Una cordaccia, dalla caviglia al cuore

«Prendi un quaderno, una penna e fai che scrivi tutto,» mi dice.

«Un quaderno, uhm, una penna,» temporeggio, tastandomi le tasche.

«Mi perculi, tu, dì un po’,» glaciale lisciata di baffi.

Cartolibreria. Siamo in una cartolibreria di Bad Segeberg. La più piccola. La sua.

«C’è quaderni e c’è penne un po’ ovunque, quindi poco il simpatico,» mi dice.

Capelli lunghi e punte di baffi giallo nicotina. Sigaretta. Altra sigaretta.

«T’ho detto che fai che scrivi tutto,» mi dice, «e cominceremo dalla fine, dal colpo di tacco».

«Ennò,» m’oppongo. «Dall’inizio».

«Ero il figliolo,» fa allora, «lo sai no, gli metton sempre il soprannome Sonny ai piccoli della compagnia. Figliolo, significa. Facevamo che ci si divertiva, senza troppe pretese. Io ragazzino avevo smesso d’esserlo quando avevo otto anni, Lubecca è un buco di culo puzzolente che se ti ci ritrovi cresci dalla notte al giorno, altro che sci-sci-sci di marzapane, altro che centro storico con le casine anseatiche: le periferie sono orrende ovunque, pure a Lubecca. E allora quando poi faccio il borsone per andarmene a fare il calciatore ad Amburgo mi mettono in guardia, Reeperbahn è un posto pericoloso, m’avvertono, tutto zoccole operai e comunisti. Oh, che ti devo dire: sarò stato comunista dentro pure io, mi sa, e poi le zoccole schifo non m’hanno mai fatto, e gl’operai è gente simpatica che si spacca in quattro e c’ha solo voglia di bersi una birra e veder gente tirar calci ad un pallone. I baffi: ancora non li portavo. Li vedevo però sulle facce dei marinai che si imbarcavano per attraversare il Baltico, tutti ubriachi e coi capelli sozzi e i cappellacci di lana grossa, la notte in giro per il miglio peccaminoso ad entrare e uscire col sorriso da Herbertstrasse, il giorno a suonare la sirena dei pescherecci e delle chiatte. Ci son rimasto un anno. Titolare poche volte, reti una manciata, proprio col contagocce, rotolavo in campo, rotolavo e m’incazzavo e certe situazioni mi levavano il sangue e sbraitavo che diocenescampi e salvi. Era il millenovecentosettantaquattro. Sognavo d’andare ai Mondiali in Argentina come centravanti della nazionale. Nel frattempo, qualche partita me la sono andata a vedere pure, nel settantaquattro, specie quella al Volksparkstadion tra Germania Ovest ed Est. E son pure stato contento. Mi sa che ero per davvero comunista dentro, mi sa.

E poi ti dico una cosa: mi ci sentivo legato, a quel posto, ad Amburgo. Specialmente a quel quartiere, Sankt Pauli. Lo sai cos’è che si chiamava reeperbahn, una volta? Quelle cordacce spesse e ciotte che s’usano per ancorare le navi alla banchina. Era come se me n’avessero legata una alle caviglie, di cordaccia, dalla mia caviglia al cuore di Sankt Pauli.

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Gl’emeriti sconosciuti van negl’Emirati – [3/3] Scherzi da prete (A me? Sì! Ah.)

C’è una storiella yiddish che fa così: c’è un cardinale che invita un rabbino a cena. Convenevoli, due chiacchiere, ci si siede a tavola. Il piatto forte della serata è un maialetto da latte cotto sulle braci. Il cardinale ne mangia grossi bocconi, il rabbino lo lascia tutto nel piatto. Cosa c’è, non gradisce rabbino?, chiede il cardinale. Vede, risponde il sacerdote ebraico, noi non mangiamo carne di maiale. Abbiamo una regola da seguire. Ed il cardinale: ah, rabbino! non sa cosa si perde, col grasso che gli cola dai lati della bocca.

Superato l’inconveniente, la cena continua. Arriva il momento dei commiati. Il rabbino e la moglie si avvicinano al cardinale, è stata davvero una serata memorabile, dice il rabbino al cardinale, faccia i complimenti alla cuoca, che devo ragionevolmente supporre trattarsi di sua moglie, sarà così indaffarata ai fornelli, forse è per questo che non l’abbiam vista per tutta la sera.

Il cardinale, stupito, arranca balbettante un ma rabbino, io non ho moglie: noi facciamo voto di castità, non possiamo sposarci. È una regola che dobbiamo seguire.

Ed il rabbino: ah, cardinale! Non sa cosa si perde.

Poi c’è un’altra storiella cattoromana che invece dice: finalmente, per la prima volta, portano il Papa allo Stadio Olimpico di Roma, si gioca il derby, il Papa prende posto nella tribuna d’onore e saluta col gesto del pantocrator il pubblico, dopodiché chiede al Gran Camerlengo Camerlengo, per chi dovrei tifare, insomma? Ed il Camerlengo gli risponde Santità, io tifo per la Lazio, con quei colori così angelici, il blu del cielo, il bianco della purezza…

Dalla tribuna retrostante il palco d’onore del Papa qualcuno urla Santitààààà, guarda ch’aaa Lazzie vince ogni morte de papa!

E allora il Papa, in piedi: Forza Roma alé!

E poi c’è una terza storiella, l’ultima, parla della Chiesa dell’Unificazione e fa così:

«Sarà stato il 1936, comprenderete se ho le idee confuse, dopotutto ho un’età: ecco, io a sedici anni ho visto Gesù. E sapete che m’ha detto? Tu sei più forte di me. Vediamo cosa sai fare, ti sfido». «A me?» «». «Ah».

Sun Myung di cognome (o di nome, non si capisce mai com’è che funziona, coi coreani) fa Moon, come la luna. Ma vuole mica la luna, lui: vuole di più. Da quel giorno del trentasei, aveva solo sedici anni, quel giorno in cui Gesù gli ha gettato il guanto di sfida, lui non ha fatto altro che perseguire la sua missione: essere il nuovo Messia. (Me? Sì. Ah!).

Perseguitato, picchiato, deportato, s’è costruito una casa di sassi e fango, una casa che ci pioveva dentro ogni volta. La mattina si svegliava all’alba, camminava fino ad un eremo solitario e pregava. Pregava e disegnava, Moon. Ritratti. C’era sempre la luna, in quei ritratti. E la luna aveva la sua faccia.

Moon, per intenderci, sicuro che la storia la sapete, è quello per seguire il quale Monsignor Milingo s’è tolto la tonaca porporata, che dopotutto gli donava pure, e s’è messo in testa di sposarsi con Maria Sung.

Moon, per intenderci, sicuro che questa invece non la sapete, è quello col quale Gianni Agnelli, nell’anno del Giubileo, ha firmato un accordo per la costruzione di uno stabilimento di produzione Fiat in Corea del Nord.

Moon, per intenderci, era uno di quei Presidenti Politicanti Potenti Grandissimi Imprenditori Che Si Credono Il Nuovo Messia.

Secondo Moon, per dire, sarebbe stato compito di Adamo ed Eva generare la protofamiglia: solo che poi le mele, i serpenti, il peccato, la cacciata: troppi fatti tutt’insieme, e nessuno c’ha pensato più, alla famiglia. Isacco che cerca d’ammazzare Giacobbe, Abele che tira le cuoia per mano di Caino, converrete con me che c’è una visione della famiglia un po’ così, dice Moon.

Invece guardate me, continua: io, che sono la rettitudine, mi sposo la bella Hak Ja Han, formiamo la prima vera famiglia originale e diventiamo in un modo o nell’altro padre e madre di tutta l’umanità. Va bene, figlioli?

Il padre, si sa, è quello che porta a casa la pagnotta: poi piglia il figlio da una parte, gli scompiglia i capelli e gli porge il guantone da baseball chiedendo ti va di fare due tiri col tuo vecchio? oppure mostrando il panorama dalla finestra ammicca vedi tutto questo, figlio? un giorno sarà tuo.

Moon è un padre del secondo tipo: possiede giornali, tipo il Washington Times, e poi un hotel a Manhattan, e ancora una fabbrica di auto, la Panda Motors. Una casa di produzione cinematografica che finanzia pellicole belliche con Laurence Olivier, Jacqueline Bisset e Ben Gazzara nel cast.

E poi: una squadra di calcio.

Vedi figliolo? Anche la squadra di calcio, un giorno, sarà tua.

La squadra di calcio del Reverendo Moon è il Seongnam Ilhwa Chunma, e come tutte le squadre dei Presidenti Politicanti Potenti Grandissimi Imprenditori Che Si Credono Il Nuovo Messia miete successi in patria e a livello continentale, un rullo compressore, sette volte campione di Corea negl’ultimi tredici anni, mica uno scherzo.

Come in ogni squadra proprietà di Messia veri o sedicenti tali, ci son giocatori, nel Seongnam, capaci di miracoli.

Il portiere, Jung Sung-Ryong, una volta ha fatto goal direttamente dalla sua area di rigore. Si giocava un Corea del Sud – Costa d’Avorio di dubbio spessore agonistico, s’era sul nulla di fatto, finché il portiere non lancia lunghissimo, la palla fa un rimbalzo, prende velocità, scavalca l’estremo difensore ivoriano e s’insacca: guardatevela, nel video, la faccia stupita del portiere, quello che ha fatto goal, ma pure dell’altro, e poi ditemi se non vi viene da sorridere, o da sbalordirvi.

La stella indiscussa è un centrocampista colombiano, si chiama Mauricio Molina ed è soprannominato Mao, e pure questo è un aspetto decisamente spiazzante: sentire tifosi sudcoreani inneggiare a Mao, poi ditemi se non vi viene da sorridere, o da sbalordirvi.

il Seongnam Ilhwa ha come simbolo un pegaso rosé, animale leggendario della mitologia coreana: giustappunto, il Chunma.

Chunma, che nella lingua del taekwondo si scrive 천마, vuol dire pure carruba, o barbabietola da zucchero, a giudicare dalle foto che scaturiscono guglando.

La forza maschia e la prolificità del cavallo, la leggerezza spirituale simboleggiata dalle ali, l’evidente fallicità della carruba: non sembrano pure a voi elementi puntuali per un’ottimale rappresentazione del Reverendo Moon nella sua personalissima cosmogonia?

Così non fosse, prendetela per quello che è: uno scherzo da preti.

A me?

Sì!

Ah.

Fabrizio Gabrielli