Poesia precaria (selezionata da L. Piccolino) – 17

Ricevo con immensa gioia quattro poesie della giovanissima Francesca Galderisi.
Sono doni molto molto graditi questi che i poeti fanno alla nostra rubrica del lunedì.
I testi stanno giungendo copiosi negli ultimi tempi, credo (anzi spero) che tutto ciò sia dovuto al nostro modo di lavorare.
Perciò, cari poeti e poetesse, continuate a spedirci i vostri scritti. Siamo qui appunto per riceverli.
La poesia di Francesca Galderisi sembra avvezza all’uso di immagini fotografiche.
Immagini che paiono scattate dall’alto, nel corso di un volo irregolare che tocca vari lidi dai diversi colori.
E dall’alto osserviamo dunque un tempo implacabile capace di incastrarci nelle proprie ragnatele. Una comunicazione difficile e dei rapporti umani che inevitabilmente si sfibrano nelle maglie di una società che di riconciliante ha ben poco.

Buona lettura

Luca Piccolino

Voi siete lì
a tapparvi le bocche,
ingozzarvi gli stomaci,
sbrinarvi le anime
che schegge di ghiaccio
sferzano tutt’intorno.
Vi vedo strapparvi fughe di gloria,
collezionare parole madide
di odio antico.
Che incontro è questo?
Quale disgusto può digerire meglio
questo cibo avariato?
Dove guardare?
Chi rincuorare?
Disfate questo empio teatro
poiché questi attori non recitano!
I commensali, segnati alla fronte,
siedono a un tavolo storpio
dov’è servito un cibo ancor più morto
e dove gli attori fuori scena recitano:
Riconciliazione”,
il loro unico atto.

Francesca Galderisi

Trauma cronico – Infermo

Per uno scrittore, oggi più che ieri, perdere una mano per qualche giorno è una vera tragedia. Anche con le mail, mica è cosa semplice, con una mano sola. Si perde tempo, che in questo contesto temporale frenetico, è la sola cosa che ci rimane.

La vena si è gonfiata, era molliccia, verdognola; faceva una certa impressione. La mia collega, quando le ho mostrato il polso, ha chiuso gli occhi e girato il volto, per non guardare.

Vi ho messo del ghiaccio su, la massa è rientrata un po’, ma non ero in grado di continuare a lavorare. Dopo una decina di minuti, abbiamo convenuto, il responsabile ed io, che era il caso che me ne andassi.

Sono stato al pronto soccorso. Era qualche anno abbondante che vi mancavo. Un po’ mi mancava. Al pronto soccorso se ne sentono e vedono di tutti i colori, maggiormente rosso, oggi che il rosso è praticamente sparito.

C’era uno che diceva di essere stato aggredito da un cliente, faceva il barista. Aveva il polso spezzato. C’erano molti anziani. C’era una signora di una settantina d’anni che pareva essere stata indotta inconsapevolmente a far dimettere questa sua parente. Queste venivano da una clinica privata che, da quanto si poteva desumere, aveva elegantemente sottratto la loro burocrazia dalle rogne di un decesso imminente, o perché i parenti del malato non potevano più pagare, ma non credo, erano venuti da fuori Roma su un’ambulanza privata. No, dico. Questa vecchia era in fin di vita, dall’espressione della dottoressa si percepiva che le speranze erano alquanto risicate. Ai miracoli poi, non ci crede veramente più nessuno.

Anche questa è – Italia.

Crolla, crolla a picco, in caduta libera, una vergogna per l’Europa intera. Eppure si continua a star male. Anche quando si sta bene, si soffre. Questo paese, terra devastata e vile, che manca di rispetto persino ai propri morti.

E’ una storia che non cambia. E’ una storia tutta italiana. La viviamo ogni giorno.

Gianluca Liguori

Si ringrazia Simone Ghelli per la trascrizione del pezzo.