La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 5

La partenza non fu certo delle migliori, anche se la preparazione fu certosina e richiese, stando alle testimonianze di certi vicini, diversi giorni di movimenti sospetti.

Il signor Tal dei Tali, ad esempio, giura e spergiura di aver sentito nell’appartamento sottostante (quello del leader del gruppo, e che negl’incartamenti viene definito “il covo”) strani rumori metallici, con molta probabilità corrispondenti al reiterato gesto di aprire e chiudere il tamburo di una pistola – ma qui andiamo nel campo dell’interpretazione, e difatti negli stessi incartamenti si annota anche del sospetto di un rumore prodotto piuttosto dallo scatto di un coltello a serramanico; per non parlare dell’assurda difesa dello scrittore di cui in oggetto, che insinua addirittura la presenza di un ossessivo ribattere sui tasti di una vecchia macchina da scrivere (come se ancora ne esistessero ai tempi di internet!). Proprio questa macchina da scrivere, di cui non si è mai trovata traccia a dire il vero, è stata poi assunta quale simbolo di una rivolta delle lettere che si è arenata al primo scoglio: quel potere economico a cui da sempre la letteratura finisce col genuflettersi, e ancor più oggi che del libro si ricorda prima la confezione del suo contenuto.

Rumori sospetti o meno, gli è che i cinque si dettero un gran da fare a stipare materiale altamente esplosivo nel loro portabagagli, e finanche sotto alle poltrone e in mezzo ai piedi, perché ne producevano in gran quantità, e soprattutto lo davano via con difficoltà. Libretti e libricini che sbucavano come funghi velenosi da somministrarsi all’inconsapevole popolino, che come i curiosi della domenica va per boschi con la guida, ma che poi si emoziona al primo mistero che sfugge alla tassonomia ufficiale, e chinansi sopra a coglierlo; che poi si sa, da lì a intossicarsi è un attimo.

Se vogliamo esser precisi, visto che abbiamo qua a che fare con documenti ufficiali – e che l’intento mio non è di far letteratura per amor del bello, ma di mirare al vero per onor del giusto – ce n’era uno di cui non si son trovate tracce di pubblicazioni ufficiali, ma solo strampalate storie stampate, a suo dire, in un connivente internet point bengalese. Era costui di corporatura robusta e avvezzo alle arti marziali, il che conferma il sospetto che dietro la copertura della missione per le arti e lo spirito si nascondesse una cellula di un’organizzazione paramilitare alle prime prove con il colpo di stato. Di questo nerboruto personaggio si ritrovano tracce in vari tornei di karate sparsi per il mondo, dove più d’una volta venne squalificato per condotta violenta, ragion per cui vien da chiedersi di dove gli sortisse fuori tutta questa poesia dell’anima, e da pensare, persino, che la farina fosse d’altrui sacco, magari di qualche sognatore caduto nella trappola dell’inesperienza. Avete idea di che cosa non siano capaci di fare gli scrittori alle prime armi pur di farsi conoscere? Io, che le redazioni me lo son fatte un po’ tutte, ne ho visti di ridotti così male da farmi venire la sincope cardiaca per il magone. I migliori, poi, son quelli che girano da anni con un pacco di fogli che si fa di volta in volta più voluminoso, come se il peso di quella sconfitta dovesse muovere a maggior pietà i pescicani dell’editoria: son questi gli scrittori del romanzo infinito – che niente ha a che vedere con la Poesia ininterrotta di Eluard – quello che cambierà per sempre le sorti del mondo, che se dovesse attendere loro non farebbe neanche la rivoluzione terrestre.

Questo per dire che forse i cinque avevano i loro buoni motivi per nascondere delle armi sotto la carta macerata dei loro libri, anche se di pistole e fucili, per non parlar poi di coltelli, non se n’ebbe a trovar traccia; così come accade oggi per i loro presunti possessori, che prima o poi dovrò anche spiegarvi il motivo che mi spinge a parlar di loro rivolgendomi al tempo passato.

Ma andiamo avanti cercando di rispettare la cronologia degli eventi, che servirà a dar loro un senso secondo l’ordine in cui si sono susseguiti, ché se poi sian stati dominati dal caso, non è certo colpa da imputarsi a chi cerchi di ricostruirne la trama.

Simone Ghelli

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