Il senso del piombo – Reloaded

Mi chiedete chi è Carlos Reutemann, se esiste un’organizzazione dietro questa sigla. Rispondo no, non è stata la sigla di un’organizzazione unica, con organi dirigenti, con capi, programmi e riunioni periodiche. Non esiste un’organizzazione che abbia questo nome e che sia comparabile alle Brigate Rosse o a Prima Linea. Non esiste nemmeno un livello minimo di organizzazione. Ogni gruppo armato che si è formato anche occasionalmente nel nostro ambiente, fosse anche per una sola azione, ha potuto usare questa sigla. D’altra parte non c’è stato modo per impedirlo. Mi chiedete se siamo o siamo stati fascisti, vi rispondo che i fascisti del dopoguerra non sono mai esistiti e che candidamente qualcuno può solo aver pensato, o per meglio dire immaginato, di essere fascista. Di Mussolini non me n’è mai importato niente: non ho mai pensato che fosse una gran persona. Quando sentivo dire: “Uccidere un fascista non è reato” non pensavo al Duce o al Ventennio, ma all’unica persona fascista che conoscessi, mia madre.  

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Il senso del piombo – Liguori intervista Luca Moretti

Luca Moretti, scrittore e papà di TerraNullius, nel suo nuovo romanzo, Il senso del piombo, nelle librerie da metà maggio per i tipi di Castelvecchi, affronta una materia difficile e insidiosa: la destra eversiva degli anni Settanta e Ottanta. L’autore ci parla, attraverso una scrittura lineare e scorrevole, di quegli anni bui di attacco frontale alla borghesia e al potere, della storia romanzata del Tenente, alias Carlos Reutemann, la sigla che nel romanzo è il nome multiplo usato per rivendicare le azioni della Gioventù Nazional-Rivoluzionaria, ovvero i Nar di Giusva Fioravanti, alias Carlos Reutemann.

Moretti indossa i panni del terrorista nero e immagina di raccontare a suo figlio la storia di quegli anni, di quella guerra, spiegargli il senso di tutti quei morti ammazzati, il senso di tutto quel piombo. Facciamo quattro chiacchiere con lui.

Perché hai deciso di raccontare la storia del terrorista Giusva Fioravanti? Leggi il resto dell’articolo

IL SENSO DEL PIOMBO – Quando la cronaca segue la fiction

[Riproponiamo qui di seguito una nota di Pier Paolo Di Mino e un estratto del romanzo di prossima uscita per Castelvecchi, Il senso del piombo di Luca Moretti]

Torna in libertà Pierluigi Concutelli il più grande tra i killer della destra eversiva degli anni Settanta

la Repubblica

Corriere della Sera

Il Messaggero

Oggi  le foto del “Comandante” riempiono le prime pagine dei quotidiani. L’irriducibile killer nero, adorato ed emulato dai giovani della destra eversiva è stato liberato per gravi problemi di salute.

Concutelli, l’irriducibile che ha gridato: “Non mi pento di nulla! Non rinnego nulla, non mi sono mai inginocchiato allo Stato.”, è uno dei protagonisti del nuovo romanzo di Luca Moretti, Il senso del piombo,  in uscita a maggio per i tipi di Castelvecchi.

 Un romanzo epico che affronta una materia difficile come quella della destra eversiva: dal rogo di Primavalle alla fine dell’esperienza di lotta maturata in seno allo spontaneismo armato dei Nuclei Armati Rivoluzionari di Giusva Fioravanti. Un romanzo che restituisce le profonde ragioni epiche che condizionano, nel bene e nel male, i fatti della storia.

Oggi che quella realtà torna alla ribalta, nessuna lettura è più salutare per la comprensione di quei fatti e di quelle gesta (quelle del killer spietato del giudice Occorsio) di quella che si può godere su queste pagine. Di seguito incollo due stralci dal romanzo di Luca (sapendo che l’amico non me ne vorrà) in cui si ripercorrono proprio i momenti dell’assassinio del Giudice e dell’arresto del “Comandante”.

PPDM

…Hey! Ho! Let’s go!

Il Giudice dovette prestare un po’ più di attenzione alle parole, capiva molto bene l’inglese ma alla radio qualche parola finiva sempre per sfuggirgli. Quella canzone sembrava fare ironia sulla tentata invasione americana dell’isola di Cuba del 1961. Era il primo singolo di un gruppo nuovo, i Ramones. Allungò la mano destra sulla manopola dell’autoradio e cercò di sintonizzare meglio la frequenza.

Milleottocento colpi al minuto, trenta colpi al secondo.

– Il mio giudice è morto ma ancora non lo sa.

Fu così che il Comandante si fece il giudice suo. Senza parlarne con nessuno, con la facilità con cui si beve la birra d’estate, da solo. Quel giudice continuava a infilare il naso dove non doveva e lui l’aveva fatto fuori senza troppi convenevoli, così, come un maiale in mezzo alla strada, mentre lo Stato rimaneva a guardare.

Il Comandante era in guerra, da sempre. Il suo cervello era un’affilata tattica militare, conosceva ogni tipo di arma, ne avrebbe potuto parlare per ore. Ma non era uso che il Comandante parlasse con qualcuno, il combattente parla solo con la sua Kavasaki: milleottocento colpi al minuto, trenta colpi al secondo.

Il Comandante era solo, riteneva i suoi vecchi compagni degli sciacalli, dei collusi, uomini ormai lontani dallo spirito vero della Rivoluzione. Anni prima aveva combattuto in Africa per l’indipendenza dell’Angola, in Spagna aveva fabbricato orfani a non finire e poi, solo con la sua Kavasaki, era tornato nel Belpaese per cucinarsi il giudice suo. Nessun problema, niente di strano: il carro armato va colpito una e una volta sola, nel punto più fragile, al cuore. Il Giudice dal canto suo aveva fatto tutte le dichiarazioni possibili: quei gruppi andavano messi a ferro e fuoco, andavano catturati, tutti.

Nessuno lo aveva ascoltato, il Taranta aveva fatto in modo che venisse lasciato solo e il giorno era arrivato.

Il Comandante era allora uscito di buonora, pettinato e con dei baffetti affilati, la strategia perfetta al millesimo, da buon miliziano aveva già calcolato ogni movimento del Giudice suo: la strada senza possibilità di manovra che imboccava ogni mattina per recarsi al Palazzo di Giustizia, i tempi, gli spazi. Il Comandante fermò la moto proprio davanti all’auto del Giudice suo impedendone la marcia, quindi la trivellò comodamente con la Kavasaki spagnola, quello crepò all’istante, lui fece inversione e venne via come tornando da una giornata al mare con gli amici, senza rimorsi, senza guardare indietro, perché in guerra si guarda solo avanti. I Ramones erano ancora sulle note di Blitzkrieg Bop: “la guerra lampo”.

… Intanto il Comandante era stato arrestato. Gli avevano dato giusto il tempo di farsi il giudice suo e poi l’avevano messo fuori gioco. Il covo dove viveva trincerato era in pieno centro storico, i vicini furono allertati subito dal rumore degli spari, il Generale era stato chiaro: il Comandante era un soggetto pericoloso e nessuna pietà dovevano avere nel catturarlo, dovevano ammazzarlo se necessario.

La porta era corazzata e i quaranta colpi dell’M12 non riuscivano a sfondarla, gli uomini dell’antiterrorismo continuavano a sparare.

Era la paura a sparare.

– Io non esco!

Strillava dall’interno dell’appartamento.

– Fatene entrare uno. Solo uno e deve essere pulito, disarmato, mi serve solo un volontario che mi viene ad ammanettare.

Passarono alcuni secondi di silenzio.

– Entro io.

– Chi sei?

– Mi chiamo Antonio.

– Entra Antò, che se ti comporti bene oggi è il tuo giorno fortunato, una medaglia non te la leva nessuno.

La porta si aprì e l’agente entrò così come il Comandante aveva ordinato, ponendosi nel cono di fuoco dei mitra. Il Comandante richiuse la porta e perquisì Antonio per bene.

– Inquilini, mi sentite? Sono nudo e mi sto consegnando disarmato alle forze dell’ordine! Avete sentito bene? Sono disarmato!

Gli inquilini non risposero, rimasero barricati in casa. Avevano sentito tutti, il Comandante era salvo, nessuno avrebbe potuto più suicidarlo.

LM

Pier Paolo Di Mino presenterà con l’autore Luca Moretti e Cristiano Armati, direttore editoriale di Castelvecchi, il romanzo Il senso del piombo sabato 7 maggio presso la sede RASH, in via dei Volsci 26 a San Lorenzo – Roma.

Info: http://www.ilsensodelpiombo.tk


Io, mammeta e tu *

L’autore/caramella e l’eterno riverbero della rete

 

Io e la “gente mia” siamo da anni in lotta con l’editoria a pagamento: li prendiamo per il culo, con le loro proposte ci facciamo il rap. Da anni insegniamo ai giovani autori le insidie dell’editoria a pagamento e ai nostri editori gli effetti benefici del Copyleft: la scrittura è essenzialmente politica, è fatta di scelte, di rinunce, di secondi lavori, di notti insonni, ma anche di soddisfazioni e di amici.

Ultimamente ci viene il dubbio atroce che la colpa di molti tristi avvenimenti non sia unicamente dei “caramellari” che si fingono editori ma anche delle “caramelle” che si fingono autori. Ci sono una miriade di pubblicazioni e di siti che ti spiegano come prendere il toro per le corna eppure con molta ingenuità molti “autori” continuano a carezzargli le palle.

Com’è possibile che un giovane autore si possa accontentare di promesse fatue, senza uno straccio di contratto o come si può ad esempio pensare che un’opera prima vada bene così, che sia un capolavoro tale, ove non intervenire per nulla nell’editing?

Ma di esempi ce ne sono a bizzeffe: quello non è un editore a pagamento però pubblica un’antologia di 36 autori in sole 36 copie; quello non è un editore a pagamento ma pubblica il libro della giovane “ufficio stampa”, senza leggerlo, senza contratto, che poi si vede, che le “ufficio stampa” sono un po’ le veline dell’editoria; quello non è un editore a pagamento ma ti chiede quanti parenti hai, o se sei inserito su qualche piazza. A questo punto la domanda sorge spontanea: ma davanti a editori caramellari che non vogliono avere alcuna notizia sul progetto editoriale del vostro libro, sulle vostre esperienze di scrittura, sulle vostre letture preferite; davanti a editori che non vi fanno una semplice domanda: “perché dovrebbero comprarsi il tuo libro?”, non vi viene forse il dubbio che ve lo stanno piazzando dalla parte sbagliata, che forse l’acquirente principale cui si rivolgono siete voi stessi e la vostra piazza?

Davanti a un editore che ti lascia mettere in copertina la foto del tuo gatto o quella di tuo fratello che si taglia le unghie dei piedi, non ti viene qualche dubbio che le cose non stiano andando per il verso giusto?

Io la chiamerei “coercizione e consenso”: ormai la voglia di vedere le proprie cose pubblicate, sia pure in 3 copie (la famosa formula “io, mammeta e tu”), è più grande di portare a termine un’opera seria e degna di esser chiamata tale.

In questo discorso il Copyleft s’inserisce come lama nel burro, molti degli autori/caramella, infatti, hanno spesso un network di tutto rispetto che leggerebbe le loro cose, cui le loro cose, se pubblicate in rete, arriverebbero in modo diretto, ci sono i mezzi, sono gratuiti, sono alla portata di tutti. Eppure l’autore/caramella cerca il caramellaro come il topo cerca il formaggio.

Anche le piccole autoproduzioni in cui spesso s’incappa, il più delle volte sono una mera masturbazione intellettuale, senza frode certo, ma con poche copie irraggiungibili e lontanissime dall’eterno riverbero che concede invece la rete.

Analizziamo il proliferare di editori poco seri e non ci rendiamo conto che parallelamente c’è un grandissimo sviluppo di autori/caramella che si venderebbe la madre pur di pubblicare per poi cadere dalle nuvole quando gli si presenta il conto.

E’ come dire “io non voto Berlusconi” e non accorgersi che una miriade di stronzi l’ha già votato.

Con questo, ripeto, non difendiamo il lavoro dei caramellari, ma ci piacerebbe, visto che le notizie ormai sono alla portata di tutti, che gli autori/caramella rimanessero a casa a studiare.

Luca Moretti

* Pubblicato già su TerraNullius

 

Gemini

DainaMaita

L’ordigno, di sicura provenienza bellica, esplodeva tra le 00,00 e le 00,15 del giorno 21 novembre, lo dimostrano le lancette ferme dell’ultimo orologio analogico nella vecchia torre antistante la centrale. Non ci sono altri elementi per definire mandanti e colpevoli dell’atto criminoso che ha messo in ginocchio l’intera Città. La luce è scomparsa. Tutti i dati sono andati persi in una livella disarmante, sul grande cancello d’entrata gli inquirenti hanno rinvenuto la scritta: «Ut unum sint. Lontano dal sole, vicino alla luce».

Stand by

La Città era piena di luci, milioni di stand by a illuminare la via, un’atmosfera sotto vuoto; condizionatori per respirare, orologi a definire la nostalgia del presente e luci, luci ovunque. La centrale, la nostra vita, entropia. I gemelli avevano uno strano sorriso che li legava, quasi una smorfia d’intelligenza; la luce della centrale a illuminare il loro cammino. Scappò di casa quando era poco più che adolescente, la madre dall’alto del colle teneva il fratello per mano, cercava in quella carezza di rintracciare la metà sana, l’altrove disperso dell’unità. Era fuggito e con sé aveva portato la salute, oltre che il sorriso. La madre passò gli ultimi mesi in ospedale, l’attesa tenue al capezzale di un figlio immobile, lo schianto atroce, la moto schizzata in aria come un gioco pirotecnico, l’ironia bastarda di una macchina pulsante. Erano passati anni, la macchina continuava a pulsare, spingeva sangue in quel corpo malandato, lo sorreggeva come un burattino di fronte alle intemperie degli anni, dell’altra metà non v’era più traccia.

Electrocuore

Il furgone trasportava sei persone, si erano incontrate per caso alcuni anni prima, l’assenza di luce li aveva condotti nel medesimo luogo, erano pronti. Era da poco passata la mezzanotte, il presidente aveva appena pronunciato il discorso commemorativo: la centrale da venticinque anni illuminava le loro anime. Aveva dato un calcio alla bottiglia di birra ancora piena, l’aveva scagliata su quell’immagine così piena di tarli, l’aveva scagliata contro quell’idea di luce perpetua. Si arrestarono nei pressi del colle, una brezza nostalgica colpì allora il volto, quasi fosse già stato in quel luogo, confusa gli apparve l’immagine di una donna, per mano un bimbo. Scacciò ogni pensiero e si concentrò sul suo lavoro: un cancello, le guardie di scorta al rotore e un attimo, solo un attimo per far esplodere i ventricoli fetidi della Città.

Ut unum sint

Il passamontagna calò piano su tutta quella tristezza, in un balzo furono davanti a due guardie grasse e poco preparate, l’idiozia aveva permesso di pensare che nessuno avrebbe mai fatto male al cuore meccanico. Le disarmarono e in pochi istanti furono dentro. L’isocronia maestosa dell’asse sembrò fermare tanta ingordigia, i pensieri per un attimo si offuscarono, ben presto la ragione tornò a illuminare le loro azioni. Con un fischio fermò i compagni, afferrò deciso il connettore primario e lo tirò a sé con tutta la forza. Con un’ascia tranciò quella miriade di cavi colorati e vi pose l’ordigno. L’esplosione fu sensazionale, pulviscolo e nebbia. Buio. Perse i sensi cadde a terra.

Gemini

La centrale cessò il suo moto, le luci si spensero, nell’ospedale un cuore meccanico smise di pulsare e una metà aprì la strada dell’oblio all’altra. Dall’alto della grande torre un gabbiano cominciò a volteggiare.

Tornammo pian piano a veder le stelle.

Luca Moretti

* Racconto pubblicato su Minimal Noir (18:30 edizioni)

Il senso del piombo *

Noi spiriti liberi, siamo già una

trasvalutazione di tutti i valori,

una dichiarazione di guerra e di

vittoria in carne ed ossa a tutti i

vecchi concetti di vero e non

vero.

Mio figlio è cresciuto. Mi ha spesso chiesto di quegli anni.

Non sono mai riuscito a rispondere.

Sono stati anni di confusione e paura. Anni in cui il tempo sembrò incagliarsi contro uno scoglio invisibile. Ecco, questa potrebbe essere una buona metafora: il tempo impigliato, gli orologi fermi.

Insegnavo da pochi anni, guardavo spesso l’orologio nell’aula e speravo non si fermasse mai, che rimanesse sempre così: giovane e sorridente.

Alle 16:37, in televisione si parlava ancora di Manson e del massacro di Bel Air, di Cielo drive e della morte di Sharon Tate, la bellissima moglie di Roman Polanski.

Alle 16:37, una voragine nel pavimento, circa un metro di diametro. Una banca affollatissima in un giorno di mercato, la faccia contrita del giornalista al tg della sera. Era il 12 dicembre del 1969, a Milano. Sedici morti, più di ottanta feriti.

Tutto iniziò così.

Un ferroviere di quaranta anni fece un gran volo dalla finestra del commissariato di Milano. Il commissario lo raggiunse pochi giorni dopo.

Poi fu la volta di Peteano. Una telefonata anonima. Una cinquecento parcheggiata in modo strano. Il cofano e l’esplosione. Erano passati solo tre anni. Una voce mandò tre carabinieri incontro alla morte.

E poi depistare per stabilizzare, golpisti dell’ultima ora, militari infedeli, servizi deviati, neofascisti e anarchici. Tutti e nessuno, affinché tutto rimanesse immobile. Questa era l’Italia: una paese di frontiera tra blocchi alleati, con il più grande partito comunista al mondo.

17 maggio 1973, ore 10:57, fu due giorni dopo il compleanno di mio figlio, nel cortile della questura di Milano si era appena conclusa la cerimonia per commemorare il commissario Calabresi.

Quattro vittime, più di quaranta feriti.

La nostra Costituzione voi lo sapete, vieta la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista, eppure il movimento sociale italiano vive e vegeta, Almirante, che con i suoi lugubri proclami in difesa degli ideali nefasti della repubblica sociale italiana oggi ha la possibilità di mostrarsi sui teleschermi come capo di un partito che è difficile collocare nell’arco antifascista e perciò costituzionale.

Piazza della Loggia, era passato solo un anno, non fece in tempo a terminare. Le 10:12 il fragore e le urla cancellarono ogni ricordo di quel discorso.

Compagni e amici, state fermi, calma!

Otto morti, più di cento feriti. La piazza pulita di fretta dagli idranti dei vigili del fuoco.

Tutto scomparve. Nessun colpevole.

Il quinto vagone dell’Italicus, anche quello lo ricordo bene, Roma–Monaco, il treno della speranza. Il buio del tunnel, le lamiere divelte, dodici morti e quarantaquattro feriti. Un tesserino venne mostrato dal tg del giorno seguente, un cartoncino dagli angoli bruciacchiati: Russo Nunzio, capo gestione, Ferrovie dello Stato.

Nessun colpevole.

Il DC 9 Itavia che annegava lentamente nelle acque di Ustica, l’orologio fermo alle 10.25, la stazione di Bologna.

Prima di vincere il concorso a cattedra frequentavo la facoltà di Lettere e Filosofia all’università di Roma, ricordo i tafferugli del ’66 in occasione del rinnovo dell’organismo rappresentativo degli studenti, la morte di Paolo Rossi. Mi sembra frequentasse i corsi di architettura. Ero appena uscito dal corso di antropologia: “I buffoni sacri”.

Ecco, quando penso al mio paese penso ai buffoni sacri. I buffoni sacri infrangono costantemente i modelli di comportamento, tuttavia sono garanti dell’ordine, custodi delle tradizioni. Il loro comportamento è un rovesciamento istituzionalizzato del senso comune. La loro contestazione è il segno che ogni potenziale crisi è realizzata e risolta nel contesto festivo e questo annulla la possibilità che essa possa manifestarsi nella non-festività.

I buffoni hanno il potere ed il diritto di uccidere per garantire la sopravvivenza del mito, sono i guardiani del silenzio. A questo pensavo e sarebbe stata questa la risposta che avrei voluto dare a mio figlio.

L’orologio era rimasto fermo alle 10:25, una bomba aveva sconquassato il muro della sala d’aspetto di seconda classe riversando il fragore sul treno Ancona-Chiasso fermo al primo binario, un soffio arroventato cancellò i destini, i sogni e le speranze di ottantacinque persone, fu una valigia di pelle ad esplodere, producendo un’inverosimile voragine nel muro e nel cuore degli italiani.

Il triste fluttuare di quelle piccole bare bianche, questo aveva messo in ginocchio il Paese, ora i Guardiani avevano il compito di ristabilire l’ordine e il silenzio, il Presidente della Repubblica doveva smettere di piangere e così sarebbe stato.

La morte è come un carnevale, destabilizza per stabilizzare, è stata un’ elemento d’intervento per rafforzare il regime esistente e fare in modo che non si producessero grandi svolte di tipo politico.

E’ il silenzio della morte a costringere questo paese nel suo cono d’ombra.

Questo avrei voluto raccontare a mio figlio.

Luca Moretti

Estratto dal romanzo IL SENSO DEL PIOMBO, di prossima uscita presso Castelvecchi editore

Trauma cronico – Saluti e baci

Eccoci giunti all’ultimo appuntamento dell’anno con Trauma cronico, la rubrica va in vacanza per tornare domenica 3 gennaio 2010; segnatelo sul calendario nuovo di zecca, programmate la sveglia del cellulare, scrivetelo sui muri.

Sono un po’ stanco, la rete sfianca, devo disintossicarmi per qualche giorno del web. Negli ultimi mesi ho lavorato tanto per questo blog, appuntamento quotidiano per un numero sempre maggiore di lettori, voi, che ci date la forza di continuare a ricercare contenuti sempre nuovi. Colgo l’occasione anche per ringraziare a nome mio e di tutto il collettivo i tanti amici, scrittori ma non solo, a cui chiediamo di contribuire alla causa.

Per il nuovo anno speriamo di portarvi nuovi autori, giovani promettenti e firme già riconosciute nel panorama letterario nazionale. C’è qualcuno che sta già lavorando per noi, e per voi.

Il blog continuerà ad essere aggiornato ancora per qualche giorno, poi si prendrà un po’ di vacanza. Mertitata? Ditelo voi…

Domani c’è il consueto appuntamento del lunedì con la “Poesia precaria”, la rubrica di Andrea Coffami e Luca Piccolino. Vi anticipo solamente che ospiteremo una poetessa bravissima che ha letto ad un paio di reading insieme a noi. Avete capito? Scopritelo domani.

Martedì pubblichiamo la seconda parte del racconto diviso in tre di Daniele Vergni, L’inferno (il terzo sarà online il 5 gennaio).

Mercoledì infine chiudiamo i battenti rinnovando l’appuntamento per sabato 2 gennaio 2010 con l’undicesimo episodio del feuilleton politico surreale e grottesco di Simone Ghelli, La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia.

Per concludere ho piacere di segnalarvi qualche titolo di autori italiani usciti nell’ultimo biennio che ho letto quest’anno e che vi consiglio assolutamente. Purtroppo ne dimenticherò qualcuno, di quelli letti, e tanti, di quelli che ancora non sono riuscito a leggere. Ma credo di potervi dare ottimi suggerimenti. Leggete, e fatemi sapere.

Ecco a voi la mia piccola lista in ordine sparso:

Giorgio Vasta, Il tempo materiale

Giuseppe Genna, Italia de profundis

Vanni Santoni, Gli interessi in comune

Claudio Morici, La terra vista dalla luna

Peppe Fiore, La futura classe dirigente

Cristiano Cavina, I frutti dimenticati

Luca Moretti, Cani da rapina

Ed infine, perché no, Il cagnolino rise, l’omaggio a John Fante di vari autori, tra cui i precari Ghelli, Zabaglio e il sottoscritto.

Buone letture e fate i bravi.

Gianluca Liguori

Al traguardo, al traguardo…

Maratona letteraria

Maratona letteraria