Rock’n’Roll Queen

di Francesco Quaranta

Sei. Uno. Scemo.
Ogni parola è scandita da un bacio sulle tue attonite labbra incapaci di chiudersi.
Sei. Un. Geloso.
Morbidi punti che segnano le pause perfette nel ritmo delle sue sillabe.
Sei. Un. Possessivo.
L’ultima parola che s’allunga sempre più a ogni frase, quasi languisse nella suspense per farti boccheggiare in attesa del premio successivo.
Vorrebbe rimproverarti, lei, per la mezza recita da te appena inscenata con il patetico intento di allontanare il tizio che le si era avvicinato troppo. La cinquina di birrette circolante nelle tue vene ti ha infatti armato della spavalderia necessaria a dondolare con grazia elefantesca tra lei e quel poveretto che probabilmente voleva solo domandarle dove fosse il cesso.
Vorrebbe restare seria, tuttavia non le è possibile perché sei sbronzo. E lo è pure lei, perciò ai suoi occhi sei maledettamente tenero.
Pensieri e percezioni sono densi, quasi bolle vischiose nel tuo cervello che si prendono il loro tempo per gonfiarsi con fatica, nutrendosi della tua concentrazione accondiscendente. Poi esplodono lasciandoti spaesato, preda della bolla successiva, senza continuità e vittima di una coerenza distorta.
Dell’acqua vi accarezza le scarpe, entra a bagnarvi i piedi accaldati per il ballo: mareggiata casalinga da festeggiamento anomalo Leggi il resto dell’articolo

Radiosveglie

di Domenico Caringella

Sono stato il biografo ufficiale di Kadijah al Said, la Sultana Nera, per un numero imprecisato di anni: la fissità del deserto e le mollezze della prigione dorata che mi era stata riservata, hanno infatti minato ben presto e senza rimedio la mia cognizione del tempo.
Sono rimasto al servizio di quella donna senza età, cui la legge Salica aveva impedito di diventare quabus di Uqbar in favore del fratello, uomo inetto e senza qualità in tutto anche nel ramino, sino al giorno in cui ho scoperto che a trattenermi lì non erano state le guardie armate fino ai denti, le velate minacce di un futuro da eunuco o le paranoiche prospettive di un lento avvelenamento, ma semplicemente la mia volontà debole e prostrata, il timore di tornare a casa ad essere di nuovo Nessuno.
Kadijah viveva nel lusso più sfrenato, e tutti noi con lei. Alla mancanza di averi ereditari aveva sopperito armando una flotta corsara imprendibile che batteva a tappeto lo stretto di Hormuz e depredava ogni guscio di noce che le attraversava la strada: i suoi giannizzeri nell’87 erano riusciti a dare Leggi il resto dell’articolo

ContraSens – La sigaretta come una preda

Piccoli accorgimenti fonetico-sociali.

Le lettere che contraddistinguono i suoni della lingua romena, e che di conseguenza ne affilano la musicalità in senso specifico, in questi testi non hanno subito traslitterazione. A seguire, una breve guida fonetico-esplicativa per la loro lettura corretta:
Ă: una -a più gutturale, pronunciata con la parte anteriore della gola, a bocca mezza aperta.
Â: una -a gutturale che tende alla -i.
Ț: corrisponde ad una -z dura, come in pazzo.
Ș: corrisponde al suono -sc, come in sciare.
Buona lettura.

La sigaretta come una preda
di Vera Ion
Traduzione di Clara Mitola

Scrivo, lavoro a Bucarest, ho smesso di fumare, faccio esercizi di respirazione tutte le volte in cui ho la sensazione che il mondo fuori da me si trasferisca nella mia testa. Ho smesso di fumare sigarette perché erano care. Adesso non mi piace più. Il fumo mi sembra una sciocchezza, mi innervosisce e, se sono in un posto in cui si fumano solo sigarette, mi sembra inutile. D’altra parte, il giorno dopo essere stata in qualsiasi club di Bucarest, mi ammalo. Non vedo da moltissimo tempo quella mia migliore amica di quando avevo 14 anni, so che è entrata in pubblicità. La saluto con questa occasione e spero si ricordi in che scala siamo state quando seguivamo l.

Più o meno quindici anni fa, tra i palazzi di quattro piani di drumul taberei1, andando alle lezioni private di tedesco. io e la mia migliore amica di allora, una tipa carina e cattiva che non aveva amiche donne a parte me, il resto solo amici maschi. avevamo la puzza sotto il naso, cattive e cool. ci disgustavano molte cose e molte cose ci giuravamo. io giuravo che non mi sarei messa mai il rossetto. lei che sarebbe entrata a teatro, a recitazione. avevamo stivaletti depeche mode con placca metallica, i capelli lunghi e odiavamo i rockers. stavamo al terzo piano di un palazzo di quattro piani al capolinea del 90, ogni mattina passavamo attraverso i palazzi e andavamo a scuola insieme. attraversavamo la piazza e lo aspettavamo di fronte al palazzo. innanzitutto si portava a spasso il cane per dieci minuti, poi andavamo via.
i suoi genitori litigavano spesso, erano quasi divorziati. sua madre, tutte le volte che entravo da loro, se ne stava in costume da bagno su un telo sul divano e guardava la televisione. d’estate, con un ventilatore accanto. aveva sempre un trattamento per il viso o una nuova lozione per il corpo da applicare e per questo motivo la pelle le risplendeva e nella stanza c’era un odore di medicinali. la maggior parte delle volte se ne stava con un fazzoletto umido sulla fronte, in mutande e canottiera, sul telo, con le gambe aperte e il ventilatore puntato addosso. la prima cosa che notavo quando vedevo sua madre era la cellulite sulle gambe aperte, nella parte interna delle cosce Leggi il resto dell’articolo