“Popsofia” e “Sofolar culture”: il caso Teledurruti

Riproponiamo questo articolo apparso originariamente sul blog di Antonio Romano e, in versione ridotta, su Popsophia.

PREMESSA
La recente boutade di Edoardo Camurri ha avuto il merito di portare alla ribalta la questione della popsofia, ossia della strumentazione filosofica applicata a quella viscida materia che sono i fenomeni dell’industria culturale, dal dottor House all’Ape Maya.

Partendo dal presupposto che, per quanto mi riguarda, con la filosofia ci possiamo destrutturare Topolino, ermeneutizzare Lili Gruber e sillogizzare ‘sta fava, vorrei mettermi nei panni intellettuali di chi avversa la popsofia. Da un certo punto di vista potrei perfino arrivare a essere d’accordo: se la filosofia, per secoli, si è concentrata su certe materie (la metafisica dell’anima è più antica della metafisica dei Simpson), possiamo ragionevolmente supporre che i suoi metodi e i suoi “contenuti” (ammettendo che la filosofia abbia prodotto “contenuti” propriamente detti, anziché solo metodi, per quanto “densi”) siano tagliati su misura per certi temi piuttosto che per altri. Un po’ come la fisica, che certi astrofisici pretendono di applicare a galassie che probabilmente non hanno nemmeno un principio termodinamico in comune con noi. Leggi il resto dell’articolo

SP intervista TQ – parte prima

Il dibattito su Generazione TQ ha tenuto banco in quest’estate 2011: se n’è parlato tanto e ovunque, a cominciare dal primo articolo, Andare oltre la linea d’ombra, apparso sul Sole24ore, per proseguire su tutti i quotidiani nazionali e tantissimi siti e blog; molti hanno aderito, tanti altri si sono dimostrati scettici nei confronti dell’iniziativa. Dal momento che su Scrittori precari abbiamo ospitato diversi interventi più o meno critici, ci è sembrato giusto dare spazio, ponendo loro alcune domande, anche a due dei firmatari dei manifesti: Alessandro Raveggi (AR) e Sara Ventroni (SV).

SP: Partiamo dall’etichetta. Perché l’uso del termine “generazione” e in che cosa vi sentite di essere rappresentativi di tutte quelle persone che hanno oggi un’età compresa tra i 30 e i 40 anni? Non è limitante e limitativa questa “selezione aprioristica”? Leggi il resto dell’articolo

Generazione o gruppo?

In questi mesi si parla molto di Generazione Tq. Ne hanno scritto i quotidiani – L’Unità, Repubblica, Il giornale, il Corriere, il Sole24ore, il Riformista, La Nuova Sardegna, Il manifesto, Il Fatto Quotidiano – se ne parla, tanto, in Rete – Google mi dà oltre 50.000 risultati. C’è un blog wordpress di Generazione Tq, con tre manifesti programmatici, e l’elenco dei firmatari di questi manifesti. I commenti, sul blog, sono chiusi, ma si rimanda ad altri luoghi della Rete, nei quali si sta discutendo della questione.
Ora: Generazione Tq, ovvero generazione trenta/quaranta (anni). Ma cos’è? Su minima et moralia, blog collettivo, costola della casa editrice Minimum fax, c’è scritto: “Generazione Tq – i lavoratori della conoscenza della generazione dei trenta e quarant’anni”. Non ho trovato altre definizioni. Leggi il resto dell’articolo

La società dello spettacaaargh! – 6

[La società dello spettacaaargh! 1 – 2 – 3 – 4 – 5]

Caro Jacopo,

non ci avevo fatto caso, ma è più di un mese che ci alterniamo nello sbrogliare il famigerato gomitolo da cui tu hai tirato un primo filo. Questo dannato groviglio mi pare rimanga bello grosso e intricato, eppure qualcosa siamo riusciti a dipanare.
Archiviamo quelle definizioni che hai riassunto, ma con una riserva. Non sono convinto che l’assurdo «non dia scandalo»: o meglio, «scandalo» è una parola assai complicata e che può voler dire molte cose, è un nodo che va sciolto con cura e sano puntiglio; non a caso, in effetti, il suo antico significato è “trappola”, per cui o ci sono cascato dentro io, o bisogna davvero muoversi circospetti. Da noi l’assurdo produce indecenza e indignazione in abbondanza: dico quella autentica, quella che ci fa scattare quando un Brunetta se ne va dicendo «siete l’Italia peggiore». Il problema, mi pare, nasce quando si passa al «che fare?». E «che fare?», dall’omonimo libro di Lenin alla conclusione di Fontamara di Silone, non è una domanda da poco, e non è legata solo al qui e ora. Io avevo parlato di «distruzione di relazione logica con la realtà», perché mi pare quello l’effetto principale, l’emanazione più diretta a partire dalla fonte. Forse col tempo e nel tempo, per sfinimento, un uomo può arrivare all’indifferenza, al non provare più alcuno scandalo, ma non ritengo lo si possa dare per scontato: non sarebbe fatalista, da parte nostra? Leggi il resto dell’articolo