Lo scherzo

Quello che segue è il quinto e ultimo racconto (qua il quarto) ispirato ai disegni di Lucamaleonte e scritti appositamente per la serata di letture tenutasi al Laszlo Biro il 5 maggio.

 

Lo scherzo

di Antonio Romano

 

 

Da quando si era trasferito non aveva più dormito molto bene, ma aveva preferito essere più vicino al lavoro. Si diceva che era il materasso, ma se poi ci pensava attentamente, l’insonnia era cominciata quando avevano cambiato il nome: lui era abituato a “lavori pubblici”, poi s’erano inventati questa cosa delle “infrastrutture e trasporti” che a lui era sembrata proprio una sbruffonata, ma ovviamente nessuno gli aveva chiesto se a lui andava bene, dopo tutti gli anni che ci aveva lavorato.

Però, da quando si era trasferito, anche il momento del risveglio era diverso. Prima il bersagliere lo vedeva solo entrando in ufficio. Adesso lo perseguitava anche al momento del caffè, la mattina: non ne poteva più, gli faceva venire l’ansia.

Questo stava pensando, quella domenica mattina, mentre annodava la cravatta e ricordava mentalmente a se stesso di passare in pasticceria per prendere i dolci per sua nonna. L’unico vizio della vecchia, da consumarsi solo alla fine del loro tradizionale tête-à-tête mangereccio della domenica. Lui non era mai mancato ai pranzi domenicali con la nonna. Le voleva molto bene e giocava con lei come quand’era bambino, facendole come allora un mucchio di scherzi. Leggi il resto dell’articolo

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VERNISSAGE

Quello che segue è il quarto racconto (qua il terzo) ispirato ai disegni di Lucamaleonte e scritti appositamente per la serata di letture tenutasi al Laszlo Biro il 5 maggio.

Vernissage

di Simone Ghelli

Ero stato entusiasta quando ce lo chiese: di scrivere dei testi per i suoi disegni.

Gli altri un po’ meno, a dire il vero; per via degli impegni, ufficialmente.

Gianluca faceva così da un po’ di tempo, non era una novità; eppure notai che distoglieva subito lo sguardo.

«Belli, pure troppo,» disse Angelo.

Non era l’aggettivo giusto: paurosi, avrei detto; soprattutto quello della donna-medusa, con le escrescenze che facevano della faccia una selva di serpenti (o di dita con la bocca; il che m’inquietava oltremodo). Le deturpazioni del volto erano una costante dei disegni; facce che davano vita a forme animate: protuberanze più o meno riconoscibili, oppure una vera e propria rimozione – come la testa risucchiata dalla bomboletta di spray, o le matite conficcate negli occhi (che, neanche tanto tra parentesi, lessi come manifesto d’intenti).

«Ma l’artista dov’è, adesso?» chiese Luca.

Andrea fece un gesto vago:

«Non so neanche come sia fatto,» spiegò, «abbiamo trovato il pacco dentro la cassetta delle lettere…»

«Il pacco?!»

Angelo non aveva capito il nesso.

«Sì, dove stavano le tavole che abbiamo esposto,» precisò il proprietario della galleria. Leggi il resto dell’articolo

LA COLOMBO NON PERDONA

Quello che segue è il terzo racconto (qua il secondo) ispirato ai disegni di Lucamaleonte e scritti appositamente per la serata di letture tenutasi al Laszlo Biro il 5 maggio.

La Colombo non perdona

di Luca Piccolino

ROMA, 1996

Pietralata. Due del mattino. Fari su una strada buia.

Il Piastra, non si preoccupava di andare piano. Non c’erano abitanti in quella viuzza, soltanto un paio di magazzini di materiali edili e uno sfasciacarrozze. Al contrario dei magazzini, però, lo sfasciacarrozze era aperto.

Il Piastra rallentò, fermandosi innanzi a un cancello sovrastato dalla scritta verniciata a mano: Autodemolizioni Proietti. Diede due colpi brevissimi di clacson e dopo neanche trenta secondi il Sorca Mario era già ad aprirgli.

Velocemente l’auto transitò nel piazzale per infilarsi in un garage costruito con bandoni di lamiera. Mario accostò il cancello e raggiunse il Piastra.

«Dove l’hai fregata ‘sta merda?»

«Perché merda? Guarda, non c’ha neanche trentamila chilometri. Ed è diesel!»

«Per me potrebbe andare pure ad acqua, resta una merda di macchina coreana che non vale un cazzo».

«Oddio ce n’è sempre una però! Una volta è giapponese. Un’altra è coreana, un’altra ancora c’ha un difetto di fabbrica…»

«È colpa mia se c’hai un fiuto speciale per le macchine di merda?»

«Va beh dai, basta. Quanto mi dai?» Leggi il resto dell’articolo

La malattia

Quello che segue è il secondo racconto (qua il primo) ispirato ai disegni di Lucamaleonte e scritti appositamente per la serata di letture tenutasi al Laszlo Biro il 5 maggio.

La malattia

di Andrea Coffami e Angelo Zabaglio


La malattia non iniziò precisamente il giorno in cui le due matite vennero separate dal vignettista. Dopo aver lavorato il ragazzo barbuto era solito riporle entrambe nel portapenne di legno sopra la scrivania. Le due HB erano felici, si separavano solo quando l’artista disegnava ma entrambe erano coscienti del fatto che a fine giornata si sarebbero riunite. Sarebbero state vicine. Sicuramente più invecchiate e spuntate, ma unite. Erano certe che avrebbero terminato la loro esistenza una al fianco dell’altra. Si sarebbero date coraggio negli ultimi giorni di vita, quando le loro punte sarebbero state a pochi centimetri dal gommino. Non credevano alle dicerie delle loro simili. Alle frasi del tipo: Non affezionatevi. Morirete sole. Pensate a voi stesse e basta. Loro due erano diverse, si credevano speciali, si erano incontrate e sfiorate in quel portapenne di legno e quando c’è la chimica che unisce due anime mica ci si può far nulla. Piaceva ad entrambe fantasticare un futuro insieme. E quando una di loro tornava a casa distrutta, magari spuntata male, dolorante, con le schegge di legno smussate da una coltellino invece che da un temperino, l’altra era lì, pronta a rincuorare l’amante. Le giornate più piacevoli erano quando venivano adagiate completamente una sull’altra, quando l’intero bastoncino veniva a contatto con quello dell’altra. In quei giorni erano due corpi che si abbracciavano senza braccia. Erano quelle le giornate più belle. Ma erano rare.

Invece una notte al vignettista venne la malsana idea involontaria di terminare la bozza di un disegno e lasciare le due matite sopra una seconda scrivania, a pochi metri da quella che era solito utilizzare per lavoro. A pochi metri dal solito portapenne in legno.

Trascorsero settimane senza che le due matite potessero sfiorarsi. Certo, potevano vedersi – erano stese a pochi centimetri l’una dall’altra – ma probabilmente quei centimetri che li dividevano erano ancor più strazianti e dolorosi. Sarebbe stato meglio averle separate di netto, magari una nella stanza/studio e l’altra in salone. Sarebbe stato meno doloroso per entrambe. Leggi il resto dell’articolo

La lalofobia come guida spirituale

Da oggi e per alcuni venerdì pubblicheremo i racconti ispirati ai disegni di Lucamaleonte e scritti appositamente per la serata di letture tenutasi al Laszlo Biro il 5 maggio.

La lalofobia come guida spirituale  (breve conferenza su un’immagine contenente fenicotteri)

di Carlo Sperduti

La lalofobia – come fingo di sapere alla stregua di un dato ovvio, e come pretendo di precisare al solo scopo di rendermi comprensibile a tutti, nella deprecabile eventualità che nell’uditorio si nascondano degli ignoranti – consiste in quel particolare tipo di morboso timore patologico che ha come oggetto il semplice atto del parlare; quella condizione, cioè, che mi sarebbe impossibile dichiarare qualora mi ci trovassi io stesso coinvolto. Leggi il resto dell’articolo

Intervista multipla agli “scrittori precari” /5

Con questa quinta parte, termina l’intervista multipla a noi medesimi. Ne approfittiamo per ricordarvi che questa sera ci trovate alle 19.30 da Laszlo Biro in via Macerata, 77 (Pigneto – Roma) per una lettura “fuori dalle righe”. Con noi, Antonio Romano e il nostro intervistatore Carlo Sperduti. 

Tentativo parzialmente scorretto di seminare discordia (parte quinta – qui la quarta)

di Carlo Sperduti

Carlo Sperduti: Approva o disapprova i giudizi sottostanti su ognuno di voi e argomenta in breve la tua posizione (i giudizi sono miei e basati su letture volutamente disattente di alcuni vostri testi o su ascolti a mezz’orecchio di reading a cui ho assistito):

Sfogliando “Dio è distratto”, il primo romanzo di Gianluca Liguori, si ha l’impressione che l’autore voglia imitare a tutti i costi Kerouac, con l’unico svantaggio di non essere Kerouac.

Andrea Coffami: Disapprovo. Lui si sentiva già Gianluca Liguori.

Simone Ghelli: È vero, e aggiungerei che ha rischiato di rimetterci pure il fegato.

Gianluca Liguori: La verità è che a ventidue anni Kerouac mica scriveva come Liguori… e poi Kerouac giocava a football, mentre io facevo basket. Certo, entrambi abbiamo smesso in seguito ad un infortunio per poi immolare la nostra disperata esistenza alla Letteratura e tante altre bizzarre analogie biografiche, tra cui l’incontro devastante con Dean Moriarty e ciò che ne è conseguito. Comunque, su Dio è distratto c’è da dire che l’ho scritto che ero giovanissimo. Senza considerare che è stato pubblicato così come l’avevo scritto, senza lavorare con un editor che mi avrebbe magari messo nelle condizioni di tirare fuori il potenziale che quel libro aveva. Oggi non lo pubblicherei, ma se mi arrivasse quel manoscritto, di un aspirante scrittore ventiduenne, gli direi che ha talento e il suo romanzo potenzialità, ma casserei parecchie parti e molte gliele farei riscrivere. Me lo terrei d’occhio, comunque.

Luca Piccolino: Beh, quello è un romanzo giovanile del Liguori, non so se il suo punto di riferimento fosse Kerouac. Comunque a me Kerouac non è mai piaciuto. Mi prendo Liguori che almeno è amico mio.

Alex Pietrogiacomi: Disapprovo. Toccare Liguori è come andare incontro a una maledizione faraonica. Leggi il resto dell’articolo