Le parole (rac)contano

Ieri mattina, girovagando su piazza facebook, trovo segnalato da un contatto comune questo post sul blog di Carlotta Borasio, ufficio stampa e curatrice di una collana per giovani adulti presso Las Vegas edizioni. Vado a leggere. Sarà che non era una proprio buona giornata per alcune vicende di cui non mi prendo la briga di parlare qui, ma m’incazzo. Cioè, non esageriamo, non è che m’incazzo, ma piuttosto penso che sia poco etico e poco professionale, per un addetto ai lavori, uscire pubblicamente con riflessioni tanto vaghe. O meglio: dire, ma non dire. Dire senza dire. Ma entriamo nello specifico. In pratica qualcuno ha consigliato un libro di racconti a Carlotta un libro di un autore molto conosciuto pubblicato da una grossa casa editrice. La prima reazione di Carlotta è positiva: vuoi vedere che tornano alla ribalta i racconti? Allora Carlotta, curiosa, ne vuole sapere di più e, nonostante l’autore in questione (che evita di nominare, come vedremo in seguito per non attaccare gente che ha già un nome per guadagnare qualche visita, altrimenti le darebbero della paracula) non le piaccia (perché lo trova prolisso, barboso e poco originale), gli vuole dare fiducia e digita di google (Ah, zio google!). Trova uno dei racconti e comincia a leggere. Dopo le prime quattro righe, ha subito capito tutto: “ma che è sta menata?”.

La curiosa Carlotta, drogata di libri, sa bene che da sole quattro righe dell’incipit di un racconto si capisce subito se l’intero libro sia buono o una cacata, se sia degno di essere letto o pubblicato (anche se specifica che non è compito suo in casa editrice valutare i manoscritti altrimenti ne casserebbe alcuni dopo la quarta riga). Ma questa amara considerazione le fa sorgere una domanda spontanea: possibile che ci sono autori che qualsiasi cagata scrivano va bene per la pubblicazione? Inoltre, a ragione, aggiunge che costa 20 euro (ma questo, ovviamente, è un capitolo a parte, ed è un capitolo dolentissimo). E niente, tutto qui, a parte che ‘sta gente (che poi chi sarà, ‘sta gente?) dovrebbe prendere lezioni.

Da lettore sono indignato, e mi sento pure un tantino preso per il culo. E visto che non era proprio una buona giornata, vado a punzecchiare dicendo in un commento che sarebbe interessante sapere l’autore e la casa editrice in questione. Ma intanto, dicevo, ero sempre su piazza facebook, e chiacchieravo pure con Zabaglio sulla possibilità di portare Trauma cronico a Bologna, quando tornando sul blog di Carlotta mi rendo conto che il commento è in moderazione. Dico ad Angelo: leggi il mio commento? No, risponde, intanto scrive un commento che pure a lui va in moderazione. Ora è chiaro che se scrivo per la prima volta un commento su un blog, quello mi mette il commento in approvazione, pure qui su Scrittori precari è così, e un paio di volte è capitato pure qualche piccolo malinteso. Ma sapete com’è, di questi tempi, ci si allarma subito e si grida presto a censura. E invece, probabilmente, era solo che Carlotta non era a computer. Infatti dopo un po’ i commenti vengono pubblicati. E nei commenti, la curiosa Carlotta, tira fuori il meglio di sé. E un po’ me le fa girare.

Ora, devo essere onesto, mi dispiace pure, Carlotta l’ho conosciuta e la incontro alle fiere del libro quando vado a pascolare, stanno sempre nello stand coi tipi di Intermezzi, e devo dire che lei mi sta pure simpatica, lei e tutti i tipi di Las Vegas (di cui ho avuto il piacere di leggere – e apprezzare – un solo libro, La minima importanza del Piscitelli, che vi consiglio, resterete soddisfatti ma in caso contrario non aspettatevi rimborsi che da queste parti siamo poveri, poveri ma belli, come il film, rubando la battuta a Zabaglio), ma non posso star zitto (se no perché scrivi o vivi?, diceva, anche se a proposito dell’interno delle cosce di Mardou, Leo Percepied).

È il web, bellezza! Non sono io che non perdono, è il web che non perdona. Ma andiamo con ordine. Quello che mi ha infastidito, della replica di Carlotta, è stata la posizione paracula di dire che non è politica del suo blog fare pubblicità a coloro che non ritiene meritevoli di attenzione positiva, chiedendo perdono per la vaghezza (poi aggiunge che la casa editrice è Einaudi, ma prima non l’aveva scritto). Ora, dico io, su Einaudi si può contestare il fatto che i libri costino tantissimo e che alla fine dei conti (e al netto delle intenzioni), chi guadagna di più è sempre un’azienda del monarca, il monarca proprietario del gruppo Mondadori, che ha la storia che ha (in proposito vi segnalo questo post di Morgan Palmas sul blog Sul Romanzo); ma il catalogo, cazzo, no! Il catalogo Einaudi, purtroppo o per fortuna, è un patrimonio dell’umanità. Certo c’è qualche scelta che comincia ad essere poco condivisibile (vedere Mario Balotelli vicino ai mostri sacri della Letteratura mondiale, sinceramente, è un po’ inquietante) ma il catalogo Einaudi, vi voglio bene, non scherziamo. È una questione di qualità, direbbe il fu Giovanni Lindo Mattia Pascal Ferretti.

Certo le aberrazioni del mercato editoriale sono sotto gli occhi di tutti, ma proprio per questo è importante fare nomi e cognomi (e motivare sempre), proprio per districarsi meglio in questo labirinto mortale dell’editoria nostrana. Già la gente in Italia non legge, se poi un non-lettore (o un lettore magari non proprio sgamato) si trova tra le mani spazzatura, abbiamo perso. Tutti.

Per questo credo che sia dovere di (tutti) coloro che amano, lavorano e vivono per i libri, rispettare la responsabilità che il compito che si sono assunti richiede. C’è un popolo intero di lettori da coltivare, se non da far nascere, mentre mi sembra che si resti sempre più imprigionati in una piccola nicchia di eletti. Mentre dimentichiamo enormi fette di maggioranza, sempre più rincitrullite dalla cultura del vuoto e dell’intrattenimento, con le parole svuotate di significato e un analfabetismo dilagante. Non so se anche voi, come me, avete notato la dilagante diffusione del verbo “cosare”. Se non stiamo attenti, tra un po’ finiamo a parlare coi versi, ma non versi poetici, versi bestiali. Ma forse, come insegna il bunga-bunga, lo facciamo già.

Fatta l’Italia, restano da fare gli italiani, dicevano. Curioso no? Oggi cosa sono gli italiani nell’anno di questo pomposo anniversario di una disfatta e fasulla unità? Ovvio che un popolo di lettori è un popolo consapevole. E un popolo consapevole avrebbe saputo meglio difendersi da un monarca squallido, un essere stupido, cattivo e dannoso per gli altri. Non a caso, contro il manganello (e contro il potere), ci si difende con il book block (a riguardo segnalo due articoli su Giap e Carmilla).

Pensiamoci: è già tardi. Non troppo, ma già.

 

Allora il vecchio si appoggiò sulla poltrona. Mi guardò con gli occhiali più lucidi. Cominciò a farmi i complimenti. Disse che gente come noi ce ne voleva.  Che ce n’era ancor poca. Ch’eravamo dei santi. Ma la nostra magagna era stare nascosti. Perché non unire le nostre forze con quelle degli altri italiani? Che cos’è che volevano gli altri italiani? Farla finita coi violenti, coi cafoni, coi ladri, ritornare al rispetto di sé e alla legge, restaurare l’Italia e le sue libertà.

– Rovesciare il fascismo senza far altri danni, interruppe Carletto. [Cesare Pavese, Il compagno]

Gianluca Liguori