L’incredibile storia della bimba postina – #fiabebrevichefinisconomalissimo

di Francesco Muzzopappa

Mantellina era una tenera bambina che viveva in campagna con la sua dolce mammina.
Accanto alla loro casa viveva la nonna, sempre presa dai suoi ricami e dai suoi merletti.
La mamma diceva: “Mantellina, porta la torta alla nonna”.
E mantellina usciva di casa felice e portava il dolce alla nonna.
La nonna diceva: “Mantellina, porta questi frutti a tua mamma”.
E Mantellina Leggi il resto dell’articolo

Qualcuno verrà

di Janis Joyce

Domenica è morta mia mamma. Oggi c’è stato il funerale, ma invece di portarmici mi hanno accompagnato dalla signora Fiaccabrino. Zia Milly è venuta a prendermi poco prima delle otto. Faceva caldo e abbiamo tenuto i finestrini aperti lungo tutto il tragitto. Incrociavamo i miei compagni di scuola, ma nessuno mi salutava. Sbirciavano da lontano e si giravano dall’altra parte. Ho cominciato la quarta elementare una settimana fa.
Mi spiace non poter venire in chiesa, ha detto la signora Fiaccabrino sull’ingresso, ma se è per tenere compagnia a Martino ci rinuncio volentieri. Lei e zia Milly sono state zitte per un po’ e ho capito che lo facevano perché se aprivano bocca si mettevano a singhiozzare. Continuavano a deglutire fissandosi negli occhi. La signora Fiaccabrino stava appoggiata allo stipite della porta e teneva una mano davanti alla bocca. È una donna piccola e magra, coi capelli a caschetto dritti e gialli come degli spaghetti. Non ha l’aspetto di una Leggi il resto dell’articolo

La camera oscura

Mi sto svegliando.

Le palpebre ancora incollate e tra i miei occhi e il buio, galleggianti chiazze color muco.

Chiazze informi, che nell’aprirsi lento degli occhi si dissolvono sulla parete a cui mi ritrovo appiccicato.

Sento bagnaticcio tra le gambe, la mamma me l’aveva detto di starci attento ai sogni sporchi.

Mi devo alzare. Il letto è incastrato in un angolo della stanza e adesso pure io con lui.

Mi alzo e osservo l’impronta del corpo impressa calda sul materasso.

All’altro lato della stanza c’è una scrivania.

Appese al muro, penzolano storte alcune fotografie.

In quella più a destra ci sei Tu. Sei in sella ad un cavallo al pascolo, probabilmente nel giardino della villa.

La osservo. Il tuo sguardo non è sereno; eppure sono sicuro che in quella foto, qualche giorno fa, Tu sorridessi e sono altrettanto convinto che il cavallo fosse leggermente più sulla destra, circa all’altezza della quercia e il suo muso fosse puntato in mia direzione.

Un caffè già zuccherato aspetta caldo nella tazza color crema sul comodino, due brioches, appoggiate su un piatto in tinta con la tazzina, una è già smangiucchiata; un’altra tazza è sulla scrivania, già svuotata, già fredda.

Non filtra luce dalle imposte, filtrano solo i suoni e gli odori dal giardino.

Sulla scrivania è appoggiata la lettera che sto tentando di scriverti; anche durante questa notte è avanzata di qualche altra riga, brevi tracce dei sogni di stanotte, che però adesso non ricordo.

E’ la lettera che se li ricorda per me.

E quando al tuo ritorno la troverai, ne sarai felice.

Io lo so bene quanto ti piaccia trovare le mie lettere.

Una volta presa dalla cassetta, già ti vedo correre sul letto e poi a gambe incrociate con la schiena appoggiata alle parete le apri e ti immergi nelle mie tante tante righe, come se il mondo al di fuori di questa camera non esistesse.

Ti ho sempre immaginato tanto felice e talmente impressionata dalla bellezza delle mie lettere. Talmente emozionata al punto di non trovare mai le parole giuste per rispondermi.

Una mappa geografica dell’Europa è appesa vicino la finestra, mi ricorda quella che c’era nella nostra classe, quando eravamo vicini di banco.

Questa ha tante puntine che segnano altrettante località,

Puntine dello stesso color giallo, ma c’è ne è una nuova, color malva.

Devo essermi distratto, ma non ricordo quando tu sia andata a Malta.

Ricordo ogni tua partenza e ogni tuo ritorno almeno fino al viaggio di nozze.

Circa ogni ora bussano alla porta, io non rispondo mai; in fondo non è camera mia e non è educato, poi da sotto l’uscio sfilano foglietti tutti uguali; 10 x 15 circa, scritti a penna o matita o pennarello. Li raccolgo, neanche li leggo: non sono per me, saranno di qualcuno che è venuto a disturbarti. Allora li accartoccio e li butto nel cestino: stasera sarà poi colmo raso.

Così era pieno ieri sera. Eccolo li nell’angolo; stamattina è lì vuoto e sotto l’uscio compare il primo messaggio.

Non filtra alcun raggio di sole dalle persiane, ma fuori sento vociare di gente; i tuoi fratelli che giocano nella piscina.

Chissà se nel prato del giardino passeggia il cavallo della foto; deve esserci da qualche parte, di sicuro non nella posizione della foto, ma per forza deve esserci; tu dove potresti essere altrimenti?

Sicuramente non li

Quella quercia non ti era mai piaciuta poi. Ricordo il giorno che sono venuto per la prima volta a trovarti: stavamo giocando proprio attorno a quel bellissimo albero si è messo improvvisamente a piovere e io mi sono avvicinato a te.

Mi hai detto che sarebbe stato meglio tornare verso la casa, perchè ti faceva paura, la quercia.

Accendo la radio, c’è la nostra canzone, quella bella, canzone melodiosa che ti dedicavo tuti i pomeriggi alla radio.

Te la ricordi bene quella bella, dolce canzone?

Io ricordo bene di averti visto ballarla la sera del matrimonio.

La nostra canzone.

Da quel giorno l’ascolto ininterrottamente, forse è colpa sua se poi faccio quelle cose brutte con le mani.

Non deve essere passato tanto tempo da quel giorno a giudicare dalla rosa con il bigliettino che è ancora nel vaso sul davanzale.

Non è una di quelle che ti ho regalato io, ma mi fa piacere immaginarlo; quelle saranno già morte e pure questa,oramai sta per fare la stessa fine.

Ma è dietro la finestra, che è chiusa e non riesco ad aprire per poterla innaffiare quella povera rosa.

Sopra la finestra l’orologio segna sempre la stessa ora: le undici.

Ma non è fermo, lo so.

Ti spiego: il ticchettìo lo sento chiaro, anche troppo e lo so bene che le lancette si muovono, ma quando lo osservo segna sempre la stessa ora. Forse nella lettera te l’ho anche raccontato; resta fermo, ma secondo me lo fa più per l’impossibilità di tornare indietro che per quella di andare avanti.

Non riesco a spiegartelo.

Lo so, non sono mai stato bravo a farmi capire; soprattutto da te.

Ma le ore passano, lo vedo benissimo: non mi può fregare così e io ti aspetto; mi piace aspettarti, seduto qui sul bordo del letto.

So che tra poco squillerà quel telefono, facendo cadere i fogli che ci sono sopra e che si spargeranno per la stanza.

Ecco è adesso che le pareti cominciano a cambiare colore.

No, te l’assicuro: non è che cambia la luce perché apro le persiane, quelle restano sempre chiuse.

E’ come se dai bordi del soffitto calasse un altro colore a coprire il giallo per poi virarle al rosso,

Il giallo che a te non piaceva,

E quando hanno cambiato del tutto colore è proprio in quel momento che suona il telefono e se chiudo gli occhi e li riapro il pavimento è pieno di foto, foglietti appunti, biancheria sparsa.

Devo mettere in ordine prima che tu torni, mi spiacerebbe che mi trovassi qui con la camera in questo stato.

Anche la mamma me lo dice sempre: non fare cose brutte e tieni tutte le cose a posto. Io, lo sai, ubbidisco sempre alla mia mamma.

Sul comodino ho appoggiato il martello, ci ho provato a mettere meglio il chiodo per raddrizzare la cornice, per fartela trovare più bella quando sarai tornata.

Ma poi suona il telefono e io mi distraggo, sbaglio e lo sai: io ci sto male quando sbaglio e allora comincio a colpire il materasso ed ecco le lenzuola prendere il colore del sangue, quel colore che immagino ogni tanto lasciassi come traccia; come nelle tue mutandine che ancora conservo.

E quel colore si sparge, è una macchia che avanza veloce dal cuscino fino ai piedi del letto, ma meno male non cade per terra, non saprei proprio come pulire.

Poi a poco a poco il sangue si raccoglie nell’incavo dell’impronta fino a sparire.

E la foto è sempre li, un po’ storta, e forse è questo che fa cambiare il tuo sguardo.

La raddrizzo.

Tu però continui a non sorridere; forse è per colpa di tutto questo sangue?

Ora ricordo: il sangue ti infastidiva, ti rendeva nervosa. Anche quella volta che sono venuto a trovarti e mi ero appena fatto di corsa la barba ed ero pieno di taglietti; tu non volevi baciarmi o come quando entrai quel pomeriggio che eri malata nella tua stanza. Era bella la tua stanza, tutta rossa e la tua camicia da notte color crema era bellissima, tranne quella macchia li in mezzo.

Neanche il colore della stanza ti piaceva.

Mi dicesti che quando ti saresti sposata l’avresti tinta tutta di bianco, quel rosso ti imprigionava, ti sentivi come impressionata su una fotografia

Dicesti esattamente quella parola, “IM PRES SIO NA TA” calcando le sillabe.

E mentre guardavi fuori dalla finestra, ti immaginavo seduta e triste con la tua bella camicia da notte, rinchiusa in una gabbia tutta rossa mentre arrivavo su quel bel cavallo a salvarti.

Te l’ho scritto in una lettera, quella che ho ritrovato in giardino e che probabilmente qualcuno aveva voluto accartocciare e buttare via: mi piaceva la tua camicia da notte.

Dopo il matrimonio sei andata via; quando sei tornata ti sono venuto a trovare.

Volevo fare l’amore con te quel giorno, mentre i tuoi fratellini facevano il bagno nella piscina e potevamo approfittare di quel momento, ma tu corresti via dicendo che ti era parso che uno di loro si fosse spaventato.

O forse è perchè con le mani stavo facendo quelle cose brutte?

La mamma mi aveva avvisato di starci attento.

E allora decisi di scriverti.

Giurai di non smettere mai, perchè così avrei usato le mani per fare delle cose intelligenti e non avrei fatto le cose brutte.

Il sangue si è oramai ritirato, sul materasso resta sempre quell’impronta.

Guardo la foto davanti a me. Non sorridi proprio per nulla ma il cavallo sembra essersi mosso di nuovo, sono sicuro che stesse guardando verso di me.

E’ tardi e tu ancora non sei arrivata.

Bussano ancora , raccolgo il messaggio: è l’ultimo: lo so perché è scritto con un pennarello, di quelli grossi, indelebili di un fastidioso e tanto doloroso inchiostro color verde.

E’ successo qualcosa? Perchè non rispondi al telefono?”

lo butto nel cestino, adesso è colmo.

Fuori è diventato sicuramente buio, nessuna voce dal giardino e il cavallo sarà tornato nella sua stalla.

Sono tanto stanco, torno a dormire.

Mi rimetto a letto, e mi incastro comodo nell’impronta.

Spengo la luce e tutto ritorna nero.

Sento freddo, mi copro con queste coperte di un rassicurante avvolgente color giallo muco.

Quando mi sveglierò, la lettera sarà finita, tu sarai tornata e tutto tornerà come prima.

Prometto che stanotte le cose brutte non le farò, anche se mi piace tanto la tua camicia da notte macchiata; la mamma sarà contenta, anche tu e allora mi sorriderai.

La mamma però non conosce il nostro segreto; lei non lo saprà mai che ho conservato i tuoi denti e mentre ti abbraccio, li stringo in mano sotto il cuscino.

Jacopo Ninni

Face to Face! – Don Winslow

Dopo lo splendido L’inverno di Frankie Machine torna Don Winslow con “il più grande romanzo sulla droga che sia mai stato scritto” come lo ha definito James Ellroy, Il potere del cane (Einaudi).

Un viaggio senza freno nell’incapacità di potersi salvare, la storia di una guerra dove non esistono innocenti e il male regna assoluto.

Un’intervista per vivere in prima persona il morso del cane.

Come e perché nasce questo libro?

Io vivo a San Diego, in California, vicino al confine messicano. Ecco, tutto è nato una mattina: mi sono svegliato e ho letto il giornale che parlava del massacro di 19 innocenti, tra uomini, donne e bambini in Messico. Un posto dove con mia moglie e gli amici andavamo per passare dei week end a basso costo, così per divertirci. Non volevo davvero scrivere questo libro ma da questa notizia mi sono chiesto come poteva succedere, come poteva accadere un fatto simile, e per capire mi sono reso conto che dovevo spiegarmi quello che era accaduto nel 2001, ma per farlo dovevo indagare su ciò che era accaduto nel 1997, nel 1993 e così via, a ritroso. E anche grazie a questo scavare è uscito fuori un libro molto “alto”.

Realtà e fiction come possono convivere nel tema della droga?

Con difficoltà, con tristezza e più del 90% di quello che viene raccontato nel romanzo corrisponde tragicamente alla realtà. Il vero problema dello scrivere questo libro è che la maggior parte degli eventi reali sono di gran lunga peggiori, di gran lunga più bizzarri, per così dire, di quello che potevo inventare. A volte qualcuno potrebbe pensare o esclamare “Ma questo è incredibile!”, potrebbe, tranne il fatto che in realtà tutto questo è accaduto e accade.

Molti hanno definito questo romanzo il nostro “cuore di tenebra”. Ma esiste davvero questo cuore di tenebra e, se sì, qual è?

Probabilmente questa è proprio la domanda che ha fatto nascere questo libro, che mi ha spinto a scrivere. È stata la ricerca di una risposta a questa domanda. Naturalmente non penso di essere un saggio, infatti ho impiegato cinque anni per scrivere Il potere del cane, cinque anni in cui ho studiato, mi sono documentato, ho fatto ricerca. È stato come una sorta di quotidiano viaggio virtuale nell’Inferno e io credo veramente che il “cuore di tenebra” sia in ogni persona e temo di dirlo, sia raffigurabile con la capacità di essere crudeli con gli altri. È un processo che ci indurisce, ci rende più impenetrabili e che raramente avviene per grandi passi. È qualcosa che parte dal piccolo, dal minimo, quindi un piccolo atto di crudeltà apre le porte per un passo più grande verso questa, verso un’efferatezza maggiore.

Quindi un’evoluzione verso un cuore di pietra più che di tenebra.

Oh sì! Avrei voluto dare io questa definizione, mi sarebbe piaciuto scriverla. Ottima definizione ridatemi il romanzo che lo scrivo. Sì un cuore che non ha nulla di pulsante.

I protagonisti dei suoi romanzi sono quasi sempre dei mezzo sangue: irlandesi, messicani, italiani. Cosa vuol dire essere uomini a metà in America?

Il libro fondamentalmente parla di confini, e il confine è qualcosa che separa ma al tempo stesso unisce e ci sono molti confini nel romanzo: abbiamo quello fisico, Keller (uno dei protagonisti) è metà americano e metà messicano, lacerato dalle due culture. Un’intera vita che trascorre in questa lotta. Per quanto riguarda essere metà irlandesi e americani può anche essere un lavoro a tempo pieno, perché noi irlandesi ci portiamo il passato dietro come una palla al piede, perché siamo innamorati del dolore del nostro passato in realtà, e quindi il personaggio irish di Callan è sempre in lotta con il suo passato, che sia personale o generale, deve esserlo per poter soffrire.

Cosa nasconde per lei e per i suoi personaggi il passato? (Fischia, ride e saluta facendo finta di andar via)

Per quello che mi riguarda come irlandese mezzo sangue, porto il mio fardello da irlandese ma soprattutto da cattolico irlandese, il passato per me è anche quello, è anche il tipo di istruzione religiosa ricevuta. Per i miei personaggi non nascondo ad esempio che l’alcolismo di Cullen è una cosa che conosco bene, come la violenza dei quartieri da cui viene. Il passato in una certa misura è un fantasma che ci segue non che deve inseguirci. Credo che per uno scrittore i ricordi siano al tempo stesso una benedizione e una maledizione.

I suoi eroi o antieroi, vivono o sono vissuti dalle loro storie? (ride)

C’e una differenza!?

La consapevolezza è la differenza.

Sono di certo consapevole che sono dei protagonisti di un romanzo eppure per questo tipo di libri, sono convinto che il carattere, il personaggio è tutto, quindi trascorro mesi e mesi a pensare ai protagonisti prima di scrivere. È questo che gli permette di muoversi nella loro storia. Entro molto in profondità con loro e a questo punto ci si sente molto vicini a queste entità, si vedono come reali e al tempo stesso sono conscio del fatto che non esistono. Il dramma sarà quando penserò il contrario … allora dovrete venirmi a prendere! Invece sembra che i fan, i lettori non si rendano conto di questo e arrivano delle mail arrabbiate “Perché hai fatto questo?!” e io mi sento di rispondere “Easy…”

C’è sempre un’operazione nei suoi romanzi (l’operazione perizoma in Frankie Machine, la Fenice in questo): quanto serve avere un buon piano, una buona operazione nella vita?

Non è molto importante, credo che possa essere qualcosa di negativo, un impedimento. “L’uomo fa i piani e Dio ride” hanno detto persone più importanti di me. Bisogna avventurarsi, vivere un’avventura. Ogni libro che scrivo parte con un piano, una visione in cui dopo circa 70 pagine i personaggi dicono e fanno cose non preventivate e il piano è rovinato. Quindi perché impegnarsi in una cosa così? Ma soprattutto perché togliersi il gusto dell’imprevisto, dell’ignoto?

Grazie al suo stile le città prendono vita e parlano, denunciano, mostrano: quanto però non si sa delle strade che si percorrono ogni giorno?

Credo che i luoghi siano dei personaggi e non penso che si possano disgiungere i personaggi dai luoghi perché in realtà i luoghi sono troppo importanti per le persone e poi c’è una magia in questi luoghi. Amo scrivere di questa magia e di questi posti. Ci sono dei panorami, delle viste di San Diego di cui non mi stanco mai e sento sempre la stessa emozione ogni volta che ci torno, la stessa emozione della prima volta. Quando vengono degli amici a trovarmi lì porto in quei posti a determinate ore e spesso penso ai miei lettori come se fossero miei ospiti e voglio mostrargli i miei posti. Perché sarebbe così se venissero a farmi visita.

Le sue città sono mamme borghesi o prostitute ammiccanti?

Senza dubbio delle prostitute ammiccanti.

C’è una caratteristica o più caratteristiche dei suoi personaggi, in cui si rispecchia?

Sì e questo mi disturba un po’. I miei personaggi sono dei solitari e vedo un po’ questa cosa anche in me, forse in maniera eccessiva. La maggior parte delle volte cerco di stare da solo e quando mi capita a lungo, non cerco di incontrare persone ed è un peccato perché mi piace la gente che conosco, che scopro. Poi c’è una certa tristezza che sinceramente vorrei anche eliminare.

I nuovi Stati Uniti, con il nuovo governo saranno più carichi di storie noir o di saggi che spiegheranno?

Entrambe, però ci saranno più spiegazioni del passato. Queste elezioni sono state un punto di svolta fondamentale per gli Stati Uniti, per delle ragioni ovvie ma anche per alcune che non sono così evidenti: ovviamente Obama è nero, ovviamente è giovane però ritengo che questa amministrazione consideri l’informazione non come una minaccia ma come qualcosa che da potere, che davvero occorre e quindi può avere conseguenze per tutti e soprattutto per gli scrittori.

Qual è il potere del Cane?

Innanzitutto si tratta di una frase della Bibbia e questo ha sorpreso tutti quelli che mi conoscono, pensa che un amico mi ha detto “Ehi cosa ti è successo!? Una notte sei inciampato e ti si è aperta la Bibbia?”. È un salmo che recita “Salva l’anima dalla spada, salva il cuore dal potere del cane”. Una frase che continuavo a ripetermi e a ripetere a tutti per capire da dove provenisse, a cosa appartenesse e continuavo a ripeterla anche perché aveva una sua poesia che si rispecchiava con quello che stavo scrivendo. Poi ho incontrato una donna, un ministro del culto che ha sposato me e mia moglie, che mi ha spiegato che era nel vecchio testamento e che il potere del cane è la capacità e la consapevolezza dei ricchi e dei potenti di poter opprimere i poveri e coloro che non hanno nessun tipo di potere ed io dopo 500 pagine di libro mi sono reso conto che stavo parlando di questo. Inoltre nello slang americano il cane, soprattutto il cane nero è un sinonimo di dipendenza, si dice “Questo cane mi ha azzannato”, per parlare della dipendenza da una droga e quindi era perfetto per un romanzo che parlava di droga.

Alex Pietrogiacomi

*Intervista pubblicata sul numero 662 de Il Mucchio Selvaggio