Aspetta primavera, Lucky

Aspetta primavera, Lucky (Edizioni Socrates, 2011)

di Flavio Santi

 

Arrivo la sera morto, con gli occhi cotti come due uova in padella.

 

 

Ci sono dei libri che non ci lasciano indifferenti per principio, perché appartengono al nostro mondo ancor prima che alla scrittura, alla loro scrittura.

È un fatto strettamente personale, qualcosa che incrocia il nostro percorso fatto di altre letture e altre riflessioni; qualcosa che ci avvicina per principio al libro in questione, che ce lo rende fin troppo prossimo. Insomma, ci sono libri che per mille motivi non sfuggono a una lettura partigiana, viziata da un’invasione di campo che ci spinge a ingaggiare una lotta, più che una lettura: con o contro di loro.

È da queste premesse che nasceva il mio iniziale scetticismo nei confronti del libro di Flavio Santi, che tra tutti andava a toccarmi proprio il mio adorato Bianciardi (e il Bandini di John Fante); motivo per cui ho apprezzato di meno le prime pagine, dove ancora dovevo liberarmi dai miei pregiudizi e da ogni resistenza dettata dalla diffidenza nei confronti di una certa sfrontatezza dimostrata dall’autore – eppure, mi dico oggi che l’ho letto, in quel momento non ero forse la stessa persona convinta del fatto che sia meglio cimentarsi coi grandi e rischiare un grande fallimento, piuttosto che gareggiare col primo babbeo che va di moda?

E infatti dicevo dell’incipit, dove il protagonista sogna Pasolini, mica noccioline: Pasolini che anziché esser fuggito a Roma si è fermato in Friuli, a lavorare come insegnante nelle scuole medie, e che non ha più tempo per scrivere poesie né provare a fare un film. È a partire da questa invenzione dell’inconscio che Santi ci regala un’invettiva sulla condizione dell’intellettuale nel terzo millennio; in particolare quella di un traduttore – ed ecco qua Bianciardi e la sua Vita agra – che deve combattere con un mondo editoriale ridotto a spettacolo grottesco, a fiera delle vanità, dove la sopraffazione è un valore riconosciuto da tutti.

I personaggi che abitano le pagine di questo romanzo restano impressi al pari del protagonista, nel quale può riconoscersi chiunque viva oggi sulla propria pelle la condizione di lavoratore precario: basti pensare al collaboratore editoriale Danilo Casupola – che ripete continuamente: «A quando il botto?» riferendosi al Pirellone o Torracchione bianciardiano –, licenziato per far posto a un raccomandato; o allo scrittore Adamantino Pollastri, uno molto potente e in vista, uno che si lamenta del suo successo che l’ha trasformato in “brand”; senza dimenticarsi di Tano Dere, un conduttore televisivo che fa trasmissioni sui libri senza mai averne letto uno.

Il prodotto di questo mondo, a cui il protagonista rimane attaccato a costo di enormi sacrifici – perché ci starebbe volentieri al posto di Adamantino Pollastri, anziché dover elemosinare traduzioni per pagare le bollette –, è una persona incapace di esplodere, tanto per non discostarci dalle pagine della Vita agra: un uomo che anche volendo non distruggerebbe niente, circondato com’è da sole macerie. Un uomo che a forza di accettare è diventato persino incapace di scegliere, diviso fra due donne così come lo è fra il sogno e la realtà: da una parte la moglie Giulia, che ancora crede all’utopia (al comunismo), e di cui è innamorato di un amore delicato ma evanescente; dall’altra Sveva, che raggiunge a Roma ogni volta che può per sfogare le sue pulsioni sessuali – due parti che non formano comunque un intero: quella Simone Weil che è il sogno erotico segreto del protagonista.

Per quanto odi il potere e l’aura d’arroganza e ipocrisia che lo circonda, Fulvio Sant – alter ego dello scrittore, che suona all’orecchio come una sorta di kamikaze – è un uomo che non riesce neanche più a urlare i suoi vaffa, ma che al massimo se li sogna, e che come lo struzzo (della copertina del libro) mette la testa sotto terra; ma ci sente lo stesso, eccome se ci sente. Infatti non c’è niente di consolatorio in questo libro, a partire dalla scrittura stessa di Santi, che arriva dritta al cuore del problema e delle cose: una scrittura che mette in subbuglio e lascia il segno, e che soprattutto non risparmia nessuno, né vincitori né vinti.

 

Simone Ghelli

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Il cagnolino rise

Il cagnolino rise *

Le ore in quell’ufficio impolverato (la polacca non fa mai un buon lavoro la mattina delle pulizie) si erano consumate più lente del solito e scampare allo stillicidio assassino mi era parso ancora più gravoso oggi. Alle sedici e trenta varcai la soglia, come ogni venerdì. La città si srotolò generosa sotto i miei piedi. Con passi avidi e irriconoscenti la calpestai per quindici minuti, senza mai alzare lo sguardo. Dopo trent’anni a Roma, il Colosseo fa l’effetto di una latrina, un gigantesco cesso annerito dall’usura, visto dall’alto naturalmente. Finalmente a casa. Sono le cinque, l’inverno ha già ottenebrato quella che era cominciata come una giornata di sole. Immaginare questa scatola compressa come una casa è un’opera di alta e furiosa alienazione: d’altronde sono un genio della finzione.

Faccio la mia doccia, quella che uso per eliminare le scorie della vita ingiacchettata. L’acqua fredda mi avvizzisce l’affare e il cuore si riempie di pena per quel pezzo d’anatomia su cui da almeno vent’anni non riesco ad esercitare alcuna autorità.

Avvicino la faccia allo specchio, nessuna traccia di maschio. Leonardo passa il turno a Leonida, unica regina del venerdì sera capitolino. Sul letto l’abito rosso m’aspetta. Mezz’ora di trucco e il gioco è fatto. Niente Carrà, stasera sarò originale.

Fottuti froci-padri di famiglia, solo loro mi desiderano e solo loro maledico. Pensare di lasciarmi scopare da uno che di giorno fa il marito mi eccita. A piacermi, in realtà, è l’idea che lui sia un padre. L’attrazione irrazionale verso mio padre non l’ ho cancellata nemmeno con l’analisi. E non è la storia del poveraccio che si ammala di omosessualità perché figlio di un uomo assente e violento. Mio padre c’era, mi amava e accettava la virulenza della mia parte femminile, chiamiamola così. Il sessantottardo era un tipo avveduto per l’epoca e io un uomo nato omosessuale, innamorato del proprio padre e per questo destinato a restare solo, almeno affettivamente.

La vita reale mi annoia, mi nutro di finzione e le metamorfosi del venerdì mi saziano. Il mio travestimento è arte. Riempite le tette, mi passo le mani sui fianchi, ciondolando le anche ossute e lo specchio risponde austero con un’immagine tutt’altro che deludente. Leonida stasera è proprio una fica, mi sussurro tutta sussiegosa. L’amore non mi interessa. L’amore non lo conosco e, come tutte le cose fuori controllo e cognizione, lo temo. Dunque lo rifuggo, quando sento il suo odore di zucchero, cambio immediatamente direzione. Gli uomini mi desiderano e mi basta, per sopravvivere, intendiamoci. Io non sono felice. Leonardo non è felice. Leonida non è felice. Entrambi portano a casa la pelle, cedendosi il passo di tanto in tanto. Quella volta al Blood, dieci anni fa, me la ricordo come se fosse ieri. Avevo da poco cominciato a fare marchette: la vita per una che non voleva scendere a compromessi con la normalità affettata e imposta a volte va guadagnata così. Che cazzo volete saperne voi nati maschi in corpi di maschi. Al Blood quella sera d’estate conobbi Luca, un ragazzo confuso e angosciato dalle pulsioni opposte che il suo corpo e la sua mente manifestavano. Faceva il duro, il maschio che aveva accompagnato una sua amica lesbica a rimorchiare. Dieci anni fa ero di una bellezza conturbante. Sempre stato glabro, parevo un angelo, la decifrazione del mio sesso era complicata. Parevo una donna, profumavo di donna, ma le mani erano di uomo, le spalle sapevano di forza. E Luca rimase folgorato. La lesbica si accorse subito di tutto, certe cose le sentiamo in anticipo tra di noi. Al terzo drink Luca era tra le mie braccia, fingendo di non sapere del Leonardo che nascondevo tra le chiappe. Mi accertai che la dark room fosse vuota e nera. Lo presi per mano e lo invitai ad entrare, rassicurante e puttana. Volevo lasciarmi scopare. Gli presi le mani e gliele infilai nelle mie mutandine di pizzo. All’epoca ero ancora nuova dell’arte. All’epoca pensavo ancora che l’amore non avesse regole, generi, verità. All’epoca credevo ancora di essere normale. Di fronte a noi c’era una peritosa riproduzione della Marilyn di Warhol che ci fissava. A destra, in un angolo illuminato di rosso, c’era una statua, un bulldog inglese di ceramica, un fottutissimo cane bianco, grottesco e pacchiano. Ricordo il momento in cui Luca mi sfilò l’uccello: aveva la faccia di chi non credeva ai propri occhi. Io esplosi in una risata grassa e indecorosa, per mascherare paura e vergogna. Anche il cagnolino rise, quel fottuto animale di ceramica si mosse, almeno così mi sembrò. Ero talmente frastornata che immaginavo anche dio ridere di me. Luca mi pestò a sangue, ma questa è un’altra delle tante storie violente che potrei raccontare. Comunque, è da quel giorno che l’amore ha smesso indiscutibilmente di interessarmi. E’ da quel giorno che ho rinforzato la convinzione che quella madre algida e lontana m’aveva conficcato nel petto: uno come me non merita amore. Il sesso m’interessa, essere attraversata dall’incontenibile brama maschile mi lascia al mondo. E mi basta. La parrucca, le tette posticce e smisurate, sono il mio escamotage, la mia finzione di vita. E questa farsa mi serve per sopravvivere degnamente. I giudizi e i rancori non li temo. Leonardo di giorno, Leonida di notte. Quando il sipario si chiude sono un essere umano addolorato e solitario. Le mie lacrime le asciugherò con le lenzuola, quando la mia stanza vuota mi accoglierà di ritorno dall’ennesima festa in cui vi ho fatto divertire.

D’altronde io sono un genio della finzione.

Maura Chiulli

* Racconto pubblicato nell’antologia E il cagnolino rise (Tespi, 2009)

Il cagnolino rise

Il cagnolino rise *

Anna e Carl si erano incontrati sette anni prima, in sala bingo. Anna aveva divorziato da tre anni; la moglie di Carl era morta da poco, dopo una malattia di quelle lunghe.

Anna era ancora una bella donna. A volte la accompagnava al bingo suo figlio, un tipo bruno sui trentacinque che aveva fatto carriera nell’esercito. Carl invitò Anna a cena fuori più o meno al loro ventesimo “incontro casuale”.

Dopo una trentina di cene, andarono a vivere insieme, nella seconda casa di Carl, che stava su una delle colline erbose che c’erano poco fuori città. Questo, di giorno: Anna arrivava al mattino col pullman, e quando iniziava a far buio Carl prendeva la macchina e la riaccompagnava a casa propria, in un quartiere del centro. Al sabato, invece, era Carl che andava a trovarla per pranzo. Le portava sempre un vassoio di pasticceria o una bottiglia di vino dolce, e lei cucinava qualcosa di buono. Si tenevano compagnia, tutto lì.

Era un bel pomeriggio di luglio. La casetta di Carl, che lui stesso aveva da poco riverniciato di coppale, brillava come un tòcco d’ambra sulla sua collina. Si vedeva l’autostrada, è vero, ma per il resto in quella casa si stava davvero una meraviglia. E poi non era mai stata un’autostrada molto trafficata.

Il Natale precedente, Anna aveva regalato a Carl due sedie e un tavolino di vimini, per il pàtio. A guardarlo seduto su quella sedia di vimini, con la sua camicia fantasia, il viso all’ombra e le gambe, coi bermuda e le scarpe bianche, esposte invece al sole, si sarebbe detto di essere in una località turistica della costa, uno di quei posti dove la gente va a invecchiare bene, mica a due passi dalla città.

Carl sbadigliò e disse: “come va con quella studentessa a cui affitti la stanza? È tornata a casa per le ferie?”

“Lisa? No, no: c’è ancora. È venuto a trovarla un amico,” rispose Anna senza staccare gli occhi dalla sua rivista.

“Un amico?”

“Sì. Un bel ragazzo, alto.”

“Il suo ragazzo?”

“Non credo. Non mi ha mai detto di essere fidanzata,” disse Anna, e sorrise.

“Cosa c’è di divertente?”

“Sorridevo per questo racconto che sto leggendo. E’ davvero… Originale.”

“E quanto starà, questo amico?”

“Va via domani. Dovresti davvero leggerlo, questo racconto, Carl.”

“Mh. Come si intitola?”

Il cagnolino rise.”

“Che stupidaggine. I cani non ridono.”

“In realtà non parla di cani.”

Carl sbuffò e si alzò; distese la schiena e strizzò gli occhi per guardare l’orizzonte, che sotto al sole si perdeva lontano oltre l’autostrada e i campi, in un vago punto di fuga cilestrino.

“Sai una cosa? Temo di aver lasciato i miei occhiali da sole a casa tua. Dico, la scorsa estate.”

Anna continuava a leggere: “Può darsi,” disse.

“Forse dovremmo andare a prenderli.”

“Scherzi?”

“Il sole picchia, oggi.”

“Quindi, vale la pena restare.”

“Anna. Voglio i miei occhiali.

“Buon Dio, Carl.”

“Prendo la macchina.”

“Che ti devo dire? D’accordo, andiamo. Coglierò l’occasione per controllare che a casa sia tutto a posto.”

Il ragazzo sentì un rumore e saltò fuori, nudo, dalla porta del bagno. “Che succede?”, gridò al corridoio. Fece in tempo a vedere la zucca pelata di Carl sbucare dal portone d’ingresso, poi Lisa lo trasse nuovamente dentro e chiuse la porta a chiave: “Stai fermo, stupido! È tornata la padrona. Non farmi cacciare… Prendi la tua roba e andiamo in camera.”

I due aspettarono di sentir chiudere il portone, attesero ancora qualche secondo, poi sgambettarono veloci in camera di lei. Restarono fermi, seduti sul letto, per un po’, come ghiacciati, poi lui l’accarezzò, lei gli sorrise e si tuffarono all’indietro, cercando di non far troppo rumore.

Carl e Anna, intanto, erano in cucina. Carl aveva preso dallo scaffale la macchinetta da caffè italiana che le aveva regalato il Natale di due anni prima, l’aveva caricata e messa sul fuoco.

Dopo pranzo, al sabato, aspettavano sempre l’uscita del caffè seduti in balcone. Era un rito, anzi era parte integrante del loro prendere il caffè, così anche questa volta si sedettero fuori. Anna tirò fuori la sua rivista dalla tasca del maglioncino. Dalla casa arrivò un gemito soffocato, simile a un guaìto. Carl sorrise. Per qualche involontario trucco architettonico, o forse solo per i vetri delle finestre, così sottili, il balcone aveva un’acustica perfetta rispetto all’appartamento: qualunque cosa accadesse dentro, non importa quanto si cercasse di essere silenziosi, pareva arrivare in terrazza amplificata, come sugli spalti di un teatro greco.

Si sentirono dei cigolii. Mentre guidava verso casa di Anna, Carl aveva pensato a una battuta da dire se avessero trovato quel che avevano trovato, ma se l’era dimenticata, così la guardò e si limitò a sorridere a lungo.

Anna aveva appena finito di leggere il racconto. Chiuse la rivista, tenendo un dito dentro per non perdere la pagina, e alzò uno dei lati della bocca:

“E’ davvero originale, questo racconto. Perché non lo leggi?”

“Lo farò,” rispose lui, e subito dopo arrivò dalla stanza della ragazza un altro gemito. Carl alzò le sopracciglia e sgranò ostentatamente gli occhi; Anna non fece una piega:

“Allora, i tuoi occhiali da sole?”

Carl non poté trattenere una smorfia, e mosse la sedia vicino a quella di lei. Le prese la mano:

“La tua… Studentessa… Si sta dando da fare, eh?”

“Dovrebbero essere nello scannafosso. Gli occhiali, intendo.”

“Chissà,” sorrise lui, ma Anna sfilò via la mano e l’appoggiò sull’altra, con cui teneva la rivista.

Carl si alzò, il viso buio. Dalla stanza della studentessa arrivò un lungo gemito.

“Il cagnolino rise… Certo, che buffo…”, disse Anna, e col dorso della mano sfiorò Carl sul polpaccio nudo: “Carl?”

“Si..!”

“Quando sei lì, prendi anche le nostre cerate. Ho visto qualche nuvola arrivare, in lontananza. C’è ancora il sole ma, sai, non si sa mai.”

Vanni Santoni

* Racconto pubblicato nell’antologia E il cagnolino rise (Tespi, 2009)

Trauma cronico – Saluti e baci

Eccoci giunti all’ultimo appuntamento dell’anno con Trauma cronico, la rubrica va in vacanza per tornare domenica 3 gennaio 2010; segnatelo sul calendario nuovo di zecca, programmate la sveglia del cellulare, scrivetelo sui muri.

Sono un po’ stanco, la rete sfianca, devo disintossicarmi per qualche giorno del web. Negli ultimi mesi ho lavorato tanto per questo blog, appuntamento quotidiano per un numero sempre maggiore di lettori, voi, che ci date la forza di continuare a ricercare contenuti sempre nuovi. Colgo l’occasione anche per ringraziare a nome mio e di tutto il collettivo i tanti amici, scrittori ma non solo, a cui chiediamo di contribuire alla causa.

Per il nuovo anno speriamo di portarvi nuovi autori, giovani promettenti e firme già riconosciute nel panorama letterario nazionale. C’è qualcuno che sta già lavorando per noi, e per voi.

Il blog continuerà ad essere aggiornato ancora per qualche giorno, poi si prendrà un po’ di vacanza. Mertitata? Ditelo voi…

Domani c’è il consueto appuntamento del lunedì con la “Poesia precaria”, la rubrica di Andrea Coffami e Luca Piccolino. Vi anticipo solamente che ospiteremo una poetessa bravissima che ha letto ad un paio di reading insieme a noi. Avete capito? Scopritelo domani.

Martedì pubblichiamo la seconda parte del racconto diviso in tre di Daniele Vergni, L’inferno (il terzo sarà online il 5 gennaio).

Mercoledì infine chiudiamo i battenti rinnovando l’appuntamento per sabato 2 gennaio 2010 con l’undicesimo episodio del feuilleton politico surreale e grottesco di Simone Ghelli, La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia.

Per concludere ho piacere di segnalarvi qualche titolo di autori italiani usciti nell’ultimo biennio che ho letto quest’anno e che vi consiglio assolutamente. Purtroppo ne dimenticherò qualcuno, di quelli letti, e tanti, di quelli che ancora non sono riuscito a leggere. Ma credo di potervi dare ottimi suggerimenti. Leggete, e fatemi sapere.

Ecco a voi la mia piccola lista in ordine sparso:

Giorgio Vasta, Il tempo materiale

Giuseppe Genna, Italia de profundis

Vanni Santoni, Gli interessi in comune

Claudio Morici, La terra vista dalla luna

Peppe Fiore, La futura classe dirigente

Cristiano Cavina, I frutti dimenticati

Luca Moretti, Cani da rapina

Ed infine, perché no, Il cagnolino rise, l’omaggio a John Fante di vari autori, tra cui i precari Ghelli, Zabaglio e il sottoscritto.

Buone letture e fate i bravi.

Gianluca Liguori

Consigli di lettura

Segnaliamo due recensioni dell’antologia e il cagnolino rise in cui sono presenti i racconti dei precari Liguori, Ghelli e Zabaglio.

Una la trovate a pagina 15 del numero 3 di Finzioni firmata da Simone Rossi.

L’altra, firmata da Massimiliano Di Mino, uscita su Il Paradiso degli Orchi.

Buone letture!