Era di maggio

La rubrica Interlinea ƒ64 nasce dalla collaborazione tra La Rotta per Itaca e Scrittori precari: una volta al mese, uno scrittore, leggendo tra le righe di una fotografia, ci racconterà una storia in profondità di campo.

Quello che segue è il terzo racconto.

di Leonardo Battisti da una foto di Andrea Pozzato

 

Ci sono dei giorni a maggio in cui il sole prova a far la voce grossa fra le nuvole bianche; lo si può vedere scagliare violento i suoi raggi nella coltre di vapore come quel tale che, in una piazza affollata, si sbraccia e dimena per richiamare l’attenzione di qualche conoscente visto per caso in lontananza, ma senza ottenere il risultato sperato. E allora tutt’attorno si diffonde una luce chiarissima ma spenta e l’aria diventa tiepida e statica, tutto sommato innocua come una bugia non ancora svelata. Leggi il resto dell’articolo

Avere un lavoro o lavorare? Riflessioni filosofiche sul precariato a partire da Erich Fromm

In vista della manifestazione dei precari di sabato 9 aprile, rilanciamo questa interessante riflessione di Matteo Antonin.

 

In un suo celebre saggio del 1976, Avere o essere?, lo studioso (filosofo, sociologo, psicologo) Erich Fromm delinea chiaramente, all’interno della sua indagine sulla dialettica individuo-società, le due modalità che, a suo parere, orientano l’esistenza dell’Uomo: la modalità dell’avere e la modalità dell’essere. «Dicendo essere o avere», scrive Fromm, «mi riferisco a due fondamentali modalità di esistenza, a due diverse maniere di atteggiarsi nei propri confronti e in quelli del mondo, a due diversi tipi di struttura caratteriale, la rispettiva preminenza dei quali determina la totalità dei pensieri, sentimenti e azioni di una persona».

Erich Fromm (Francoforte sul Meno, 1900 – Locarno, 1980)

Nella modalità esistenziale dell’avere l’uomo ha verso il mondo, verso le cose e le persone, un rapporto di possesso: egli aspira a possedere.

Per prima cosa, ognuno crede di possedere se stesso (ed è su questo possesso che, in definitiva, si basa il concetto di identità); in secondo luogo ognuno desidera possedere le altre cose e gli altri. Nella modalità dell’avere il possedere le cose, ovvero la proprietà, è ciò che costituisce l’individuo. L’avere reifica le persone e i processi vitali, si riferisce a cose, e le cose sono fisse, improduttive, morte.

L’essere invece si riferisce non alle cose, bensì all’esperienza: un’esperienza che è costitutivamente libera, indipendente e critica, in quanto si basa sull’«uso produttivo dei nostri poteri umani».

Fromm correda il ragionamento di molti esempi tratti dalla vita quotidiana: l’apprendimento (nella modalità dell’avere un apprendimento passivo, nel quale gli studenti sono come recipienti vuoti che vengono colmati; nell’esperienza produttiva dell’essere un apprendimento vitale, attivo, produttivo), la lettura, la conversazione, la conoscenza (sottolineando la differenza tra avere conoscenza e conoscere), la fede (cieca fiducia in idee preconfezionate o fede nella vita, nell’uomo, che non si basa sulla sottomissione ad un’autorità costituita), l’amore (come possesso dell’altra persona o come processo vitale e produttivo).

Dal 1976 molte cose sono cambiate, ma l’assetto di una società basata sulla proprietà, sui consumi e sul possesso non è cambiato molto.

Ciò che però è mutata da allora è la condizione del lavoratore, e la sua nuova condizione di subordinazione e sottomissione legalizzata attraverso precarietà, mancanza di futuro e di sicurezza, realtà che ai tempi del libro di Fromm era sconosciuta (come lo erano i concetti che di questi mutamenti stanno alla base come fondamenti teorici: globalizzazione, flessibilità, delocalizzazione del lavoro…) .

Tuttavia, applicando il ragionamento di Fromm a questa nuova  condizione esistenziale del lavoratore odierno (la precarietà lavorativa ed esistenziale) si può notare come essa si possa comunque inserire in un’ottica funzionale al contrastare la modalità dell’essere e a perpetrare quella dell’avere.

La mancanza di continuità del rapporto di lavoro e conseguentemente di qualsiasi certezza sul futuro è il moderno meccanismo, teorizzato e messo in atto, per spronare l’Uomo a piegarsi alla passività, all’incapacità di sviluppare la propria funzione e il proprio essere attraverso l’abitudine ad avere un lavoro, senza mai  lavorare.

Nella modalità dell’essere lavorare dovrebbe essere uno sperimentare (e questo è possibile solo attraverso la sicurezza e la continuità del rapporto lavorativo) un’attività non alienata che consista non nell’avere un (momentaneo) posto di lavoro (e desiderare averlo soltanto per avere il guadagno che ne deriva), ma un’attività produttiva nella quale sviluppare le proprie potenzialità e  il proprio essere dinamico.

Un lavoro sicuro, a tempo indeterminato, non alienato, che rappresenti il nostro essere profondo, esprimendo le nostre capacità più proprie, che garantisca al lavoratore di poter fare dei progetti, deve essere evitato in quanto, usando le parole di Fromm, nella modalità esistenziale dell’ essere, «quando realizziamo  una crescita ottimale, siamo non soltanto (relativamente) liberi, forti, ragionevoli e lieti, ma anche mentalmente sani».

Quindi essenzialmente pericolosi.

La linea infinita

La rubrica Interlinea ƒ64 nasce dalla collaborazione tra La Rotta per Itaca e Scrittori precari: una volta al mese, uno scrittore, leggendo tra le righe di una fotografia, ci racconterà una storia in profondità di campo.

Quello che segue è il secondo racconto.

di Ilaria Mazzeo da una foto di Andrea Pozzato

 

Da Rogoredo a Stazione Centrale ci sono undici fermate della linea gialla della metro.

Sara lo sa perché le ha contate sulla cartina, e le sembrano inaffrontabili, infinite; ostili.

Tutto è ostile, da due anni a questa parte.

Inizia a scendere le scale, con il cuore che ogni tanto, le pare, salta un battito; ma poi lo recupera in velocità.

Sara si fa forza stringendo in mano il suo ciondolo. Glielo ha regalato suo padre, molto tempo fa. Poi si tocca la pancia, e attraverso la maglia sente quel calore che la rassicura. Sembra dirle: «Non sei sola».

Sola lo è stata, per tanto. Percorrendo il lungo corridoio che porta ai tornelli, Sara cerca di non pensare a quello che sta facendo, ma non ci riesce. Butta le chiavi di casa in un cestino, e prosegue, rasentando il muro, con la gente che la supera velocemente, senza degnarla di uno sguardo.

L’idea gliel’ha data Julia Roberts.

Qualche sera prima, in tv, ha visto un vecchio film con lei protagonista. Il titolo era stupido: A letto con il nemico, ma Sara ha seguito con grande attenzione, mentre suo marito russava nell’altra stanza.

Nel film, la diva Julia è sposata con un animale che la picchia e la umilia in tutti i modi; i due vivono in una casa bellissima con vista sull’oceano, e il pazzo è un uomo alto, prestante, con folti capelli neri.

Sara e suo marito vivono in un bilocale con vista sui binari della stazione di Rogoredo, e lui non somiglia proprio per nulla a un attore americano; per il resto, però, la situazione è la stessa. E lei, come la Roberts nel film, ha deciso di scappare.

Fino a pochi giorni prima una soluzione del genere non le era balenata alla mente nemmeno nelle sue fantasie più sfrenate; neanche dopo l’ennesima umiliazione subita al Pronto Soccorso, dove una dottoressa, a occhio sua coetanea, le aveva detto apertamente che quei segni sul collo e sulla schiena non erano compatibili con nessuna caduta, e che la smettesse di prenderla in giro, per favore.

Lei era stata zitta e aveva tenuto gli occhi bassi, come quando, a scuola, la beccavano impreparata; si era fatta medicare e incerottare per bene ed era filata a casa a preparare la cena, terrorizzata che lui tornasse da lavoro e non trovasse il piatto in tavola.

Sara arriva al tornello e tira fuori il biglietto, che, nell’agitazione, le cade per terra. Lo raccoglie con mani tremanti e lo inserisce nella fessura.

Con gli occhiali da sole, là sotto, vede a malapena dove mette i piedi, ma non se li toglierà per nessun motivo, così come non si toglierà il cappellino da baseball con la scritta “I love Milano”, comprato appositamente su una bancarella del mercatino di Senigallia per poterci poi nascondere i capelli sotto. Nel film, la Roberts si metteva una parrucca bionda. Lei non avrebbe saputo dove andare a comprarla e, comunque, ha pochi soldi.

Il tornello si sblocca e Sara passa oltre, cercando di non accelerare. Si guarda intorno: nessuno fa caso a lei. Forse, grazie allo zaino e al cappellino, può passare per una turista. Vorrebbe correre, ma non lo fa; fino a stasera, del resto, lui non potrà accorgersi della sua fuga. Non hanno il telefono fisso, a casa, e lei ha simulato uno scippo con conseguente perdita del telefonino, proprio il giorno prima. Lui, naturalmente, si è incazzato di brutto, e le ha urlato che se lei, inutilezoccola, è così stronzadeficiente da farsi derubare dal primo rumenodimmerda che passa per la strada, a lui nonglienefregauncazzo, e il cellulare, almeno per ora, non glielo ricomprerà, ziocane.

In realtà il cellulare Sara ce l’ha nello zaino, ma con un’altra Sim, acquistata ieri.

La sua è andata a lanciarla nel Naviglio Grande, insieme alla fede; così, se mai le ritroveranno, magari penseranno che si è suicidata, o che l’hanno uccisa. Per lei va bene. Le sarebbe andato bene anche morire, fino a pochi giorni fa; ora, però, non vuole più.

Sara è sulla banchina, adesso; il tabellone luminoso comunica che al prossimo treno per Maciachini mancano tre minuti. Avrebbe preferito trovare il treno già pronto ad accoglierla nella sua panciona lucida, ma non tutto può andare come nei film. Ora che è riuscita ad arrivare fin quaggiù si sente più forte: non credeva che ce l’avrebbe fatta. Forse allora è vero che non è quella nullità che il marito sostiene.

Ripensa a sua madre, a quando le ha telefonato, ieri. Non la sentiva da due anni, ma non si è stupita che la voce fosse sempre la stessa, uguale a quella che ha continuato a venire a trovarla in sogno: bassa e decisa, senza mai un’esitazione. Sara, invece, balbettava. Mi aiuterai, mamma? Sì. Posso venire da te, mamma? Sì, figlia mia. Ti voglio bene, figlia mia.

«Anche io, mamma».

Sara lo dice ad alta voce, entrando nel treno della metropolitana, diretta alla Stazione Centrale, da dove ripartirà per Napoli, e da lì per Agropoli, il suo paese. Qualcuno si volta a guardarla, ma lei bada solo a trovare un posto libero per sedersi. Rogoredo rimane alle sue spalle, e anche Porto di Mare, Corvetto, Brenta

Sara tiene le mani posate delicatamente sul grembo, per sentire ancora quel calore forte, rassicurante.

«Ce ne andiamo, piccolo mio,» mormora. E sorride.