Storia nera

di Pierluca D’Antuono

Mi prende da dietro all’improvviso con un colpo violentissimo e non respiro più. Ho paura. Sento il suo respiro caldo sul mio collo gelido e un brivido come una lama mi squarcia di lungo la schiena. Per terra, in ginocchio, mi tiene per i capelli con le sue dita nere e tozze e al ritmo di stantuffi spezzati sotto scarponi chiodati mi sbatte la testa sui binari marci e arrugginiti. I denti esplodono in frantumi, ingoio brani di lingua lacerata e vomito in una pozza oscura di sangue. Mentre allenta la sua morsa slacciandosi i pantaloni, tento di voltarmi per guardarlo, ma il fruscio della cinta che scivola tra i passanti tuona nella mia testa come un’unghia su una lastra e allora ride di piacere e in un colpo con lo stivale mi spacca il naso che esplode (non era difficile) e mi strappa i pantaloni; chiudo gli occhi e aspetto
(respira!)
all’improvviso non accade più niente. Davanti a me sento bambini gridare e una voce morbida e infantile chiamare il mio nome dolcemente. Una carezza mi ravviva i capelli insanguinati e mi culla con amore, non piango più e le ferite si rimarginano, ma dietro di me sento ancora il suo sorriso che incombe, i denti d’oro brillare e il tanfo spaventoso delle sue mani sporche e oscure pronte a ricominciare. Ma è nella mia testa, apro gli occhi per vedere e lui non c’è.
Allora capisco.
Ci sono solo due bambini, sono i figli dello zingaro che ieri sera Mattia ha pestato a Piazza Vittorio. Era sicuro che lo avessero scippato. Mentre lo prendeva a calci ho detto a una signora di chiamare l’ambulanza, e prima che arrivasse ce ne siamo andati.
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La società dello spettacaaargh! – 8

[La società dello spettacaaargh! 1 – 2 – 3 – 4 – 5 – 6 – 7]

Caro Jacopo,

grazie innanzi tutto per la precisazione sull’Illuminismo. Mi rendo conto che l’avevamo trattato da diverse prospettive, girando un po’ intorno a una sua definizione, solo sfiorata. Faccio presente, per sintetizzare le nostre posizioni e i nostri linguaggi (ma correggi pure se scorgi errori, mi raccomando) come nel breve scritto di Kant sia toccato un discorso da me posto:

Forse una rivoluzione potrà sì determinare l’affrancamento da un dispotismo personale e da un’oppressione avida di guadagno e di potere, ma mai una vera riforma del modo di pensare.

Ossia che la riforma del modo di pensare non può prescindere dal percorso individuale: ci si può emancipare dall’oppressione in quanto istituzione sociale, ma questo non determina, di per sé, una liberazione individuale, in particolare per quanto riguarda le categorie di pensiero. Ciò ritorna anche nel discorso che fai, mi pare, sulla contiguità tra fascismo e berlusconismo (che condivido in particolare sull’elemento che individui, il «me ne frego»): ci siamo liberati di quella nefasta dittatura, ma ciò non ha coinciso, immediatamente e automaticamente, con l’emancipazione dal modo di pensare fascista. Leggi il resto dell’articolo

La società dello spettacaaargh! – 7

[La società dello spettacaaargh! 1 – 2 – 3 – 4 – 5 – 6]

Caro Matteo,

prima di arrivare al «Che fare?» – soprattutto perché ancora non ho la più pallida idea di cosa si debba fare – vorrei riprendere le mosse dall’assurdo come «distruzione di relazione logica con la realtà», forte anche della tua analisi delle catacresi.

Un discorso forse meritava maggiore articolazione e precisione: quella faccenda dell’Illuminismo e di Kant. Cosa dice Kant a proposito dell’Illuminismo? Dice che l’Illuminismo è l’uscita dalla minore età mentale: l’Illuminismo per Kant è la presa di coscienza e l’assunzione di responsabilità delle proprie scelte.1
Ora, se ci pensi bene, l’autonomia della coscienza è possibile solo rispetto a una realtà, a una verità, a una logica, a una sostanza partecipabile, accessibile, oggettiva: si ha coscienza di qualcosa. Quindi Kant infine dice una cosa ovvia ed enorme: che noi abbiamo accesso al giusto, al vero, al buono, al bello; e dunque non abbiamo bisogno di uno stato etico totalitario o di una chiesa che stabiliscano un *giusto*, un *vero*, un *buono*, un *bello*, e che ci persuadano a ricercarli e praticarli con un sistema di premi e punizioni.2 Leggi il resto dell’articolo

L’inutilità del genio post-moderno /2

Entriamo ora nel vivo. «Ogni uomo è un debitore e un mimo, la vita è teatro e la letteratura è una citazione»: Emerson, Società e solitudine. Questa citazione extra ci dà il là per la prossima domanda pleonastica e retorica che dobbiamo porci: di che cosa la letteratura è la citazione?

(Citazione, dunque contagio da un testo all’altro. Contagio esclusivo perché non per tutti e non in tutte le modalità).

Se questa letteratura di cui ci riempiamo la bocca è, come abbiamo visto, un’illusione repertiata e reiterata all’infinito nello spazio e nella storia ed è anche un morbo elitario, inevitabilmente dobbiamo ricercare la sua fonte originaria – cioè la cosa di cui è citazione – in campi analoghi a quelli rilevati.

Illusione (o menzogna o sogno o visione o come si vuole), morbo, fenomeno elitario: dove arriviamo? Arriviamo a una malattia poco comune che ha molto a che fare con l’illusione.

Marx e Freud dicevano (mutatis mutandis) che l’automatizzazione (leggi: reiterazione, compulsività) aliena e uccide (alienazione e thanatos, questi i principi che approfondirono in tal senso). Dunque, questa malattia rara d’illusione vestita, è mortifera e alienante.

La risposta diventa improvvisamente chiara, addirittura lampante: la letteratura è citazione della follia.

L’arte della follia. Il rapporto fra follia e creazione artistica ha creato da sempre curiosità e interesse. Perfino la follia di Nietzsche, quindi non un artista nel senso “tradizionale” o “comune” del termine (è meglio sorvolare sulle sue liriche pubblicate postume in uno stile decisamente brutto e accademico), ha stimolato non poco la fantasia degli studiosi, impegnati a capire se sia stata la follia a influenzare la sua filosofia o se la sua filosofia abbia determinato la follia (in questa sede preferisco trascurare il cinico dato della febbre sifilitica).

Quella di Nietzsche è un caso decisamente poco comune: prescindendo dalle modifiche apportate dalla sorella filonazista Elisabeth, la sua opera si caratterizza per la complessità con cui si snoda attraverso tematiche e registri stilistici assai differenti. Dall’organico saggio letterario-filosofico La nascita della tragedia all’apologo filosofico-favolistico espresso quasi unicamente per aforismi del Così parlò Zarathustra, al libro quasi propriamente filosofico di Considerazioni inattuali o Umano, troppo umano.

Ben consapevole del rischio che si corre di sollevare diatribe già ricorse nel mondo della filosofia e della letteratura, sono tentato di sottolineare la raffinata letterarietà dell’opera del filosofo. Pare quasi che Nietzsche abbia compreso l’importanza d’un linguaggio capace di coinvolgere ed esprimere, lontano dai peripli linguistici d’un Kant o d’uno Hegel (non a caso i testi di quest’ultimo furono definiti da Schopenauer «il più inutile, insulso sproloquio di cui si sia mai accontentato una testa di segatura» espressa nel «linguaggio più orribile e anche assurdo, che ricorda il delirio dei folli»). Sembrava aver colto il problema stesso del dire, così come lo colse in seguito Heidegger, che probabilmente ne aveva abbastanza di dover lavorare con un linguaggio che lo costringeva a scrivere frasi come «Nello stato emotivo l’Esserci è già sempre emotivamente aperto come quell’ente a cui esso è rimesso nel suo essere in quanto essere che esso, esistendo, ha da essere».

Lo stile nietzschiano è sobrio, ma ricco; asciutto, ma evocativo; abbordabile, ma elegante. Si tratta d’una vera e propria opera di divulgazione, fatta sia per filosofi che per letterati che per uomini comuni.

Quindi anche per Nietzsche si può innescare una delle suddette diatribe su filosofia e letteratura. Diatribe del tipo: Leopardi, Esopo, Dante Alighieri, De Sade, Borges, Machiavelli, Henry Miller, Orazio, Jean de La Fontaine, S. Francesco sono più scrittori o più filosofi? Confucio, Rousseau, Platone, Sartre, S. Agostino, Pascal, Giordano Bruno, Erasmo da Rotterdam, Kierkegaard, Voltaire sono più filosofi o più scrittori? Per non parlare di casi affini a quelli di La Rochefoucauld, Buddha, Hölderlin, Novalis o lo stesso Nietzsche.

Ma non è questo l’argomento di cui stiamo parlando, perciò ritorniamo al discorso interrotto poco fa.

Un altro dei molti punti in comune fra follia e arte è Van Gogh. Impressionista ante litteram, colpito dalla nausée du vivre prima di molti altri, fragile e forte, visionario e depresso. In lui c’è la sintesi di molti motivi esistenziali e anarchici, superomistici e decadenti, artistici e volgari: un Machiavelli della pittura, azzarderemmo.

All’orecchio di Van Gogh si possono dare mille significati (oltre quelli ufficiali): rifiuto, depressione, ribellione, autolesionismo pseudo-religioso e ancora ricerca di sé, effetti della vita, edonismo masochista, etc…

Come mille significati si possono dare allo stile e alle opere di De Sade, alla sua psicologia, alla sua dialettica, alla sua follia, agli intermezzi filosofici in Justine o in Filosofia del boudoir o nei Dialoghi filosofici.

E ancora il succitato Hölderlin, morto folle dopo essere stato un precoce filosofo e un precocissimo poeta. Quasi identico a Lucrezio, che addirittura, come riporta l’arguto padre della chiesa S. Gerolamo, scriveva per intervalla insaniae.

Tirare le somme di quest’argomento è quasi impossibile (non dico del tutto impossibile solo perché sono convinto che nulla sia impossibile), oltre che per scarsità di studi in merito, perché si cadrebbe sicuramente nell’opinione soggettiva.

L’unico modo per capire se la follia sia elemento integrante della produzione artistica o se piuttosto la produzione artistica conduca alla follia sarebbe diventare pazzi o artisti (che, in fin dei conti, sono praticamente la stessa cosa: o, meglio, sia i folli che gli artisti godono della “lateralità”).

Oppure si potrebbe provare a sostenere la seguente ipotesi: l’artista è un pazzo e viceversa.

Cosa fa l’artista nelle sue opere? Coglie il circostante, lo destruttura… lo smembra, lo rielabora pezzo per pezzo e lo ricostruisce in una propria maniera originale. Il processo patologico della follia è il medesimo. Il pazzo destruttura e ricostruisce la realtà a proprio uso e consumo.

La creazione dell’opera d’arte, insomma, si serve dello stesso processo di derealizzazione del mondo che nel folle è spontaneo. L’artista si serve della sua sensibilità e della sua cultura per ricostruire la realtà, la ricostruisce – per così dire – “umanisticamente”. Mentre il folle opera tale processo servendosi d’una logica; della sua logica, che ricostruisce tutto in termini fondamentalmente incomprensibili per gli altri esseri umani. Ma logicamente! Potremmo arrivare a dire che, mentre l’artista “pecca” di soggettività, il folle conserva una certa logicità all’interno della sua follia. È vittima della propria logica, mentre l’artista lo è della propria sensibilità.

E seppure fosse illogico, il folle, sarebbe comunque antiumanistico.

De Sade, all’incrocio fra arte e follia, dava dei significati propri a concetti comunemente accettati dalla società a lui contemporanea. Così come un secolo dopo avrebbe fatto Nietzsche con la filosofia, Van Gogh con la pittura e come aveva fatto Lucrezio con la poesia.

Tutti loro avevano trasposto la destrutturazione del reale nell’arte, con risultati davvero eccezionali. Altri intellettuali e artisti, pur bravissimi e preparatissimi, non sono stati in grado di raggiungere i risultati di uno dei personaggi succitati.

E perché questo? Perché non erano “pazzi”.

 

Antonio Romano

Le strade della filosofia

C’è un posto, a Roma, dove a perdersi s’impara un bel pezzo di storia della filosofia.

La cronologia è arbitraria, a tratti casuale, zeppa di caselle vuote.

C’è una sola via maestra in questa storia, tracciata da Kant, che qua chiamano Kent, per dimostrare d’aver speso bene i soldi in ripetizioni d’inglese.

L’altra grande arteria è dedicata all’inventore del comunismo. Pensate: viale Marx è la strada delle attività commerciali, in comproprietà con piazzale Hegel; un vero schiaffo morale ai principi del pensiero razionale.

A Diderot hanno invece dedicato un budello di strada, troppo corta anche a farla a piedi. Sembra che gli abbiano applicato la legge del contrappasso, come punizione per la mania delle enciclopedie.

Nel piazzale adiacente a via Comte ci fanno invece il mercato del mercoledì, ché per i sociologi è un ottimo campione da intervistare.

Da quando ci lavoro, poi, parcheggio a colpo sicuro in via Locke, in ottemperanza agli insegnamenti del filosofo inglese: «Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro». E infatti, i colleghi mi consigliano sempre di cercare più in là, in Largo Russel, a me che di logica non c’ho mai capito nulla. E perché non in via Jaspers, vi chiedo, ché almeno troverei una risposta alle mie paranoie.

La prima volta che mi ci persi, di notte, non riuscivo a venire a capo di questo girotondo di strade che si prendevano gioco del mio pensiero. Alla terza volta che incontrai il nome di Schopenauer, cominciò il vero tormento, alimentato da una sua famosa citazione: «La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando per l’intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia».

Mi venne davvero la paura di non uscirne più fuori, d’esser costretto a convivere col buio della mente, ancor più nero per via del diluvio che prese a scendere dal cielo. Che fine avevano fatto gli illuministi, quel Rousseau e quel Voltaire che la mia mappa indicava chiaramente?!

In questo stato, continuai a guidare la mia auto senza incontrare anima viva, e a mie spese scoprii quanto incerto e solitario possa essere il cammino del filosofo.

Mi sentivo a tutti gli effetti una monade, soprattutto quando raggiunsi via Leibniz senza neanche sapere come. Qui fu Lessing a venirmi in aiuto, per quanto anch’egli fosse stato tributato d’un tratto di strada assai risicato: «Un uomo che non perde la ragione per certe cose, non ha una ragione da perdere».

Di lì presi in Largo Bacone, poiché se è vero che «il dominio dell’uomo consiste solo nella conoscenza», non potevo che arrendermi alla massima seguente: «Nessuna forza può spezzare la catena delle cause naturali; la natura infatti non si vince se non ubbidendole».

E così m’infilai in una sorta di giostra, chiaramente frutto dell’ingegno dell’uomo, che prende il nome di via Cartesio; una strada che fa come un cerchio, ma interrotto da entrambe le parti. E di lì ripresi per l’inverso, e ancora e ancora, ripercorrendo non so quante volte gli stessi nomi, gli stessi concetti. Strano che non vi fosse traccia di Nietzsche, pensai tra me e me: adesso passerò l’intera mia vita a girare tra queste stesse idee; finché all’ennesima svolta non incontrai per caso un nuovo concetto, ubicato in via Spinoza, che è poi il solo modo di «attraversare la vita non con paura e pianto, ma in serenità, letizia e ilarità».

In fondo a quella strada intravidi una luce, che non era certo quella di Dio, bensì dei lampioni di viale Kant; ma per me, anima in pena, lo stesso una salvezza.

Adesso che ci lavoro, poi, in quella zona, ho pure pensato che la filosofia allora a qualcosa serve; ma per carità, non vorrei ritrovarmici ancora di notte. Per non spaventarvi oltre il lecito, non v’ho infatti raccontato delle bizzarrie cui andai incontro in piazzale Montesquieu… cose che a parlarne oggi, c’è davvero da non crederci…

Simone Ghelli

Lettera aperta alla mia Nazione

spettabile Nazione,

ti scrivo per dirti che ormai non capisci più un tubo, ma stai tranquilla, siamo in due. Sospetto in realtà si sia molti di più, però, cara Nazione, non essendo in grado di saperlo con certezza, ti scrivo questa lettera aperta così magari la legge qualcuno che capisce più di me e mi spiega come sistemare le cose.
Ti scrivo avendo letto l’ennesimo intervento / articolo / intervista di stampo scientifico, anzi, di stampo “scientifico”, che dovrebbe spiegarmi con logica inoppugnabile perché sbaglio, perché ho sbagliato tutto e perché, probabilmente, continuerò a farlo.
Metaforicamente parlando, se la realtà fosse una formica, ho constatato ormai da molto tempo come questi tuoi illustri e assai ingegnosi figli siano bravissimi a dirmi di quali molecole è composta una formica, ad elencarmi i tipi di formiche attualmente presenti sulla terra, dividendoli per ecosistemi, e a descrivermi minuziosamente il ciclo vitale di una formica. Però questi tuoi illustri e assai ingegnosi figli, se gli mostro una formica, mi guardano stralunati: “che è?”; “una formica”; “ah davvero? Aspetta che prelevo un campione per controllare se è vero”. Spettabile Nazione, scusa se te lo dico, ma a me non la fai, pure se sono fesso. A te della realtà, delle narrazioni della realtà, della scienza, dei tubi, della logica, di Aristotele, della retorica, della poesia, dello stato sociale non te ne frega niente; come non te ne frega niente neanche del capitalismo, del liberismo, dello stato federale, del cemento, del verde, dei rifiuti, delle formiche, del cha cha cha e del quaquaraquà. Ma mica perché sei cattiva, no. Io ti vedo più che altro come il nonno con cui uno è cresciuto, e che ad un certo punto si scopre essere malato di Alzheimer; inizialmente sembrava solo diventato un po’ più eccentrico del solito, ma ad un certo punto diventa evidente che ha l’Alzheimer. Per cui ora, quando il nonno inizia a parlare che so, di Kant (il nonno era una scheggia, su certi argomenti), lì per lì lo stai pure ad ascoltare, perché Kant è Kant e fa sempre la sua porca figura. Però poi mentre parla il nonno si ferma e sbava, oppure si ferma e, come se niente fosse, inizia il discorso daccapo, come un cd che ripete all’infinito la stessa canzone; oppure salta di palo in frasca, da un argomento all’altro, come un concept album con la riproduzione casuale. Io nel secondo caso potrei pensare ad una nuova narrazione volta a superare Kant, ma se lo facessi sarei più scemo di mio nonno con l’Alzheimer (manco a dirlo, ci sono un sacco di nipoti convinti invece che il nonno non sia rincoglionito, ma metanarrativo).
Spettabile Nazione, un Baricco, per dire, ti fa male con questa storia dei barbari e del 2026, ma capisci, lui campa con la ricerca sull’Alzheimer: se si trova la cura, dovrà affrontare la disoccupazione, e non ci è abituato. Molto meglio campare in quell’ampia nicchia che separa un male curabile da uno trattabile. Non me la sento nemmeno di dargli torto, perché nessuno è realmente pronto ad affrontare la disoccupazione: l’importante, però, è che nessuno mi domandi mai di giustificare la mia paradigmatica idiosincrasia per i Baricco, altrimenti dovrei rispondere con aforismi improvvisati, del tipo “Omero era ispirato dalla Musa, Baricco dal commercialista”. Io non ho di questi problemi, per cui te lo dico chiaro e tondo, consapevole che, in pratica, sto urlando contro mio nonno con l’Alzheimer, quindi contro uno che manco mi ascolta; c’è caso anche che si faccia la pipì addosso mentre invado l’aria con una brillante metafora o un gustosissimo climax ascendente. Ma uno al nonno gli vuole bene, pure se c’ha l’Alzheimer, pure se è cachettico, perché fa parte della famiglia, della tradizione: da qui il mio ridicolo dramma umano, che non riesco ad evitare.
Tu, spettabile Nazione, nel migliore dei casi vivi nella convinzione che la logica di Aristotele basti ad afferrare il minimo comune denominatore che tiene la realtà sopra il baratro del nulla. Ma io so che è un’illusione.
Non è vero che se A=A allora A≠B. Un qualunque burocrate distrugge questo assunto di partenza almeno una volta al giorno. Faccio un esempio. Attualmente io sono un dottorando (un fannullone): per l’Università, che è un sotto insieme dello Stato Italiano, (molto sotto e poco insieme) io sono considerato un borsista, uno studente/borsista per la precisione, e non un lavoratore (un fannullone a norma di legge, per l’appunto). Per l’INPS, presso cui ho presentato documentazione affinché l’Università iniziasse ad erogare la borsa di studio, INPS che a sua volta è un sotto insieme dello Stato Italiano, io non sono uno studente-borsista, poiché l’INPS non contempla, nell’apposito modulo, la categoria studente-borsista. Per l’INPS dunque io sono un lavoratore a progetto. Quindi se A=studente-borsista e B=lavoratore a progetto, per Aristotele A=A, B=B, A≠B, per lo Stato Italiano A=B e Aristotele=nulla.
Oppure tu, spettabile Nazione, vivi nella convinzione che, poiché Aristotele=nulla, allora Aristotele è inutile, esticazzi Aristotele e chi per lui. Perciò balli sul Titanic che affonda, gasandoti come una totale idiota perché diventi sempre più brava a ballare. Ballare è una cosa pratica, Aristotele son chiacchere: “l’ignoranza è forza”, diceva qualcuno che manco sai chi sia, ma di cui però ti adorni. Appena provo a dirti che il Titanic sta per affondare, che è il caso di organizzarsi per calare in mare le scialuppe e provare a salvarsi, mi prendi a male parole perché, nella tua idiozia, auto inflitta, alimentata dai tuoi compagni di ballo, sei davvero convinta che, sotto sotto, chi parla di naufragi, scialuppe e salvezza invidi la tua bravura nel ballare. Oppure, mentre balli, te ne esci con un sofisma che riscuote gran plauso, chiedendo che ti venga dimostrato dialetticamente il pericolo di naufragio. Oppure tu non balli, ma vivi sul Titanic criticando con solidi argomenti quelli che ballano, e mentre mi danno e impreco per cercare ‘sta benedetta scialuppa, mi fai notare che ho sbagliato modo di parlare della scialuppa, per cui è naturale che poi chi balla continui a farlo. Io lì per lì, essendo in pericolo di vita, non trovo di meglio che mandarti affanculo, e allora tu sciorini una filippica incentrata sul mio fascismo. E, a fronte di tutto ciò, mi devo sentire un inetto perché non so remare da solo per l’oceano, e mi trovo come una sfigatissima Cassandra su una nave che affonda.
Tu, dunque, vivi e fai vivere nell’illusione che l’uomo si sia evoluto dalla scimmia: una visione naturalmente più sensata di quella creazionista, che ancora deve spiegare in quale giorno Dio abbia creato il Tirannosauro (tra la notte del terzo e l’alba del quarto?), ma una visione che dimentica un dato. Essersi evoluti dalla scimmia non significa essersene emancipati. E se una scimmia con in mano La Divina Commedia può far sorridere, una scimmia convinta di conoscere La Divina Commedia mi provoca paura e orrore. Perciò, spettabile Nazione, in attesa che qualcuno mi dia la soluzione, e mi spieghi come sistemare questi benedetti tubi che non capisco, ti lascio parafrasando il poeta:

sprofonda in questo tuo bel mare / vattene a morì ammazzata

Distinti saluti,
tuo affezionatissimo Matteo

P.S. Allego CV per la civiltà che prenderà il tuo posto*.
* (disponibile a lavorare anche part time)
Matteo Pascoletti