Intervista a Mishna Wolff

Con “Credetemi, c’ho provato” (Fandango, 2010) Mishna Wolff si mette a nudo e racconta la sua incredibile vita da bianca cresciuta come una nera, le tragicomiche peripezie di un’adolescente in bilico tra due culture.

Un romanzo incantevole e una vita decisamente non convenzionale di cui abbiamo parlato con l’autrice in Italia per la promozione del libro.

 

Alex Pietrogiacomi: Il tuo sguardo sul mondo. Bianco, nero o… ?

Mishna Wolff: Qualsiasi storia che parla di una maturazione e di una crescita come la mia storia, parla in realtà di un cambiamento che ti porta a spostare la prospettiva, il tuo sguardo sul mondo diventa diverso e non vedi più questo come bianco e nero, ma come quello che è: grigio, complicato, pluridimensionale. E quando ero una bambina piccola guardavo il mondo dall’esterno e volevo crescere per entrarne a far parte, ma crescere significava anche vedere le crepe di questa facciata e capire che tutto non è come pensavi da sempre che fosse.

 

A.P.: Qual è la cosa più difficile dell’integrazione per un bianco? E in generale?

M.W.: Non credo che ci sia una differenza, quello che è difficile è restare autentici, quando tutti quelli che ti circondano sono molto differenti da te. Crescendo nel mio quartiere ho capito che la gente non mi avrebbe rispettato o sarebbe stata diffidente se avessi tentato di imitarli in qualche modo, se avessi cercato di essere a tutti i costi come loro, se mi fossi sforzata di piacere. La difficoltà è questa, in situazioni del genere: l’autenticità, il saperla mantenere. Continuando a rispettare le differenze di chi ti sta attorno. Nel libro si legge che ero un’outsider e che ho cercato di imitare gli altri per piacere. A volte funzionava altre no, ma comunque alla fine ero io a non piacermi. Ero spaventata, insicura, ma indossavo una maschera che non mi apparteneva…

 

A.P.: Scrivi che al tempo del trasferimento nel ghetto, si poteva essere talmente poveri da non potersi permettere di essere razzisti, credi che sia ancora valido questo discorso?

M.W.: Era un tempo di controcultura dove c’erano gli hippy bianchi che si trasferivano nel ghetto per far crescere i loro figli, succedeva in parte per motivi economici e in parte per motivi politici. Nel nostro caso non era così però, perché i miei nonni abitavano lì, poi si sono trasferiti in un quartiere migliore lasciandoci casa. Noi siamo sempre stati poverissimi perché mio padre combatteva sempre per riuscire a tenersi un lavoro, ma i nostri vicini pensavano che fossimo poveri apposta, visto che essendo bianchi non potevamo esserlo.

 

A.P.: C’è una grande quantità di nomi neri nel tuo libro, lanciati qua e là, presi dalla musica, dalla storia e dalla letteratura, come ad esempio Iceberg Slim. Come hai vissuto questo tipo di contraltare alla cultura bianca?

M.W.: Io rimanevo assolutamente stupefatta di come nella scuola dei bianchi i miei compagni non conoscessero nomi che per me erano assolutamente imprescindibili come Huey P. Newton, co-fondatore dei Black Panthers che aveva coniato lo slogan Fight the power,del fatto che non avevano mai sentito parlare di George Benson, Run DMC, mentre invece erano ferratissimi su The Smiths o Beastie Boys. Ecco non capivo proprio come si potessero ascoltare i Beastie Boys mentre nel mio quartiere si ascoltava il vero Rap, quello appunto dei neri.

 

A.P.: Prendere la propria vita e raccontarla al mondo. Voglia di sfogarsi? Un atto di ribellione verso il padre o un’assoluzione?

M.W.: Io diciamo che ne ho sempre parlato della mia vita, ma dopo 6 anni da modella mi sono resa conto che dovevo parlare, che avevo qualcosa da raccontare e quando cominci a parlare ti rendi conto che non sei più “cibo” e che hai qualcosa da dire, quindi la prima ribellione è stata proprio questa, il cominciare a parlare, quando non volevo essere più un oggetto. Il primo saggio che ho scritto sulla moda ha offeso molte persone, ma questa storia, che ho impiegato dieci anni a metabolizzare prima di scrivere, mi ha stupito perché non pensavo che la mia vita potesse essere letta come “così speciale”, così diversa, e questo l’ho capito raccontandola. Ho avuto però bisogno di molto incoraggiamento dall’esterno prima di poterlo fare.

 

A.P.: Dopo aver scritto il tuo romanzo cosa hai scoperto in più su tuo padre e su di te?

M.W.: Credo di aver scoperto qualcosa di più sulla narrazione in realtà e cioè che la perfetta commedia e la perfetta tragedia si ottengono quando hai due persone con punti di vista totalmente conflittuali e che hanno entrambe ragione.

 

A.P.: Dove finisce la vecchia Mishna e dove comincia la nuova?

M.W.: Non credo che la vecchia Mishna sia mai finita, spero di essere in continua mutazione.

 

A.P.: Cosa butti della tua vita nel quartiere e cosa tieni assolutamente?

M.W.: È una domanda molto difficile. Io avevo molti giudizi su persone che ritenevo più privilegiate, più “bianche”, sono venuta al mondo con molti pregiudizi su parecchie cose che ritenevo borghesi e alcuni di questi erano profondamente sbagliati. So che non suona molto ribelle, però ci sono altre prospettive, altri punti di vista che non sono sbagliati. Certo non potrei mai essere testimonial del manifesto del capitalismo, per me tutti quelli di Wall Street dovrebbero essere ammanettati, però avevo molto bagaglio superfluo su alcuni concetti come il successo, il denaro: guardavo chi aveva i soldi e davo per scontato che fossero dei deficienti, ma non sapevo cosa succedeva veramente nella vita, nelle case delle persone. Butto via questo. I giudizi. Tengo assolutamente il divertimento! Perché crescere così è stato folle ma divertente, i ragazzini erano spontanei in un modo che non ho più avuto modo di vivere, sapevano raccontare storie e lì ho imparato perché se non sapevi farlo non avevi il diritto di parlare. E le donne nere che ho incontrato portavano avanti famiglie, avevano un senso di responsabilità, di comunità meravigliose. Donne incredibili.

 

A.P.: Ti sei avvicinata alla musica, sei una scrittrice, una bianca e una nera, modella… in queste tue “anime” qual è il comune denominatore?

M.W.: La curiosità.

 

A.P.: Cosa hai trovato in Italia?

M.W.: Ho viaggiato molto in Italia e la cosa che mi piace di più sono gli italiani perché sono molto acculturati ma anche capaci di stare insieme, di divertirsi. E queste due cose non sempre vanno di pari passo.

 

A.P.: Cos’è l’ironia per te?

M.W.: Tutto. È vedere la scena che si scrive da sola, tu che osservi lui e lei e ti rendi conto che tutto è perfetto e non vedi l’ora di scriverlo.

 

A.P.: Come andava con i tuoi ragazzi quando gli raccontavi la storia della tua vita? Hanno mai pensato di trovarsi davanti una svitata?

M.W.: Li preparavo, gli spiegavo la situazione dicendo che mio padre era veramente grosso. Cercavo di fargli accettare la situazione e loro pensavano che esagerassi, ma poi capivano e ci credevano davvero, altro che svitata!

 

Alex Pietrogiacomi

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Il bambino dimenticato

[Continua da qui]

Era una giornata un po’ troppo calda per portare i bambini ai giardinetti, ma alcune mamme avevano pensato che ormai alle cinque del pomeriggio il caldo non sarebbe stato soffocante. Così era infatti: il vento, che nella prima parte del pomeriggio aveva spirato caldo e invasivo, si era preliminarmente assopito sulle sponde del laghetto, e poi si era mutato in una brezza rinfrescante.

Quattro donne erano sedute su una panchina di ferro che accerchiava un pino. Dietro di loro, per l’appunto, il tronco del pino, che essendo come quasi tutti i tronchi di pino un po’ storto, aveva inglobato in sé uno spicchio dello schienale curvo della panchina.

Davanti alle quattro donne c’erano due carrozzine e un passeggino. Da una delle carrozzine si levava un pianto lamentoso e incerto.

La donna sulla destra aveva un bambino seduto sulle ginocchia. Con una mano lo teneva fermo (costui cercava di divincolarsi torcendo il collo qua e là), mentre con l’altra e l’aiuto di un fazzoletto gli puliva la faccia. La donna aveva gli occhi neri e allungati. Dello stesso nero i capelli. Meno scura, bruno-olivastra, la carnagione. Era grassoccia e indossava jeans e una canottiera rossa senza maniche.

«Scusi se mi permetto: è cinese?» domandò la donna che stava al lato opposto della panchina, in fondo a sinistra, sporgendosi da seduta col busto in avanti per tutta la sua considerevole lunghezza.

«No, peruviano» rispose la donna peruviana sorridendo, senza smettere di ripulire il bambino. Anche la donna lunga sorrideva, per nascondere l’imbarazzo, senza perdere la luce di presunzione che le allignava anche nella piega della bocca. Rilanciò:

«Ah! E come si chiama?»

«Raul».

«Ah! Che bel nome».

La ragazzina che sedeva accanto alla peruviana sollevò lo sguardo dal libro che stava leggendo per gettare una breve occhiata sprezzante alla donna presuntuosa. La sua vicina di sinistra, una donna sui trentotto anni che aveva tutta l’aria di essere una vera hippy, se ne accorse, e approvò mentalmente. Le chiese:

«Che leggi?»

«Obscurus» rispose la ragazzina senza nascondere il fastidio per l’interruzione. «Parla di vampiri» aggiunse, e così dicendo mostrò la copertina alla hippy: su uno sfondo nero campeggiavano il titolo in corsivo ottocentesco e un cuore fatto di sangue in rilievo.

Il pianto dalle carrozzine, che si era spento per qualche istante, riprese con tono differente e volume stentoreo. La donna presuntuosa si alzò a malincuore e andò a recuperare il figlio. La raccolse dalla carrozzina e lo tenne sollevato per le ascelle. Quando si voltò per tornare a sedere, si accorse che le altre donne la guardavano sbalordite. Pensò che si stupissero per la sua forma smagliante appena un anno dopo il parto, ma così non era. A far sgranare gli occhi alle donne era la visione della madre col figlio. Lei era altissima e procace, troppo sui fianchi a dire il vero, ma la vita era stretta. Era costosamente vestita, truccata con dovizia sotto un’acconciatura semplice, un caschetto nero e liscio. L’ombretto azzurro, il fard e il rossetto lucido assumevano tinte giallognole per effetto di un’abbronzatura estrema.

Ma nonostante tutto questo dispiegamento, la parte del leone toccava al figlio. Costui era un piccolo gigante: lungo mezzo metro, con una testa immensa, gli arti grossi e forzuti, un pannolone stretto all’inguine come uno slip.

La madre si aspettava per lui un qualche complimento, ma nessuno ebbe la prontezza di dir niente. Perciò si sedette cercando di mantenere una espressione altera, ma si sentì arrossire. Era vergogna, ma la scambiò per stizza, con uno dei trucchi inconsapevoli che attuava per non rendersi conto di quanto poco le piacesse essere madre.

«Quando ha fame non sente ragioni» ammise.

La hippy alla sua destra osservò da dietro gli occhiali tondi il bambino. Questi, avendo smesso di piangere non appena la madre lo aveva preso in collo, sostenne lo sguardo con i suoi occhietti porcini.

«Non ha fame, voleva solo farsi prendere in braccio» affermò la hippy rivelando un forte accento germanico. «La mia bambina prende latte solo quando è ora di latte» concluse.

La donna col bambino gigantesco stava tentando di cacciare il biberon in bocca al figlio, ma quello prima scostò il capo, poi vedendo che la mamma insisteva smanacciò con tale veemenza che il biberon volò per terra. La ragazzina ghignò. La peruviana faceva sobbalzare Raul sulle ginocchia e gli diceva delle cose in spagnolo.

«Quanti anni ha tuo figlio?» chiese la hippy.

«Non so con precisione. Non è mio figlio».

«Ah! È adottivo?» intervenne l’altra, che nel frattempo aveva ributtato il bambinone in culla e riposto il biberon.

«No, è di mia cugina. Lei è negli Stati Uniti adesso».

«Ah! In America!»

«Stati Uniti, sì. Raul, dónde està mamá?».

«En los Estados Unidos!» rispose, e nascose la testa nel seno della cugina.

La conversazione si spense per qualche minuto. Oltre l’intrico di foglie di un fico selvatico sporgente dagli scogli artificiali che bordavano il laghetto, il getto a ombrello di una fontana creava giochi di riflessi col taglio della luce solare già obliqua.

«Certo che queste zigale sono proprio assordanti» disse la donna che non voleva essere madre. Nessuno le rispose. Squillò un cellulare. La ragazzina si allontanò qualche metro frugando in un suo tascapane, rispose. Le donne sentirono che diceva:

«Sì guarda, che palle…».

Quando tornò, un minuto dopo, comunicò:

«Il mio moroso».

Il bambino sul passeggino, sentendo parlare la ragazza, si era svegliato. Indicando di lato, esclamò:

«Tata iochi!».

«Ora andiamo» rispose la ragazza facendo per riaprire Obscurus.

«Tata iochi!» ripeté.

«Sì Giacomo, ora andiamo, un secondo» sbuffò la ragazza.

Anche la donna altissima ed eccessivamente truccata ora parlava al telefono:

«Mi passi a prendere? Ai Margherita. Non ce la fai? Ma quando torni? Non fare tardi. No. A dopo, bacio».

Giacomo si mise a gridare dandole sulla voce e inducendola a tapparsi un orecchio:

«Tata tartaruga! Tata tartaruga!».

La baby-sitter sospirò, ripose il libro e portò Giacomo a guardare la tartaruga che era sbucata da uno scoglio. La peruviana e Raul li seguirono. L’hippy guardò il sole e disse:

«È ora».

Alzò la maglietta e accostò al seno libero il fagotto che teneva in una fascia di tela a tracolla. La vicina, disgustata, scattò in piedi e disse:

«È ora che andiamo».

Indignata dalla reazione, anche la hippy si alzò, senza comunque interrompere l’allattamento.

«Anche noi andiamo. Arrivederci» disse. Si allontanarono, la prima spingendo faticosamente la sua carrozzina, la seconda marciando fieramente col petto scoperto, entrambe pensando a quanto l’altra era volgare.

Raul e Giacomo spaventarono subito la tartaruga e ormai sovreccitati si misero a chiedere insistentemente di essere portati ai giochi. La peruviana e la baby-sitter, frastornate dal chiasso dei bambini, si allontanarono senza più voltarsi verso la panchina.

Improvvisamente una pigna si staccò dal ramo e cadde sul cemento con uno schiocco.

Si era fatto tardi. Chiusi il quaderno e lo riposi con la penna nella mia borsa. Mentre già le ombre della sera si protendevano per ricongiungersi con la notte, feci un altro giro del parco per verificare alcuni dettagli che non ricordavo bene e per rilassarmi un po’. Trovai una zona che prima non avevo visitato, perché respinto dal calore sfiancante dell’ampio tratto di prato aperto che avrei dovuto attraversare per raggiungerla. Dietro un semicerchio irregolare di antiche querce, saliva un ripido dosso, una collinetta alta non più di tre metri che si estendeva per un breve tratto con andamento e forma simili a una duna. Poggiava sul lato corto di un campo da basket, dove dei ragazzi a torso nudo giocavano. Sentivo i rimbalzi della palla, lo squittio delle suole sulla gomma, l’occasionale esclamazione per un canestro fatto o subito.

Mi sedetti sulla cima del dosso e guardai verso il lago, ma gli alberi lo nascondevano sovrapponendosi e facendosi ombra. Poco più indietro, una specie di casetta di pietra (“tomba nobiliare a ‘cassone’ costituita da grandi blocchi di travertino”) dava una nota di solennità ancestrale alla scena. Le cicale ancora cantavano. Me ne andai in tempo per il treno delle 20:45, stanco, con la sensazione di essermi dimenticato qualcosa.

Poco più tardi, un signore con un pastore tedesco al guinzaglio si avvicinò alle panchine tra i pini, notando che accanto a una di queste stava una carrozzina abbandonata. Mentre si accostava allarmato, il cane abbassò la coda tra le gambe e prese a fare resistenza. Il signore spazientito gli diede uno strattone. Giunto alla carrozzina guardò sotto la cupoletta parasole.

Tra le coperte giaceva un neonato, gli occhi sbarrati, la pelle nera come il petrolio, la bocca violacea contorta in uno spasmo, e gli volavano intorno delle mosche.

Gregorio Magini