Le porte della dispercezione

-di Gianluca Garrapa

Questa cosa non gliela dirò mai

Non mi scoccia stare da solo, certo che no. Mia moglie è con i bambini e tornerà presto. Intanto occupo il tempo con il mio passatempo preferito. Che poi è anche un lavoro, se vuoi. Pure la fonte di mezza sopravvivenza. Coltivo un orto. Un orto, e allevo animali. Latte, verdura e frutta non mi mancano. Scendo in paese a comprare quello che mi serve e che l’orto non mi può dare. Una volta la settimana. Il lunedì. Ieri ci sono stato, per esempio. Mi ha chiesto come sto e non so mai cosa rispondere. È un amico, oltre che il mio bottegaio. In paese non ce ne sono di supermercati. Nella città vicina ce ne sono, invece. Ci vado con mia moglie, lei è più brava a organizzare la spesa nel supermercato. Quando tornerà, ci andremo. Il bottegaio è un uomo dagli occhi grandi, sempre dietro la cassa, ne fuoriesce solo quando Leggi il resto dell’articolo

Mille e non bastano

E fanno mille; ché poi avrei voluto scriverci un racconto, perché mi sembrava la cosa più appropriata. Un racconto che parlava di me e di Liguori che andavamo a svegliare Piccolino di domenica mattina, e lui che s’incazzava perché era stanco per il lavoro, non come noi che continuavamo a farci le pippette coi libri. Un racconto che poi si andava insieme in cerca di Zabaglio che non rispondeva al cellulare e non lo trovavamo a casa, e Liguori che s’incazzava perché dovevamo preparare comunicati stampa e volantini per l’indomani, l’indomani che facevano mille come la famosa spedizione capitanata da Garibaldi. Leggi il resto dell’articolo

Movimento laterale

flipper anni 70di Marco Montanaro

Una che scopavo s’è sposata. L’ultima volta che sono tornato al paese me l’hanno detto. L’ho vista che passeggiava con uno e aveva un’acconciatura. Non faccio caso alle dita, agli anelli, allora ho guardato il tipo che era con me e lui fatto «Ah». Come se dovessi rimanerci. Me la sono immaginata subito con l’acconciatura di dopo, quella che viene col primo figlio. Io al paese scendo poco e lo faccio solo per mio padre. Che dice che sta male e poi non è vero. Su dove sto faccio lavori così, pesanti si dice, mi sono uscite due spalle e in paese non mi riconoscono. Porto la barba adesso e se qualcuno ricorda dice «Quando la tagli» anche se non mi vede da dieci anni. Mi piace che passo inosservato. Mi siedo nei bar e vedo quelli che fanno le stesse cose da anni e dicono le stesse cose alle stesse persone da anni e io posso starmene accanto a origliare tanto non mi vedono. E se mi riconoscono mi prendo il caffè offerto, mi alzo e me ne vado.

Mio padre fa finta che non ha capito che faccio questi lavori impossibili e allora se la prende che non scendo mai. Così dice. Invece finisce che scendo ogni mese che lui si fa male. Si spezza, dice. Io dico che è un vecchio e si spezza come i vecchi. L’ultima volta il piede. Ma ogni volta pare che è l’ultima. Stavolta l’ho trovato peggio del solito, è vero. «Sono di passaggio» ha detto, ma non ci credeva. «Siamo tutti così, stiamo tutti così» gli ho detto io. Eravamo al pronto soccorso e c’era una fila. Leggi il resto dell’articolo

Branzino

[Poesia del nostro Andrea Coffami pubblicata nell’antologia “Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo” (Bae, 2012)]

Branzino

di Andrea Coffami

Tuoni di nuvole in tavole imbandite di stragi in fragili briciole,
un bricolage misto collage di un bambino con sei dita in due mani
armate di scontrini e ricevute mai ricevute al cospetto di un padre
padrone di un negozio di alimentari in crisi chiuso per fame,
al primo del mese sulla mensola solo polvere e giare incrostate di calcare.
E la figlia che vuole calcare un palcoscenico nell’Italia
dei finanziamenti ministeriali e dei teatri valle al verde
è bello camminare tra sarte licenziate e attori e direttori di fotografia strapagati mentre i produttori Leggi il resto dell’articolo

La parte più calda

[Siamo lieti di riproporre ai nostri lettori il racconto La parte più calda, pubblicato su Los Ingrávidos, numero 12 della rivista Colla, dello scrittore spagnolo, classe ’85, Juan Soto Ivars e tradotto da Marco Gigliotti. Buona lettura.]

di Juan Soto Ivars

1.

Erano i giorni in cui il lavoro non ci aveva sfiorato. I giorni in cui conoscevamo intimamente l’estate e lei ci permetteva di passeggiarle sul dorso. Per noi la vita era andare su e giù per strade conosciute, portare a spasso la noia per le campagne che circondavano il paese e fantasticare sulle ragazze: creature incomprensibili e desiderate che ci ignoravano come se fossimo mendicanti molesti. Ricevevano in cambio le nostre risposte iraconde e ingegnose. Le nostre sassate cariche d’amore.
Il paese era piccolo ma le differenze tra gli abitanti erano molto marcate: c’eravamo noi e quelli che potevamo spaventare facilmente. Io vivevo con la mia famiglia in un complesso residenziale modesto vicino ai binari del treno. Innumerevoli giorni della mia infanzia ho aspettato, con altri come me, che passasse il treno merci carico di container di legno e cisterne di butano. A volte scommettevamo sul numero di container che avrebbe trasportato il treno. Ci giocavamo soldi o figurine dei calciatori. Altre ci divertivamo mettendo pietre enormi sulle rotaie. Pietre rotonde che esplodevano quando venivano schiacciate dalle ruote metalliche e che mettevamo lì con la speranza di far deragliare il treno. Immagino che volessimo far succedere qualcosa per spezzare la monotonia. Qualcosa che non ci è mai riuscito. Leggi il resto dell’articolo

Confessioni qualunque – 13

[Ricordiamo ai lettori che Confessioni qualunque, la rubrica curata dai ragazzi di In Abiti Succinti, è aperta a chi voglia scrivere una confessione. Fatelo anche voi! Svisceratevi! E poi inviate i vostri racconti.]

#13 – Simonetta

di Linda Caglioni

Che resti tra noi.
Ha detto che è stato un lavoro lungo, il figlio di puttana; due settimane prima invece aveva detto che c’era traffico.

“Ma lo sai, fragolina mia, mica posso mettere le ali alla macchina”. Certo, come no. Ha buttato la cassetta degli attrezzi nello sgabuzzino, ha accarezzato Darwin di sfuggita e poi si è rifugiato in bagno. Niente di strano, a prima vista. Ma io non sono scema. È uscito dopo 13 minuti. Forse sembro, però non sono scema. Sapete quante cose si possono fare, quante tracce si possono eliminare, in 13 minuti? Sono entrata subito dopo e non c’era neanche un odore. Né buono, né cattivo. Né neutro. Li ha eliminati apposta per non farmi insospettire. Ma io l’ho capito, ve l’ho detto che non sono scema. L’ho visto come guardava quella, la nostra nuova vicina, la terrona. A me queste cose non sfuggono. Ha iniziato a fare il simpaticone, ha attaccato col discorso delle origini Leggi il resto dell’articolo

Tre camici

di Benedetta Torchia Sonqua

Le mani puzzano ancora un po’ di solvente. Mi piace, è come l’odore della benzina: un po’ punge e un po’ inebria. Mi guardo le unghie che sono ormai abituata a tagliare di continuo per non bucare i guanti di lattice. Lo diceva mia madre che tra camice, cuffietta, mascherina e guanti non si trattava di un lavoro che avrebbe esaltato molto la mia femminilità. In realtà lei si preoccupava del fatto che la vita in laboratorio fosse poco adatta ad essere conciliata con la vita familiare con la professione, con tutti quegli aggiornamenti e permanenze estenuanti.
Comunque, al momento, non si presenta alcun problema di questo tipo. Da un paio di mesi lavoro tre ore al giorno in un laboratorio di analisi cliniche. La conciliazione riguarda ben altro.

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