Il Piccolo Teatro dell’Aldilà – It was very nice, it was paradise

di Domenico Caringella

(27 ottobre 2013, Berlin, Paradise)

Milord: “Sigaretta?
Lewis Allan Reed : “Grazie”
Milord: “Come le sembra qui, mr. Reed?”
Lewis Allan Reed: “Luminoso è la parola giusta. Anche se non paragonabile al bianco abbagliante di un cielo che ho attraversato durante un viaggio, molti anni fa.”
Milord: “Aereo?”
Lewis Allan Reed: “Acidi”
Milord: “Ah…”
Lewis Allan Reed: “E se chiedessi dell’eroina o della Leggi il resto dell’articolo

La perenne attualità di Jim, cestista fattone

di Gabriele Merlini

Jim entra nel campo di basket
di Jim Carroll
minimum fax, pagine 208.

Giugno 2012.

Ho provato a dare fuoco al liceo tuttavia ignoro quali gioie possano regalare le vere azioni di rottura: sniffare detergente sopra un traghetto dunque vomitare in testa al passeggero sul ponte sottostante. Borseggiare signore chiedendo informazioni per la metropolitana. Assistere a cerimonie religiose ufficiate da anziane che invocano non protezione da Maria Vergine quanto un servizietto orale.
Ho fumato hashish tuttavia mai ho avuto lo stimolo di gettare dalla finestra una bambina. Non ho analizzato occhi di vetro appartenenti a compagni di squadra e troverei inopportuno (dannata morale: migliorerò) ridere del tizio in lacrime cui hanno appena incendiato la pizzeria.
È stata perciò la volontà di colmare queste lacune l’elemento principale che mi ha spinto a leggere Jim entra nel campo da basket. Come riferisce nella introduzione la curatrice Tiziana Lo Porto: «diari tenuti dai dodici ai sedici anni e pubblicati in America nel millenovecentosettantotto. Della sua adolescenza raccontano, appunto, la pallacanestro, la strada, il sesso, New York, l’eroina». Autore: Jim Carroll. Tendenzialmente uno tra i più ammirevoli fattoni del secolo scorso.

Giugno 1999.

Messo spalle al muro e costretto dalle evidenze lo ammetto: non avevo mai visto Jim Carroll in video. L’occasione si presenta stamani con il clip su Youtube di questo show nel quale un signore ingessato (tale Matt Lauer della NBC) torchia l’autore riguardo un fatto scomodo. Quattordici anni fa alcuni ragazzi avrebbero sparato a scuola ispirandosi al libro che sto recensendo. Sia messo agli atti che l’idea di aprire il fuoco in pubblico non stia sfiorandomi, e pure Carroll sembra ritenerla una forzatura. Patologie pregresse, senza dubbio. Fatto sta che di ciò dibattiamo animatamente.
Jim Carroll – poeta, musicista e narratore statunitense – ha il tono da oratore imbarazzato ma sicuro delle proprie argomentazioni, un taglio di capelli attualissimo (si colloca a metà tra Warhol e l’ultimo Win Butler degli Arcade Fire) e giacca nera che cade pesante sui fianchi come già il David Byrne del tour di Stop making sense. Si direbbe calmo al limite del catatonico sebbene quando disquisisce Leggi il resto dell’articolo

DERBYLDUNGSROMAN

Appunti per un romanzo di formazione su Derby, i derby ed Albione

Non c’è prevedibilità, amico mio, è così che funziona: cinquanta e cinquanta.

Capita da sempre di fronte ad una dicotomia. Di qua dal fiume o di là. Vita o morte. Testa o croce.

Nel calcio, al massimo, c’è il pareggio; ma è un accontentarsi, una debolezza che ha il colore del cielo quando tuona, un pareggio.

Il Conte ed il Capitano non riescono ad accordarsi: facciamo così, dicono, due bigliettini, qua il mio nome, là il tuo. Estraiamo a sorte. Chi vince dà il nome alla gara. Quando srotolano il foglietto prescelto non c’è scritto Captain Bunbury, ma Earl of Derby.

Da quell’anno, è il 1875, la gara più importante del circuito ippico reale britannico è il Derby.

E al Derby s’indossano cappelli delle più svariate fogge, le donne, mentre per gl’uomini è un’assioma: tutti in bombetta. Che infatti come si chiama? Derby hat.

Mi sembrava un cappello doveroso, questo cappello che parla di cappelli. E di derby.

A Sheffield il derby è quello tra United e Wednesday, che sono due tra le squadre più antiche del football d’Albione. Sheffield sta nello Yorkshire e verrebbe facile, pensarlo, eppure non si allevano cani; in compenso si producono ottime birre e robusti manufatti d’acciaio. Tipo spade, coltelli, mazzette da carpentiere, ròbe così. Coltelleria, a volersi incaponire su una categoria merceologica.

I calciatori dello United, anche se non fanno una sciabolata morbida da centrocampo a partita, anche se non inventano giocate taglienti e poche volte infilzano gli avversari in contropiede, nonostante tutto li chiamano “The Blades”, le spade, da sempre. Spade che stanno pure nello stemma: due scimitarre incrociate, sembra la cotta d’arme d’un undici di Abu Dhabi ed invece: di Sheffield.

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