La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 7

[Leggi qui le puntate precedenti]

Ora, stando agli atti del processo gli è che il bubbone metifico – quello che lor poeti definirebbero invece sacro fuoco, o volontà di potenza, perché troppo si vergognano a chiamarlo col suo termine più proprio: ovvero un ego smisurato – insomma, quella cosa lì, crebbe a dismisura dopo una prima tappa sperimentale nella città partenopea, dove gli entusiasmi ribollirono a tal punto da convincere una signorina lì di passaggio a indirizzarli verso un luogo il cui nome ben si adattava alla veritiera natura dei cinque declamatori. Questo luogo si chiamava – e presuppongo si chiami tutt’oggi, poiché non compare nel registro degl’indagati – il Perditempo: un posto dove vennero accolti come cantori di un nuovo mondo, in modo così inaspettato che rimasero basiti davanti a chi porgeva loro in dono calici traboccanti di bevande senza che neanche vi fosse stata esplicita richiesta (quando invece, solitamente, erano costretti a far la questua per ottenere almeno un cicchetto omaggiato per sciaquare l’ugola dopo tanto profluvio di parole). Uno di loro poi, quello che si vantava dei suoi natali etruschi – che però era finito guardacaso a Roma per fornicar con le parole – finì talmente ciucco da concludere la serata con una barzelletta toscana; ché ci vorrebbero delle foto solo per vedere le facce tutte da ridere dei discendenti di Pulcinella, da immaginarsi con le orecchie protese e le mascelle spalancate nel tentativo di carpire qualche ci aspirata e inghiottita insieme ai sorsi di limoncello di Sorrento che il sommo vate trincava tra una frase e l’altra.

È di quei giorni lì la prima voce di una possibile alleanza extracapitolina, in cui sembrò confluire una misteriosa brigata partenopea, composta di scrittori dialettali e non, che spingevano per goder dei fasti di un nuovo 7 settembre*, per poi ritirarsi anch’essi, da veri intellettuali, senza ricompense e in qualche sperduto loco**.

Ad onor del vero quest’unione non s’ebbe poi a fare, e rimane una delle zone oscure di tutta questa stramba processione che vide le parole uscir dai loro ranghi come insubordinati non ligi agli ordini. Il dilemma non è affatto di poco conto, ché la risposta potrebbe confermare i legittimi dubbi sulla reale unità d’intenti tra i nostrani spadaccini di penna, soprattutto alla luce dei documenti recentemente resi noti dalla commissione di vigilanza web, dai quali emergono polemiche e risse verbali all’ordine del giorno tra questi tutori della cultura, che in quanto a ferir di lingua non sembravano da meno dei tanto vituperati giornalisti.

Insomma, stando ai prodromi si potrebbe oggi asserire che il piano partì già bello che zoppo, nonostante i facili entusiasmi che accompagnarono i cinque briganti durante il viaggio di ritorno in seconda classe, soprattutto quelli del poeta imbrattatore di mura, che fantasticava il buon ritiro in quel di Ausonia, ma solo dopo aver compiuto il suo dovere civico verso l’irriconoscente patria, che si burlava ancora una volta del coraggio dei proprio figli.

Il dado era tratto e i cinque si apprestavano a render giustizia non soltanto a coloro che già si organizzavano per l’espatrio, ma anche a chi, accerchiato dalla cultura dell’aggressione verbale, si accingeva mestamente ad alzar bandiera bianca: essi vollero dare esempio di strenua resistenza dinanzi a chi voleva accorciare la lingua italiana ai suoi minimi termini, per riportarla invece ai fasti, alla ricchezza e alla musicalità a lei più congeniali, proprio come ai tempi del Gadda e del Landolfi.

Simone Ghelli

* Il riferimento è alla conquista della capitale del Regno delle due Sicilie, dove Garibaldi fece il suo ingresso il 7 settembre del 1860, per poi sconfiggere le truppe del re Francesco II che si erano ritirate a nord del Volturno.

** Dopo aver accompagnato il re Vittorio Emanuele II a Napoli, l’8 novembre del 1860 Garibaldi si ritirò sull’isola di Caprera, rifiutandosi di accettare qualsivoglia ricompensa per i suoi servigi.

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Trauma cronico – Frigidaire ti voglio bene

Questa domenica vorrei porre alla vostra attenzione una vicenda che mi rattrista molto, emblematica dello stato che vive la cultura oggi nel nostro paese: il comune di Giano dell’Umbria vuole sfrattare Frigolandia.

Frigolandia è la prima Repubblica Marinara di Montagna, Territorio Autonomo della Fantasia, Città immaginaria dell’Arte Maivista, Ashram socratico, Monastero eurotibetano, Accademia delle invenzioni e della musica.

Frigolandia è la patria di Frigidaire, storica voce della controcultura italiana diretta da Vincenzo Sparagna. Come spesso ho detto, ritengo Sparagna un intellettuale di quelli rari. Ascoltarlo parlare è sempre un’esperienza unica, si impara ogni volta un sacco di cose, è magnetico il suo parlare, la sua figura, le sue parole sono pesanti come macigni. Ma l’Italia è sorda, non ha orecchie per ascoltare, sente, non ha occhi per guardare, vede, non ha parole, muta, non ha forze per reagire, subisce.

Un paese martoriato che non riesce a risorgere senza perire. Siamo al trionfo dell’osceno, dell’assurdo, dell’impensabile. La totale assenza del senso del decoro, l’inimmaginabile farsa. Anzi no, la caricatura di una farsa.

L’Italia di oggi è la stessa che ieri ha ammazzato Pasolini all’idroscalo di Ostia quella maledetta notte del 2 novembre 1975. Il cadavere martoriato del poeta che non ha avuto giustizia è l’Italia in marcescenza che egli aveva profetizzato. Oggi i nostri intellettuali non scrivono editoriali sui giornali né vanno in televisione. E su quelli che ci vanno, stendiamo un velo pietoso.

Cos’era Frigidaire lo sapranno probabilmente soltanto i lettori che hanno qualche anno in più. Ai giovani dico solo che in redazione c’era un tal Andrea Pazienza, che tutti voi son certo conosciate. E poi, come più volte mi ha ribadito mio zio, a Frigidaire va il grande merito storico di essere stati i primi in Italia a parlare di aids.

Il mio appello è rivolto soprattutto a quelli più grandi di me, che sappiano spiegare ai più giovani, che debbono ancora imparare, imparare a non dimenticare. Vi invito a leggere la storia negli ultimi editoriali di Vincenzo Sparagna sul sito di Frigolandia e, naturalmente, sostenere e diffondere la causa.

Sono in gioco opere di Andrea Pazienza, Stefano Tamburini, Tanino Liberatore, Filippo Scozzari e tanti altri grandi artisti, oltre allo storico archivio della rivista Frigidaire, un patrimonio incredibile.

È assurdo di come in Italia la cultura sia sempre più bistrattata ed ostacolata. Diventiamo sempre più bestiali.

La cultura è abolita. Il pensiero è stato condannato all’ergastolo. La fantasia è stata proibita.

Gianluca Liguori

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 1

Banda di scrittori fermata al confine, volevano rubare le parole al Presidente!

Così titolarono tutti i quotidiani di quel venerdì 2 ottobre 2009.

La grande manifestazione nazionale per la libertà di stampa era attesa per il giorno seguente. Si sarebbero riuniti a Roma i più importanti giornalisti, opinionisti, scrittori e intellettuali del nostro paese, che sentivano il dovere civico di denunciare una situazione diventata ormai inaccettabile.

La maggioranza degli italiani stava dalla parte del Presidente, anche se alcuni di loro se ne vergognavano un poco. Gli è che nel resto d’Europa non eravamo proprio ben visti. Insomma, a dirla tutta ci consideravano proprio dei pagliacci, sempre lì pronti a fare battutacce e a buttarla in vacca per qualsiasi cosa. La cosa bella è che anche quella che si definiva opposizione aveva finito col tempo con l’accettare lo stesso gioco, e così l’informazione era diventata piuttosto un esercizio alla diffamazione continua. Chi non accettava di stare al gioco veniva ignorato. Era questa una forma di censura assolutamente all’avanguardia, che non sprecava neanche più tempo a sporcarsi le mani con tagli o bip.

Fu per questi e altri motivi che la banda di scrittori di cui sopra decise d’intraprendere un lungo e rischioso viaggio per portare a termine un’ancor più rischiosa missione.

In verità, tutta questa storia era cominciata per un motivo apparentemente stupido.

I cinque individui, poiché tale era il numero di questi condottieri di penna, erano piuttosto squattrinati. Facevano parte di quella generazione di precari di cui tutti parlavano a mo’ di slogan, ma delle cui storie nessuno o quasi s’interessava. La loro visione del mondo era piuttosto stramba, poiché non s’erano adeguati al nuovo digitale terrestre – non si sa se per motivi ideologici o per necessità economiche – e di conseguenza si procacciavano le informazioni soprattutto in rete, quando non addirittura per strada, visto che il dono della favella non doveva certo mancargli. Pare che queste buone abitudini avessero contribuito a salvaguardare in parte le loro facoltà di discernimento, e che, spinti da un’eccessiva fiducia nello spirito di solidarietà dei loro connazionali, si fossero messi in testa di perseguire un obiettivo degno della penna del Bianciardi.

Si erano conosciuti in un quartiere romano molto alla moda tra gli artisti e gli intellettuali, dove si respirava ancora qualche refolo di quell’aria di borgata che tanto aveva ispirato Pier Paolo Pasolini. I detrattori del giorno dopo puntarono subito il dito contro questa sorta d’intossicamento culturale che ancora spingeva una minoranza a protestare, e che aveva conseguito il bel risultato di produrre un non ben noto gruppuscolo di sedicenti scrittori decisi a usare la penna a mo’ di arma. C’era chi propose di chiudere certi ambienti, fossero semplici locali o centri sociali, e chi addirittura avanzò l’ipotesi di militarizzare l’intero quartiere. Questi erano i più ingegnosi, poiché vollero far credere che in quella strada di ritrovo – detta l’isola per via della sua natura pedonale, ma anche perché circondata dalla fiumana d’auto che scorreva tutt’intorno – si fosse verificato un accumulo di cattivi pensieri, una sorta di nuvola pregna che gravava minacciosa sulle teste dei cinque. Respira oggi che respira domani, quel veleno aveva finito con l’intaccare la materia grigia degli scrittori – o scribacchini, come li appellarono alcuni – sommandosi così all’altro veleno rosso che gradivano assai. A ben vedere si trattava di una lettura piuttosto originale della teoria di Epicuro sull’aggregazione degli atomi, che influenzerebbero le nostre azioni in base al loro movimento – di cui noi saremmo dunque effetto – ma anche a vederla così non ci sarebbe stata materia di che condannarli. Insomma, questa banda di letterati aveva fatto né più né meno di quello che dovrebbero fare tutti quelli della loro specie: aveva respirato l’aria di un dissenso mormorato e se n’era fatta portavoce.

Nonostante tutto, quel sabato di ottobre sul palco di Piazza del Popolo non ci fu chi salì a parlare in difesa di questi cinque cavalieri erranti tra le righe della sintassi. Ognuno fu prodigo d’interessi per la propria parrocchia, com’è uso e costume di questo paese che impara a memoria Foscolo e Manzoni, ma che poi si perde nelle dispute sulle ricette regionali.

Le bandiere sventolarono e i microfoni fischiarono, ma non fischiò il vento né urlò la bufera mentre il Presidente reclamava le sue parole con l’uso delle tenaglie.

Simone Ghelli

Diario di bordo – Casa del Cuculo

Grazie. Grazie. Grazie.

Non ho dormito abbastanza, ma questo malditesta è il più bello di tutto settembre. Il reading degli Scrittori Precari nel salone del Cuculo, il salone in cui suono e dormo e Gianluca impara a camminare e alle pareti le facce e i piedi e i culi dei quadri di Marcello, Marcello babbo di Gianluca pittore violinista muratore elettricista, capomastro che mi manda a prendere mattoni con la carriola per costruire panche con le travi di legno avanzate, e poi le lampadine che pendono dagli alberi e Finzioni che pende dagli alberi e il vino e la pasta al forno, Roberto Bartoli che a un certo punto azzoppa il contrabbasso e Giacomo Toni che mannaggia a lui si conferma il più grande cantautore che Forlimpopoli abbia mai partorito. Forlimpopoli sembra Paperopoli. “Da Forlimpopoli a Frigolandia” sarebbe un titolo bellissimo, dice Simone Ghelli. Anche I nudi del cuculo è un titolo bellissimo.

I vicini dicono che alla Casa del Cuculo facciamo le orge. Mia mamma dice che alla Casa del Cuculo se non c’era il babbo della Sara col cavolo che finivamo di costruire la stanza della Sara e di Bicio, la stanza che in questi giorni è un bar. I baristi non li paghiamo, i parcheggiatori nemmeno, abbiamo una rete di volontari che si accontenta di un piatto di pasta al forno. Gli artisti li paghiamo. Poco, ma li paghiamo. Perché alla Casa del Cuculo diciamo che siamo artisti, ma non ci crede nessuno. Non ci paga nessuno, soprattutto. Andate a lavorare. Fosse un lavoro, organizzare festival in cui la gente dorme in salone e scopre Giacomo Toni e gli Scrittori Precari e Fuochi e Roberto Bartoli, io mi farei assumere abbastanza subito. Ci piange il cuore a farvi pagare 10 euro, ci piange il cuore a parlare di soldi, ci piange il cuore a finire nel mirino del fucile del vicino. Poi parte la musica, e la smettiamo di parlare.

Gli altri, non lo so. Io ho fatto questo festival perché volevo – adesso uso un verbo evangelico – condividere. Ecco, l’ho detto. Condividere. Gianluca e Angelo e Simone e Luca, e poi Roberto e Giacomo e un altro Roberto e Daniele e Giuseppe e Alexa e Thea e Michele ed Enrica, Alice e Camilla e Jacopo e Charlie, io vi metterei tutti intorno a un tavolo, poi toglierei il tavolo e vi abbraccerei. Poi chiamerei tutta la gente che posso e direi:  Sentite come suonano i miei amici, guardate cosa fanno e rendetevi conto di quanto talento c’è nei loro corpi, vorrei spogliarli per farveli vedere meglio, e allora nudi, al Cuculo, I Nudi del Cuculo. Una mia amica esce dal concerto di Giacomo Toni e mi dice che ha appena scoperto il suo cantautore preferito. Ecco.

C’è il solito Tom Waits: ovunque appoggerò la testa/quella è casa mia. Casa mia è un posto dove i piedi si induriscono e un piatto di pasta si trova sempre, rimanere soli è un’impresa, nascondersi è impossibile e  sono rimaste due dita di caffè nella moka. Casa mia è casa nostra, e a casa nostra questo fine settimana c’è tanta di quella gente che non sappiamo dove metterla, e io sto davvero bene. E’ per questo che scrivo cazzate. Lunedì mattina scenderò dal letto e sarà terribile, sicuro che piove e i mattoni mi tocca rimetterli a posto nel fango. Poi dovrò inventarmi un articolo plausibile per il giornale, e scrivere di Addis Abeba per Finzioni e recensire un libro per Finzioni e il libro non solo non l’ho letto, non l’ho proprio scelto. Di cosa parlerà la prossima puntata della mia rubrica su Finzioni? Ecco, magari non ve ne frega nulla, son problemi miei. E infatti la smetto.

E’ mezzogiorno e mezza, tra dieci ore un mio amico leggerà l’Odissea in mezzo agli alberi, gli alberi che vedo tutte le mattine da due mesi, e questa mi sembra proprio una fortuna. Verrà mia mamma stasera, e mio babbo, e i miei zii, vedranno Angolo T e non capiranno nulla, mi chiederanno di andare in bagno e io dovrò a spiegare a mia zia – 60 anni, milanese, professoressa di Scienze in pensione – che il bagno del Cuculo, ecco, è meglio di no. Vai tra gli alberi, zia. Laggiù, dietro la lampadina. Se è un bisognino lungo, puoi leggerti nel frattempo una copia di Finzioni. Ecco, mia zia che si pulisce il culo con Finzioni è una di quelle turbe para-edipiche che non mi faranno dormire stanotte, e avrò malditesta pure domattina.

E’ mezzogiorno e trentacinque e gli Scrittori Precari sono di sotto ad aspettare il mio contributo alla faccenda, perché poi partono per Frigolandia. Dal Cuculo a Frigolandia. Un bel titolo. L’ho già detto Grazie? Sì, all’inizio. Tre volte. Lo dico anche alla fine. Grazie.

Simone Rossi

Casa del Cuculo, 25 settembre

Le metropoli alle spalle, ci si rigenera e si prende un po’ d’aria buona nei polmoni. Il paesaggio intorno è bellissimo e noi siamo stanchi ed esauriti, ma carichi. Sono troppi giorni che stiamo insieme, a stretto contatto. Avremmo tutti bisogno di un po’ di solitudine, di un po’ di spazio e di tempo. Mancano le ultime due serate da fare, ma possiamo cominciare a tirare le somme.

Il nostro tour è andato benissimo, un gran successo. Abbiamo portato in giro il nostro progetto, la nostra letteratura. È stata proprio una bella avventura, e non è ancora finita.

Arriviamo con un po’ di fatica alla Casa del Cuculo, tra il tom tom impazzito e Luca Piccolino che credono di conoscere la strada ma ci portano ad attraversare decine di rotonde, senza mai farci trovare la nostra. Fortunatamente chiedendo in giro alle persone, riusciamo a raggiungere la strada giusta, dove per caso incontriamo Enrica in macchina che ci scorta fino in casa dove ritrovo il mio caro amico Simone Rossi. Baci e abbracci quando ci rincontriamo. Ci raccontiamo un po’ di cose, ci organizziamo, si mangia, si beve vino e poi finalmente giù nella sala del reading. Pubblico numeroso, una quarantina di persone, attentissime. Zab non è in forma, sembra preoccupato, non legge come al solito, ma conquista come sempre il pubblico. La serata continua con un doppio concerto, Roberto Bartoli, un contrabbassista eccezionale, e lo spettacolare cantautore Giacomo Toni. Una splendida serata.

Dopo il concerto, una decina di musici improvvisano una jam session. Ma io avevo bevuto troppo vino, che accumulato alla stanchezza ed al freddo, mi avevano fatto addormentare. E sono andato a letto. Contento. Contentissimo.

Prossima tappa, l’ultima, a Frigolandia, da Vincenzo Sparagna, uno degli ultimi intellettuali italiani veri che ci sono rimasti.

Curiosità, abbiamo conosciuto una ragazza che era sia qui che a Bologna, allo Zammù. Una fan? Ma che! Non è purtroppo riuscita a sentirci nemmanco una volta…

Gianluca Liguori

La provincia e i piccoli centri in genere mi hanno sempre dato migliori emozioni.

La mia esperienza letteraria si è sempre svolta per la maggiore nella mia città e, al massimo, in altre città, come quelle che abbiamo visitato in questo nostro primo tour insieme. Ma, a volte, i grandi agglomerati urbani disperdono l’interesse delle persone ed è normale. Ci sono tante di quelle cose in giro che è anche difficile sapere che ci sono, chiedo venia per il miserevole gioco di parole.

Penultima data dunque.

Il posto dove leggeremo si chiama Casa del Cuculo e non è un locale. E’ uno splendido casale nel cuore della Romagna, dove un gruppo di operosi promuove iniziative e progetti.

Siamo accolti da volti sorridenti e modi gentili. Da lasagne e Sangiovese

Il luogo del reading è uno stanzone grande con tappeti a terra e uno splendido camino. L’acustica è perfetta così, non occorre microfono.

C’è un bel po’ di gente. Iniziamo a leggere. Il buon Simone Rossi ci accompagna con la sua chitarra e quello che vien fuori, a parer mio, è una bella lettura. Mi è sembrato di capire che i presenti fossero dello stesso avviso.

Poi, dentro e intorno al casale, ancora musica, spettacoli, ancora un po’ di vino e chiacchiere.
Il subcomandante Liguori, mentre eravamo in viaggio aveva detto: “Sono troppi giorni che stiamo insieme, siamo scrittori e succede che ci manca quell’isolamento che ci è necessario!”. Aveva parlato così perché io e il Ghelli continuavamo litigare (chiaramente non sul serio).

Però quelle sue parole un fondo di verità lo avevano.

Stiamo da dio insieme. Non solo ci divertiamo, cresciamo giorno dopo giorno come collettivo. Ci uniscono gli intenti, l’attitudine, il cuore e l’amicizia. Le idee vengon fuori naturali e non vediamo l’ora di condividerle e migliorarle insieme. Questo per dire che non fa discutere il desiderio di isolamento che a volte prende uno di noi.

Questo è il posto adatto. Il luogo che serve a riordinare quel che ci frulla in testa.

Così il Ghelli sparisce, Zabaglio e Liguori mi dicono che non hanno idea di dove sia. Poi anch’io mi allontano da loro per disperdermi a mia volta.

Luca Piccolino

E’ la terra del bianconiglio. Io non ho la testa per scrivere il diario. Non li ho mai scritti. La fantasia mi ha sempre salvato dalla realtà. Non troviamo la strada per il “Nudo del cuculo”. Chiediamo indicazioni ad un tronco di “generico albero”. Il buon uomo di legno utilizza i rami come fossero braccia e dita. Siamo in auto ancora quando una Punto cade dal cielo con dentro gli organizzatori del festival che ci ospiterà, due ammortizzatori schizzano via colpendo il vetro della nostra macchina. Arriviamo all’enorme casale sulle montagne, un’aria che mi rigenera. Gli atomi verdi e gialli penetrano come formichine nei pori delle pelle. Il frikkettonismo avanza. È un aquilone colorato che rimane in cielo anche senza vento. Nel locale c’è una grande scimmia con uno spazzolino tra le mani che continua a fissarmi. Il suo pelo è immobile e marrone. I suoi occhi sorridono. Rivedo la Tostoini che di solito leggo solo su msn ed ora sta parlando ad una vespa dicendole: “Vai via, non mi piaci, vai via”. Qui il verde è accogliente, le anime buone sorridono e mi trovo stranamente a mio agio nella mia svogliata non voglia di sorridere. Entriamo nella grande stanza dove dovremo leggere, la gente si siede, noi iniziamo le letture, le mie parole si fondono con le note di Simone Rossi alla chitarra. Il pubblico ci ascolta e sorride. I loro sorrisi mi danno gioia per qualche minuto. Ridere è sovversivo. Ma oggi mi sento un reazionario.

Andrea Coffami

Stamani mi son svegliato col culo di traverso, come si dice dalle mì parti, perché gli altri dormono come orsi e io mi rompo ad aspettare. Piccolino se la prende con me perché ho lasciato la finestra aperta e gli s’è incriccato il collo, poi attacca un pippone sulla storia della musica. Anch’io son d’accordo che a toglie Springsteen non si farebbe torto a nessuno, ma gli faccio notare che col suo metodo rischiamo di tenerci solo i Beatles.

Ci lasciamo il cielo grigio di Milano alle spalle che è già ora di pranzo, e così al primo autogrill mi ritrovo con Zab a riempire una baguette coi salamini in saldo proprio come all’andata.

La Casa del Cuculo è un posto splendido in mezzo alle colline romagnole, ma prima di arrivarci giriamo decine di rotatorie, alla ricerca di quella di Forlimpopoli col busto di non so chi, e finiamo in una strada sterrata tra cani incazzati e vigneti deserti e col Liguori che fa il pilota di rally suo malgrado. L’accoglienza ci ripara però abbondantemente di tutti i chilometri fatti: si mangia e si beve in una cornice da Decameron, poi scendiamo in un salone allestito appositamente per noi, dove leggiamo tra un pubblico attento seduto in mezzo a tappeti ed arazzi. All’uscita ci attendono altri spettacoli, così mi lascio cullare dalle note di un contrabbassista che si dimena sotto al cielo stellato, e poi da quelle di un bravo cantautore che cita anche Piero Ciampi in una canzone dedicata al nord est: Andare, camminare, lavorare, ma stasera ci fermiamo un po’, che stasera ci sentiamo veramente a casa….

Simone Ghelli

Precari all’erta! – Una terra promessa…

Vorrei fare alcune precisazioni riguardo alla mia iniziale provocazione sul tema “restare o partire?”. Si tratta di alcune riflessioni nate in seguito alla lettura dei tanti commenti alle varie note apparse su facebook, grazie alle quali il dibattito si è trasferito sull’inserto domenicale de Il Sole 24 ore prima e su Carmilla dopo.

Innanzitutto vorrei precisare che la mia intenzione di restare non è legata a un sentimento di patriottismo, ma si fonda sul presupposto che è a partire dal territorio su cui vivo quotidianamente (sul luogo di lavoro, per strada, negli spazi culturali più o meno ufficiali) che devo impegnarmi per migliorare le cose. È ovvio che mi ritrovi dunque a parlare del “sistema Italia”, e che mi debba confrontare con le logiche di quel sistema, altrimenti me ne sarei già andato e non mi porrei il problema in questi termini.

Una seconda precisazione, che mi sembrava già esplicita nei miei interventi: ritengo fuorviante metterla sul piano del coraggio. Non si tratta di una gara a chi è più eroe. Partire e restare sono due scelte opposte, eppure legate a uno stesso malessere, e questo è un valido motivo per ragionare senza porsi paletti o confini, magari creando una piattaforma comune dove poter confrontare le diverse esperienze. Precisato ciò, nelle guerre tra poveri siamo tutti un po’ eroi e un po’ fessi allo stesso tempo.

E qui veniamo al terzo punto, il più importante, quello di cui ho già parlato nel post precedente: cosa fare nella pratica? Una cosa che ho notato nei commenti, e che deriva dall’effetto “cascata” di internet (dove con facilità si possono spostare i confini di una discussione per allargarla all’infinito), è un malcontento diffuso, figlio forse dell’impossibilità di trovare delle cause ben definite della situazione attuale. Si parla naturalmente di responsabilità politiche (di destra e di sinistra), dei media, di una sorta di attitudine congenita degli italiani a lasciar fare, per non parlare di una serie di valori condivisi dalla maggioranza (ad esempio un certo maschilismo dilagante che l’ha fatta da padrone in quest’estate di “scandali rosa”) ma invisi a chi in questo dibattito è intervenuto. Questo per dire che prima del cosa fare, bisognerebbe forse chiedersi chi e quanti siamo, contarsi insomma.  La mia idea, col rischio di ripetermi, è che siamo in tanti ma sembriamo pochi, proprio perché parcellizzati in una serie di iniziative individuali che, se hanno il merito di dimostrare una forma di resistenza, corrono d’altro canto il rischio di rimanere isolate e di non offrire reali alternative. Alla resa dei conti siamo quindi una minoranza (o almeno è così che appariamo dinanzi all’opinione pubblica) ed è da questo presupposto che dovremmo partire.

La sinergia createsi in pochi giorni sul web è un esempio concreto di come possiamo muoverci, di come la rete possa scavalcare certe mediazioni tipiche di altri strumenti e offrirsi come possibile piattaforma di lavoro.

Proprio come dovrebbe accadere entro pochi giorni, con un nuovo blog dedicato al “precariato intellettuale” (scuola, università, editoria, etc), di cui ospiteremo un contributo.

E per concludere, vorrei prendere a prestito una frase estrapolata da un commento di Laura su Clobosfera, e che mi piacerebbe prendere come motto da tenere sempre a mente: “Non lavorate gratis per le università, lavorate gratis per la comunità, che vuol dire per voi stessi”.

Capito, cari i miei precari? Perciò state all’erta!

Simone Ghelli

Precari all’erta! – Resistere o reagire?

L’intervento della settimana scorsa ha dato vita a una serie di risposte che si sono sviluppate su facebook e su alcuni blog, ad esempio su Clobosfera e su Vaghe stelle dell’Orsa .

Si tratta di un effetto di non poco conto, che dimostra l’importanza e l’impellenza del problema sollevato, ma che ha generato tutta una serie di riflessioni ad esso collegate che in alcuni casi rischiano di creare un po’ di confusione.

Si è parlato di fuga di cervelli all’estero, di artisti e intellettuali incompresi, della nostra tradizione di migranti, ma un punto mi ha colpito più di tutti: la mancata reazione da parte di un paio di generazioni (tra cui la mia) alle quali le ultime classi dirigenti hanno praticamente rubato il futuro. E’ la generazione che usiamo definire dei precari, di chi si è ritrovato con la laurea in tasca (e a volte anche il dottorato) a dover scegliere tra la fuga verso un paese migliore e la prospettiva di rimanere in Italia a fare il primo lavoro che capita, che spesso non ha niente a che vedere con l’istruzione acquisita e le esperienze precedentemente maturate.

Ciò che balza subito agli occhi è un senso diffuso d’insoddisfazione, che però molto raramente produce prese di posizione o azioni atte a modificare la situazione esistente.

Tanto per fare un esempio, chiunque può andare sui siti delle varie università italiane e constatare che continuano a fioccare i cosiddetti insegnamenti a contratto, molto spesso gratuiti o con un corrispettivo di poche centinaia di euro. Bisognerebbe avere la forza di dire di no a simili proposte, che sono dei veri e propri ricatti propinati con l’illusione di poter costituire un accesso privilegiato ad altre posizione. Bisognerebbe poter dire di no, ma i più accettano perché non ci sono alternative, e per qualcuno pronto a dire di no ci sarà sempre una nutrita fila di altri pronti ad accettare, così come ormai accettiamo la prassi del master e dello stage dopo la laurea, con la conseguente prospettiva di non entrare effettivamente nel mondo del lavoro (quello che ti paga e ti permette di costruirti qualcosa di tuo) prima dei 30 anni.

Eppure, a ben vedere, di questa generazione precaria se ne è parlato e se ne parla non solo in internet, ma anche tra le pagine dei libri o nelle immagini di alcuni film e documentari nostrani. Insomma, non è certo l’informazione a mancare, quanto piuttosto una presa di coscienza collettiva, una reazione che non si limiti all’indignazione individuale. Ciò che appare anomalo è l’anaffettività generalizzata che caratterizza il nostro paese da almeno un ventennio, e che è il frutto di più cause convergenti che hanno avuto l’effetto di allontanare le nuove generazioni dalla sfera del politico. Un allontanamento che si è tradotto da un lato in totale insofferenza e disaffezione verso la politica, dall’altro in un’adesione passiva al sistema della delega (sistema rafforzato dalla complicità di gran parte degli organi d’informazione). Il risultato è che l’Italia è diventata oggi un “paese per vecchi”, e di conseguenza disinteressata a coltivare un qualsivoglia interesse per la ricerca, l’istruzione o la cultura.

Una minoranza, quella dei precari, che per resistere deve trovare nuovi modi di organizzazione e di trasmissione del sapere e delle competenze acquisite nel corso degli anni. Il dibattito in rete può essere un buon inizio, ma è necessario che esso prenda corpo nelle azioni di tutti i giorni, che non si fermi insomma allo sproloquio.

E’ soltanto attraverso l’individuazione di un terreno comune che la resistenza (di chi ha deciso di rimanere) può trasformarsi in reazione, nella creazione di un’alternativa a un sistema in cui, nel migliore dei casi, possiamo sperare di sopravvivere tra mille rimpianti.

Simone Ghelli

Caro Simone, hai ragione però…

Caro Simone,

hai immensa ragione quando inviti al senso civile e ad un minimo di attaccamento per il proprio Paese, e hai immensa ragione quando sostieni che se se ne vanno tutti qua non rimarrà più nessuno a presidiare il territorio, ad ascoltare il pensiero di chi è rimasto. Rimarrà una terra desolata in mano a chi questo Paese lo voleva esattamente così, un deserto culturale senza opposizione.

Tuttavia, considera questo. L’Italia è un angolo di mondo la cui popolazione soffre di disturbo da stress post-traumatico a livello nazionale. Non ne è escluso nessuno. Lo dimostra il fatto che la memoria è labilissima, non si ricordano eventi tragici, ma allo stesso tempo nessun Paese in Europa celebra come eroi nazionali scrittori di noir storici o giornalisti che hanno l’unico merito di chiamare le cose con il loro nome – reati –, e di menzionare le leggi che in linea teorica li punirebbero.
Gli italiani sono il popolo più ansioso del continente europeo. L’ansia è ovunque: dalle madri isteriche che sulla spiaggia urlano ai bambini di non sporcarsi, all’ultra-trentenne in scadenza di contratto che non godrà di ammortizzatori sociali fino all’inizio dell’impiego successivo, ma dovrà accontentarsi di un assegno di disoccupazione ridotta calcolato sui CUD dell’anno fiscale precedente, che in totale non arriverà a coprire le spese vive di un mese. Il consumo di benzodiazepine e altri psicofarmaci è il più alto d’Europa.

C’è nel popolo italiano un’abitudine generalizzata al non detto, tale che non sembra più strano che non si siano mai fatti i nomi dei responsabili di eventi che hanno segnato intere generazioni e le cui conseguenze paghiamo fino ad oggi, oggi non in senso figurato, ma proprio ora, adesso. Non sembra più strano che si passino leggi contro l’interesse del popolo il giorno di Ferragosto, non fa alcun effetto che i sindacati non abbiano lottato perché l’introduzione della flessibilità nel mercato del lavoro implicasse che il soggetto tutelato fosse il lavoratore e non le aziende, le quali sulla base di quella flessibilità realizzano ora un risparmio sul personale che incide in maniera sensibile sul bilancio annuo.
Non sembra più strano nulla, neppure il fatto che oramai chiunque assuma dosi poderose di ansiolitici, che l’insonnia sia per gli italiani il fattore numero uno di destabilizzazione nervosa, che le coppie non durino abbastanza da diventare famiglie – tanto che ormai nelle scuole italiane ci sono più alunni di origine straniera (e vivaiddio che ci sono almeno loro, sennò gli insegnanti se ne starebbero a casa) che di italiani – che in genere si registri un aumento esponenziale di reattività emotiva nella sfera affettiva, mentre la resilienza nella sfera lavorativa è oramai da considerarsi patologica.

Bianconi dei Baustelle (gruppo che – detto per inciso – non ascolto, tanto da avere scoperto solo oggi che il cantante, oltre ad avere un look molto cool – cosa che mi ha sempre tenuta alla larga insieme al genere che non amo – è dotato effettivamente di un cervello sopraffino) avanza una proposta molto interessante. Dice: gli intellettuali che per raggiunto benessere possono permetterselo, perché non si trasferiscono all’estero e motivano il gesto con una lettera collettiva di indignazione indirizzata al Capo dello Stato? Non ha torto: sottrarre a questo paese che muore la linfa intellettuale significa infliggergli un colpo al cuore, un’umiliazione pesante davanti al mondo che ci guarda.

Il padre fondatore della lingua italiana fu esiliato da Firenze in contumacia, come si studiava a memoria al liceo, senza capire cosa ciò avesse significato per il poeta sul piano umano, intellettuale e professionale: un disastro. Le radici della cultura italiana affondano nell’esclusione, nella pratica di consorteria, nell’infamia. La situazione attuale non si può considerare una cacciata implicita? Noi si resta qui, ma qualcuno ce l’ha chiesto forse? Arrivano segni tangibili per cui la nostra presenza di intellettuali che potrebbero contribuire in maniera efficace a svecchiare e migliorare questo Paese è effettivamente voluta da chi questo Paese lo governa? Per quanto mi riguarda il fatto che la presenza di molte menti eccellenti non venga, non dico notata, ma neppure a volte remunerata, e che si dia per scontato che un’intera generazione accetti di rimanere appesa al cappio di contratti capestro annichilendo il suo potenziale intellettuale, equivale ad una condanna in contumacia. Perché abbracciare con uno sguardo amoroso un organismo anaffettivo come quello che è diventato questo Paese? Quale investimento emotivo è quello che si chiede a chi può decidere di andarsene: rimanere in cambio di che? Un’indifferenza assoluta.
E d’altronde questi intellettuali che grazie a raggiunto benessere, coronati dall’alloro di prestigiosi premi letterari, invece di abbracciare con uno sguardo amoroso il proprio paese da cui non solo non se ne vanno indignati, ma anzi si godono tutte le glorie transitorie di qualche successino editoriale in un carnevale egoico che fa pietà, invece di fare fronte comune e insistere perché qualcosa cambi, si impegnano unicamente in miserande scaramucce sui quotidiani nazionali, che chi è in scadenza di contratto non ha nessuna voglia di leggere, e se le legge per curiosità ne rimane disgustato e allibito.

Dunque Simone, concordo con ogni virgola della tua proposta, ma concordo per un’unica ragione: me lo posso permettere, perché in realtà niente e nessuno mi trattiene qui. Per me essere tornata in Italia per un periodo è un’esperienza come un’altra, come se fossi andata a vivere un anno alle Galapagos. Ma chi invece non ha né i mezzi e neppure il curriculum per potersi spostare all’estero credo che guardi con impotenza questo spettacolo, e che coltivi il desiderio feroce di allontanarsene, perché la verità è che provoca dolore.
Questo è un dolore che oramai non si sente più, è entrato a fare parte dell’organismo, si è trasformato in qualcos’altro, ansia, anaffettività, carenza endemica di autostima, carenza di desiderio, un dolore convertito in qualcosa di più accettabile, che permetta per lo meno di affrontare la giornata.

Io l’Italia la vedo così: un paese malato che non sa quanto soffre davvero, perché a volerlo veramente valutare si aprirebbe un abisso che è meglio per tutti che rimanga chiuso. Per questo nessuno muove un dito perché al lavoro intellettuale venga riconosciuto un ruolo nell’uscita dall’impasse politica, sociale ed economica. Aprire quel pozzo e sprigionare forze che da almeno un ventennio premono per uscire allo scoperto è qualcosa che chi questo paese lo tiene sotto giogo non può assolutamente permettersi. Il vero corpo di Eluana è l’Italia. A questo punto resta solo, veramente, da staccare il tubo.

Claudia Boscolo