Non c’è pietà

Il Policlinico non è un buon posto in questa stagione. Fa caldo e l’aria condizionata dove c’è non funziona. Nelle camere si sta in sei, otto pazienti.

Il vecchio al mio fianco l’hanno ricoverato un paio di giorni prima di me, per via di un’ ulcera perforata che, a quanto pare, gli ha fatto passare un bruttissimo quarto d’ora.

Oggi è il mio giorno. Finalmente mi operano.

Il mio ventre è fatto male, così ha detto il medico. Una malformazione congenita mi porta a possedere la parte superiore dello stomaco al di sopra del diaframma anziché sotto, dove dovrebbe invece essere.

Basta con la pancia che brucia come un tizzone. Basta con i reflussi gastrici in piena notte e con i farmaci da prendere ogni giorno. Basta. Ma serve operarsi. Un bel taglio e due, tre ore di qualcosa che l’anestesia non mi farà vedere.

Oggi cominciano i mondiali di calcio. Durante la partita inaugurale, Sud Africa-Messico sarò ancora sotto ai ferri. Probabilmente sarò già abbastanza in sentimenti alla sera, per Francia-Uruguay.

Questa storia dei mondiali è proprio una botta di culo. Sai che palle, in questa corsia di ospedale a sentire le lamentele di anziani che stanno tutto il giorno a vedere Forum e altre insopportabili trasmissioni, sembrano non sentire il caldo e si ostinano a chiudere le finestre. Sono qui da due giorni e già non ne posso più.

Tre partite al giorno fanno in tutto sei ore di pura e onesta evasione sportiva. L’unico punto di contatto che possa trovarsi tra me e la geriatria che abita la mia stanza.

L’anestesista mi dice di contare fino a dieci, dopo avermi fatto un’iniezione al braccio. Arrivo a quattro e cado in un sonno senza sogni. Buio.

Luce. Mia madre, mio padre, mio fratello e Vanessa che mi guardano e mi chiamano. Capisco che mi stanno chiamando ma ci vuole un po’ prima che io riesca a rispondere. Dicono di aver parlato col chirurgo. E’ andato tutto bene, una settimana di ospedale e poi sono fuori. Mio padre dice di non preoccuparsi. Che una settimana passa in fretta e che ci sono i mondiali in televisione per distrarsi. Ha proprio ragione. Mondiali. Partite e trasmissioni sui mondiali. Moviole, commenti, pronostici. Una vera pacchia.

Sono le sei quando i miei se ne vanno. Alle sette passa la cena. Non per me. Io ho le flebo attaccate fino a domani mattina. Per fortuna non sento un gran male. Sono ancora rabbonito dall’anestesia ma ben cosciente.

Alle otto e un quarto Mauro, l’infermiere di turno, viene a cambiarmi la flebo.

Il vecchio al mio fianco gli si rivolge col fare di un nonno col nipote: “Su che canale la danno la partita della Francia? Su Raiuno?”

Mauro si fa supponente mentre maneggia con le boccette della flebo: “A sor Alvà ma che cazzo state a di’? Ma non lo sapete che la Rai trasmette solo una partita al giorno? Oggi hanno mandato quella del Sud Africa no? Le altre stanno su Sky. Se so comprati i diritti.”

La delusione serpeggia senza neanche stare troppo a nascondersi. Mauro se ne va.

Il sor Alvaro si è seduto sul letto. Scuote la testa: “Mortacci loro. Manco le partite del mondiale se possono più guardà in grazia de Dio. E’ uno schifo. Dappertutto è uno schifo.”

Bestemmia il Cristo in croce e poi continua: “Non c’è pietà. Nemmeno per chi soffre, per chi sta ricoverato. Per nessuno. Non c’è pietà!”

Il vecchio addetto al telecomando fa zapping per qualche istante. Poi si ferma su un programma dove una grassona rincontra sua figlia dopo vent’anni.

La settimana, come per magia mi si prospetta d’un tratto più lunga di prima. Molto più lunga e maledettamente noiosa. Una sofferenza nella sofferenza per cui occorrerebbe molto più che pietà.

Luca Piccolino



Germania-Australia quasi goal

Poesia precaria (selezionata da L. Piccolino) – 22

Ci ho messo un po’ a metabolizzare l’ultima opera di Gioia Lomasti. Questo sia per l’effettiva lunghezza (108 poesie), ma soprattutto perché ho ritenuto necessario soffermarmi un poco sull’aspetto di ciò che avevo innanzi.

Dolce al soffio di De Andrè (Rupe Mutevole Edizioni) è un libro che presenta varie sembianze e differenti punti di osservazione. Un omaggio ma soprattutto un dono dettato dalla musica, che ha portato l’autrice a rielaborare i testi del cantautore genovese. Più di cento componimenti in rima che sono, come Gioia stessa ama ripetere, una poesia dedicata alla sua poesia.

Il risultato è sfaccettato. Questo libro, rotolando e danzando, ha il potere di trasportare il lettore lungo una strada profumata di letteratura e dita che pizzicano le corde.

Rendere giustizia a Dolce al soffio è una faccenda complicata che vale la pena di dirimere tenendo il libro in mano con curiosità, interesse e stupore:

Un gioco di complicata delicatezza, una dolce-amara prosa dall’incalzante melodia e dalla raffinata maestria nell’uso della versificazione che, intrisa di autobiografismo al viaggio musicale “In Direzione Ostinata e Contraria”, vuole essere un sentito e accorato omaggio al più grande cantautorpoeta italiano.

In questo libro non c’è testo che valga di essere pubblicato a dispetto di un altro. Perciò ho fatto di testa mia, affidandomi alla canzone di De Andrè che preferisco. E non credo di aver fatto male.

Buona lettura

Luca Piccolino

GIUGNO ’73

Anno che ne sospese

l’addio di ciò che d’oro

perse la sua radice

e in lei perì l’assolo

scelte che ne convinsi

al suo stornar d’addio

note che a te dipinsi

stonarono di mio

se stancamente resta

l’eco di lei che intacca

come la triste vetta

da cui trasparì di macchia

anelli che d’incrociarne

e del saldar di un cuore

in roccia sbriciolarne

la fine di un amore.

Gioia Lomasti

Gioia Lomasti nasce nel luglio di trentasei anni fa a Ravenna, dove attualmente vive e lavora. Riversa nella scrittura la sua più grande passione, attraverso la composizione di opere in poesia-prosa che ricevono numerosi riconoscimenti da parte della critica, grazie alla partecipazione a concorsi ed eventi culturali della regione Emilia Romagna.

Passaggio (Edizioni Il Filo, 2008) è la sua prima raccolta edita.

Nel giugno 2009 crea la collana Poesia e Vita, edita da Rupe Mutevole Edizioni, curandone personalmente struttura e stile.

Che Guevara

Anche al buio lo vedo.

Grosso. Barbuto. Inquietante.

Ho aperto il divano in salone e mi sono buttato qui, su questo sottilissimo materasso violato in più punti da pungenti e scomode molle.

Ho chiuso gli occhi per pochi minuti.

Li ho riaperti. E lo vedo.

Enorme. Peloso. Strafottente.

Una sagoma in legno, verniciata di nero, a forma di un’immagine famosa in tutto il mondo.

Ernesto Che Guevara.

Niente di strano che io ce l’abbia appesa al muro del salone. In casa mia Che Guevara è ovunque.

Tutta colpa di Marta.

Lei di Che Guevara ha tutto. Libri, magliette, zaino, toppe, adesivi e foto, decine di maledettissime foto. Da attaccare con lo scotch sui pensili della cucina e davanti alla tazza, sullo specchio del cesso.

Nelle camere le ha messe in cornice. Persino sul comodino, vicino al letto. Dalla sua parte, naturalmente.

Personalmente non ho nulla contro Che Guevara. Anzi, mi piaceva prima di conoscere Marta.

Lei ha portato nella mia vita questa faccia che da ogni meandro del mio appartamento mi scruta, con quei suoi occhi profondi e la sua espressione gaudente.

In passato ho provato più volte a dire la mia su questa cosa. E le parole che ho ricevuto in risposta sono state ogni volta differenti.

Ma parlavano tutte di Che Guevara.

La sua storia. Le sue idee. La sua importanza. La sua generosità. La sua bellezza.

Perciò ci ho rinunciato e ora mi mordo la lingua per via del rimorso.

Ho lasciato che la situazione degenerasse. Ho lasciato una mania divenire fobia. Ho lasciato ai miei amici il sano diritto di prendermi per il culo una volta usciti da casa mia.

L’altro giorno, al bar del sor Guglielmo, vedendomi arrivare hanno gridato:”Oh è arrivato Che Guevara!”

Oltre al danno la beffa.

Poco fa, la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Andandomi a coricare ho notato, in una bella cornice argentata poggiata sul comodino dalla mia parte del letto, l’immagine di un volto radioso coi capelli al vento e la barba che pareva disegnata per quanto era perfetta.

“NON CE LO VOGLIO VICINO A ME PER DIO!”

Marta m’ha dato dell’insensibile. Perché quello era un suo regalo. E io, con una manata lo avevo gettato in terra.

Un regalo per me.

La situazione non era solo degenerata. Ci trovavamo ai limiti del grottesco.

L’unica era andarmene in salone, sul divano. Dormire da solo per sbollire la rabbia.

“Allora dormi con quel cubano del cazzo stanotte.”

“E’ argentino, pezzo di ignorante.”

Prima di coricarmi ho fatto il pieno dando fondo alla bottiglia di grappa che tengo in cucina.

Così ho smorzato il furore. E le molle che mi stanno scorticando la schiena non mi impediscono di addormentarmi.

Anche se lui mi guarda sempre.

So che domani sarà lì a salutarmi al risveglio e che dovrò compiere il sacrificio di non dargli fuoco.

Mi sveglio alle quattro del mattino, con la bocca arsa e amara.

Vado in cucina a bere. Mi stendo di nuovo.

Ora che l’alcool è svanito sento tutta la scomodità del mio giaciglio. Non è facile riaddormentarsi.

Penso a Marta. Chissà se s’è pentita del suo gesto.

Figurarsi.

Mi alzo, cammino fino alla sua stanza. Mi affaccio dentro con la testa.

Dorme. Serenamente.

Serena come dopo l’amore, abbracciata al cuscino anziché a me.

Magari prima di scendere nel regno di Morfeo s’è toccata.

Pensando a Che Guevara anziché a me.

Torno in posizione orizzontale e il sonno arriva piano, dopo un bel po’.

Risveglio schifoso.

Marta che sbatte porte, cammina su e giù e alla fine esce per andare al lavoro.

Io oggi sono di riposo e non ho nulla di importante da fare.

Mi solletica l’idea di un caffè accompagnato da una di quelle paste al cioccolato che il sor Guglielmo prepara con sagacia ed esperienza.

Ma non mi va di correre il rischio di incontrare qualcuno dei miei amici.

Quegli stronzi non perderebbero l’occasione per mettermi nuovamente in mezzo.

Preparo il caffè con la macchinetta di casa. Intingo nella tazzina tre o quattro frollini intostati dal tempo.

Esco.

Cammino per le strade del mio quartiere con l’unico scopo di uscirne. Non voglio parlare con nessuno. Non voglio sentire nessuno.

Arrivo al ponte sul fiume Aniene.

Strano. Non l’ho mai osservato da qui. Di solito il ponte lo attraverso in macchina e l’acqua la intravedo appena. Meglio così però.

Lo spettacolo è deprimente. L’Aniene è di un colore verdemarrone. Tra i flutti galleggia di tutto e sulle sponde c’è una rimpatriata di topi grossi come cervi.

Qualcosa è incastrato a uno dei piloni del ponte. Ma dal punto in cui mi trovo non si capisce bene. Mi sporgo ma non è ancora abbastanza.

Devo guardare da più in alto, è questa l’unica soluzione.

Salgo sul muretto in pietra che fa da balaustra e resto deluso. Anche da qui nulla. La visuale non va.

Una voce si rivolge a me. E’ la voce di una vecchia: “Che fai? Perché ti vuoi buttare all’età tua?”

Non ho il tempo di replicare.

Un altro passante mi urla: “Fermo! Parliamone! Non fare gesti avventati!”
Un signore di mezza età si avvicina e si interessa all’accaduto. Mentre il passante non mi lascia parlare, la vecchia gli spiega quel che sta succedendo.

Vedendo questo piccolo assembramento, altra gente si incuriosisce, vengono tutti davanti a me che rimango fermo in piedi, sul muro.

Devo spiegare. Devo dirlo che è un equivoco. Devo dire a tutti di levarsi dalle palle perché io non ho voglia di parlare con nessuno. Sono ancora troppo incazzato e ne ho ben donde.

Provo ad aprir bocca ma un altro tipo si sovrappone persino alle parole che il passante non ha mai smesso di mitragliarmi contro.

“Che cazzo ti dice il cervello? Scendi da quel muro. Che pensi di fare eh? Di ammazzarti? Pensi sia la soluzione? Bel cacasotto che sei. Complimenti.”

Tra la gente si alza un brusio. Una bella ragazza se la prende con l’altro tipo accusandolo di rozzezza e coglionaggine, oltre che di incapacità.

Non provo più a parlare. Il passante ha riattaccato la sua predica. La vecchia continua ad aggiornare quelli che si uniscono al gruppo. L’altro tipo è rimasto lì dopo esser stato redarguito. Zitto ma presente sul fatto.

Comincia a girar voce che io sia muto. Perché non rispondo.

Ho il sole alle spalle. E si sta alzando il vento. Lievemente mi muove i capelli che escono dal berretto di lana che mi copre la testa.

Quel po’ di barba che ho non riesce a proteggermi il viso dal freddo. Non è niente male. Dall’alto guardo questa gente che è qui per me.

Vorrei che Marta mi vedesse ora. Splendido e lucente come il suo Che Guevara a tener la folla col fiato sospeso.

Ma lei non lo saprà mai. In questo momento è in ufficio, al concludersi del suo orario sarà tutto finito da un pezzo.

Un nuovo arrivato scatta una foto con la sua macchina digitale.

Che buffo.

Se mi lanciassi di sotto il nuovo arrivato potrebbe vendere quello scatto a caro prezzo alle cronache locali di tutti i più importanti giornali.

Tutti vedrebbero il ritratto di un volto radioso, strafottente, un po’ peloso.

Anche Marta.

La vista di quella foto la tormenterà per sempre e non mi sembra di esagerare. So cosa vuol dire vivere tormentati da un volto. Potrebbe essere il momento di cedere il testimone con fare vendicativo ed estremo.

Basta girarsi verso il fiume e saltare.

Non so se ne ho il coraggio. Non so se mi conviene, in fondo.

Potrei semplicemente andare a casa e fare un gran fagotto con le cose di lei.

Mentre rimugino la gente parla.

Anche il passante continua a parlare ma non sento niente di quel che dice per quanto sono intense le mie riflessioni.

Mi viene da pensare a come, tante volte, le scelte razionali e convenienti non siano state il mio forte.

Ma questa è un’altra storia.

Luca Piccolino

Poesia precaria (selezionata da L. Piccolino) – 20

Rivolgo spesso ad Arianna Orelli parole del tipo: “Tu sei la mia poetessa preferita.”

In queste occasioni lei mi guarda, ride e mi dice che la sto prendendo in giro.

In realtà ho sempre e solo detto come la pensavo.

Non mi importa se Arianna non è famosa e riconosciuta. Non mi importa se qualcuno mi accuserà di esagerare.

In questo spazio, nei limiti del buon senso e dell’educazione, mi sento libero di esprimere i miei pareri che, appunto, sono miei e non hanno intenzione di influenzare o giudicare nessuno.

Perciò sì, rivendico le mie affermazioni: Arianna Orelli è la poetessa più talentuosa ed efficace che conosco.

Il suo modo di approcciarsi alla scrittura mi convince e mi appare onesto, corposo, passionale, schietto, forte ed elegante.

Arianna non è difficile da leggere. Il suo linguaggio è alla portata di tutti ma non si può certo definirlo banale o poco ricercato.

I suoi versi sono carne viva, cellule che da loro stesse si riproducono in forme sempre nuove.

Fuori dal comune, la musicalità naturale di cui sono pregne le parole che snocciola.

Ho chiesto ad Arianna di mandarmi una piccola biografia da allegare a questa scheda.

Lei l’ha presa forse troppo seriamente. D’altro canto ciò che ha scritto è un vero e proprio ritratto di se e della sua poesia.

Meno lavoro per me dunque, che come sempre auguro una buona lettura ai fruitori di questa rubrica.

Luca Piccolino

Apertura abnorme

Aperta vado

fra esalazioni stentate e

spaventi di piacere.

Aperta mi stendo

al suolo faccio dono

di tutte le mie erbacce

e delle dita spezzate.

Aperta mi adagio

sui tuoi pensieri vaghi

e distanti

sulle tue fantasie blande

con il dito sulla bocca

sulle tue parole bianche

e la calda ammirazione.

Così, aperta e penetrabile

m’infioro

di ciò che non sarà

m’impasto

di ciò che già t’ho preso

m’ allungo e mi squaglio

sotterrandomi fra le radici.

Aperta mi nascondo

ché temo d’essere annusata

del mio odore più vero

e sento che questo batter d’ali in lontananza

è troppo

è già troppo da sentire.

Aperta non dormo

e non veglio

ma solo mi adagio

sulle tue fantasie blande

con il dito sulla bocca

tutte tese a chiudermi

e ad avermi

a chiedermi

senza volermi.

Arianna Orelli nasce a Roma nel 1977, anno “caldo” degli anni ’70, dai quali ha probabilmente ereditato il subbuglio, il calore, la tenacia. Non è romana di 7 generazioni. I suoi genitori provengono dagli Appennini Umbro-Marchigiani e dalla Sabina. Da queste radici discende la fisicità delle sue parole, nelle quali la terra fumante s’impasta con il sentire.

Ha scritto la sua prima poesia, dal titolo Alla Luna, all’età di 8 anni. Da allora non ha mai smesso, attraversando ciclici periodi di stallo, peraltro sempre rispettati. La poesia per lei non è infatti artificio o sforzo, ma semplicemente vita, che va presa come viene e quando viene.

Durante gli studi liceali incontra Novalis, il Dolce Stil Novo, Rimbaud, Baudelaire e gli altri, ma è con la poesia russa che s’instaura una lunga storia appassionata che ha inizio con Majakovskij, passa per Anna Achmatova ed approda a Pasternak e Cvetaeva. Diviene poi onnivora, individuando alcuni modelli di riferimento, soprattutto emotivi, quali Alda Merini, Pablo Neruda, Vivianne Lamarque, Mario Benedetti, Sylvia Plath, Bertolt Brecht.

L’adolescenza e la giovane età adulta la spingono fortemente verso l’interno e la scrittura diviene allora veicolo d’espressione, sublimazione e liberazione da se stessa.

Non evita le emozioni, ama profondamente l’animo umano e scorrazza fra le metafore. Per questi ed altri ben più complicati motivi sceglie di dedicarsi alle “arti” della psicologa e della psicoterapia, tanto vituperate da una certa intellighenzia spaventosa e spaventata.

La scrittura, la sofferenza, l’esistenza, così come la terapia e la possibilità della gioia sono in lei aspetti indissolubilmente legati. A volte in lotta, talvolta alleate, tutte queste esperienze animano un mondo fatto di menti-corpi-relazioni in cui il “male al cuore” e il “bene al cuore” si alternano dinamicamente o bruscamente, dando vita ad una poesia sensibile e terrena.

Negli anni 2000 collabora con Rizoma e Ricerca di Strano, pubblicazioni indipendenti ed esperienze d’amore e d’amicizia, all’interno delle quali incontra poeti, scrittori e musicisti, cresce e riceve numerosi riconoscimenti. Da questo momento in poi la scrittura diviene in lei meno naif e maggiormente intenzionale.

In continua e silente evoluzione cerca attualmente di sfatare il mito della “maledizione poetica”, combattendo il sex appeal sado-maso della scrittura come liberazione dalla sofferenza, come esercizio masturbatorio, alla ricerca di una soluzione di sintesi fra opposte fazioni, di superamento del conflitto fra arte e vita.

Vive e lavora a Roma, scrive dappertutto, ma l’ispirazione migliore la coglie spesso in macchina, davanti a un semaforo rosso, quando l’asfalto e il cielo si mescolano alle parole.

Prima o poi, magari, pubblicherà una raccolta dei suoi scritti, seguendo affettuosi consigli.

Poesia precaria (selezionata da L. Piccolino) – 17

Ricevo con immensa gioia quattro poesie della giovanissima Francesca Galderisi.
Sono doni molto molto graditi questi che i poeti fanno alla nostra rubrica del lunedì.
I testi stanno giungendo copiosi negli ultimi tempi, credo (anzi spero) che tutto ciò sia dovuto al nostro modo di lavorare.
Perciò, cari poeti e poetesse, continuate a spedirci i vostri scritti. Siamo qui appunto per riceverli.
La poesia di Francesca Galderisi sembra avvezza all’uso di immagini fotografiche.
Immagini che paiono scattate dall’alto, nel corso di un volo irregolare che tocca vari lidi dai diversi colori.
E dall’alto osserviamo dunque un tempo implacabile capace di incastrarci nelle proprie ragnatele. Una comunicazione difficile e dei rapporti umani che inevitabilmente si sfibrano nelle maglie di una società che di riconciliante ha ben poco.

Buona lettura

Luca Piccolino

Voi siete lì
a tapparvi le bocche,
ingozzarvi gli stomaci,
sbrinarvi le anime
che schegge di ghiaccio
sferzano tutt’intorno.
Vi vedo strapparvi fughe di gloria,
collezionare parole madide
di odio antico.
Che incontro è questo?
Quale disgusto può digerire meglio
questo cibo avariato?
Dove guardare?
Chi rincuorare?
Disfate questo empio teatro
poiché questi attori non recitano!
I commensali, segnati alla fronte,
siedono a un tavolo storpio
dov’è servito un cibo ancor più morto
e dove gli attori fuori scena recitano:
Riconciliazione”,
il loro unico atto.

Francesca Galderisi

Trauma cronico – Buon compleanno Scrittori precari!

Buon compleanno Scrittori precari!

Già, oggi il nostro progetto compie un anno, tanto è passato da quella prima volta insieme, eravamo ospiti del Cineclub Alphaville, io, Simone e Luca, nel pubblico si contavano una dozzina di persone, tra loro, arrivato in ritardo da Latina, c’era anche Zabaglio, da qualche mese mio compagno di avventure nei reading/presentazione dei nostri libri targati Tespi. Ma era solo l’inizio.

Zab sarebbe entrato di lì a poco a far parte della banda, dal secondo appuntamento, il battezzo al Simposio, un successo oltre le nostre più rosee aspettative, tanto che da quella volta ne è nato un appuntamento fisso mensile, dove siamo stati accompagnati da prestigiosissimi ospiti fino ad arrivare alla straordinaria maratona letteraria di settembre, la grande anteprima del meraviglioso tour che ci ha portato in giro per l’Italia, di cui potete leggere le peripezie nel Diario di bordo di questi Don Chisciotte della penna che ancora credono nella forza delle parole, schiavi d’esse.

Da maggio è entrato nella combriccola anche Alex, e poi come non ringraziare anche il nostro ospite più assiduo, Vanni Santoni, uno dei miei preferiti scrittori viventi, che è stato con noi cinque volte.

Oltre trenta appuntamenti, quasi come una rock band, e non siamo ancora stanchi, anzi, dopo aver debuttato persino in teatro grazie a quei due folli di Dimitri Chimenti e Andrea Montagnani, ideatori dello spettacolo Trauma cronico, che siamo pronti per portare in giro (gli interessati possono scrivere a scrittoriprecari@yahoo.it)

Quando vivi intensamente, il tempo, sembra durare di più. Sono orgoglioso di poter dire che questa di Scrittori precari è stata una delle più belle esperienze che ho vissuto, sono cresciuto tanto, come uomo, e come autore. Leggere spessissimo in pubblico mi ha aiutato molto, condividere i miei scritti è stata ed è una notevole fortuna, un’opportunità non da poco per chi come me ha scelto la strada della letteratura giovanissimo, vivendo per essa. Per leggere. Per scrivere.

Tanta strada percorsa, e tanta ancora da farne, per riportare la letteratura ovunque, perché il nostro morente paese, Italia, ne ha tanto bisogno, ha dimenticato la sua storia, e continua a subire.

Ma oggi è un giorno di festa, e dobbiamo festeggiare. Se non hai niente di meglio da fare, il consiglio che ti posso dare è quello di leggere un buon libro, e condividerlo, parlarne, invitare gli altri a leggerlo.

Bisogna scrostare gli ingranaggi interrotti di questi nostri concittadini alienati e distratti dal vuoto.

Bisogna invitare alla lettura, perché ci si possa svegliare insieme da questo torpore asfissiante.

Vi saluto cogliendo l’occasione per ringraziare i tanti di voi che seguono le nostre avventure e che quotidianamente leggono questo blog. Se siamo ancora qui e continuiamo questa avventura pieni di entusiasmo è solo grazie a voi.

Vi aspettiamo il 17 ad Aprilia (LT) e il 19 a Roma in quel di San Lorenzo (maggiori dettagli nella sezione Prossimi appuntamenti).

E naturalmente qui sul blog ogni giorno.

Stappate le bottiglie che oggi è un giorno di gran festa. Buon compleanno Scrittori precari!

Ah, dimenticavo, stasera, verso le sette, andiamo a sentire il reading di Nicola Lagioia al Chiccen, al Pigneto. Se passate, beviamo qualcosa insieme.

Gianluca Liguori

Diario di bordo – Colle Val d’Elsa

Rieccoci nuovamente. Come anticipato ieri, per questo lunedì interrompiamo la rubrica Poesia precaria per dar spazio al Diario di bordo di Scrittori precari.

Buona lettura.

Gianluca Liguori


Scoppio ancora di emozioni colorate ed accoglienza immersa nella natura. Avrei voluto vedere lo spettacolo ma ero sul palco.

Andrea Coffami


Secondo Google mappe Colle Val d’Elsa è raggiungibile velocemente da Montevarchi tramite una strada alternativa, che risparmierebbe il passaggio per la superstrada e per Siena tagliando attraverso il Chianti. Stampo la cartina e parto. Un’ora e mezza più tardi, perduto tra Radda e Castellina in un incubo di tornanti, medito il suicidio.

Raggiungo infine Colle in clamoroso ritardo e vengo recuperato dal Chimenti in una bizzarra piazza postmoderna. Il regista mi conduce attraverso misteriosi cunicoli nel ventre della collina fino a un ascensore fantascientifico; inizio a pensare che Colle Val d’Elsa è un posto davvero molto strano. E molto bello: per qualche motivo, dal Valdarno immaginiamo sempre i paesi del senese come brutti, forse per la fosca fama di Poggibonsi, e irrimediabilmente questi si rivelano infinitamente più belli dei nostri.

Attraversiamo questa Loro Ciuffenna monumentale finché scorgo le sagome note, inconfondibili nella postura e nei gesti, degli Scrittori Precari, professionisti della pausa cicchino. Chimenti e Montagnani mi lanciano in prova generale (più tardi Chimenti avrà modo anche di lanciarmi letteralmente) senza spiegazioni, ma dalla luce che brilla negli occhi dei Precari, e dalle luci vere, sparate con sapienza sul palco, capisco che la faccenda funzionerà.

A prove concluse scendiamo nel Foyer per rimetterci in sesto a caffè e whisky; benché mi tocchi bere un terrifico blended, il buonumore tiene. Inizia a trasformarsi in tensione quando realizziamo che sta effettivamente arrivando gente, e che anzi il teatro dei Varii sarà pieno.

Neanche il tempo per tremare, e siamo già in scena; avendo i registi studiato per me un ruolo da “finto spettatore”, pronto a entrare in scena dalla platea, posso godermi lo spettacolo dalla prima fila. E funziona, lo spettacolo, non solo nel documentare il collettivo Scrittori Precari e la sua attività letteraria, ma anche nel cogliere, grazie all’incrocio tra materiale filmato e lettura dal vivo, i tratti salienti di ciascuno, e così abbiamo uno Zabaglio tanto spassoso quanto amaro, laziale più che romano, che in controluce carica macchinette del caffè e auspica segreti piani di rivolta; un Piccolino corporale e romantico, imbianchino pratoliniano, che estrae poesie dal secchio della calcina, un Liguori dolente, quasi un personaggio di de Amicis, nel suo farsi carico con dignità di tutte le ingiustizie del mondo, un Ghelli felino, solo apparentemente mite, Bianciardi reincarnato, e salvato, forse, dall’aver scelto Roma invece di Milano. E li troviamo tutti insieme, a imbarazzarmi con la lettura di un mio brano, e poi sagome nere, di nuovo inconfondibili, mentre la regia gli spara addosso un filmato torcibudella. C’è tempo poi anche per i miei cinque minuti di gloria, con una lettura dal prossimo romanzo, ma gli applausi sono certamente, e giustamente, tutti per loro.

Vanni Santoni


Andare in scena non è stato facile: due giorni di prove, pochi mezzi tecnici e un budget ridicolo sono ciò che abbiamo a disposizione. Quando le luci si abbassano ci accorgiamo però che il teatro è pieno. Un senso di incredulità che raddoppia la tensione. Alla fine gli applausi, la voglia del pubblico di non andare subito a casa, di parlare di quanto hanno appena visto e sentito. Questo volevamo: prolungare la messa in scena attraverso il lavoro cognitivo dello spettatore.

Leggendo i giornali, guardando i telegiornali, comunemente parlando, siamo allo stesso tempo vittime e propugnatori di un inarrestabile impoverimento del senso comune. Un impoverimento che passa attraverso il linguaggio, cavalcando parole-marionetta – “precario”, “straniero”, “extracomunitario”- che ci annebbiano la vista sul mondo per farne una terra straniera.

Ci muoviamo da tempo in un orizzonte comunicativo verbo-visivo che basa la sua efficacia sulla devalorizzazione e sulla desemantizzazione dell’esperienza, come sull’anestetizzazione del comune sentire: per ridare un corpo semantico all’immaginario non resta allora che rivendicare l’extraterritorialità della “scrittura di scena” e la sua capacità di comporre l’eterogeneità delle deposizioni e delle registrazioni, di attraversare le terre ed incrociare gli sguardi. Ma per riuscirci è necessario sapere esattamente cosa raccontare e come farlo.

Quello che noi, assieme a Scrittori Precari e Vanni Santoni, volevamo raccontare è il paese Italia, il paese che muore, il paese che dello spettacolo ha fatto la realtà perché la realtà potesse sembrare uno spettacolo. E per farlo abbiamo usato ogni mezzo a nostra disposizione: il documentario e la performance, la luce e la musica, il videoclip e la pagina scritta.

Adesso bisogna rilanciare la posta in gioco, portare lo spettacolo in giro, sino a dove possiamo arrivare.

Dimitri Chimenti e Andrea Montagnani


LIVE THE WRITING – omaggio breve a Trauma Cronico e ai pigiami singolari

“Prima ci facciamo un’idea, poi semmai…”, così dicendo il pubblico entra in sala e si siede in platea dopo aver ispezionato di fretta libriccini cd e volumi riposti in bella vista sul tavolo all’ingresso.

Piccolo gingillo questo teatro dei Varii, i cui fronzoli ottocenteschi cozzano meravigliosamente con l’apparato scenico vuoto dei Precari, creando una strana attesa incerta e diffidente.

A terra i cavi sembrano serpenti dormienti in attesa di venire scossi e manipolati dalla fonazione.

Nessuno sa. Si può solo immaginare a scatola chiusa cosa mancherà, essendo solo un reading. Cosa non si vedrà, visto che è solo un reading. Quanti tempi si dovranno aspettare in tossicchio nervoso a causa di virgole e punti e fogli da girare. “E’ solo un reading!”

Scorrendo, le immagini per qualche minuto restano schiacciate sul fondo. Innocue. Distanti. Finché lo spirito si fa carne e qualcuno esce dallo schermo, invadendo lo spazio che prende a riempirsi. Sotto l’occhio di bue sale la voce e lo scrittore s’allontana dal precario. Lo vedi perchè si premura di centrare la carta e se stesso sotto l’occhio di luce, finendo, senza volerlo, col dare preminenza al foglio. Deformazione professionale.

Lasciando cadere le pagine a terra sembra sospeso su una nuvola bianco sporco e finisce per fondersi con le immagini in un gioco serrato di dentro e fuori, casa e palco, voi e noi. Noi. 4+1 moschettieri immobili, illuminati psichedelicamente dalle luci che, ora, sparano su un pubblico calato e assorto. In attesa di altro.

Lo sguardo che dopo un’ora e mezza davanti al tavolo all’ingresso ripassa in rassegna a mente fresca le copertine dei libri, ha un’altra coscienza.

“E’ solo un reading… forse”.

Donatella Livigni


La prima volta degli Scrittori precari in un teatro.

Una prima volta che emoziona ma intriga fin da subito.

Le tavole di legno sotto ai piedi. Un’acustica particolare e a noi nuova. Le luci puntate su di noi che non riusciamo a vedere il pubblico davanti a noi. Strano.

Da quando abbiamo iniziato l’avventura di Scrittori Precari abbiamo avuto col pubblico un rapporto quasi simbiotico. Ed ora siamo soli, in una bolla di luce che non svela i volti in platea.

E’ l’applauso che accompagna la nostra uscita di scena a sollevarci. Man mano che ci alterniamo ci rendiamo conto che questa nuova dimensione non ci è poi tanto estranea.

Lo spettacolo dura un’ora e quaranta ma vola via come se niente fosse. E noi, nonostante tutto ancora leggeri, ci rendiamo conto che avremmo persino voglia di rifarlo daccapo.

Luca Piccolino


Erano anni che non tornavo a Colle: anni ingoiati dalla vita metropolitana, dove il tempo scorre ad alta velocità. Una volta amavo fuggire dalla bolla d’aria che è la vita di provincia, oggi sento a tratti la necessità di ritornarvi, come per un principio di liberazione e rigenerazione, per disintossicarmi dai miasmi della vita di città.

Ad attenderci, dunque, non soltanto il tempo sospeso della provincia protetta da mura medievali, ma anche il tempo pieno del teatro, che per la prima volta abbiamo sperimentato venerdì. Tutto per merito di due folli chiamati Dimitri Chimenti e Andrea Montagnani, che prima hanno passato tre giorni a girare per Roma dietro a questi quattro ceffi rabberciati che siamo noi; che poi hanno fatto le ore piccole per due settimane a montare quelle immagini; e che infine si sono rinchiusi nel Teatro dei Varii, dove li abbiamo trovati al nostro arrivo, per concludere la regia di questa incredibile video performance. Che adesso tocca lavorare per esportarla in giro, perché lo spettacolo funziona, anche se nato in condizioni d’emergenza, o forse soprattutto per quello, perché c’era e c’è l’urgenza di farlo.

Simone Ghelli