Le tigri

dreamtigers
di Domenico Caringella

Nell’infanzia esercitai con fervore l’adorazione della tigre: non la tigre di pelo cangiante dei giuncheti del Paranà e del dosordine dell’Amazzonia, ma la tigre striata, asiatica, reale, che solo i guerrieri possono affrontare, sopra un castello sul dorso di un elefante (J. L. Borges, Dreamtigers)

Colonna sonora: Asian Dub Foundation, Siberian slengteng

La guida tungusa, come stabilito si era fermata insieme agli uomini della guardia ai margini del bosco innevato, ad un’ora di marcia dal campo sulla sponda del fiume. Il Governatore e suo figlio avevano continuato da soli, tra i larici.
Yerofey sentiva la carabina pesargli sulle spalle, più del sacco con i resti del cervo che la guida aveva ucciso poco prima e che lui si trascinava dietro a fatica; e lo scavare soffice dei passi nella neve alta produceva un rumore tanto delicato da rimbombargli nelle orecchie.
Suo padre gli stava davanti. Come sempre. E come sempre lui arrancava. La battuta di caccia era stata mascherata da regalo per il suo ventunesimo compleanno, ma era solo l’ennesimo dono che il satrapo faceva a sé stesso. Ma suo padre gli aveva anche insegnato tanto. La crudeltà, l’arte dell’indifferenza, importanza e metodologia del potere, la fame e l’odio e i cento modi per soddisfarli. Il “Re”, lo chiamava Yerofey con rassegnazione, ammirazione, fastidio e rabbia, quando era da solo. Leggi il resto dell’articolo

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La grande stanchezza

-di Marco Montanaro

[Questo post continua evidentemente da QUI e da QUI, ma può essere letto in totale autonomia rispetto ai pezzi indicati.]

Un vecchio maestro mi ha detto che nell’Ottocento, coi romanzi, era la stessa cosa. La gente ci finiva dentro, ci restava attaccata, assumeva pose e si rappresentava come nel libro che stava leggendo. I libri erano in grado di permeare le nostre vite fino al midollo. Erano pervasivi.

Adesso tutto si misura sulla pervasività della rete. Il modo in cui ci rappresentiamo, in cui diamo indicazioni di noi stessi (la musica che ascoltiamo, le foto in cui siamo felici o solo ridicoli, i posti in cui andiamo, ecc.). La narrazione delle merci, su cui hanno costruito la loro fortuna molti scrittori americani e anche qualcuno nostrano (mi viene in mente Aldo Nove, ma potrei sbagliarmi), ha fatto il suo tempo. Bisognerebbe raccontare di come le merci siano divenute un corollario, di come le vere merci siano le sensazioni, i sentimenti, le esperienze, tutto ciò che costruisce una persona. Tutto questo accade mentre là fuori c’è una spaventosa crisi economica mondiale. Da queste parti la sensazione è sempre quella del Titanic, dell’affondare cantando.

Registro in questi giorni che alcune cose funzionano con dinamiche molto simili: si sta progressivamente espungendo il fatto letterario dalla letteratura (sempre più simile alle sceneggiature dei film o alle guide turistiche) e la vita dalla vita. Quest’ultima cosa mi pare molto preoccupante. Si sta eliminando dalla vita l’idea della fatica fisica, della disperazione, della morte reale, fuori da ogni Leggi il resto dell’articolo

La scena è viva, viva la scena

Alcune considerazioni su L’O di Roma, Il nome giusto, Palacinche, Gatto Mondadory e il telefonino fatato.

di Vanni Santoni

Tommaso Giartosio ha avuto per me la funzione di un Caronte della letteratura: ricordo bene, quando in un 2008 che appare già lontanissimo, mi intervistava per Fahrenheit di Radio 3. Parlavo del mio Gli interessi in comune con questo tipo dai capelli bianchi, gentilissimo, competentissimo, e avevo la sensazione che finalmente si iniziasse a fare sul serio: di avere, insomma, un piede nel mondo dei libri. Mi ha fatto quindi sommamente piacere ritrovarmelo vicino di casa presso Contromano di Laterza: il suo L’O di Roma – in tondo e senza fermarsi mai è uscito subito dopo il mio libro nella medesima collana e vi ho ritrovato anche una certa, sia pur involontaria, continuità formale: il mio itinerario attraverso Firenze è narrativamente circolare così come quello di Giartosio attraverso Roma è fattualmente circolare. Il libro segue infatti l’autore mentre, fissato un centro in piazza Venezia e un raggio di quasi due chilometri, traccia una circonferenza attraverso Roma e poi la attraversa con rigore a tratti folle, cercando di superare qualunque ostacolo, abitazioni private incluse, pur di non lasciare la linea immaginaria che ha stabilito. Leggi il resto dell’articolo

Appunti per un futuro letterario all’insegna dell’inconsistenza – parte prima

1) Fingere di rivalutare autori di scarso rilievo, da tempo accantonati dalla critica.

2) Provocare una discussione sul noir e sul poliziesco, possibilmente in un’occasione ad alto contenuto letterario quale un buffet post-presentazione di libro di nota casa editrice e di altrettanto noto autore. Attendere che siano state espresse con sicumera almeno quattro banalità e a quel punto annunciare, aiutandosi con una gesticolazione denotante grande ingegno, l’intenzione di scrivere un romanzo il cui protagonista tenti di farsi uccidere da tutti i serial-killer del mondo senza mai riuscirvi. Aggiungere, nell’attimo di pensoso silenzio che di certo seguirà la sconcertante rivelazione, che il titolo dell’opera sarà “Serial-killed”. Ora, almeno uno degli interlocutori non resisterà alla tentazione di far notare quanto sia sciocco un titolo del genere, poiché il tizio, di fatto, non viene mai ucciso. Schiaffeggiare moralmente il malcapitato o la malcapitata assumendo un’espressione incontestabilmente freudiana e il tono di voce pacato e accomodante di chi spieghi a un bambino, per la terza o quarta volta, una qualsiasi ovvietà. Con questi due semplici accorgimenti, replicare con la seguente battuta: “Ma è proprio questo il punto: il fulcro del mio romanzo sarà l’atto mancato”.

3) Scrivere un racconto su un alluce il cui motto sia: “Perché io valgo”. Leggi il resto dell’articolo

Inutilissima nota sull’amore

«Cos’è il piacere se non un dolore straordinariamente dolce?» si domandava Heinrich Heine. Bussy Rabutin, invece, sostenne: «Quando non si ama troppo non si ama abbastanza». Quindi, si potrebbe dire, che amare consiste nel provare un enorme dolore estremamente piacevole. Ma qual è un dolore estremo ed estremamente dolce?

«L’offesa più atroce che si può fare ad un uomo è negargli che soffra,» scrive Pavese ne Il mestiere di vivere. Ma lui s’è tirato un colpo: non fa testo. Per lui la morte era il dolore estremo più dolce. Un dolore atroce che è durato una frazione infinitesimale di secondo per donargli una dolcezza che dura ancora e durerà per sempre.

Dio, quando decreta la nostra morte, in realtà ci vuole regalare un atto d’amore a orgasmo multiplo.

Nella premessa al film L’oro di Napoli si legge: «Noi ne mostriamo soltanto una piccola parte, ma troverete egualmente tracce di quell’amore, di quella pazienza e di quella continua speranza che sono l’Oro di Napoli». Amore, pazienza, speranza. Partendo dall’assunto che l’amore è dolore dolce ed estremo, che la pazienza è sopportazione del dolore e che la speranza è prospettiva della fine del dolore, potremmo dire allora che Napoli è la città dove meglio si vive la dolorosa estasi dell’amore.

E allora perché tutti dicono che l’amore è una cosa bellissima? Perché si dicono questa menzogna incredibile? Perché temono che poi nessuno più accetterebbe d’innamorarsi?

«La menzogna più frequente è quella che ciascuno fa a se stesso; il mentire agli altri è un caso relativamente eccezionale,» dice Nietzsche ne L’Anticristo. Ma allora l’amore è una menzogna prodotta da noi stessi per noi stessi? Non creiamo l’amore per la persona amata, ma solo per noi.

Ritorna una mia vecchia idea: l’amore è autolesionismo e noi siamo masochisti.

E nemmeno Lina Sotis, ne Il colore del tempo, sembra darci la prospettiva di una fine («Fine. Non ci sperate, si ricomincia sempre»).

E questa continuità si moltiplica per ogni essere umano, per ogni momento della storia, per ogni etnoantropologia. «Gli argentini sono spagnoli, vivono come italiani, studiano in scuole inglesi e vorrebbero essere francesi,» dice Borges, condannando inconsapevolmente gli argentini alla sofferenza d’amore concentrata di spagnoli italiani inglesi e francesi.

E anche se, come ci dice la canzone, basta che ci sta il sole basta che ci sta il mare, nemmeno potremmo dire di amare il mare visto quello che Debussy scrisse nel 1904 all’editore Durand («La gente non ha sufficiente rispetto per il mare… Non dovrebbe essergli permesso d’immergervi quei corpo deformati dalla vita quotidiana…»). O forse sì: il non rispetto è creazione di dolore altrui. Una dimostrazione più grande di questa non credo sarebbe possibile.

Ma, visto che continueremo a soffrire e a far soffrire per amore godendone come dei pazzi, mi sa che è meglio chiudere qui questa nota.

Antonio Romano

Elogio dell’ignoranza

L’uomo non somiglia alla scimmia solo perché ha in comune con lei il corredo genetico o, come vorrebbe Jorge de Burgos, il riso. L’uomo ha in comune con la scimmia, essenzialmente, la curiosità. Il lato distintivo dell’intelligenza è la curiosità, è risaputo, lo dice anche Aristotele nella Metafisica («Tutti gli uomini, per natura, desiderano sapere») che il genere umano tende sempre a sapere o a cercare di sapere. Dello stesso parere sembrava Martin Heidegger quando diceva «Non possiamo non chiedere perché». Ed è proprio questa la parolina magica: “Perché?”. Tutto parte sempre da qui: “Perché?”. Ma supponiamo, per amor d’ipotesi, che l’uomo fosse onnisciente. La spinta al conoscere non ci sarebbe. Di conseguenza non ci sarebbe neanche la curiosità. E se non ci fosse la curiosità, il carburante per il meccanismo dialettico intellettivo, inevitabilmente, andrebbe in malora.

Come gli immortali che Borges descrive ne l’Aleph si sono disamorati della vita, così le ipotetiche creature onniscienti sarebbero poco più che dei dogmatici col cattivo vizio dell’aver ragione. «Solo l’individuo libero può meditare e creare, in questo modo, nuovi valori, sociali», disse Einstein, ma se è onnisciente non ha libertà perché le sue stesse conoscenze lo limiterebbero come se fosse (questo voleva precisamente dire Einstein) in una dittatura. Non creerebbe valori sociali perché in una società di onniscienti non c’è nulla da creare o da dire che non sia già stato concepito. L’onniscienza porterebbe all’inazione e all’ignoranza dialettica. Se tutti sappiamo tutto, che bisogno c’è di parlare e interagire? So già che vuole il mio prossimo da me, so già che lui sa tutto e so che lui sa che io so tutto. «L’uomo è il principio delle azioni» (Aristotele) solo se ha bisogno di tali azioni. E un non-onnisciente messo con un onnisciente? Certo che ci sarebbe dialogo: ma sempre e solo per la curiosità del non-onnisciente. Se sbaglio e vengo in possesso della verità, imparo. Se non sbaglio e so già tutto, non imparo e vegeto. «Una cosa è dimostrare che un uomo ha torto, una cosa è metterlo in possesso della verità», teorizzò Locke nel Saggio sull’intelletto umano, ma ovviamente lui si riferiva a persone normali, cioè non in possesso della verità. Gli onniscienti sono già in possesso della verità, la loro vita è grigia e senza sorprese, già scandita e definita. In loro è radicata la gnoseologia della capra cotta, che ben si sa dove può andare. Da nessuna parte!

«La verità dovrebbe essere il respiro della nostra vita», disse Gandhi, ma un respiro non deve arrivare a soffocarci. In un mondo di onniscienti Machiavelli non sarebbe mai esistito, non avrebbe mai scritto «Colui che inganna troverà sempre chi si fa ingannare» ne Il principe: chi devi ingannare fra onniscienti? L’onniscienza, portando all’immobilità intellettuale, porta anche al pragmatismo più sfrenato: da qua il possibile, da là l’impossibile, da là l’opportuno, da lì il nocivo. Questo vuol anche dire fine delle aspirazioni: «Un’aspirazione chiusa nel giro di una rappresentazione; ecco l’arte» (Benedetto Croce, Breviario di estetica). Fine dell’arte. Come sempre parlava bene Einstein a un’umanità di non-onniscienti: «Ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto» (nel suo Come vedo io il mondo). Quanto c’è d’umano in un onnisciente?

In La democrazia in America il Tocqueville dice che «I popoli democratici provano per la libertà un gusto naturale». Questo lo pensava lui, ma in un mondo di onniscienti la libertà e la democrazia sono un optional: che me ne faccio di un ordinamento se io stesso conosco l’ordinamento dell’universo? E anche l’amore ci andrebbe di mezzo: fine della conquista (so già chi, come, dove, quando, perché conquistare), fine della passione (so tutto dell’altro, non ho il gusto della scoperta e della quotidianità e dell’intimità romantica), fine del «Quel che si fa per amore è al di là del bene e del male» (Forza Nietzsche!). Boezio, nella Consolatio, dice che «ogni condizione è felice quando sia accettata, con sereno equilibri»”: questo è proprio l’atteggiamento dell’onnisciente. Sereno equilibrio. E poi si finisce come Boezio: a pelar patate su una roccia aguzza mentre castori demoniaci ti mordono le chiappe. Addio Newton che con gli occhioni sognanti ti domandi: «Da dove provengono l’ordine e la bellezza che vediamo nel mondo?» (argomento poi distrutto da Richard Dawkins in L’illusione di Dio). In un mondo d’onniscienti lo prenderebbero a calci nel sedere e gli darebbero dell’imbecille. A Newton. Come consolazione potrebbe rimanere la bellezza che, come diceva Nietzsche, ha la voce sommessa per essere compresa sola dalle anime più deste. Ma il filosofo parlava di anime deste, un onnisciente – lo abbiamo visto prima – è ormai dormiente e anestetizzato. Insensibile, forse anche alla bellezza.

E allora, tirando le somme, si direbbe che a essere onniscienti, non solo si perde il gusto delle cose, ma anche quello della vita stessa. Non esiste un mondo di onniscienti perché «La totale privazione del bene, dunque, significa inesistenza. E, viceversa, l’esistenza suppone il bene» (Sant’Agostino lo dice nelle Confessioni) e «L’uomo seleziona a proprio beneficio, la natura a beneficio di ciò che accudisce» (Darwin lo dice ne L’origine della specie).

 

Antonio Romano