Caro Simone, hai ragione però…

Caro Simone,

hai immensa ragione quando inviti al senso civile e ad un minimo di attaccamento per il proprio Paese, e hai immensa ragione quando sostieni che se se ne vanno tutti qua non rimarrà più nessuno a presidiare il territorio, ad ascoltare il pensiero di chi è rimasto. Rimarrà una terra desolata in mano a chi questo Paese lo voleva esattamente così, un deserto culturale senza opposizione.

Tuttavia, considera questo. L’Italia è un angolo di mondo la cui popolazione soffre di disturbo da stress post-traumatico a livello nazionale. Non ne è escluso nessuno. Lo dimostra il fatto che la memoria è labilissima, non si ricordano eventi tragici, ma allo stesso tempo nessun Paese in Europa celebra come eroi nazionali scrittori di noir storici o giornalisti che hanno l’unico merito di chiamare le cose con il loro nome – reati –, e di menzionare le leggi che in linea teorica li punirebbero.
Gli italiani sono il popolo più ansioso del continente europeo. L’ansia è ovunque: dalle madri isteriche che sulla spiaggia urlano ai bambini di non sporcarsi, all’ultra-trentenne in scadenza di contratto che non godrà di ammortizzatori sociali fino all’inizio dell’impiego successivo, ma dovrà accontentarsi di un assegno di disoccupazione ridotta calcolato sui CUD dell’anno fiscale precedente, che in totale non arriverà a coprire le spese vive di un mese. Il consumo di benzodiazepine e altri psicofarmaci è il più alto d’Europa.

C’è nel popolo italiano un’abitudine generalizzata al non detto, tale che non sembra più strano che non si siano mai fatti i nomi dei responsabili di eventi che hanno segnato intere generazioni e le cui conseguenze paghiamo fino ad oggi, oggi non in senso figurato, ma proprio ora, adesso. Non sembra più strano che si passino leggi contro l’interesse del popolo il giorno di Ferragosto, non fa alcun effetto che i sindacati non abbiano lottato perché l’introduzione della flessibilità nel mercato del lavoro implicasse che il soggetto tutelato fosse il lavoratore e non le aziende, le quali sulla base di quella flessibilità realizzano ora un risparmio sul personale che incide in maniera sensibile sul bilancio annuo.
Non sembra più strano nulla, neppure il fatto che oramai chiunque assuma dosi poderose di ansiolitici, che l’insonnia sia per gli italiani il fattore numero uno di destabilizzazione nervosa, che le coppie non durino abbastanza da diventare famiglie – tanto che ormai nelle scuole italiane ci sono più alunni di origine straniera (e vivaiddio che ci sono almeno loro, sennò gli insegnanti se ne starebbero a casa) che di italiani – che in genere si registri un aumento esponenziale di reattività emotiva nella sfera affettiva, mentre la resilienza nella sfera lavorativa è oramai da considerarsi patologica.

Bianconi dei Baustelle (gruppo che – detto per inciso – non ascolto, tanto da avere scoperto solo oggi che il cantante, oltre ad avere un look molto cool – cosa che mi ha sempre tenuta alla larga insieme al genere che non amo – è dotato effettivamente di un cervello sopraffino) avanza una proposta molto interessante. Dice: gli intellettuali che per raggiunto benessere possono permetterselo, perché non si trasferiscono all’estero e motivano il gesto con una lettera collettiva di indignazione indirizzata al Capo dello Stato? Non ha torto: sottrarre a questo paese che muore la linfa intellettuale significa infliggergli un colpo al cuore, un’umiliazione pesante davanti al mondo che ci guarda.

Il padre fondatore della lingua italiana fu esiliato da Firenze in contumacia, come si studiava a memoria al liceo, senza capire cosa ciò avesse significato per il poeta sul piano umano, intellettuale e professionale: un disastro. Le radici della cultura italiana affondano nell’esclusione, nella pratica di consorteria, nell’infamia. La situazione attuale non si può considerare una cacciata implicita? Noi si resta qui, ma qualcuno ce l’ha chiesto forse? Arrivano segni tangibili per cui la nostra presenza di intellettuali che potrebbero contribuire in maniera efficace a svecchiare e migliorare questo Paese è effettivamente voluta da chi questo Paese lo governa? Per quanto mi riguarda il fatto che la presenza di molte menti eccellenti non venga, non dico notata, ma neppure a volte remunerata, e che si dia per scontato che un’intera generazione accetti di rimanere appesa al cappio di contratti capestro annichilendo il suo potenziale intellettuale, equivale ad una condanna in contumacia. Perché abbracciare con uno sguardo amoroso un organismo anaffettivo come quello che è diventato questo Paese? Quale investimento emotivo è quello che si chiede a chi può decidere di andarsene: rimanere in cambio di che? Un’indifferenza assoluta.
E d’altronde questi intellettuali che grazie a raggiunto benessere, coronati dall’alloro di prestigiosi premi letterari, invece di abbracciare con uno sguardo amoroso il proprio paese da cui non solo non se ne vanno indignati, ma anzi si godono tutte le glorie transitorie di qualche successino editoriale in un carnevale egoico che fa pietà, invece di fare fronte comune e insistere perché qualcosa cambi, si impegnano unicamente in miserande scaramucce sui quotidiani nazionali, che chi è in scadenza di contratto non ha nessuna voglia di leggere, e se le legge per curiosità ne rimane disgustato e allibito.

Dunque Simone, concordo con ogni virgola della tua proposta, ma concordo per un’unica ragione: me lo posso permettere, perché in realtà niente e nessuno mi trattiene qui. Per me essere tornata in Italia per un periodo è un’esperienza come un’altra, come se fossi andata a vivere un anno alle Galapagos. Ma chi invece non ha né i mezzi e neppure il curriculum per potersi spostare all’estero credo che guardi con impotenza questo spettacolo, e che coltivi il desiderio feroce di allontanarsene, perché la verità è che provoca dolore.
Questo è un dolore che oramai non si sente più, è entrato a fare parte dell’organismo, si è trasformato in qualcos’altro, ansia, anaffettività, carenza endemica di autostima, carenza di desiderio, un dolore convertito in qualcosa di più accettabile, che permetta per lo meno di affrontare la giornata.

Io l’Italia la vedo così: un paese malato che non sa quanto soffre davvero, perché a volerlo veramente valutare si aprirebbe un abisso che è meglio per tutti che rimanga chiuso. Per questo nessuno muove un dito perché al lavoro intellettuale venga riconosciuto un ruolo nell’uscita dall’impasse politica, sociale ed economica. Aprire quel pozzo e sprigionare forze che da almeno un ventennio premono per uscire allo scoperto è qualcosa che chi questo paese lo tiene sotto giogo non può assolutamente permettersi. Il vero corpo di Eluana è l’Italia. A questo punto resta solo, veramente, da staccare il tubo.

Claudia Boscolo

Trilogia sull’operaio – Misericordia

L’ambiente, intorno a me, era illuminato appena. Questo faceva sembrare tutto un poco più cupo e misterioso.

Il mio lavoro era semplice.

Si trattava di sgomberare l’intero sotterraneo di un palazzo.

I sei livelli sopra di me erano uffici di una banca.

Per decenni quel sotterraneo era rimasto in disuso, utilizzato solo come magazzino per qualche vecchio mobile, materiale di scarto derivato dalla costruzione dell’edificio stesso e ciarpame vario.

Ma con l’arrivo di un nuovo direttore, si era deciso ad un ampliamento di organico e alla conseguente ristrutturazione di quel gigantesco ambiente da adibire a nuovi uffici.

Queste cose me le aveva spiegate Ennio.

Ennio era il capo.

Un uomo di mezza età che aveva chiamato una decina di disperati per quel lavoro faticoso e mal retribuito.

Stette a guardarci per un paio d’ore.

Quando fu sicuro di aver trovato gli uomini giusti si assentò, ritornando poi a sprazzi per impartire qualche ordine ad ognuno.

Era abbastanza grasso ed unto per fare schifo.

Anche se in realtà non conosceva nessuno di noi si permetteva di mandarci a fanculo e fare battute di bassa lega.

La fede d’oro, che portava sull’anulare sinistro, dimostrava che era sposato ed ipotizzava che quell’uomo fosse stato in grado di riprodursi.

Il sotterraneo era un luogo malsano.

Non c’era pavimentazione ma uno strato spesso di polvere rossastra. Materiale di scarto edile, appunto. Una polvere fine che si sollevava ad ogni passo.

Avevo già fatto lavori del genere in momenti come quello. Cioè quando ero a corto di soldi.

Proprio per via della mia esperienza, avevo pensato bene di portare con me una maschera antigas che avevo avuto in dotazione da un capo molto più affabile di Ennio, una volta che avevo fatto un lavoro simile.

La mia maschera antigas era un attrezzo di gomma e plastica con due filtri sulla parte anteriore che depuravano l’aria che respiravo fermando i vapori e le polveri nocive e dando alla respirazione il rumore sibilante di un soffio costante. Sulle mani avevo dei guanti pesanti di cuoio ma il resto del mio corpo non era protetto e alla pelle tesa e sudata delle mie braccia, si attaccava sporcizia volatile dal colore scuro.

Un paio di altri operai italiani avevano portato con loro delle maschere. Un altro aveva legato un fazzoletto alla la faccia illudendosi così di salvarsi l’apparato respiratorio.

Gli altri operai, probabilmente romeni, non usavano nessuna protezione. Respiravano, lavoravano e sputavano catarro nero di tanto in tanto.

Caricavamo su un camion quello che portavamo fuori. Il tutto poi, sarebbe andato a finire in discarica.

Ero nel lato più buio del locale.

Seguivo con lo sguardo lo svilupparsi sempre più oscuro del luogo dove mi trovavo. Per capire dove mettere i piedi.

Vidi a terra qualcosa.

Due gambette scheletrite e piegate.

L’impressione fu immediata. Un feto.

Mi avvicinai per constatare quella che poteva essere la scoperta più macabra della mia vita.

Era un gatto morto.

Non so dirlo con certezza, naturalmente, ma credo che fosse rimasto lì da più di un decennio.

I vermi avevano terminato il loro lavoro da tempo.

Ciocche di pelo grigie erano rimaste alternate sul corpo che per la maggiore era coperto da una patina bianca abbastanza spessa, forse muffa.

Il pelo era rimasto quasi per intero sulla testa.

Mi colpì come quel muso avesse ancora, nonostante tutto, l’espressione tipica del gatto.

Sembrava, a vederlo, che fosse morto serenamente.

In piccole parti, sul collo, era sopravvissuta una pelle dall’apparenza indurita. Una cotenna di muscoli fibrosi.

Finii il mio lavoro in quel punto, in compagnia di quel micio che mi guardava senza occhi.

Forse non era il caso di lasciarlo lì.

Forse avrei dovuto seppellirlo.

E perché non metterlo in un sacco e buttarlo semplicemente?

Il feto che avevo creduto di vedere. Quello si avrebbe meritato una sepoltura.

Mettersi a scavare per un gatto vissuto chissà quanti anni prima.

Valeva la pena?

Avevo sentito dire che non c’è anima negli animali.

Erano in tanti a sostenerlo. Lo dicevano anche i preti.

Alla luce di ciò quel gatto era degno di andare a finire nella mondezza, insieme al resto.

Era però da un bel po’ di tempo che non credevo più ai preti.

E mi solleticava maggiormente l’idea misericordiosa di porre un semplice rispetto per quel che non era più. Senza distinzione di specie.

Lo lasciai lì.

Avevo ancora molto da fare ed il sudore mi accecava gli occhi.

Passarono le ore e continuai il mio operato, impegnando ancora la testa in ragionamenti che sarebbe meglio lasciar tacere.

Non era facile infilarsi nelle maglie delle domande e dei dubbi e contemporaneamente far bene il proprio lavoro.

Ma vi riuscii.

Tutto il sotterraneo era sgombro.

A terra, rimanevano solo piccoli frammenti di vetro, plastica ed altro.

Ennio era soddisfatto.

Gli chiesi :” E adesso? Come andranno avanti i lavori?”

Mi rispose secco:”Domani arrivano con un paio di bobcat che appiattiranno il suolo, in modo da inglobare in esso quei pezzetti che noi abbiamo lasciato. Poi ci sarà la gettata di cemento che coprirà tutto!”

Dopo le parole di Ennio mi rimisi la maschera, presi una pala e rientrai nel sotterraneo.

Ne riuscii poco dopo con adagiati sul palmo di quella vanga, i resti di un gatto morto.

Poi presi a scavare in un’aiuola.

Era tardi e gli uffici erano chiusi ormai.

Nessuno mi avrebbe visto e avrebbe avuto a protestare su quello che stavo facendo.

Depositai il gatto sul fondo della buca e ricoprii il tutto.

Ennio ed uno dei romeni, mi osservavano parlando e ridacchiando.

Poi presi i soldi che mi spettavano e me ne andai.

Luca Piccolino