la strada fino all’uscita di Roma nord era libera ma, giunto sul raccordo, che ve lo dico a fare. Sarà pure che mi sono presto abituato a guidare sulle tranquille strade di provincia, ma quando mi trovo nel traffico divento insofferente. Prima non ci pensavo, forse per abitudine, ma oggi è così allucinante pensare alle ore, le giornate spese a fare file, file alla posta, file alla cassa del supermercato, file di macchine e ore a cercare parcheggio. E giri, rigiri, sbuffi, quello sta uscendo, no, non esce, giri, giri ancora, continui a girare, si spegne una spia del livello del gas, i minuti sull’orologio si susseguono, lo stesso attimo eterno, immobile, mentre scorre, scorre il tempo, tiranno, cannibale, ti mangia. Leggi il resto dell’articolo

Quand’è che la paglia piglia fuoco

Ròba che poi vallo a capire, facile mica, il momento — se c’è stato un istante preciso, alla fine, determinabile e inequivocabile — in cui è scoppiata la scintilla, e la paglia, insomma, ci siamo intesi.
Perché no, non può darsi, non ci arrivo a una spiegazione razionale, fàmmici riflettere, dovrei adoperarmi in una ricostruzione che si prenda la briga di escludere la follia, il clàc dell’accendino in un pomeriggio di quiete campestre, tutto nella norma, come un qualsiasi altro pomeriggio pretemporada, gli schemi difensivi sul campo d’allenamento, Manuel Preciado — uomo canuto, sapienza e baffi madidi di sudore — la spartizione delle pettorine, il sacco coi palloni nuovi, Manuel Preciado con in mano la bacchetta, come un direttore d’orchestra, i segni sull’erba, movimenti come d’oboe e di timpano: capito com’è, spiega, in intimità, che Canella e Gregory stringono, Rivera retrocede, Jorge chiude, Javier taglia, facciamo così, faremo così quando dovremo mettere il risultato in banca.
Forse lì, ecco, in quell’allegoria innecessaria, lì c’è l’origine del baluginio d’inferno ceruleo negl’occhi, senza preavviso, nemmeno una twitterata preventiva, #stoperfareunacazzata, #jmj15-m, la testa che si volta in uno scatto di falco che punta la preda, la rincorsa breve, il baricentro basso, come s’usa per tirare un calcione, un calcione alla palla, e l’allenatore colpito in pieno, in pieno sul faccione ingordìto, pasciuto, prima di Leggi il resto dell’articolo

Carta taglia forbici – 2

[Continua da qui]

Una grande città dell’Europa occidentale

Quell’anno accaddero molte cose, e come tutti gli anni ebbe un inizio e una fine, ma nessun centro. Nessuno poteva dire, ecco, siamo a metà dell’anno, perché una volta iniziato proseguiva verso la fine senza mostrare a nessuno la linea che disegnava. Nessuno poteva dire, ecco, questo è il punto che divide la linea in due parti esattamente uguali.
Lui e lei condividevano una stanza in un appartamento vecchio e ristrutturato dieci anni prima. Le altre stanze erano abitate da persone che comparivano e scomparivano. Qualcuno era uscito e non era più ritornato. Altri vi avevano rimesso piede. Lui e lei erano il punto fermo in quella linea contratta, tagliata in segmenti asimmetrici. Si erano conosciuti dieci anni prima, ma quell’anno non avrebbero festeggiato. C’era crisi economica, c’erano la disoccupazione e la depressione. C’era anche l’inflazione, la sentivi che gorgheggiava nei supermercati e davanti agli uffici postali.
In dieci anni lui e lei non erano riusciti a cambiare la loro situazione: per situazione si intende quell’insieme di successi e insuccessi che portano gli individui a crescere, a farsi terrorizzare dalla morte, a pagare laute assicurazioni per dissacrarla, a sfidarla facendo un figlio, a solleticarla comprando una macchina, a darle il benvenuto acquistando una casa con un mutuo a tasso variabile. Leggi il resto dell’articolo

I GENDARMI DEL BUON GOVERNO VECCHIO – Parte quinta abbondante

[Parte prima Parte seconda Parte terza Parte quarta]

«Pronto Luigi, come stai? Ti disturbo?»

«Ciao, beh veramente stavo iniziando un modellino, ho montato oggi i primi pezzi, ma ci vorranno anni, poi te lo farò vedere, sarà un gran bel cingolato. Dimmi tutto».

 

Non so come dirtelo e soprattutto non capisco se lo sto pensando o lo sto dicendo al mio amico. Opto per il nascondergli la verità, la verità fa male spesse volte. Io non vorrei mai sentirmi dire la verità, preferisco vivere nella menzogna, che a suo modo è più onesta e meno ipocrita della realtà delle cose. Io non voglio sapere che il diretto per Milano porta venti minuti di ritardo, ritardo da cosa? Cosa me lo dici a fare? Che ormai sono in stazione a girarmi i pollici! Portasse cento minuti di ritardo magari tornerei a casa, mi fumerei una sigaretta e tornerei in stazione con calma… e poi? Magari il ritardo diminuisce e perderei anche il treno, no. Preferisco attendere l’arrivo senza preoccupazioni, tanto poi durante il viaggio, il treno il tempo lo recupera. Fossero anche duecento minuti ma lo recupera. È una continua lotta contro il tempo, una corsa ad ostacoli per giunta. Una corsa dove se ti stanchi hai il Gatorade nella mano destra, mentre nella sinistra la staffetta da lasciare al tuo compagno che però è tornato a casa a fumarsi la sigaretta, visto che aveva letto il ritardo di cento minuti. E allora che fai? Devi aspettare il tuo compagno che torna da casa, che magari gli puzza l’alito di tabacco secco. Ed intanto l’avversario ti ha oltrepassato leggero, che accenna pure un sorriso coi piedi. No, guarda: preferisco vivere nella menzogna. Cosa mi interessa sapere se tu mi tradisci o meno. Fallo e siamo tutti e tre più contenti. Meglio felici in tre che depressi da soli. Non trovi? Dici che è un atteggiamento malsano? Diglielo al capostazione, diglielo a lui se è malsano! E vedrai come ti risponde!

«Io malsano?!» così ti risponderebbe.

No, no. Perché dovrei far soffrire un amico che non vede il genitori da anni? Perché dovrei uccidergli quella speranza che magari nutre nella sua già deperita anima marcia, piena di vodka e modellini in scala 1:1? Meglio tacere.

 

«Va bene Andrea, ora però calmati, cosa c’entra tutto questo discorso con la telefonata che mi hai fatto?» Cazzo! Stavo pensando a voce alta. Il che se ci pensate bene è un po’ assurdo. Anche perché ero sicuro di non aver mosso le labbra della bocca. Sarò forse un ventriloquo involontario? Ci riprovo. Luigi mi ascolti? (sempre senza aprire bocca)

 

«Sì Andrea! Ma sei impazzito? Cosa vuoi?» Poso la cornetta di colpo senza dare spiegazioni.

 

Non credo di essere io, probabilmente è il telefono il vero problema, mi convinco sia quello il problema.

 

Scendo in strada e mi avvio dal norcino. In fila, prima di me, un anziano signore indeciso se acquistare delle pere o delle mele. Sbuffo timidamente. Il norcino mi guarda stizzito, il signore si volta, mi squadra come un compasso che squadra un foglio bianco e indignato mi urla: «Ma andassero di traverso a te, maleducato villano!»

 

Porca puttana stanno sentendo i miei pensieri. Penso.

«Certo,» rispondono simultanei il norcino ed il vecchio.

 

Fuggo senza comprare nulla, afferro la bici e prendo a correre verso il parco, devo uscire da questa situazione assurda. La volante dei Gendarmi mi si affianca e mi chiude la strada. Sono nei guai, penso. Devo convincere me stesso di essere un bravo ragazzo. La vedo dura ma devo farlo. Non mi vengono in mente altre soluzioni. Nella volante sono in tre, io sono da solo con la mia bicicletta. L’auto si blocca, il gendarme più alto si avvicina, alza il braccio, mi scuote il ginocchio e mi chiede i documenti.

«Da grande voglio diventare un gendarme, dovrei chiedere loro come fare domanda,» penso mentre cerco la carta d’identità dal portafogli.

«È un bene che facciate questi controlli, è pieno di irregolari in giro,» gli dico.

«Lo sappiamo benissimo cosa è il bene e cosa è il male,» dice il piccoletto mentre osserva la mia foto. Non ero uscito benissimo in quella foto, avevo un gran mal di testa quel giorno.

«Dove stavi andando a quella velocità?»

«Tentavo di perdere i chili in eccesso»

 

Il gendarme nella volante si accende una sigaretta elettronica, mi guarda e mi sorride. Non so cosa pensare, ma lo faccio lo stesso.

 

CONTINUA…

Andrea Coffami aka Angelo Zabaglio

una cosa piccola e ribelle

mi svegliai al tramonto. dormivo da due giorni. diedi un’occhiata fuori dalla finestra. un lenzuolo arancione sembrava adagiato sulle cime delle sequoie. accesi il misuratore di ego prima di vestirmi. finito il ronzio nella stanza, controllai il display dell’egometro. era ai minimi storici e ancora non riuscivo a comprenderne il motivo. decisi che sarei sceso al bar al piano inferiore.

il barista era un tipo smilzo, dall’aria smorta. parlava in continuazione, ma solo perché in qualche modo quell’agitarsi faceva parte del suo lavoro. come se ci fosse stato un solo bar nel raggio di cento chilometri che gli avrebbe potuto rubare la clientela.

insomma, mi disse porgendomi il mio bicchiere di whisky annacquato, è ancora qui. sì, sono ancora qui, ma spero di ripartire a breve. la signora?, mi chiese. con una smorfia gli feci intendere che non avevo voglia di parlarne.

dopo un’ora discutevamo di condizioni meteorologiche. a un certo punto fui chiaro: il mio egometro dice che sono a terra. il barista si allungò oltre il bancone a cercare maggiore intimità: io nemmeno ce l’ho, il misuratore. è rotto, disse. è illegale, gli feci notare senza alzare troppo la voce.

quassù, si mise a spiegare, quassù è difficile che facciano controlli. comunque è facile trovare un accordo coi funzionari statali, concluse. terminai il mio terzo bicchiere in un unico sorso. feci per allontanarmi. avevo voglia di tornare nella mia stanza. e sto meglio così, aggiunse il barista. non per tutte quelle faccende sul controllo governativo, no, semplicemente mi dimentico un po’ di me stesso. a quel punto mi lasciò andare.

dalla finestra osservavo la notte calare sulle montagne e sulla vegetazione. da quelle parti la notte ha qualcosa di luminoso, e pacifico. forse per questo mi piaceva rimanere in piedi fino all’alba. pensavo che se il governo avesse scoperto quanto si fosse rimpicciolito il mio ego negli ultimi tre mesi, m’avrebbe fatto arrestare subito. ero un individuo insoddisfatto, con poco da dire, e per questo, chissà, potenzialmente molto pericoloso. e con questo piccolo e inutile pensiero, quasi un risarcimento, finivo coll’addormentarmi, in quel tipo notte che da secoli sa essere, a volte, l’alba.

Marco Montanaro

I gendarmi del Buon Governo Vecchio – Parte due

La notte fu tormentata e piovosa, durante il sonno venne a farmi visita il cadavere di mio nonno Antonio. Era bello come sempre, dal cappello stile coppola che aveva sulla testa sbucò fuori un granchio vivo che prontamente mio nonno, con i poteri da lui conferitogli, nominò “aragosta” per poi ucciderlo in dell’acqua bollente. Mentre masticava il crostaceo il suo fare era di chi non mangiava da giorni.

«Come si sta sotto terra nonnino?» e lui, da buon napoletano sorridente e incazzoso: «Nun s’ver manc’o cazz». Gli offrii del caffè caldo senza zucchero che bevve tutto d’un fiato come fosse acqua tiepida.

«Da quanto tempo è che non scopi nonno?»

Non rimase colpito da quella domanda e senza nemmeno guardarmi rispose: «Uuua’! Facimm riec’ann… quann’è ca mann’nchiav’cat abbasc n’gopp o cimiter? Riec’ann ja. E teng ‘na voj’ e chiavà ‘a nonn. No pp’uoòcappì… e pagammell a ‘na zoccol».

«Seeeeee qui a mala pena arrivo a fine mese mi metto pure a pagare una puttana ad un morto».

«Si n’omm e nient. ‘O sapev j».

«Ma tu la nonna l’amavi?»

«L’agg volut bbuon. Chill l’ammor l’ann purtat l’american a metà anni ’80, primm nun c’stev. Primm c’s vulev sulament bbuon. L’ammor era sul pe’ fij e zoccol… ma tu c’ n’ vuò sapè».

Detto questo mio nonno tolse il disturbo ed io rimasi come un ebete ad osservare il muro della cucina, pensando di aver sognato tutto: mio nonno, il cavallo della mia vicina, i gendarmi del Buon Governo Vecchio, il brodo di piede, ogni cosa. Ma qualcuno da fuori la porta bussava insistentemente. Erano i gendarmi. I gendarmi li riconosci dall’odore salmastro che emanano per contratto. I gendarmi ogni mattina sono costretti a cospargersi le spalle con della crema scura creata con dell’acqua Ferrarelle e sporco delle dita dei piedi.

Le scuole medie anteriori dal 1998 organizzano gite scolastiche mattutine all’interno del ministero del Buon Governo Vecchio. Nell’enorme stanza ovale ci sono gli addetti, addetti a creare la crema di cui sopra. Decine di impiegati seduti su delle sedie nere, gambe divaricate e senza calzini. Ai loro piedi altrettanto numero di donne anziane di origine vietnamita che minuziosamente estraggono lo sporco creatosi tra le dita dei piedi degli impiegati. Le vecchine utilizzano per tale scopo delle piccole listarelle argentate che passano tra un dito e l’altro dei piedi.

A causa di questa pratica le nuove generazioni di umani avranno le dita dei piedi distanziate sempre più, pian pianino, di generazione in generazione le dita arriveranno ad avere uno spessore massimo di cinque millimetri, poi ci sarà la fase del piede composto dal solo alluce e dal mignoletto che però, per istinto di sopravvivenza aumenterà di spessore, anche se poi alla fine le dita scompariranno del tutto e la Nike fallirà se non prenderà provvedimenti in tempo.

La seconda tappa della gita scolastica è Cinecittà dove si può ammirare il trono di Uomini e Donne. L’enorme testa di medusa di Fellini è utilizzata come urna elettorale per i parlamentari del Buon Governo Vecchio: ma questo utilizzo è solo durante il periodo elettorale. Nei rimanenti giorni il Presidente della Repubblica ha l’onore di poterci cagare dentro. Pena la decapitazione.

Il cesso presidenziale ha un timer con conto alla rovescia che parte da 23ore59min59sec.

Il Presidente deve, come obbligo contrattuale ed incarico del Buon Governo Vecchio, presentare escrementi propri e riconoscibili ogni 24 ore, naturalmente se il Presidente della Repubblica si trova in viaggio di affari all’estero, la grande medusa di Fellini verrà trasportata nell’alloggio del presidente, ma questo era anche superfluo dirvelo.

Fatto sta che si narra che la mattina del primo maggio 2001 il Presidente della Repubblica, che solitamente è un tipino arzillo che appena si sveglia va a fare la cacca, quella mattina non ne voleva sapere…

Andrea Coffami feat. Angelo Zabaglio