Storia del giudizio universale così come l’ho visto io

Non abbiamo nessun tipo di certezza su ciò che riguarda i processi mnemonici che seguono gli eventi collettivi, i fatti che una porzione di popolazione mondiale ricorda per anni, per decenni, per millenni, o in qualche caso solo per ore. Non sappiamo molto su questo argomento, ma conosciamo la prassi che segue e consolida i ricordi collettivi. La prassi consiste più o meno in tre domande.

Tu dov’eri quando è successo?

Tu che facevi quando è successo?

Tu con chi eri quando è successo?

 

Quando è successo il giudizio universale io ero nel bagno di casa mia.

Quando è successo il giudizio universale io piangevo davanti allo specchio del bagno di casa mia, e pensavo che dovevo smetterla di piangere e di guardare lo specchio mentre piangevo, pensavo, sì, me lo ricordo, pensavo che dovevo uscire immediatamente dal bagno, infilarmi le scarpe e poi tornare indietro, nel bagno, e piangere ancora un po’ davanti allo specchio, e poi prendere il bagno schiuma che avevamo comprato insieme nel negozio dei cinesi che vendono tutto a 1 euro, e correre verso i bidoni dell’immondizia, e scaraventare l’oscena confezione plasticosa con sopra disegnate le mandorle e i fichi, e poi tornare a casa, e piangere ancora un po’.

Quando è successo il giudizio universale io ero solo, piuttosto solo.

 

Prima di tutto, questo non è un racconto fantascientifico, e secondo di tutto, il giorno del giudizio universale non è come tutti si aspettavano che fosse.

Ora, con il senno di poi, è facile dire che Michelangelo si sbagliava, e molti, prima del giudizio universale, avrebbero detto che non era possibile che Michelangelo potesse sbagliarsi su una cosa del genere, ma è così e basta.

Per correttezza vorrei citare anche i nomi di altri pittori che si sono sbagliati:

– Giotto, affresco nella Cappella degli Scrovegni a Padova;

– Buffalmacco a Pisa;

– Franco e Filippolo de Veris a Campione d’Italia;

– Luca Signorelli a Orvieto

– (gli altri non sono elencati perché non mi piacciono).

 

Ero nel bagno di casa mia a piangere, dicevo, cercando di evitare il viso nello specchio, quel viso che macinava carta igienica al ritmo di un cingolato, spremendo il naso quasi perfetto che mi ritrovo sulla carta assorbente da 1.20 euro comprata dai cinesi sotto casa.

In effetti il problema del giudizio universale è universale perché tocca tutti, e perché tutti noi viviamo nel culto della personalità, e perciò il giudizio universale non può non essere definita una carognata, dal punto di vista sia particolare che universale.

Il mio particolare punto di vista, se il lettore facesse uno sforzo di immaginazione, era deludente, per uno che si appresta ad accettare passivamente il giudizio.

Le gambe piegate mimavano una posizione kundalini per niente geometrica, con un ginocchio, il sinistro, piegato sotto il destro, e con un piede, quello destro, piegato sotto il peso delle natiche sofferenti, e con il corpo, tutto quanto, in definitiva, prostrato come quegli uomini che si piegano sui tappeti, e con questa posizione per niente kundalini me ne andavo per la via che il giudizio stava per imprimere sulle umane galere.

Le mie ultime esperienza in fatto di carognate erano molto salaci, a volerle vedere con occhio esperto, con l’occhio di chi sa che la vita offre certi spunti, e che se hai abbastanza ossigeno da respirare quando la vita decide di offrirti questi spunti, allora forse tutto passerà, e poi anche la vita, dicono. Ed è questo che ti fa incarognire, quando ti capita una carognata, perché escludi le carognate, quando vivi, e perché escludi che ti ricapitino, quando ti sono appena accadute. Ma la vita è così, non c’entra niente con gli oblò e non è nostra per niente, nonostante qualcuno dica che invece no, è nostra.

No, è mia.

 

Prima che accadesse quello che poi sarebbe accaduto, avevo letto due libri di due scrittori che mi piacevano, due libri lontani nel tempo, ma belli. Il titolo di entrambi riportava la parola “vita” come soggetto. Uno era La vita agra, l’altro La vita oscena. Ora, purtroppo, non ricordo chi fossero questi due scrittori, e non ricordo neanche tanto bene la trama dei due libri, però so che li ho amati, a modo mio.

Ecco, il fatto che la vita sia agra e oscena lo trovo purtroppo verosimile, se prendo un bel respiro e cerco di rivedere quel ragazzo magro, con i capelli arruffati, crespi, maleodoranti, piegato come un contorsionista mentre cerca di recuperare peli pubici dallo scarico del bidè.

Il lettore con buona memoria si sarà ricordato di aver letto poco sopra che ero solo, quando è accaduto il giudizio universale, e forse si sarà incuriosito a leggere di me che cerco matasse di pelo intrecciato nello scarico del bidè.

 

TEMA: Perché ero solo quando è successo il giudizio universale?

SVOLGIMENTO: Ero solo perché una carogna aveva alitato sulla mia vita instabile, più che agra, precaria, più che agra, più che oscena, lubrica.

PRIMO INDIZIO SBAGLIATO:

Per quanto riguarda l’escatologia cristiana, il Giudizio universale (o Giudizio finale) avverrà alla fine dei tempi (questo è chiaro, perché se arriva il giudizio i tempi finiscono, altrimenti che giudizio sarebbe?).

Questa escatologia cristiana dice che Dio giudicherà tutti gli uomini in base alle azioni da loro compiute durante la vita, e destinerà ciascuno al Paradiso oppure all’Inferno. Il problema di questa dottrina è che fa riferimento ad una celebre parabola di Gesù (Matteo 25,31-46), e tutti noi sappiamo che le parole sono importanti, ma ancora di più chi le trascrive.

SECONDO INDIZIO SBAGLIATO:

Quindi secondo l’escatologia cristiana c’è prima un giudizio particolare, quando la gente muore, e poi un giudizio universale, con la fine dei tempi, a cui segue la resurrezione della carne, e cose così. Poi va detto che altre confessioni cristiane, ad esempio i Testimoni di Geova, ritengono invece che anche le persone non possano accedere al Paradiso terrestre o alla distruzione eterna fino al Giudizio universale.

Quindi ci sarebbe una specie di muro, un’architettura che siamo molto bravi a costruire, che impedirebbe alle anime di accedere al Paradiso o all’Inferno fino al Giudizio Universale. La cosa mi delude.

TERZO INDIZIO SBAGLIATO (SINTESI DELLE altre ESCATOLOGIE):

Poi ovviamente arrivano i protestanti, con una loro tradizione, ispirata da alcuni passi biblici che sostengono che immediatamente prima del Giudizio universale ci sarà una bella battaglia finale tra le forze del bene e quelle del male nel luogo, letterale o simbolico, del monte di Megiddo o Armageddon, presso Gerusalemme. Questi hanno veramente esagerato, e tra l’altro la loro idea di battaglia, io lo posso dire, è stata usata come calco da tutti i governi del mondo negli ultimi cinquecento anni, almeno credo.

L’equivalente nell’escatologia islamica è la qiyama (però non ci dilunghiamo su questa perché siamo occidentali ed eurocentrici, e non ci interessano queste cose esotiche).

L’escatologia ebraica prevede il Messia (ed è quella che mi sta più simpatica, perché non prevede grandi battaglie e neanche molti morti, credo).

Nell’Induismo Garuda Purana tratta diffusamente dei giudizi e delle punizioni dopo la morte (ma non sono mai riuscito a leggerle tutte, perciò basti il pensiero).

 

Ero solo perché un tizio biondo mi aveva rubato prima la mia ragazza e poi la mia amante. Ero solo perché la mia ragazza era andata a vivere con questo tizio, un tizio con la voce ridicola, grossa come le voci dei vecchi tromboni che calcano le scene imitando il vecchio Lear, un tizio che non potevo sopportare quando la mia ragazza andò a vivere con lui, questo fu difficile da sopportare, e un tizio che immaginai più tardi, quando anche la mia amante aveva scelto lui, e lo immaginavo in varie posizioni, in diversi momenti della giornata, scuoiato e flagellato (a colazione) secondo i precetti di Garuda Purana, oppure strigliato e schiaffeggiato per bene (a pranzo) dalla barba del signore con la barba mentre chiede pietà (emettendo grida e urletti acutissimi) sul monte di Megiddo, oppure infilzato dallo zoccolo di un cavallo (a cena) nella grande battaglia finale. Il fatto è che quando sono triste e solo non mi va di cucinare, perciò mangio quello che trovo, quello che si trova nelle confezioni di plastica che qualcuno, con una certa lungimiranza, ha deciso di lasciare in frigorifero o nell’armadietto delle sorprese. L’armadietto delle sorprese è una specie di Babele in cui tutte le spezie conosciute nel mondo in cui vivo io si incontrano. Lì dentro puoi trovare cose preziose.

 

Come quasi tutti i romantici sono un feticista. Mi piace l’associazione della parola bacio al colore della carta che si usa per incartare le uova di Pasqua, per esempio, e sono un sostenitore dell’attività del sistema limbico del mio cervello.

Da bravo feticista adoro la mia amigdala. E adoravo la sua. La loro.

Ma sono anche un tipo impulsivo, dal punto di vista emozionale, e devo dire che il mio ippocampo è un bastardo stakanovista, perché ricorda i fatti nudi e crudi, continuamente, mentre la mia amigdala ne trattiene, come quelle spugnette a forma di papera che i miei lasciavano galleggiare nella vasca da bagno, il sapore emozionale.

Quindi il fatto che il giudizio universale sia accaduto mentre piangevo cercando peli pubici nello scarico del bidè è strettamente connesso al concetto che mi sono fatto della parola “fallimento”. Io credo che a un fallimento si debba reagire, e che la reazione al fallimento abbia bisogno di una carica emozionale piuttosto concentrata, e che se questa concentrazione non dovesse bastare, perché al fallimento N°1 è subito seguito il fallimento N°2, allora non si può fare nulla, e quindi la parola “fallimento” non può far altro che accompagnarsi alla parola “umiliazione”. Ma l’umiliazione deve essere forte, fortissima. Perciò raccoglievo pezzi di pelo pubico dal bidè (o bidet, se preferite).

L’argomento era il giudizio universale, o sbaglio?

 

Il giorno del giudizio universale, in tutto il mondo, a seconda dei fusi orari
vigenti, (nel mio caso erano le 04:25 del mattino) le persone dimenticarono una parola, il suo significato e tutte le connessioni che quella parola aveva con la loro “vita”;
ognuno dimenticò una parola diversa, e nonostante vani tentativi, nessuno riuscì mai a ricordare cosa significasse quella parola, né a cosa fosse legata;
dimenticammo anche i sinonimi, perché il giudizio agì così;
le persone, in quel primo giorno di giudizio universale, impazzirono un po’;
devo dire che ci furono miliardi di equivoci.

Il giudizio, secondo gli studi fatti ad oggi, agisce in questo modo:

le parole dimenticate non potranno più essere imparate nella lingua in cui sono state dimenticate. Perciò gli esseri umani dovranno ricostruire i loro ricordi, dovranno sforzarsi di parlare lingue a loro sconosciute, come succedeva migliaia di anni fa tra i pescatori, che parlavano una dozzina di lingue a testa (ma tutte male). Ma nessuno potrà scegliere la lingua della parola dimenticata.
Così, ci si potrà spiegare solo conoscendo molte lingue. Tutti studieranno
molto. Il tempo cambierà spessore. Le priorità saranno altre.
Il giudizio universale sarà una grande manna. Perché i dialoghi saranno molto
molto divertenti. E tutti sapranno qualcosa di tutti.

Ma non ne sono tanto sicuro.

Marco Lupo

L’inferno – I pendolari santi, i pedoni

GIRONE III – I pendolari santi, i pedoni

La miriade di pneumatici che percorre costantemente le strade lasciano le loro firme sull’asfalto cancellando le già quasi trasparenti strisce pedonali. Chi si trova su un lato della strada non potrà mai passare dall’altra. C’è chi ci ha provato. Ora è solamente un ornamento per i parafanghi dei veicoli che incombono da tutti i lati, tutte le traiettorie, senza destinazione.

Pellegrini senza speranza camminano costeggiando i negozi chiusi e guardano l’orizzonte ogni tre passi per cercare inutilmente una meta, o un passaggio da poter attraversare, magari un ponticello. Il marciapiede usurato si sgretola lasciando sempre meno spazio ai pedoni costretti ad una processione in fila indiana.

Dai vetri degli autobus si vedono persone che fanno cenno di non farcela più, che urlano, piangono. Corpi desiderosi di scendere e fare due passi. I pedoni vorrebbero salire sull’autobus e non scendere mai più, ma quel posto è riservato ad altra gente, non di certo a pigri e oziosi individui.

Daniele Vergni

L’inferno – I pendolari in metro

GIRONE II – I pendolari in metro

La cosa meno rassicurante per una persona è scendere da qualche parte. Scendere sempre di più e arrivare sotto. Sotto vuol dire stare più in basso, un valore negativo che porta ad una situazione di svantaggio nella nostra percezione del mondo.

Una fila interminabile di corpi scende da una scala mobile, poi da un’altra, poi un’altra, per arrivare sotto e partire, esplorare il mondo dei vermi sotto terra. Il tempo di abituarsi all’aria rarefatta e poi via sul veloce metro che ad ogni frenata fa volare scintille dal basso e dall’alto. La tensione dei cavi si limita a variare il minimo prestabilito, giusto per rendere il tutto poco stabile, ma mai instabile. La velocità e i sobbalzi rendono l’equilibrio precario, regalando giramenti di testa e conati di vomito che solo raramente avranno la possibilità di uscire allo scoperto per spargere quel po’ di noi che c’è rimasto attaccato alle budella. Le mani sudate scivolano sui pochi appigli ambiti da una moltitudine di persone. Le persone in eterno viaggio… sempre in cerca di qualcosa che le distolga dal lineare flusso di eventi, ma come al solito niente, solo altre fermate, sempre le stesse.

Persone che cercano di guardare tutti e pretendono di capire tutti, d’inquadrarli, diffidando di tutti per non sbagliare. Non un dialogo tra sconosciuti, nemmeno un semplice sorriso. Non sono ammesse espressioni costruttive, solamente sguardi arrabbiati, stravolti, sofferenti e sadici.

Gli inadattabili guardano schifati ogni diversità e appena pensano di vivere condizioni altrui così incredibili quanto disgustose fremono dalla paura, paura che tendono a reprimere con un odio paralizzato, di quelli che bruciano dentro e basta, senza venire mai a galla per “paura”. Codardi.

Questi simpatici personaggi si trovano sempre in prossimità delle porte, pronti a fuggire. Proprio nel momento dell’apertura vengono inondati dal grasso rancido degli ingranaggi delle porte e sono sbattuti in fondo al vagone assieme ai diversi. Ora, sotto gli sguardi delle persone per bene interpretano le parti del diverso.

Il diverso non è accettato, capito, e per questo è libero di fare quel che vuole. Solo lui sa che si può fare tutto. Basta essere sostenitori delle proprie individualità. Per fare questo ci vuole coraggio, il coraggio di fare quel che si vuole. Se ne fregano degli sguardi della gente stupidamente infastidita e forse solamente gelosa, gelosa di quel coraggio o di quell’indifferenza che li rende unici.

I diversi nel loro momento di grazia deciderano di scendere e ce la faranno, fin a quando saranno tutti giù ad aspettare di salire su un’altra vettura, ma nessuna carrozza sarà più pronta ad ospitarli. Pian piano tutti loro deruberanno gli altri stronzi dalla mente ristretta e assumeranno i loro panni per poi lottare e tenere fuori dal loro mondo i loro fantasmi. Spettri liberi e incuranti dell’opinione pubblica.

Daniele Vergni

L’inferno – I pendolari in autobus

GIRONE I – I pendolari in autobus

L’autobus è stracolmo come ogni mattina. Sono tutti pressati in un’enorme scatola di lamiera che esposta al sole estivo diventa incandescente. Il sudore evapora mischiandosi in tutte le sue sfumature, lo stesso i profumi dolci nauseanti. Un fetore incredibile. Difficile scendere se non si è nelle prossimità delle porte. Persone ai lati come diavoli spingono con le loro cartelle rigide da bassi ammaliatori. L’autista a cui è vietato parlare pecca d’estremo rigore e per questo non fa salire al centro e non fa scendere ai lati.

Tutti i peccatori si lamentano, chi ad alta voce e chi rivolgendosi al proprio io, confidenzialmente. I menefreghisti si allargano, come anche i presuntuosi, reclamando un’attenzione in realtà illogica ma per loro scontata, sbuffando e rivolgendo domande in un’area dove non coincide nessun volto “ma tu guarda, ma è mai possibile!”, “cosa si crede questo qui”… un repertorio di lamentele infinito. Questa la loro pena, lamentarsi in eterno.

C’è chi li guarda facendo una faccia di disapprovazione. Sono le persone buone, che capiscono le situazioni e si adattano. Quelle che magari spingono il ragazzino più avanti con la testa tra varie gambe fino a costringerlo ad una semi apnea, per farsi un po’ di spazio. Poi ci sono quelle appartate e pronte in fila per guadagnare un posto, anche rubandolo all’anziana signora che si trascina e ondeggia instabilmente ogni pochi secondi. Queste persone saranno spodestate da energumeni che con fare rozzo e sguardo pieno d’odio convinceranno i buoni benefattori portatori d’egoismo a rinunciare al proprio trono conquistato con pazienza ed orgoglio cieco. Caronte immerso nel traffico fa finta di non sentire le lamentele e alza il volume dei suoi auricolari che irradiano le urla dei pendolari di tutti i bus esistenti.

Il sole non tramonta mai e ad ogni semaforo – ce ne sono moltissimi a causa dell’enorme traffico – cade a picco sulla vettura, diffondendo un asfissiante calore. Forte, ma non tanto da far svenire, solo il giusto per far agonizzare lucidamente, facendo captare ogni fastidio, disturbo, dolore, pensiero. I continui lavori stradali obbligano a percorsi più lunghi, meno fermate e tanto tormento aggiunto.

Finalmente il capolinea, dove tutti possono scendere per riprendere una forma quasi dignitosa. Pochi istanti e subito pronti per partire di nuovo verso un’altra destinazione che lì porterà su un altro autobus ancora, per sempre.

Daniele Vergni