Il nonno

duxdi Dimitri Chimenti

Non ho mai capito una parola di cosa dicesse mio nonno. Calabrese stretto e arteriosclerosi rendevano qualsiasi frase uscisse dalla sua bocca un borborigmo indecifrabile. Ogni domenica, i miei genitori mi portavano a salutarlo, e quando lo baciavo sulla guancia ispida il nonno mi parlava la sua lingua minacciosa e cupa.
Mannaja ara morte cicata, sarrobaru u ministeru, oji cumandanu i latruni. Bafantoculu a ttia e a chida puttana i mammata.
Ma la cosa che più mi riempiva di terrore erano i suoi abbracci. Aveva la mano destra ridotta a un pezzo di lesso da cui penzolavano inutili abbozzi di dita, mentre alla sinistra mancava mezzo pollice e quasi tutto l’indice. Il pollice lo avevano ricucito proprio male, con la pelle che faceva una chiusura a salsiccia. Trattenevo le urla quando mi sfiorava con quei moncherini. Per fortuna gli abbracci duravano poco, perché subito dopo avermi avvinghiato, il vecchio iniziava a piangere. Ma piangeva da un occhio solo perché l’altro lo aveva perso nella guerra di Libia e al suo posto gli avevano infilato un globo di vetro colorato. L’occhio finto Leggi il resto dell’articolo