Let. In. 10

[Diventa anche tu uno scrittore inesistente su Scrittori precari: invia i tuoi Let. In., seguendo queste istruzioni, a carlo.sperduti84@gmail.com. I migliori saranno inseriti nelle prossime puntate della rubrica]

Let. In.
Antologia di Letteratura Inesistente a cura di Carlo Sperduti
(#1 – #2 – #3 – #4 – #5 – #6 – 7# – 8# – #9)

 

DEL CIBO

Il biscotto dimezzato
di Italo Colvino

Due fratelli gemelli si contendono l’ultimo Plasmon della confezione da 750gm. Dramma psicologico dalle tinte forti per l’ultimo capolavoro di Italo Colvino.

Angelo Zabaglio a.k.a. Andrea Coffami

Il dessert dei tartari
(Ed. L’Assaggiatore)

Ricettario basato sulla gastronomia militare. In questo testo sono documentate le ricette in uso presso le guarnigioni di frontiera che, durante i lunghi e tediosi turni di vigilanza, sperimentavano piatti che univano ricette tradizionali ed elementi delle varie cucine locali. Per i primi piatti è possibile trovare ricette interessantissime, come “spaghetti alle mongole”, come il “cous cous della val brembana” o come gli “gnocchetti al ragù di gnu”.
Per i secondi gli autori consigliano ricette come “Stinco di zebra al nero di seppia” o come il “brasato di ornitorinco alla birra” o Leggi il resto dell’articolo

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Luciano Bianciardi o il lavoro culturale dal Boom alla crisi, conversazione tra uno scrittore precario e un critico impuro.

di Sonia Caporossi e Simone Ghelli

Sonia: Luciano Bianciardi a me è sempre sembrato un autore in qualche modo esemplare, meritevole di fregiarsi del titolo di “maestro” all’interno del panorama letterario italiano per gli scrittori della nuova generazione. In particolare, la sua opera ha espresso la reazione del giovane intellettuale di provincia di fronte al difficile momento di trapasso dalla letteratura ufficiale ed altisonante del fascismo propagandistico al neorealismo e poi al Boom economico degli Anni Sessanta. Questo perché con la sua stessa vita ha esemplificato la figura di ciò che può essere definito “l’intellettuale disintegrato”.

Simone: Sì, ed oggi sembra che rappresenti, con ritardo (e quindi anticipandola), la condizione di molti…

Sonia: Nel senso della disintegrazione sociale e intellettuale di molti giovani lavoratori culturali?

Simone: Penso più all’aspetto lavorativo, quindi alla disintegrazione, sì… Alla disgregazione. Oltretutto la sto vivendo sulla mia pelle, questa cosa, anche dal punto di vista degli affetti. Fino ad oggi non avrei mai pensato che la mia condizione di intellettuale precario, o di precario tout court, potesse costituire un problema, ma di fatto è così; e Bianciardi, come Piero Ciampi, questa strada piena di scosse e buche l’ha percorsa tutta. Era uno sradicato, in un certo senso, anzi, in tutti i sensi. Leggi il resto dell’articolo

Let. In. 1

Let. In.
Antologia di letteratura inesistente a cura di Carlo Sperduti

Le intenzioni di Let. In. sono quelle di “fare entrare” (to let in) nella letteratura anche la letteratura che non esisterà mai; di “ammettere” (to let in) che ciò che non esiste è cosa interessante: da evocare, da valorizzare e da far rimanere rigorosamente inesistente; di “imbarcarsi in” (to let in) un’impresa del tutto gratuita per il solo piacere di giocare con la letteratura, atteggiamento purtroppo sempre più raro. Il funzionamento di Let. In. è molto semplice e accessibile a tutti:
1) Si prenda come bersaglio un’opera letteraria e se ne modifichi il titolo attraverso sottrazioni, aggiunte o sostituzioni di lettere, anagrammi, giochi di parole o anche per semplice assonanza. Si faccia in poche parole quel che si vuole col titolo d’origine, a patto che esso rimanga riconoscibile nel titolo ottenuto.
2) Si proceda allo stesso modo con i nomi dell’autore e/o dell’editore (operazioni facoltative).
3) Dati i risultati delle due operazioni precedenti (o solamente della prima), si spieghi attraverso una recensione, una sinossi, un saggio, un riassunto, un’intervista, una lettera, un commento o quant’altro il contenuto del nuovo libro inesistente.
Si sarà così scritto intorno a un libro, evitando il fastidio di farlo esistere.

BEST-SELLERS

R
di Luther Blisset

Prima edizione con refuso di copertina del best-seller Q di Luther Blisset.

Angelo Zabaglio a.k.a Andrea Coffami

Prima che tu dica “stronzo”
di Italo Calmino

A volte i libri in cui ci s’imbatte per caso e di cui non si conosce l’autore neanche per sentito dire (l’ignoranza di chi scrive non è mai poca) ci riservano delle sorprese graditissime. È questo il caso di un piccolo capolavoro firmato Italo Calmino, scovato in una vecchia cantina di un amico durante un trasloco. Lo snello e agile volume cui ci riferiamo, indirizzato ai soli maschietti, s’intitola Prima che tu dica “stronzo”, ovvero 101 modi di mettere le mani avanti con la propria donna prima di affrontare un argomento scomodo.
Il titolo la dice lunga: se volete a tutti i costi evitare scenate e insulti, questo libro vi guiderà passo dopo passo verso la saggezza.
Dalla stessa arguta penna: Se una notte m’inforno un viaggiatore (horror), Il castello dei festini incrociati (erotico), Il barone arrapante (porno).
Una stupefacente dimostrazione di come si possa far passare per sacrificio la propria bassezza morale: da non perdere (Men’s Shame)

Carlo Sperduti

Gli interessi in provincia
di Giovanni Fantoni

Giacomo, il Milla, il Dumpe, il Felpa: quattro giovani disoccupati decidono di candidarsi alle elezioni provinciali per coronare il loro sogno: aprirsi un bar. I quattro riescono miracolosamente a essere eletti, soprattutto grazie ai voti dei giovani che premiano l’originale campagna elettorale dei quattro: regalano le droghe più svariate in cambio della preferenza. Una volta consiglieri provinciali, questi ragazzi riescono addirittura a far diventare il Milla assessore che, grazia ai soldi delle tangenti per gli appalti, riesce a trovare i fondi per coronare il sogno suo e dei suoi tre amici, un bar frequentatissimo che diventa il più importante snodo di spaccio di tutta la regione, anche grazie alla copertura delle forze dell’ordine che non mettono il naso negli affari dei politici.
Splendido romanzo di Giovanni Fantoni che dipinge magistralmente sogni e speranze di una generazione che non vuole perdere tempo.

Gianluca Liguori

L’uomo che scambiò sua moglie per un Campiello

Oliviero Oboe ha tutto per essere felice: un matrimonio d’amore, un lavoro gratificante, un male incurabile. Cosa si può desiderare di più, infatti, di una moglie muta, della soddisfazione di comminare contravvenzioni, della libertà di autocompatirsi senza freni con colleghi, amici e parenti? Un premio. Oliviero Oboe non si capacita del perché al suo settimo romanzo non è ancora riuscito a ottenere un premio da uno qualsiasi dei principali concorsi letterari nazionali. Eppure ha un talento indiscutibile: sua moglie non manca di commuoversi copiosamente sulle sue pagine, colleghi, amici e parenti si sperticano in complimenti, confessano la propria invidia, lo implorano di non smettere mai di scrivere. Una sola può essere la spiegazione: la mafia delle case editrici.
Questo romanzo racconta l’epopea di un gruppo di coraggiosi (Oboe, sua moglie Cloris, e i due colleghi pizzardoni di Oboe, Borghetti e Averna) che sfidano l’impero editoriale italiano per dare voce a un romanzo in cui credono più che in se stessi.
L’idea viene al Borghetti quando scopre che il presidente della giuria del Premio Campiello per l’anno successivo sarebbe stato Alberto Albertinis, un usuraio salito agli onori della cronaca per aver fondato una banca di lusso per correntisti vip ma soprattutto, elemento fondamentale in questa storia, concittadino. Il piano è semplicissimo: seppellire di contravvenzioni l’Albertinis fino a ottenere la vittoria per l’ultimo romanzo di Oboe, un tomo di ottocento pagine dal titolo: Non solo fregnacce. Ma la via della gloria non può che essere costellata di ostacoli che mettano alla prova il valore di chi osi tentare di ottenerla: l’Albertinis, essendo schifosamente ricco, naturalmente dispone di un box privato per la sua Ferrari giallo canarino. Dopo momenti di indicibile scoramento in cui i protagonisti non risparmiano cazzotti al muro e bestemmie al cielo, Cloris, che fino a quel momento è rimasta in silenzio, ha un’idea. E così, nel cuore di quella stessa notte, travestita da prostituta per non dare nell’occhio, la signora Oboe si avvicina di soppiatto al box dell’Albertinis per sabotare cellule fotoelettriche in nome della letteratura. Ma proprio quando niente sembra perduto, sotto gli occhi di Oboe e dei colleghi appostati dietro un parchimetro, ecco accadere l’imprevedibile: la Ferrari, da 100 a zero in 3,27 secondi, si ferma davanti al palazzo, davanti al box, davanti a Cloris. L’Albertinis scende dalla macchina, s’incapriccia da zero a 100 in 2,23 secondi della donna, e se la porta in casa.
Ecco il testo dello struggente biglietto con il quale, alcune settimane dopo un lungo silenzio, Cloris comunica al marito il suo estremo dono d’amore: «Mi ama. Non lo amo. Il premio è tuo. Addio.»
Oboe, distrutto dal dolore, maledice il premio, si ricorda di essere affetto da un male incurabile e muore. Il premio viene assegnato postumo. Non solo fregnacce vende un milione di copie in sei mesi. Il piccolo editore, al quale l’Oboe pochi mesi prima aveva versato 2.500 euro (di cui 2.000 al nero) per pubblicare il proprio manoscritto, diventa il maggior editore librario nato in Italia almeno nell’ultimo quarto di secolo.

 Carolina Cutolo

Manganelli e il viaggio: il sogno e la massa

È diffusa usanza dei popoli occidentali organizzare e/o partecipare a viaggi organizzati – catastrofiche gite, famigerati eventi fantozziani che raggruppano una decina una ventina una quindicina di infelici e li sbattono in qualche città d’arte (che, possibilmente, sia irraggiungibile con mezzi più comodi d’un autobus privo di ammortizzatori e sedili) dove dovranno fare una maratona per vedere ogni dettaglio possibile di altari secenteschi, di ciabatte corinzie o sospensori atzechi. Sempre che, costoro, in vena di elargizione, non si siano svenati per venir sistemati su navi da crociera lussureggianti di profferte lubriche e quasi puntualmente disattese. Leggi il resto dell’articolo

L’inutilità del genio post-moderno /3

Dati i presupposti, non possiamo dimenticare l’importante affermazione che Giorgio Colli fa in La nascita della filosofia («La follia è la matrice della sapienza») e il fatto che i più straordinari documenti dell’antichità, oltre agli illusori testi filosofici (compromessi interamente con l’intangibile se non col folle) e ai reiterativi saggetti (che ruotavano sempre attorno alle stesse cose e sempre negli stessi termini), sono opere teatrali con personaggi che – per i motivi disparati – commettono quelle che oggi (come ieri, spesso) definiremmo “pazzie”: Edipo, Medea, Antigone, Elettra…

Perché il “gesto insano”, conducendo alla catarsi, è tramite per la divinità: come l’idiozia dostoevskijana, che è insania e vocazione mistica.

Tiriamo di nuovo le fila, altrimenti in questa selva di deduzioni e supposizioni potremmo sperderci, e vediamo cosa abbiamo in mano: unità spazio-temporali in dissolvenza, illusione, irrealtà, morbosità, follia, divinità.

Improvvisamente si crea un nesso, anzi, un’equazione:

letteratura : illusione = follia : divinità

ed ecco che nello sputtanatissimo legame fra letteratura e divinità si evidenzia un percorso che passa per la finzione (la nota “finzione letteraria”) e la follia (la “theia mania” platonica del Fedro). Tutti elementi abbastanza risaputi, ma raramente o mai esaminati nella loro sequenza.

Un nuovo quesito movimenta questo dipanarsi: visto che la letteratura è citazione (dovremmo dire “metafora”) della follia e perciò della divinità, data la letteratura corrente, a cosa s’è ridotta la divinità?

Ci sono dei legami nelle opere di autori lontanissimi e nelle opere – ovviamente – del medesimo autore.

E così: fra il Conte Ugolino e i due poveri amanti Paolo e Francesca c’è il legame del racconto in pianto; fra l’Ofelia di Rimbaud e la Marinella di De André c’è il fiume e l’amore di mezzo con stelle e fiordalisi di contorno; Jonson, il poeta del «Lascia un bacio dentro la coppa e io non ti chiederò vino», s’assomiglia nei modi e in alcuni tratti biografici al Catullo di «Odi et amo»; Zorba e l’Inglese di Kazantzakis altri non sono se non il Dionisio e l’Apollo di Nietzsche.

Lo strutturalismo, se vuol fissare delle Gestalt che si meritino questo nome, deve fare a meno di limiti e compartimenti stagni: la struttura del materiale culturale con cui opera dev’essere leggera e interscambiabile, levigata e pronta a combaciare con ogni cosa.

Quindi, la divinità sottesa (anche se involontariamente… involontariamente per gli autori medesimi, ovviamente) alla letteratura contemporanea non deve avere troppi legami e deve potersi accostare a tutto – esattamente come i personaggi e le situazioni di cui abbiamo parlato qualche riga fa.

I principi e i valori devono farsi trasparenti e volatili. Leggerezza, raccomandava Calvino nelle Lezioni americane.

Ma i principi sono anche la trama: sono spinte su cui si muovono i personaggi. Principi volatili danno personaggi inesistenti e plot cadenti.

Rispondiamo alla nostra domanda: la divinità – motore sotteso e originario delle letteratura – è svanita, o meglio s’è ridotta alla sua effige: la follia.

Ambiguità e ironia

Humbert Humbert, l’Abate Faria, Hannibal Lecter, il Vecchio della Montagna, Eraclito, Omero, Tiresia, Edipo, Buddha, il Mago di Oz, Nero Wolfe, perfino Babbo Natale: tutti questi personaggi (e molti altri affini) recano in sé delle tracce mai soppresse e sempre presenti in certe figure letterarie.

L’Oracolo in Matrix o la figura del profeta nei Libri Sacri o Sherlock Holmes: questi tre i grumi in cui, più che in altri personaggi, si sono mostrate le tendenze della letteratura occidentale.

Onniscienza. Ombra. Onnipotenza.

Tutti i personaggi che ho elencato poco fa hanno tre caratteristiche che manifestano singolarmente o accoppiate o nel complesso: vivono nell’ombra, intesa in senso lato (Holmes, per esempio, si traveste e vive immerso nel fumo o nella nebbia); sono, o sembrano, onniscienti; giocano con la vita e la morte perché sono immortali o perché si sentono tali oltre che onnipotenti.

Lo scrittore non s’è mai liberato di queste tre fascinazioni: il sapere, il vedere e il potere. Perché il sapere è anche potere, ma questa capacità di conoscenza (e dunque di dominio) si esplica meglio laddove gli altri non vedono: lo scrittore, così addentro alle parole, sente anche di poter manipolare come vuole i concetti, quindi la verità medesima, quindi – in ultima istanza – la vita degli altri. Perché gli altri sono ignoranti, perché non vedono, e dunque niente possono più di chi mette loro in bocca le parole di cui si servono come sonnambuli. Questa malattia degli scrittori, io la chiamo “sindrome di Polo”, dal nome del personaggio del Gorgia di Platone: consiste nell’immaginare di controllare tutto e di vivere in una trama solo perché si controlla il linguaggio, e lo spirito degli altri attraverso il controllo sul linguaggio.

Questa tendenza s’è estrinsecata, quantomeno in me, nel patologico citazionismo de Il volo interrotto, nel suo amore per l’ambiguità del dubbio dell’indeterminazione e dell’ombra, nel suo raffigurare omicidi che somigliano più a gesti quotidiani che ad attentati contro tutto ciò a cui siamo stati educati.

Ed è in fondo questo il principio di tutti i libri che si propongono oggi di essere “creativi”: l’omicidio, la conoscenza, l’ambiguità.

La generazione pulp sbandierava e sbandiera la violenza, i moderni giallisti la conoscenza, e tutti gli autori, nessuno escluso, l’ambiguità (che, per loro pochezza, s’è ridotta quasi esclusivamente ad ambiguità sessuale e non è molto di più della parodia di se stessa).

L’ambiguità siede allo stesso tavolo dell’ironia: dov’è finita l’ironia? Nei libri di oggi non ce n’è traccia.

Spostiamo allora la nostra attenzione su questi due ambiti: ambiguità e ironia.

Antonio Romano

L’inutilità del genio post-moderno /1

Si è veri soltanto nella misura in cui

non si è ingombrati da nessun talento.

Squartamento, E.M.Cioran

 

Il talento fa quello che vuole,

il genio fa quello che può.

Autoritratto, Carmelo Bene

 

Tre domande inutili che non c’era bisogno di porre

È sempre difficile scrivere o parlare di una storia di cui si è pure protagonisti, ammesso che uno scrittore riesca a far dell’altro.

Mi trovo quindi in difficoltà dovendo parlare di genio, ma soprattutto dello scrivere storie. Ci converrà affrontare innanzitutto una domanda – o, per meglio dire, una serie di domande su cosa abbiamo intorno da un punto di vista narrativo e poetico in questo periodo della nostra evoluzione.

Insomma, che letteratura esiste oggi?

La domanda è, ovviamente, capziosa retorica e arbitraria; questo perché si potrebbe facilmente obiettare che non esistono compartimenti stagni in queste cose, ma solo un unico lungo corridoio che si snoda facendo benissimo a meno di definizioni ed etichette, oppure che io come chiunque altro non ho la risposta alla domanda che ho appena posto e che tartassa tantissimi come me.

Obiezioni perfettamente legittime se solo non fossero del tutto fuori luogo vista la loro ingenuità, perché è ovvio che la domanda è capziosa retorica e arbitraria, e farlo notare è da idioti pedanti. Il punto è che ci serve un pretesto. Come in ogni narrazione che si rispetti.

Eccoci quindi a dare una risposta a una domanda che praticamente nessuno ha posto: la letteratura di oggi è, volente o nolente, post-moderna – nessuna novità, quindi, sotto il sole. Il post-moderno (che è strutturalista quasi per definizione, o nel linguaggio o nel contenuto, visto che è privo – a differenza degli stili e dei modi “tradizionali” – di unità spazio-temporali ben definite) ci sta lentamente riconducendo a una letteratura più di confini che di confine. Rizomatica. Dove la ricerca di una struttura sarà più importante della ricerca forzata del colpo di scena a ogni costo.

Ma queste sono velleità. Ritorniamo al punto della faccenda: la letteratura che si fa oggi subisce la spinta e la fascinazione del post-moderno. Per questa ragione, anche io, per esempio, volente o nolente, produco letteratura di tal fatta (seppur blandamente).

Cioè produco “scoregge letterarie”, che si dissolvono nel vento prive di consistenza.

Difatti, i racconti di un mio vecchio libro, Il volo interrotto, non hanno stile, la loro trama è scarnificata e sono privi d’un’“atmosfera”.

Sempre cercando di capire cos’è oggi la letteratura, potremmo rivolgerci a un film molto famoso, in cui, a un certo punto, il protagonista maschile dice alla protagonista femminile: «Prima regola, Clarice: semplicità. Leggi Marco Aurelio: “Di ogni singola cosa chiedi che cos’è in sé? Qual è la sua natura?”. Che cosa fa quest’uomo che cerchi?» A quel punto lei risponde: «Uccide le donne». E lui: «No, questo è accidentale. Qual è la prima, la principale cosa che fa, uccidendo che bisogni soddisfa?» E lei: «Rabbia, senso di colpa, frustrazione sessuale…» E lui: «De-si-de-ra».

Che cos’è la letteratura? Qual è la sua natura? Molti hanno scritto di questo.

Saba, in Quello che resta da fare ai poeti, dice: «La letteratura sta alla poesia come la menzogna sta alla verità».

Toklas, nell’Autobiografia, riporta una frase che Gertrude Stein disse a Hemingway: «Le osservazioni non sono letteratura», che potrebbe farci intravedere un’idea di letteratura come qualcosa di diverso dalla realtà – cioè dall’osservazione di cui parlava la Stein.

Calvino, dicendo in Se una notte d’inverno un viaggiatore, «La letteratura vale per il suo potere di mistificazione, ha nella mistificazione la sua verità», ci autorizza a dire che s’invera e diviene carne mentendo. Un po’ come Giorgio Manganelli.

Roland Barthes, da Mitologia, ci avverte che «la letteratura, in fondo, è un’attività tautologica», cioè ripetizione.

Jean Giraudoux, sulla stessa lunghezza d’onda di Barthes, afferma che «il plagio è alla base di tutte le letterature, tranne la prima, che d’altronde è sconosciuta»: la letteratura è ripetizione – cioè finto movimento. Non differenza, ma ripetizione.

E se finora la letteratura sembra solo una finzione o quasi, con Pietro Abelardo arriva a sembrare un pericolo: «Bisogna prendere speciali precauzioni contro il morbo della scrittura, perché è una malattia pericolosa e contagiosa».

In apparente contrasto ritroviamo l’esclusività della scrittura sottolineata da Brendan Behan: «I critici sono come eunuchi in un harem. Sono presenti ogni notte, lo vedono fare ogni notte, vedono come andrebbe fatto ogni notte, ma non riescono a farlo».

Queste ultime due citazioni sembrerebbero cozzare fra loro, ma poi ne isoleremo le similitudini.

A ogni buon conto, comunque, visto che come disse Pascal, «l’eloquenza continua annoia», concludiamo qui l’elenco delle testimonianze altrui tenendo conto che queste poche sopperiscono alla mancanza di tutte le altre affini.

 

Antonio Romano