L’economia come scienza umanistica /5

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SELF-MONITORING E ORGANIZZAZIONE : SPECIFICITÀ OPERATIVE.

Alla luce dei significati attribuiti nella definizione del dominio della variabile self-monitoring, è possibile allontanarsi da una dimensione puramente concettuale per sottolineare la valenza pratica, direi quotidiana, di una diffusa consapevolezza organizzativa delle implicazioni della presenza di individui self-monitors nei gruppi di lavoro.

Social networks e self-monitoring : implicazioni per la workplace performance

Numerosi sono gli studi in letteratura che indagano le relazioni tra posizioni e vantaggi strutturali, variabili di personalità e job performance. Una recente ricerca (Mehra, Kilduff, Brass, 2001) ha esaminato gli impatti dell’orientamento al self-monitoring e della posizione in una rete sociale sulla workplace performance. Leggi il resto dell’articolo

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L’economia come scienza umanistica /4

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LE CONSEGUENZE DEL SELF-MONITORING

Chiaramente gli individui differiscono marcatamente nel grado in cui essi possono esercitare controllo sul loro comportamento espressivo, sulla presentazione di sé, sulle manifestazioni verbali e non verbali relative ad emozioni e sentimenti. Ci chiediamo, quindi, quali siano le conseguenze delle differenze nel self-monitoring per la comprensione del comportamento individuale nelle situazioni sociali ed in contesti interpersonali. Gli sforzi empirici sono stati guidati dalla formulazione teorica derivata dalla conoscenza del costrutto psicologico del self-monitoring e della sua evidente validità. Rispetto alla formulazione del self-monitoring, un individuo in un contesto sociale  prova a costruire attivamente un modello di comportamento sociale appropriato a quel particolare contesto. Leggi il resto dell’articolo

L’economia come scienza umanistica /3

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IL COSTRUTTO DEL SELF-MONITORING

Il costrutto del self-monitoring, quindi, sintetizza concettualmente proprio l’esistenza di importanti differenze nel grado di controllo sull’appropriatezza situazionale di comportamenti verbali e non verbali (Snyder 1972, 1974), svelando, così, vere e proprie strategie di impression management. Risulterà più semplice descrivere la variabile attraverso la definizione del prototipo dell’individuo con un alto livello di self-monitoring (high self-monitor), nonché dell’individuo con basso livello di self-monitoring (low self-monitor). Leggi il resto dell’articolo

L’economia come scienza umanistica /2

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L’ANTECEDENTE CONCETTUALE DEL SELF-MONITORING : TEORIA DEL SÉ ED IMPRESSION MANAGEMENT

Il costrutto del self-monitoring ritrova i suoi antecedenti intellettuali nella teoria classica del sé e, successivamente, nella formulazione delle strategie di impression management. Il fatto che gli individui siano capaci di esercitare controllo sul proprio stile di presentazione è un principio basilare di molte, se non tutte, le teorie del sé nell’interazione sociale. Consideriamo, ad esempio, le iniziali osservazioni di William James:

Un uomo ha tanti sé sociali quanti sono gli individui che lo conoscono e custodiscono una propria immagine di lui. Potremmo sostanzialmente affermare che egli ha tanti sé sociali quanti sono i diversi gruppi di persone delle cui opinioni egli tiene conto. Egli generalmente mostra una diversa immagine di sé a diversi gruppi sociali. Noi non ci mostriamo ai nostri figli così come ai nostri conoscenti, capi, collaboratori o intimi amici. Da ciò risulta una scissione dell’uomo in diversi sé; e questa potrebbe costituire una divisione discordante (James, 1890). Leggi il resto dell’articolo

L’economia come scienza umanistica /1

Continua il nostro viaggio tra le dispense dell’economista Malina Kendelthon, di cui pubblicheremo in vari capitoli la parte intitolata “L’economia come scienza umanistica”.

Viaggio da una prospettiva psicologica ad un punto di vista organizzativamente rilevante

DIFFERENZE INDIVIDUALI NEL SELF-MONITORING : VERSO LO SVILUPPO DI UNA ”NUOVA COMPETENZA”.

Sulla capacità di adattarsi ad un io in movimento… «L’Uomo è il creatore di se stesso.. è animale di natura varia, multiforme e cangiante», in questa condizione flessibile all’uomo  «è concesso di ottenere ciò che desidera, di essere ciò che vuole».

(Pico della Mirandola, Oratio de hominis dignitate)

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Storia delle Utopie Economiche nei Mercati Globali /5

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Nel 1990 le Nazioni Unite hanno ufficializzato un nuovo approccio ai problemi dello sviluppo, che finalmente abbandona la visione riduzionista economicista dell’aumento del reddito pro-capite, e ratifica la necessità della misurazione di variabili quali istruzione, sanità, diritti civili e politici. Riecheggiando in particolare la teoria degli entitlements dell’economista indiano A. Sen – secondo la quale lo sviluppo desiderabile è quello che consente a ciascuno l’effettiva acquisizione delle risorse determinata, oltre che dal reddito, dall’esistenza di meccanismi istituzionali e politici idonei – il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (vedi UNDP) pubblica il primo Rapporto sullo sviluppo umano. L’Indice di sviluppo umano (ISU) istituzionalizza un nuovo modo di misurare lo sviluppo, inteso come «processo di ampliamento delle possibilità di scelta della gente». Aggregati in un indice ponderato troviamo i seguenti indicatori:

  • speranza di vita alla nascita;
  • tasso di alfabetizzazione;
  • valore reale del reddito pro-capite espresso in potere d’acquisto rispetto al dollaro. Leggi il resto dell’articolo

Storia delle Utopie Economiche nei Mercati Globali /4

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3. La condanna delle utopie: l’economia dello sviluppo

L’economia dello sviluppo nasce nel secondo dopoguerra, caratterizzato dalla ricostruzione in Europa e dalla contrapposizione dei blocchi scaturiti dalla guerra fredda, mentre si avviava il processo di decolonizzazione e i nuovi stati rivendicavano una disciplina che si occupasse dei loro specifici problemi. Nel 1944, a Bretton Woods, nascono la International Bank for Reconstruction and Development, altrimenti nota come World Bank (Banca mondiale), e il Fondo monetario internazionale (I.M.F.). Come ebbe a dire H. Truman nel suo discorso di reinsediamento alla presidenza degli Stati Uniti (20 gennaio 1949), si trattava d’indicare la via liberal-capitalista della prosperità agli stati di recente indipendenza caratterizzati da sottosviluppo, ovvero da bassi livelli di crescita economica, altrimenti attratti dal modello concorrente socialista. La visione ottimistica del cosiddetto paradigma della modernizzazione era fiduciosa nell’uniformità del processo di cambiamento economico, sociale e politico già avvenuto nelle società del primo mondo. Quest’ultimo era interpretato in termini di passaggio da una situazione di arretratezza a una caratterizzata da industrializzazione, urbanizzazione, e alti livelli di benessere materiale. Su queste basi, l’Occidente pretendeva di applicare le elaborazioni di tale auto rappresentazione al terzo mondo, considerato di conseguenza un blocco unico e indifferenziato. Tutte le più importanti teorie economiche del periodo partivano dal presupposto comune che lo sviluppo consistesse in un processo evoluzionistico mosso da forze endogene lungo stadi temporali validi per tutti i paesi. Leggi il resto dell’articolo

Storia delle Utopie Economiche nei Mercati Globali /3

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«Ha fatto lei questo orrore?»
«No, è opera vostra»
(Risposta di Picasso a un ufficiale tedesco, in visita al suo studio, alla visione di Guernica)

Quale sviluppo?

«Il diritto allo sviluppo è un diritto inalienabile dell’uomo in virtù del quale ogni essere umano e tutti i popoli hanno il diritto di partecipare e di contribuire ad uno sviluppo economico, sociale, culturale, politico nel quale tutti i diritti dell’uomo e tutte le libertà fondamentali possano essere pienamente realizzati, e di beneficiare di questo sviluppo.»
(Declaration on the Right to Development, General Assembly Resolution 41/128, 4 December 1986) Leggi il resto dell’articolo